Inferno a Chernobyl

ChernobylIl 1986 non iniziò sotto i migliori auspici per la storia della scienza: il 28 gennaio, dopo appena 73 secondi dal lancio, lo Space Shuttle Challenger esplodeva in volo davanti alle telecamere di tutto il mondo, uccidendo i sette membri dell’equipaggio. Era dai tempi delle tragedie dell’Apollo 1 e delle Soyuz 1 e 11 che non veniva segnata una battuta d’arresto all’esplorazione spaziale. Ma niente fu in confronto a quanto accadde appena tre mesi dopo, nei territori dell’Ucraina, a circa 100 km a nord di Kiev. Il 26 aprile, alle 01.23 ora di Mosca, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose, proiettando sul terreno circostante migliaia di tonnellate di materiale altamente radioattivo. L’esplosione, circa dieci volte più potente della bomba atomica sganciata nell’agosto 1945 sulla città giapponese di Hiroshima, sprigionò una mortale nube tossica e radioattiva che avrebbe vagato per i cieli dell’Europa, giungendo fino in Italia. E come nella migliore tradizione sovietica, le autorità di Kiev e di Mosca cercarono di tenere nascosta la tragedia, per non intaccare il prestigio socialista e rivelare al mondo che l’industria nucleare creata dal Comunismo fosse in realtà fallace e carente in ogni sua parte. A cominciare dalla sicurezza. Ma quello che fu il peggior disastro nucleare (almeno fino a quello del 2011 che interessò l’impianto di Fukushima, in Giappone) ebbe inizio da un test di sicurezza, programmato e schedulato da tempo, che avrebbe garantito la sicurezza del reattore “fiore all’occhiello” della tecnologia sovietica.

LiquidatoriA monitorare il reattore erano preposti alcuni tra i migliori tecnici: Leonid Toptunov, Aleksander Akimov, Boris Stolyarchuk e Anatoly Dyatlov, considerato allora uno degli ingegneri nucleari più esperti di tutta l’Unione Sovietica. Era passata da circa mezz’ora la mezzanotte quando il test, considerato una routine per gli ingegneri nucleari, ebbe inizio. Eppure, fin dall’inizio delle prove il disastro era annunciato: secondo le direttive dell’ente dell’energia atomica sovietica, la potenza del reattore si sarebbe dovuta mantenere tra i 700 e i 1000 Megawatt, mentre Dyatlov decise di portarla a circa 200 Megawatt, così da poter risparmiare l’acqua che avrebbe dovuto raffreddare il reattore. Così, quando la potenza iniziò a scendere repentinamente, i tecnici nella sala controllo tentarono con ogni mezzo di arrestare la rapida discesa di potenza. Ma nonostante tutto, nonostante le problematiche in corso, il test sarebbe continuato. Anzi, sarebbe ripartito daccapo. L’ultima, fatale, decisione fu la disattivazione delle 211 barre di boro, che rappresentavano una sorta di freno alle barre di uranio per la produzione di vapore e, quindi, di energia elettrica: la loro disattivazione avrebbe reso il reattore incontrollabile in caso di emergenza o avaria. A questo punto, un sempre più rapido conto alla rovescia verso il disastro era iniziato. Il test che Dyatlov si preparava ad iniziare prevedeva di fermare la turbina principale e attendere che i generatori d’emergenza entrassero in funzione: tra lo spegnimento del primo e l’accensione degli altri, però, sarebbero trascorsi circa quaranta secondi, durante i quali le pompe dell’acqua dovevano continuare a funzionare per permettere al reattore di raffreddarsi.

