Rita Fossaceca, la dottoressa al servizio degli ultimi

rita-fossacecaLa notizia è passata quasi del tutto inosservata dai grandi organi della stampa, dai quotidiani e dalla carta stampata in generale, ma anche dalla televisioni, sebbene qualche “lancio” di agenzia sia stato scritto. Il 19 agosto 2016, con Decreto del Presidente della Repubblica, tra i tanti conferimenti di onorificenze attribuite dal Capo dello Stato, una in particolare ha destato maggior commozione. Si tratta della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria a Rita Fossaceca, dottoressa originaria del Molise che aveva lasciato gli agi delle corsie degli ospedali italiani per mettersi al servizio degli ultimi in Kenya, dove con la ONLUS ForLife, cercava di portare un sorriso e un po’ di conforto a tanti giovani e meno giovani. Lasciata la sua regione, si era trasferita a Novara, all’Ospedale Maggiore, dove lavorava come radiologa. La sua voglia di aiutare i più sfortunati, però, l’aveva portata in Africa, e più precisamente a Mijomboni, piccola località dove l’associazione in cui prestava la sua opera disinteressata e lontana dai riflettori gestiva un orfanotrofio, tra le cui mure una ventina di bambini tornavano a sorridere e a sperare grazie al sorriso sempre pieno di speranza di Rita.

rita-fossaceca1La storia di Rita Fossaceca ricorda, molto da vicino, quella di Maria Cristina Luinetti, la giovane crocerossina uccisa in terra di Somalia, a Mogadiscio, il 9 dicembre 1993. Due storie distanti più di vent’anni, ma che dimostrano quale popolo meraviglioso siano gli Italiani: sempre pronti, in prima linea, ad offrire un briciolo di speranza nei luoghi più martoriati da guerre civili e conflitti che si trascinano da decenni. Eppure, l’opera di Rita, così come quella di Maria Cristina e di tanti altri medici, infermieri, religiosi e volontari laici, è stata spezzata il 28 novembre 2015, quando un gruppo di criminali comuni, introdottisi nella sua abitazione, condivisa con altri tre concittadini italiani, e in cui erano giunti anche i genitori, la uccidevano barbaramente durante un tentativo di rapina. Nella breve colluttazione, Rita decise di proteggere prima chi si trovava assieme a lei, interponendosi tra gli aggressori. Inutili i tentativi di soccorso: Rita moriva così, a Mijomboni, dove oggi viene ricordata ancora sorridente e piena di speranza da quei bambini che andava ad aiutare lasciando il suo lavoro all’ospedale di Novara. Di lei, oltre al ricordo di amici e colleghi, nonché dall’opera svolta dalla ONLUS ForLife, le cui azioni umanitarie adesso sono compiute nel nome di Rita, resta quella Medaglia d’Oro alla Memoria conferita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Medico di elevate qualità umane, si dedicava, con instancabile e appassionato impegno, a iniziative di promozione umana e assistenza sanitaria a favore dei bambini orfani e dei cittadini del Kenya. Barbaramente trucidata nel tentativo di difendere i genitori dalla violenza perpetrata da alcuni banditi introdottisi a scopo di rapina nella abitazione in cui risiedeva con la famiglia. Fulgido esempio degli alti ideali di generosità e di solidarietà umana. Villaggio Mijomboni Kanani, Località Watamu, Kenya,28 novembre 2015″.