Liquidatori ChernobylCon l’arresto della turbina, i successivi sessanta secondi segnarono la vita della centrale di Chernobyl e degli abitanti della città di Prypjat, che ospitava gli operai e le loro famiglie. L’aumento di vapore all’interno del nocciolo del reattore, che fece di fatto evaporare la poca acqua presente, fece aumentare di centinaia di volte la pressione. A distanza di pochi secondi, due violente esplosioni distrussero il tetto della centrale e il reattore 4. Ci vollero trentasei ore prima che le autorità sovietiche decidessero di evacuare Prypjat: trentasei ore fatali per moltissimi abitanti, esposti a dosi letali di radiazioni che ne distrussero nelle settimane e negli anni seguenti l’organismo. La catena dei soccorsi cercò in ogni modo di arrestare la fuoriuscita di materiale radioattivo: per giorni, quelli che sono passati alla storia con il nome di liquidatori, pompieri, personale della protezione civile e tecnici della centrale, si recarono sul luogo dell’esplosione per tentare di spegnere l’incendio e sigillare il reattore che sprigionava la sua morte invisibile fatta di radiazioni. Solo due minuti a squadra erano concessi: eppure, tutti avrebbero assorbito una dose praticamente letale di radiazioni che, nella migliore delle ipotesi, li avrebbe fatti convivere per il resto della loro vita con leucemie e neoplasie. Resta, di questo disastro, quanto gli abitanti della cittadina di Prypjat hanno scritto all’ingresso di quella che oggi è una città fantasma: “I vivi chiedono perdono ai morti”.

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La Brigata Folgore e la tragedia della Meloria

Sergente Maggiore Caria“Con alto senso di generosa solidarietà e con ardimentoso slancio, chiedeva di partecipare volontariamente alle difficili operazioni di recupero delle salme dei propri commilitoni rimaste prigioniere, sul fondo del mare, nel relitto di un aereo, inabissatosi in tragiche circostanze. Malgrado la violenta avversità degli elementi naturali, non desisteva dall’effettuare ripetute, rischiose missioni, fin quando restava vittima del proprio indomito valore, facendo olocausto della giovane vita e legando, così, il suo destino a quello dei commilitoni caduti. Nobile esempio di completa dedizione al dovere e di sublime abnegazione. Largo della Meloria, Livorno, 18 novembre 1971”. Con questa motivazione venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria ad un giovane Paracadutista ventiseienne della Brigata Folgore, il Sergente Maggiore Giannino Caria, effettivo al IX Battaglione Sabotatori Paracadutisti, deceduto nel novembre 1971 nel tentativo di estrarre i corpi di 46 Paracadutisti, suoi commilitoni, e di sei soldati inglesi dopo che il velivolo su cui viaggiavano, un C130K Hercules, era precipitato in mare a sette chilometri circa dalla città di Livorno, in un’area conosciuta come Secche della Meloria. Quella che doveva essere un’operazione di addestramento si rivelò essere, invece, una delle più gravi sciagure che colpirono le Forze Armate Italiane dal secondo dopoguerra. Ancora non erano accadute la tragedia del Monte Serra, dove perirono 38 Allievi dell’Accademia Navale di Livorno, e l’incidente che costò la vita a 35 Marinai volati giù da un viadotto autostradale nel 1983. Quando, il 9 novembre 1971, i dieci velivoli della RAF, la Royal Air Force britannica, decollarono alla volta della zona di lancio, nessuno si sarebbe immaginato la tragedia che si sarebbe delineata di li a poco.