I segreti di Bologna

I segreti di BolognaOggi torniamo a parlare di libri, scambiando quattro parole con Valerio Cutonilli, avvocato e giornalista, coautore, assieme al Giudice Rosario Priore, già titolare dell’inchiesta sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980, del volume I segreti di Bologna (Ed. Chiarelettere), incentrato sull’altra grande strage di quella drammatica estate 1980: la bomba che esplose il 2 agosto alla stazione di Bologna. Quella drammatica mattina di agosto, una bomba ad altissimo potenziale esplose nella sala d’aspetto dello scalo ferroviario, seminando morte e distruzione tra comuni cittadini in partenza per le vacanze estive, lavoratori pendolari e personale delle Ferrovie italiane. I morti furono 85 e i feriti oltre duecento, in quello che è stato il più grave attentato terroristico compiuto fino ad oggi dalla fine del secondo conflitto mondiale. E, sebbene sia l’unica strage ad avere tre condanne per chi ha materialmente messo l’ordigno, molte le domande ancora aperte: innanzitutto su chi fossero i mandanti e, cosa non secondaria, se i veri colpevoli condannati all’ergastolo per strage (tre esponenti dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari) siano effettivamente tali. Negli anni, infatti, hanno cominciato a prendere corpo altri filoni di indagine e altre piste, tra cui quella internazionale, che lega la bomba di Bologna con più delicati equilibri tra Est e Ovest, tra terrorismo palestinese e Unione Sovietica, tra NATO e KGB. Abbiamo, così, provato a chiedere qualcosa in merito ad uno dei due autori, Valerio Cutonilli.

Strage di Bologna1. Il 2 agosto 1980 segna una data tragica per la storia d’Italia. Nella sala di aspetto della Stazione Centrale di Bologna, una bomba ad altissimo potenziale uccise più di 80 persone, ferendone oltre 200. Una strage strana, in un momento in cui la politica nazionale (e internazionale) non avevano più bisogno di “scossoni”, dove non vi era più il bisogno di svolte autoritarie o comunque in un momento in cui l’avanzata delle sinistre non faceva più paura. Allora, e sappiamo che è difficile rispondere, perché scoppiò quella bomba?

Le sentenze di certo non lo spiegano. Si lamenta spesso il fatto che non sono stati individuati i mandanti. In realtà il grande assente nella ricostruzione giudiziaria è il movente, come ammise esplicitamente il Giudice Istruttore di Bologna Vito Zincani all’atto conclusivo dell’inchiesta nel 1986. Nel libro proviamo a spiegare l’assenza del movente.

2. Quella del 1980 fu un’estate alquanto calda. Non solo Bologna ma anche Ustica: oltre 160 morti in poco meno di due mesi. Può esserci un collegamento tra i due fatti? Un avvertimento non arrivato (Ustica) e, quindi, da riproporre con maggior durezza (Bologna)? O due fatti scollegati completamente l’uno dall’altro?

Strage di BolognaA nostro avviso non esiste una connessione diretta, come taluni hanno ipotizzato. Il Giudice Priore, titolare dell’inchiesta su Ustica, ha posto in relazione l’inabissamento del DC9 a uno scenario di guerra aerea. Non ha creduto alla tesi della bomba a bordo. È vero però un fatto. Nell’estate del 1980 c’è un conflitto non dichiarato tra Est e Ovest che si riversa proprio nello scacchiere mediterraneo. L’azione delle potenze occidentali posta in essere durante la notte di Ustica, da una parte, l’azione ritorsiva contro l’Italia programmata dal gruppo filosovietico dell’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e affidata a Carlos Lo Sciacallo, dall’altra, rappresentano due momenti opposti di un più ampio stato di tensione.

3. A livello internazionale, resteranno le parole di Dom Mintoff, premier maltese, la stessa mattina del 2 agosto 1980. Quel giorno, infatti, veniva firmato un accordo più o meno segreto tra l’Italia e la piccola isola di Malta, per metterla a riparo da possibili azioni libiche. E in questo caso, le parole di Mintoff (“È stato quello là”, riferendosi a Gheddafi) pesano come una vera e propria accusa. Quanto ci può essere di vero?

Strage di BolognaL’Italia firmò il trattato militare con Malta, ritagliandosi il ruolo inusuale del gendarme, per impedire ai Sovietici di utilizzare un’isola di elevata rilevanza geostrategica. Questo è il senso dell’accordo del 2 agosto 1980, firmato all’insaputa della opinione pubblica e taciuto dopo l’esplosione di Bologna. Il nostro paese venne chiamato, in segreto, a proteggere il fianco sud della Nato per fare fronte a quella che il ministro della difesa dell’epoca Lelio Lagorio chiamò “minaccia da accerchiamento”.

4. Le indagini si sono rivolte anche “oltrecortina” per cercare una possibile risposta a quegli oltre 80 morti in quel 2 agosto 1980. Verità ancora tenute nascoste nel celeberrimo “Archivio Mitrokhin”?

Le verità non sono nascoste negli archivi, che però contengono spesso piccoli ma significativi elementi.  In quelli della Germania Est, per esempio, risulta l’affiliazione nel gruppo Carlos di Thomas Kram, il terrorista tedesco presente a Bologna il giorno dell’esplosione. Due precisazioni. Uno: la presenza di Kram è stata tenuta nascosta per 25 anni. Due: Kram si registrò in albergo con la propria patente. Non usò documenti falsi. Chiediamoci perchè.

5. Infine una domanda quasi di rito. Cosa ti ha spinto, assieme al Giudice Rosario Priore, a scrivere questo libro? Sei stato anche l’autore di Strage all’italiana, libro-intervista sempre su Bologna e gli intrighi e i depistaggi a livello internazionale. Quanto del “vecchio libro” troviamo nel “nuovo”?

Il vecchio libro era dedicato al processo contro i NAR. Questo riguarda la ricerca dei veri responsabili dell’esplosione di Bologna.  Abbiamo deciso di scrivere questo libro perché siamo convinti che i segreti del 2 agosto 1980 non siano impenetrabili come ritiene qualcuno.

I treni non esplodono: il libro inchiesta sulla tragedia di Viareggio

I treni non esplodonoTorniamo a parlare di libri. E lo facciamo parlando di un treno. E di oltre trenta morti in una calda estate del giugno 2009. E’ la tragedia di Viareggio quella raccontata nel libro-inchiesta I treni non esplodono, scritto a quattro mani da Federico Di Vita, romano di nascita e da Ilaria Giannini, originaria di Pietrasanta. Due giovani autori, entrambi classe 1982, che hanno dato voce a chi quella notte ha vissuto il dramma in prima persona: soccorritori, gente comune, giornalisti e cineoperatori, feriti. Ma anche le famiglie di chi quella notte non sopravvisse alla drammatica esplosione di un vagone contenente GPL.

1. Il 29 giugno 2009 un treno, il merci 50325, deragliava mentre sopraggiungeva presso la stazione di Viareggio. Era notte fonda e gli abitanti dormivano. Ma la cittadina venne svegliata dalla forte esplosione che seguì all’incidente ferroviario: un vagone, una cisterna che conteneva GPL, esplose in una palla di fuoco che inghiottì tutto quanto si trovava sul suo cammino. Oltre trenta morti e decine di feriti: una tragedia evitabile?

Molti dettagli lasciano pensare che la tragedia del 29 giugno potesse essere evitata. Sostanzialmente è impossibile rispondere in modo sintetico a questa domanda, in ogni caso a determinare il deragliamento e il conseguente incidente hanno concorso una serie articolatissima di circostanze, diverse delle quali oggetto del processo attualmente in corso al Tribunale di Lucca. A partire dall’apparentemente non corretta revisione dell’assile del treno che si è spezzato causando il deragliamento, fino alla mancata rimozione dei picchetti di regolazione della curva (uno dei quali potrebbe aver perforato la cisterna, ma a stabilire se sia andata effettivamente così saranno i giudici, anche se le ricostruzioni balistiche sembrano indicarli come la causa più probabile dello squarcio), senza dimenticare la mancata installazione tra Via Ponchielli, la strada distrutta dall’esplosione, e i binari della ferrovia di una barriera anti-rumore, richiesta con una petizione dagli stessi abitanti della strada, barriera che, se costruita, avrebbe fortemente contenuto la dispersione del GPL, un gas pesante, che rimane basso. Dunque, forse, anche senza aspettare la fine del processo si può azzardare che sì, le cose sarebbero potute andare diversamente.