hbhjIl primo a decollare fu Gesso 1, che si sarebbe diretto sopra la zona di lancio in Sardegna ed avrebbe rilasciato i Paracadutisti che avrebbero segnalato l’area ai successivi nove velivoli. Era le 04.55. Alle 05.41 si alzò dalla pista di decollo Gesso 2, cui seguirono tutti gli altri C130, distanziati l’uno dall’altro di quindici secondi. Quando Gesso 5 comunicò di aver visto un’improvvisa fiammata in mare, tutti i velivoli comunicarono il proprio nominativo di riconoscimento. Tutti tranne uno: Gesso 4. Intanto l’esercitazione, nome in codice Cold Stream, proseguiva e il Comandante della Brigata Folgore, Generale Ferruccio Brandi, Medaglia d’Oro al Valor Militare nella battaglia di El Alamein, poté essere informato soltanto quando toccò terra con il proprio paracadute. Subito vennero individuati in mare, nell’area delle Secche della Meloria, grandi macchie di olio, il carrello di Gesso 4 e gli zainetti dei militari che si trovavano a bordo: in tutto, 46 Italiani e sei Britannici. Il relitto dell’aereo venne individuato soltanto sei giorni più tardi, il 15 novembre, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, a circa cinquanta metri di profondità, dai Dragamine Faggio e Ontano della Marina Militare Italiana. Due giorni più tardi, arrivata sul luogo della tragedia la Nave Appoggio Incursori Pietro Cavezzale, presero avvio le operazioni di recupero dei corpi: in appoggio giunse dall’Inghilterra anche la Nave Layburn. Fu in queste frenetiche fasi che le acque della Meloria strapparono un’altra vita: quella del Sergente Maggiore Caria, rimasto incastrato nel relitto dell’aereo durante le concitate ricerche dei corpi dei commilitoni. Il recupero dei corpi si protrasse a lungo, fino al 10 febbraio 1972: a questa data, Nave Cavezzale aveva recuperato trentotto corpi. Altri ne vennero recuperati nei mesi seguenti, spesso su segnalazione di pescatori locali: dieci di loro non vennero più individuati.

nazione-meloriaEra piena Guerra Fredda. Ma nonostante tutto, sebbene sia rimasta una guerra non guerreggiata, almeno sul territorio dell’Europa Occidentale, si moriva ugualmente. La NATO si addestrava in previsione di un’invasione da parte dell’Unione Sovietica e degli Stati del Patto di Varsavia, simulando le condizioni più realistiche possibili. Come per la tragedia di Gesso 4. La Commissione d’Inchiesta che venne istituita trovò la causa principale del disastro nella particolare tipologia di volo radente adottata dai velivoli: volare bassi sul mare, così da sfuggire ai radar, per poi prendere quota repentinamente al momento del rilascio dei paracadutisti. Probabilmente, fu durante questa simulazione di volo che l’aereo, prendendo quota, tocco con la coda la superficie del mare, facendolo spezzare in due tronconi che si inabissarono in pochi secondi con i militari ancora legati ai propri posti. L’indomani, 10 novembre 1971, scriveva Dino Buzzati: “Erano allegri e pieni di speranza come al solito, ieri mattina, all’atto di imbarcarsi nel mastodonte dell’aria. Nessuno sapeva del misterioso appuntamento che li aspettava tutti insieme, con i sei compagni britannici, a distanza di pochi minuti. La vita, si può dire, era appena incominciata. Una esosa fatalità stava per dire: basta. Ora se ne vanno, con i sei compagni stranieri. Spalla a spalla si allontanano dritti, pallidi si, ma senza un tremito, a testa alta, con quel passo lieve e fermissimo che nei tempi antichi si diceva appartenesse agli eroi e che oggi sembra completamente dimenticato”.

L’Arsa, un disastro minerario all’ombra della Seconda Guerra Mondiale

Minatori dell'ArsaL’Europa, nel febbraio 1940, si trovava in guerra già da cinque mesi. Da quel settembre 1939, quando le forze armate del Reich tedesco scatenarono la Blitzkrieg contro la Polonia, l’Italia di Mussolini aveva dichiarato la propria non belligeranza. Nell’intera penisola la vita continuava a scorrere tranquilla, anche se iniziavano a spirare i primi venti di guerra: “l’ora delle decisioni irrevocabili” doveva ancora scoccare ma ben altre tragedie avrebbero riempito le prime pagine dei principali quotidiani di allora. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, il Regno d’Italia entrò in possesso del bacino carbonifero dell’Arsa: con un forte fabbisogno di carbone, la produzione annua superò le 100.000 tonnellate. Via via lo sfruttamento del bacino minerario andò sempre più aumentando, a scapito però della sicurezza: due gravi incidenti, avvenuti nel 1937 e nel 1939, causarono complessivamente la morte di venti minatori. L’Arsa subì in breve tempo un completo mutamento: venne costruita ex-novo una città mineraria, capace di ospitare fino a settemila operai, capaci di estrarre oltre un milione di tonnellate di carbone. All’inaugurazione del polo minerario fu presente lo stesso Benito Mussolini che volle cimentarsi egli stesso con pala e piccone.