2. Nel reperire il materiale per la stesura di questo volume, avrete senza dubbio incontrato chi, quella notte, c’era: soccorsi del 118, vigili del fuoco, forze dell’ordine. E poi i parenti e i sopravvissuti. Un libro per ricordare, quindi. Non è così?

Il libro è fatto esclusivamente delle storie di chi quella notte è stato lì. Delle testimonianze di prima mano. Ci interessava dar voce (una voce che è stata sottratta dai mezzi di informazione, che hanno parlato tutto sommato pochissimo di quella che è stata la più grande tragedia ferroviaria europea, e non per caso il processo è stato tutt’altro che spettacolarizzato, per una scelta che ci pare eloquente non sono ammesse telecamere e registratori) ai tanti a cui è stata tolta. Dunque sì, abbiamo parlato con vittime, ustionati, parenti accorsi un attimo dopo, semplici passanti, soccorritori, cameraman, operatori della Croce Verde, conducenti delle ambulanze, ferrovieri e via dicendo, e il libro è un racconto corale fatto dall’insieme delle loro storie, che in un contesto di dimensioni contenute come Viareggio finiscono inevitabilmente per rispondersi, richiamandosi l’un l’altra.

3. Dopo la tragedia e il disastro, le indagini, le inchieste, i processi e i rinvii a giudizio. Si arriverà almeno questa volta a identificare un responsabile certo? E’ possibile individuare un soggetto, sia esso una persona fisica piuttosto che un ente, direttamente responsabile per quelle morti?

Gli imputati sono 33. Entro quest’anno è atteso il giudizio di primo grado. Ma sono già passati sette anni dalla strage di Viareggio e il processo non è ancora arrivato neppure a tagliare il traguardo del primo grado. Per fare un paragone nel caso del naufragio della Concordia, che è avvenuto tre anni dopo, abbiamo appena assistito alla sentenza di appello, cioè di secondo grado. Un altro esempio: per il rogo della Thyssen in nove anni si è giunti alla sentenza definitiva, quella di terzo grado. Sulla questione delle responsabilità non dobbiamo certo rispondere noi, devono farlo i giudici. Speriamo che si sbrighino, perché il rischio non è tanto che non si riescano a ricostruire le responsabilità, quanto che nel frattempo i vari capi di imputazione cadano in prescrizione, entro la fine di quest’anno per esempio sarà prescritto il reato di incendio colposo.

4. Già un mese dopo la tragedia, se le istituzioni dello Stato iniziavano ad essere assenti, così non fu per la popolazione, con cortei, manifestazioni e commemorazioni per le vittime. Quanto è viva ancora quella dolorosa notte nella mente e nella memoria dei Viareggini?

Viareggio ha reagito con forza alla strage. All’indomani del 29 giugno sono nate due associazioni, di una fanno parte i familiari delle vittime, si chiama Il mondo che vorrei, mentre un’altra, l’Assemblea 29 giugno, rappresenta la popolazione cittadina che intende combattere affinché sia fatta giustizia e, allo stesso tempo, per imporre all’attenzione generale il tema della sicurezza ferroviaria, aspetto che come dimostrato dalla stessa strage è stato negli anni sempre più trascurato.

 

I sogni e le speranze infrante della piccola Giuliana

Strage di UsticaGiuliana ha undici anni, gli anni più belli, forse, quelli che non ritornano più e che si rimpiange una volta che si è cresciuti. Sono gli anni dell’innocenza e sono gli anni passati tra i banchi delle scuole elementari di Bologna, dove in quella calda estate del 1980 Giuliana ha terminato la quinta elementare. Si sente grande, la piccola Giuliana. Grande perché all’inizio del nuovo anno scolastico, a settembre, inizierà i suoi primi passi alla scuola media. E proprio in quella calda estate avrebbe portato al suo papà, giù a Palermo, la sua pagella. Sta diventando grande Giuliana. Anzi, stava diventando grande. I suoi sogni, la sua innocenza e le sue speranze, furono spezzate pochi giorni dopo l’inizio di quella calda estate, così come quelle di altre 80 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, quando il volo IH-870 I-ITIGI scomparve improvvisamente dagli schermi radar nei cieli sopra Ustica, un piccola isola nel Mar Tirreno, a poco meno di 70 km dalla Sicilia. L’aereo, un Douglas DC9 della compagnia Itavia, decolla alle 20.08 del 27 giugno 1980 dall’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, dopo aver accumulato quasi due ore di ritardo in altri servizi precedenti. Ai suoi comandi vi è Domenico Gatti, esperto pilota con oltre settemila ore di volo alle spalle, tra l’Aeronautica Militare e quella civile, e il suo copilota, Enzo Fontana.

Strage di Ustica1Quando l’aereo decolla alla volta di Punta Raisi, si immette nell’aerovia Ambra 14, una sorta di “autostrada del cielo”, che corre fino a Firenze per cambiare nome in Ambra 13, e proseguire lungo il Mar Tirreno fino in Sicilia. A segnalare queste aerovie, una serie di impulsi lanciati dai radiofari a terra. A seguire il volo del DC9 è preposto il Centro Radar di Ciampino, dove un operatore segue costantemente un puntino luminoso, definito in gergo aeronautico plot, aggiornato ogni sei secondi circa. A indicare la rotta e la velocità, poi, un altro sistema, il transponder IFF, identifica costantemente il velivolo con un proprio codice: quello assegnato al DC9 è 1136 ed è come se fosse una targa. Ogni sei secondi, quindi, a Ciampino sapranno esattamente dove si trovi quell’aereo ai comandi del comandante Gatti e a bordo del quale la piccola Giuliana non vede l’ora di atterrare per abbracciare suo papà. Ma alle 20.26 accade qualcosa: il Centro Radar di Ciampino, e quello della Difesa Aerea di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara, chiedono al DC9 di identificarsi e inviare nuovamente il segnale del transponder: il plot sugli schermi radar comincia ad essere confuso, a sovrapporsi, a sdoppiarsi. In gergo militare, si richiede al DC9 di squoccare, di premere nuovamente il transponder, richiesta ripetuta una decina di minuti più tardi. Anzi, per essere sicuri che si tratti proprio del DC9 chiedono a Gatti la posizione: risponde che sono perfettamente allineati con il radiofaro di Firenze. Eppure, per alcuni istanti, a Ciampino la prua del DC9 era sembrata fuori rotta.

Strage di Ustica2Ma avvengono anche altri due fatti singolari, quella notte: è lo stesso Gatti ad accorgersi che, dopo Firenze, tutti i radiofari sono spenti (“Abbiamo trovato un cimitero” dirà a Ciampino). La seconda stranezza avviene alle 20.20, quando due caccia F104 dell’Aeronautica Militare decollati da Grosseto per un volo d’addestramento, lanciano per ben due volte consecutive il codice 7300: emergenza generale. Intanto si sono fatte le 20.56, a 43 miglia a sud di Ponza: Ciampino autorizza il Comandante Gatti a mettersi direttamente in contatto con la torre di controllo di Palermo per iniziare la discesa. Mancano solo venticinque minuti all’atterraggio e il DC9 si trova a circa 25.000 piedi di quota. Ad un certo punto qualcuno, in cabina, pronuncia una mezza parola: “Gua…” e poi nient’altro. Il DC9 scompare dai radar. Intanto, a Palermo, l’aereo è dato in ritardo, prima di mezz’ora, poi un’ora, due, tre. Infine ritardo “indeterminato” fino alla dichiarazione finale dell’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile: disperso. Il volo IH-870 è dato per disperso e solo all’alba del 28 giugno, quando un elicottero della Marina Militare inizia a rinvenire macchie d’olio e carburante nel basso Tirreno appare chiara la tragedia. Affiorano i resti dell’aereo, i seggiolini, i bagagli. E i corpi. Non vogliamo raccontare i trent’anni di perizie, di processi, di contro perizie e di altri processi. E neanche dei nastri mancanti, dei registri dei Centri di Difesa Aerea distrutti, di quelle morti sospette che coinvolsero gli appartenenti all’Aeronautica Militare in servizio quella notte (tra le tante, gli stessi piloti che lanciarono l’emergenza nazionale, i Tenenti Colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli, o il Maresciallo Alberto Dettori).