Arrigo GrassiMa il 28 febbraio 1940 accadde l’impensabile. Era notte inoltrata, alle 04.35, quando ai livelli 15, 16, 17 e 18 un incendio di polvere di carbone causò un’esplosione di immani proporzioni: i gas compressi, per cercare una via di fuga, seguirono i cunicoli e le gallerie, spazzando con un’onda d’urto calda  e mortale tutto ciò che incontravano sul proprio cammino. Presto, i vapori sprigionatisi dall’esplosione e dall’incendio saturarono la miniera, così che non ci fu scampo per chi si trovava all’interno: dalle gallerie, in una corsa contro il tempo, furono estratti 185 minatori morti, mentre altri 150 furono i feriti gravi e gli intossicati, che si portarono per il resto della propria vita i segni indelebili di questa tragedia. Subito la catena dei soccorsi si mise in moto: tra i primi ad accorrere sul luogo dell’esplosione, furono gli stessi minatori liberi dal turno di lavoro o che si trovavano ad estrarre il carbone in altri livelli non interessati dall’evento. In tantissimi si calarono all’interno senza protezioni e maschere, con il solo intento e scopo di tirare fuori chi si era ritrovato intrappolato. Tra questi, Arrigo Grassi, meccanico di miniera, trovava la morte nel vano tentativo di estrarre un compagno rimasto intrappolato. Per il suo gesto altruistico venne insignito dalla Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria: “In occasione del grave scoppio avvenuto nella miniera carbonifera dell’Arsa, che causò la morte di molti operai, penetrava ripetutamente, sprovvisto di maschera, nelle gallerie invase da gas letali e, con tenace azione, riusciva a salvare dieci minatori. Accortosi infine che un suo compagno mancava all’appello, scendeva di nuovo nella zona pericolosa; ma trovava la morte accanto a colui che aveva voluto salvare. Esempio mirabile di generoso, indomito ardire. Arsa, Pola, 28 febbraio 1940”.

Minatori dell'ArsaLo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, però, non permise di fare piena luce sulla causa dell’immane tragedia. Di certo c’erano i turni massacranti a cui erano sottoposti gli operai e le gravi carenze nella sicurezza: molte furono le relazioni dell’epoca che, ben prima della tragedia, mettevano in luce lo sfruttamento selvaggio del bacino carbonifero dell’Arsa, richiamando più volte la dirigenza a implementare le dotazioni di sicurezza, come ad esempio maggiori estrattori, che avrebbero permesso una minor dispersione del pulviscolo di carbone nell’aria, essendo altamente infiammabile. Anche la stessa refrigerazione delle pareti delle gallerie al momento del brillamento delle mine fu spesso messa in evidenza: gravi carenze che, se non furono la causa principale, rappresentarono certamente delle concause non meno determinanti. Con la fine del secondo conflitto mondiale, poi, e il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 che determinò il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia, e con essa la regione dell’Arsa, questa tragedia all’ombra della guerra venne presto dimenticata.