E poi quello strano ritrovamento sui monti della Sila, a Castelsilano, dove il 18 luglio viene rinvenuto un Mig-23 libico precipitato. Collegando i fatti, in tanti, a ormai trent’anni di distanza, avanzano l’ipotesi che quella notte, nei cieli italiani, per un breve istante si combatté una guerra, tra aerei libici e aerei appartenenti alla NATO: forse italiani, forse francesi, forse americani. Ancora troppi forse. Quello che è certo è che in quell’inizio dell’estate sono morte 81 persone. Sono stati spezzati i sogni e le speranza di Giuliana, che stava partendo per le vacanze dopo la fine della scuola. Qualcuno gli ha rubato e portato via la sua innocenza, così come è stata portata via agli altri ottanta tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Non sapremo mai cosa abbia pensato Giuliana in quegli attimi, in quei secondi fatali in cui il DC9 si squarciò, esplose in volo e si inabissò nel Mar Tirreno, depressurizzando la cabina passeggeri e non lasciando scampo a nessuno. Giuliana oggi avrebbe avuto 47 anni. Si sarebbe fidanzata, avrebbe potuto sposarsi, avere dei figli e una famiglia, e perché no, magari anche dei nipotini: qualcuno, però, ha deciso che non le sarebbe stato concesso nulla di tutto questo. C’era la guerra a Ustica. C’era la guerra e un aereo civile è stato abbattuto in tempo di pace. Ma nessuno ha spiegato a Giuliana perché, ormai più di trent’anni fa, in Italia e in tempo di pace, nei cieli c’era la guerra.

Le origini della festa della donna

Manifesto tedescoL’8 marzo, come tutti sano, è la festa della donna, ormai simbolo di mimose gialle e qualche servizio in televisione sulle quantità di cioccolatini venduti. Le sue origini, però, si perdono almeno oltre un secolo fa e, come avviene spesso con la storia, molti fanno confusione con fatti realmente accaduti. Uno di questi è il tristemente famoso rogo che colpì la fabbrica Triangle, nella città di New York, nel quale persero la vita 146 persone, per la maggioranza donne, nel marzo 1911. Ricordato come uno dei più gravi incidenti industriali, ebbe come effetto quello di introdurre una nuova legislazione sul mondo del lavoro negli Stati Uniti, ma venne anche erroneamente collegato alla festa del gentil sesso: in molti, infatti, sono convinti che la nostra società sia passata dalla commemorazione di un gruppo di lavoratrici morte sul posto del lavoro, alla semplice mercificazione di una festa, di cui si sono perse le radici. Invece, quel drammatico rogo avvenne il 25 marzo e non l’8 del mese come in tantissimi, in Italia e nel mondo, credono. Di quel giorno resta la drammaticità dell’incendio e la beffa delle famiglie che si videro portare via una madre, una figlia o una sorella tra le fiamme: le vittime erano quasi tutte immigrate italiane ed ebree e la compagnia che gestiva la fabbrica risarcì i parenti con appena 75 dollari.

Clara ZetkinDa dove deriva, allora, la festa dell’8 marzo? Tutto ebbe inizio il 18 agosto 1907, quando si riunì a Stoccarda il Settimo Congresso della Seconda Internazionale Comunista: tra i tanti temi, tra cui il colonialismo, la lotta di classe ed una possibile guerra europea, anche quello di estendere il suffragio universale alle donne. Da quel congresso scaturì la Prima Conferenza delle donne socialiste, che elesse Clara Zetkin, energica socialista tedesca, quale sua rappresentante affinché lottasse “energicamente per l’introduzione del suffragio universale alle donne, senza allearsi con le femministe borghesi che reclamavano il diritto di suffragio, ma con i partiti socialisti che lottano per il suffragio delle donne”. Su questa scia, il 3 maggio 1908 si tenne a Chicago il primo Woman’s day, dove il principale tema di discussione fu lo sfruttamento femminile nelle fabbriche. L’anno seguente, un grande sciopero iniziato il 22 novembre 1909 (e durato fino al 15 febbraio 1910), vide la prima dimostrazione di massa delle donne operaie che lottavano per la parità dei diritti, un equo salario e condizioni di lavoro più umane. Ma le donne si resero protagoniste solo l’8 marzo 1917 della prima mobilitazione in quella che poi è stata identificata come la data odierna: una grande protesta delle donne russe manifestò a San Pietroburgo contro la fine della guerra in corso. Fu da questo momento che, per fissare un giorno comune a tutti i paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda Internazionale delle Donne Comuniste fissò proprio all’8 marzo la giornata della donna, la quale aveva preso parte attiva alla caduta dello zarismo in Russia e all’avvio della rivoluzione bolscevica. Si dovrà poi aspettare il 16 dicembre 1977, e la Risoluzione 32/142 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché venisse istituita la Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale: e dal momento che in diverse Nazioni si festeggiava l’8 marzo, tale data divenne quella ufficiale per gran parte del mondo.

I decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare dal secondo dopoguerra ad oggi

35c8d04c03d5440e808fb75563046f9b-1Così recita l’Articolo 1412 del Decreto Legislativo n. 66 del 15 marzo 2010, che prende il nome di Codice dell’Ordinamento Militare: “Le decorazioni al Valor Militare sono concesse a coloro i quali, per compiere un atto di ardimento che avrebbe potuto omettersi senza mancare al dovere e all’onore, hanno affrontato scientemente, con insigne coraggio e con felice iniziativa, un grave e manifesto rischio personale in imprese belliche”. E la Medaglia d’Oro al Valor Militare è la massima onorificenza che la nostra Repubblica riconosce per atti ed imprese militari fin da quando venne istituita nell’ormai lontano 21 maggio 1793 per volere del Re Vittorio Amedeo III di Savoia: da allora, in tanti ne sono stati decorati, spesso alla Memoria, perché caduti in quelle azioni compiute con estremo coraggio. Dalle guerre risorgimentali, passando per le imprese coloniali e i due conflitti mondiali, ma anche dopo, in tempo di pace, in quelle missioni umanitarie, di peace-keeping, condotte sotto le insegne degli organismi internazionali, quali le Nazioni Unite, i nostri militari hanno spesso sacrificato la propria vita in nome di qualcosa di più grande: la pace e la fraternità tra i popoli.

Strage di NassiryaMa siamo un popolo strano, noi Italiani. Invece di scrivere canzoni su di loro, invece di raccontare le loro storie, invece di parlarne nelle scuole, ai più più giovani, siamo stati spesso capaci di bistrattarli, di offenderli con odiose manifestazioni e insultarli con cori dei più vergognosi (10, 100, 1000 Nassirya per esempio). In certi casi, anche le stesse istituzioni sembrano dimenticarsi di loro, come se fossero dei morti scomodi di cui occuparsi, salvo per comparire nelle foto in prima pagina sui quotidiani quando qualcuno di loro salta per aria in Iraq o in Afghanistan: a tal proposito, come non ricordarsi che proprio ai funerali dei caduti di Nassirya del 12 novembre 2003 nelle prime file sedettero non i parenti dei Carabinieri e dei militari ma bensì i nostri politici in giacca e cravatta.