L’incendio dell’Heleanna

I soccorsi all'Heleanna“In occasione di un violentissimo incendio, sviluppatosi improvvisamente su una motonave passeggeri in prossimità della costa, la popolazione della Città di Monopoli, con altissimo spirito di civismo e di sensibile solidarietà umana, che suscitava il commosso riconoscimento di autorità italiane e straniere, si prodigava nel recar soccorso e nell’assistere, per più giorni, amorevolmente i numerosissimi naufraghi”. Era il 4 maggio 1972 quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone conferiva alla città di Monopoli la Medaglia d’Argento al Valor Civile per il comportamento esemplare tenuto dalla popolazione durante la tragedia del Traghetto Heleanna. Ex petroliera battente bandiera svedese, negli Anni Sessanta venne convertita in nave passeggeri, servendo lungo le linee marittime del Pireo, Creta, Patrasso e Ancona. Tanti i viaggi compiuti fino alla drammatica alba del 28 agosto 1971, quando una fuga di gas dalle cucine fece divampare un grande incendio. La nave, in quel momento, si trovava a largo di Torre Canne, tra le cittadine di Fasano e Monopoli, diretta nel porto di Ancona, con il suo carico di 1174 passeggeri: quasi immediatamente il panico si scatenò a bordo, facendo riversare le persone sul ponte di coperta alla ricerca di un posto sulle scialuppe di salvataggio.

Brindisi ReportLe fiamme divampate a bordo furono avvistate fin da terra: subito si mobilitarono per prestare soccorso decine e decine di imbarcazioni, appartenenti alla Marina Militare e al Corpo della Capitaneria di Porto, ma anche tanta gente comune, semplici pescatori che non esitarono un attimo a salpare l’ancora volgendo la prua verso l’Heleanna agonizzante e ferita. Giovanni Amoruso, allora Sergente presso la base di Brindisi, così ricorda la tragedia: “Quando ci accostammo alla nave trovammo molta gente aggrappata alle scalette, tra loro molte donne con i propri bimbi in braccio che piangevano. Una densa nuvola di fumo e fiamme avvolgevano la nave rendendo l’aria irrespirabile. Correvamo tra le fiamme a portare aiuto, incuranti del pericolo e rischiando la vita, portammo in salvo molte persone, alcuni erano feriti, i morti li avvolgemmo nelle coperte”. Ma ciò che successe a bordo della nave passeggeri era, di fatto, una tragedia annunciata. Intanto il numero di passeggeri: erano quasi il doppio del consentito e tra di loro vi furono numerosi clandestini, cosa che rese impossibile conoscere con esattezza il numero dei dispersi. I morti furono 25, i dispersi accertati sedici e i feriti oltre duecento: molti gli ustionati e gli intossicati dai fumi sprigionati dall’incendio.

IMG_20180402_173344Le inchieste successive, compiute parallelamente dalla Magistratura italiana e greca, appurarono il pessimo stato manutentivo della nave: gli argani che avrebbero dovuto calare le scialuppe in mare erano malfunzionanti o addirittura bloccati, mentre il comandante della Heleanna, il greco  Dimitrios Anthipas, fu ritenuto responsabile di gravi inadempienze in fatto di sicurezza. Condannato, tentò di fuggire, ma venne arrestato dalle autorità italiane mentre, assieme alla moglie, tentava di imbarcarsi furtivamente su una nave nel porto di Brindisi. Oggi, della tragedia della nave passeggeri, resta un monumento, voluto dalla popolazione di Monopoli, quale tangibile segno di riconoscenza e gratitudine verso quei pescatori che prestarono la loro opera di soccorso in maniera disinteressata, ulteriore riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, del legame indissolubile che lega la gente di mare.

L’esplosione del Panigaglia

PanigagliaCostruito ai Cantieri del Muggiano di La Spezia nel 1923, il Panigaglia, in servizio nella Regia Marina quale nave per il trasporto di munizioni e come posamine, fu largamente impiegato fin dalle prime fasi del conflitto. L’equipaggio, composto da tre ufficiali e 61 tra sottufficiali e graduati, compì sempre e comunque il proprio dovere, anche quando si palesarono all’orizzonte le tragiche e incerte giornate legate all’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Unità, infatti, venne requisita dalle forze tedesche che occuparono la città ligure: un mese dopo, in ottobre, il Panigaglia venne gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, semiaffondando nella rada del porto, dopo essere stato centrato da alcune bombe. La Kriegsmarine decise in ogni modo il recupero della nave e, ribattezzata Westmark, continuò a svolgere il compito principale della posa di campi minati. Dopo il recupero del relitto, a partire dal 28 settembre 1944 iniziò il suo servizio sotto la bandiera della Marina del Terzo Reich, prima di essere autoafondato dai Tedeschi nelle ultime settimane prima della resa (alcune fonti riportano la data del 19 aprile 1945, altre quella del 29 successivo, a insurrezione già avvenuta). Con la guerra conclusa, l’Italia e la sua Marina si apprestarono a subire le condizioni imposte al tavolo della pace dalle Nazioni vincitrici del conflitto. E il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 riguardò da vicino anche la Nave Panigaglia: fu tra quelle che dovevano essere cedute agli Alleati, in questo caso alla Francia, a partire dal 1948, così come previsto dall’Annesso XII al Trattato stesso. Certo fu che, nonostante le cessioni fossero state contenute, molti furono i malumori espressi dagli uomini della Marina Militare: tra questi, lo stesso Ammiraglio Raffaele De Courten, che rassegnò le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore. Il destino, però, volle che il Panigaglia fosse una delle poche, se non l’unica, nave adibita a trasporto munizioni ancora in linea, in un momento nel quale le Forze Armate procedevano alla smilitarizzazione e allo smantellamento delle fortificazioni lungo i confini e nelle isole del Mar Mediterraneo. Per questo, il piccolo posamine (durante i vari lavori di recupero ne fu ridotta la stazza di quasi 400 tonnellate), venne impiegato per la smilizarizzazione dell’Isola di Pantelleria, così come imposto dal Trattato di Pace.

Nave PanigagliaSulla piccola isola, occupata dalle forze alleate già nel giugno 1943, vi era ancora un grande quantitativo di munizioni, proiettili d’artiglieria e di vario genere, nonché esplosivi. Durante una di queste missioni, lasciata Pantelleria, il 21 giugno 1947 la nave, agli ordini del Tenente di Vascello Agostino Armato e con a bordo 65 uomini di equipaggio, avrebbe dovuto sbarcare oltre 300 tonnellate di materiale esplodente nella rada antistante Porto Santo Stefano, alle pendici del Monte Argentario, per essere poi stoccate presso i depositi di Pozzarello. A coadiuvare le operazioni si unirono anche dodici operai civili, che, sotto lo sguardo del loro superiore, Armando Loffredo, iniziarono le operazioni di sbarco su due pontoni gallegianti. A questo punto, qualcosa andò storto. A raccontare l’episodio, lasciamo che sia la cronaca di allora, con uno stralcio de L’Unità del 2 luglio successivo: “Il primo allarme pare si sia avuto verso le 11, quando uno scoppio a prua, apparentemente di scarsa gravità, faceva avvertire i marinai che qualche cosa di grave stava per accadere. Subito i membri dell’equipaggio si precipitavano, seguiti dai dodici operai addetti allo sbarco, verso il luogo minacciato. Il capobarca Armando Loffredo, domandava se doveva allontanarsi o no con il barcone, che era già quasi completo del carico da trasportare a terra. Non faceva in tempo a ricevere la risposta. In breve tutta la coperta divenne un inferno di esplosioni: saltavano in aria i piccoli mucchi di munizioni accatastate sul ponte in attesa del trasbordo e con esse saltavano in aria pezzi di coperta che ricadevano con lugubri tonfi nel mare. Le esplosioni si propagarono sottocoperta e alle 11:10 con un fragoroso boato, mentre il semaforo di Monte Argentario trasmetteva verso terra disperati segnali di soccorso, saltava in aria l’intero deposito di munizioni. Poi saltavano le caldaie e getti di vapore bollente si levavano in aria. La nave si rovesciava immediatamente”. In quella drammatica mattina morirono in 68, tra militari e civili: si salvarono soltanto dieci membri dell’equipaggio, che per puro caso si trovavano a terra, lontani dal luogo dell’esplosione, tra cui lo stesso comandante, il Tenente di Vascello Armato.