Kindu bareMa non certo dimenticati da chi scrive, perché quelle Medaglie d’Oro al Valor Militare in tempo di pace, sono l’immagine più bella e più pura della nostra Italia migliore. Il primo caduto a venirne insignito fu il Caporale Raffaele Soru, del Corpo Militare della Croce Rossa, ucciso il 25 settembre 1961 ad Alberteville, in Congo, durante un attacco al locale centro ospedaliero. Ma fu quanto accadde poco meno di un mese dopo a sconvolgere, per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, le coscienze degli Italiani: il 12 novembre, a Kindu, si consumava il massacro di tredici Aviatori1 in servizio alla 46a Aereo Brigata di Pisa, inviati nel paese africano con le Nazioni Unite per svolgere attività di rifornimento alla popolazione stremata dalla guerra. Presi prigionieri, picchiati, torturati e fatti a pezzi, pagarono con la vita la causa della pace.

Nuovi conflitti e nuove guerre scoppiarono in più parti del mondo e le nostre Forze Armate hanno sempre dimostrato non comune senso del dovere. E in tanti non sono tornati. Il 7 gennaio 1992, a bordo di un AB205 quattro militari2 dell’Aviazione dell’Esercito rimasero uccisi nell’abbattimento del loro elicottero nei cieli di Podrute, mentre in terra di Somalia, il 2 luglio 1993, tre furono i militari uccisi in duri combattimenti a Mogadiscio dai miliziani somali (ed un quarto, l’allora Sottotenente Gianfranco Paglia, gravemente ferito). E poi di nuovo nei Balcani, quando ad essere abbattuto fu un G222 con aiuti umanitari nei cieli di Sarajevo, il 3 settembre 1993: a perdere la vita, quattro militari3 dell’Arma Azzurra. E infine i teatri lontani di Afghanistan e Iraq: il Tenente Colonnello Carmine Calò restava ucciso il 27 agosto 1998 a Kabul in un agguato ad un convoglio ONU, quando i Talebani e l’Afghanistan erano ancora un’eco lontana. E le guerre del nuovo millennio contro il terrorismo hanno visto tanti altri nostri soldati cadere. Tra questi, a venire decorati con la massima onorificenza al Valor Militare sono stati il Funzionario del SISMI Nicola Calipari, caduto a Baghdad il 4 marzo 2005, i militari del Genio Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis uccisi dallo scoppio di una mina che stavano disinnescando a Ingil, in Afghanistan, il 28 luglio 2010 e, infine, il Maggiore Giuseppe La Rosa, rimasto vittima di un’imboscata a Farah l’8 giugno 2013.

1 Gli Avieri trucidati a Kindu sono: Maggiore Amedeo Parmeggiani, Capitano Giorgio Gonelli, Tenente Onorio De Luca, Tenente Francesco Paolo Remotti, Sottotenente Giulio Garbati, Maresciallo Filippo Di Giovanni, Maresciallo Nazareno Quadrumani, Sergente Maggiore Nicola Stigliani, Sergente Maggiore Silvestro Possenti, Sergente Armando Fabi, Sergente Martano Marcacci, Sergente Antonio Mamone, Sergente Francesco Paga

2 L’equipaggio di volo era così composto: Tenente Colonnello Enzo Venturini, Sergente Maggiore Marco Matta, Maresciallo Capo Silvano Natale, Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci, Tenente di Vascello della Marina Francese Jean Loup Eychenne

3 L’equipaggio di volo era così composto: Maggiore Marco Betti, Capitano Marco Rigliaco, Maresciallo Giuliano Velardi, Maresciallo Giuseppe Buttaglieri