23 novembre 1980, ore 19.34: trema (e muore) l’Irpinia

TERREMOTO '80: 35 ANNI DOPO LA MEMORIA E' ANCORA VIVA

Furono in totale novanta i secondi di terrore che colpirono un’Italia intera alle 19.34 del 23 novembre 1980. Novanta secondi appena, ma sufficienti a stroncare la vita a quasi tremila persone (2914 per la precisione), causare oltre 8800 feriti ed un numero imprecisato di sfollati, circa 280.000. Tanto durò la scossa di terremoto che, con una magnitudo di 6,8 della Scala Richter, colpì da una profondità di 12 km, con epicentro i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania. L’area interessata dal sisma si estendeva su oltre 17.000 km2, dall’Irpinia al Vulture, comprendendo le province di Avellino, Salerno e Potenza. I danni e gli effetti del potente sisma (i geologi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia determinarono la potenza rilasciata pari a 35 milioni di tonnellate di tritolo) si estesero ad una zona ben più vasta, tanto che furono registrati danni a case e abitazioni fino a Napoli: emblematico il caso di uno stabile a Poggioreale, crollato su sé stesso e che causò la morte di una cinquantina di persone. A Balvano, in provincia di Potenza, furono 77 le vittime, la stragrande maggioranza bambini, rimaste sotto le macerie della Chiesa di Santa Maria Assunta mentre partecipavano ad una funzione religiosa. A complicare maggiormente la situazione nelle aree epicentrali fu il drammatico ritardo della catena dei soccorsi: a causa dell’improvviso blocco delle comunicazioni, i telegiornali della sera parlavano ancora di una scossa di terremoto che aveva colpito la Campania, più forte del normale, ma che non faceva registrare danni seri e rilevanti. Soltanto a notte inoltrata, purtroppo, la drammaticità dell’evento divenne chiara: interi centri abitati non esistevano più, migliaia le persone disperse rimaste sotto gli edifici crollati, intere famiglie distrutte, sfollati che andavano ad intasare le poche vie stradali ancora utilizzabili, rallentando ancora di più i mezzi di soccorso.

220px-Teora_1980Due giorni dopo, 25 novembre, Il Mattino di Napoli, ricevute le immagini filmate da un elicottero dei Vigili del Fuoco che sorvolò la zona colpita, titolò: “Irpinia, Alto Sele e Lucania, un panorama di rovine. I morti sono migliaia, 100.000 senzatetto”. Faceva eco il Corriere della Sera, riportando sulla prima pagina proprio il crollo della chiesa di Balvano mentre era gremita di fedeli. Uno dei primi a giungere sul posto, fu l’allora Capo dello Stato, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, visibilmente scosso e commosso dalla tragedia che aveva colpito l’Italia e gli Italiani. Al suo rientro a Roma, in televisione, pronunciò uno dei suoi discorsi forse più importanti, certamente rari da parte di un uomo delle istituzioni. Fu uno dei pochi a sottolineare il ritardo dei soccorsi, l’incapacità di gestire emergenze così gravi, la mancanza di un’organizzazione preposta alla protezione civile. Dirà: “Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie. Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si è gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli”.

imagesMa quello che il Presidente Pertini si chiedeva nella realtà, in quella che è a tutti gli effetti una requisitoria ed un duro atto di accusa, è un’ombra ancora più oscura, un’infamia ancora maggiore dei soccorsi in ritardo: “Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. E a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di tredici anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se c’è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli Italiani, della Nazione intera e della mia prima di tutto”. Purtroppo, però, quelle parole pronunciate da un Presidente visibilmente commosso in diretta nazionale non sono state ascoltate e gli avidi  (e infami) speculatori del cemento già gioivano, nell’aprile del 2009, quando l’Abruzzo e l’Aquila furono devastati da un nuovo, terrificante, terremoto.