Nome in codice: Bat 21

Iceal HambletonLa storia del vero Bat 21 è stata portata sul grande schermo alla fine degli Anni Ottanta nell’ominimo film, che vide come protagonisti Gene Hackman e Denny Glover, nei rispettivi ruoli del Tenente Colonnello Iceal Hambleton e del Capitano Bartholomew Clark. Storia in parte romanzata, ma che fu tratta dalla vera vicenda che vide protagonista, all’inizio dell’aprile 1972 durante la Guerra del Vietnam, un anziano ufficiale dell’Aviazione Statunitense, Hambleton appunto, nonché esperto di guerra elettronica e antimissili dello Strategic Air Command. Originiario dell’Illinois, dove era nato nel 1918, Iceal Hambleton prese parte alla Seconda Guerra Mondiale solo nell’ultimo anno di guerra: fu, invece, in Corea, che dimostrò tutta la sua capacità aviatoria, partecipando ad oltre quaranta missioni di guerra a bordo dei bombardieri B29, le celebri superfortezze volanti. In seguito, partecipò attivamente allo sviluppo del programma missilistico statunitense, facendo parte del team di progettazione del missile a medio raggio PGM-19 Jupiter e dei missili ICBM Titan I e II. Infine, comandò il 517° Strategic Missile Squadron tra il 1965 e il 1971, per poi diventare Capo delle Operazioni del 390° Strategic Missile Wing.

Douglas EB-66ELa Guerra del Vietnam, però, chiese il suo contributo: schierato a Korat, in Thailandia, venne assegnato in qualità di Navigatore al 42° Tactical Electronic Warfare Squadron, volando su velivoli Douglas EB-66C adibiti a ricognitori, svolgendo numerose missioni al confine tra il Vietnam del Sud e quello del Nord. Il 2 aprile 1972, durante una normale attività ricognitiva di scorta ad un gruppo di bombardieri B52, a bordo di un EB-66C, nome in codice Bat 21, venne colpito da due missili di fabbricazione sovietica superficie-aria S-75 (in codice NATO SA-2 Guideline): riuscì ad eiettarsi con il seggiolino e ad atterrare con il paracadute nella giungla nella regione del Quang Tri, mentre il resto dell’equipaggio del velivolo (Tenente Colonnello Anthony Giannangeli, Tenente Colonnello Charles Lewis, Maggiore Pilota Wayne Bolte, Maggiore Henry Serex, Tenente Pilota Robin Gatwood) rimase ucciso e dichiarato disperso in azione, tanto che i loro corpi non vennero mai ritrovati. Subito partì un’affannosa missione di ricerca e salvataggio per arrivare a recuperarlo prima dei Vietnamiti, viste le sue conoscenze operative dei sistemi missilistici e di contromisura dell’USAF: sarebbe stato un danno enorme se fosse stato catturato e consegnato ai servizi segreti di Mosca.

IcealHambleton2-4.13.72Atterrato in una zona controllata dal nemico, il Tenente Colonnello Hambleton escogitò un piano tanto astuto, quanto semplice, per cifrare i suoi spostamenti tra i villaggi e la giungla. Grande appassionato del golf, di cui era un abile giocatore, immaginò l’area di operazioni come un enorme campo da gioco, indicando la strada che avrebbe seguito come se si fosse trattato di una partita, spostandosi di buca in buca. Ma se gli Americani erano tanto decisi nel volerlo recupere, i Vietnamiti erano altrettanto decisi a catturarlo: durante tutte le fasi di ricerca, ben cinque velivoli vennero distrutti, abbattuti dai soldati di Hanoi, mentre undici avieri rimasero uccisi in azione e due vennero fatti prigionieri. Un altissimo prezzo in termini di vite umane per l’alto ufficiale esperto di guerra elettronica. Il 6 aprile 1972, un elicottero Sikorsky HH-53C, nome in codice Jolly Green 67, intento a localizzare il Tenente Colonnello Hambleton, raggiunto da numerosi colpi di armi pesanti al rotore principale, precipitò uccidendo l’intero equipaggio: i due Piloti, Capitano Peter Hayden Chapman e Capitano John Henry Call, e i Sergenti William Roy Pearson, Allen Avery , Roy Prater e James Harold Alley.

Thomas Norris e Nguyễn Văn KiệtLa stessa sorte toccò a due equipaggi di due elicotteri Bell UH-1 Iroquis, colpiti e abbattuti in mezzo alla giungla: sopravvisse un solo membro dell’equipaggio, lo Specialista Jose Astorga, poi fatto prigioniero, mentre gli altri tre avieri, il Tenente Byron Kulland e i Sottufficiali John Frink e Ronald Paschall, rimasero uccisi nello schianto. Altre vittime dovettero registrare gli equipaggi dei velivoli OV-10 Bronco. Il 5 aprile venne abbattuto il primo: il Capitano William Henderson fu fatto prigioniero, mentre il secondo occupante, il Tenente Mark Clark, riuscì a nascondersi nella giungla e ad essere tratto in salvo successivamente. Il 7 aprile, però, un secondo velivolo fu perduto: i due uomini di equipaggio, Bruce Walker e Larry Potts, vennero dichiarati dispersi in azione. La svolta nel recupero del Tenente Colonnelo Iceal Hamlbeton avvenne solo undici giorni e mezzo dopo il suo abbattimento: un Navy SEAL, le forze speciali americane, Thomas Norris, assieme Nguyen Van Kiet, delle forze speciali sudvientamite, raggiunse l’ufficiale americano, penetrando per oltre tre chilometri in territorio nemico prima di poterlo trarre in salvo.

La guerra fredda al cinema

corea-in-fiammeIl primo ad utilizzare il termine guerra fredda fu lo scrittore statunitense George Orwell, l’autore di 1984 e La fattoria degli animali, con cui preconizzava l’egemonia delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, le quali, non potendo annientarsi a vicenda, avrebbero finito per soggiogare tutte le altre nazioni. Poi, fu la volta, nel 1947, del giornalista Walter Lippmann che descrisse, tra i primi, la Airdate: Saturday, November 4 (8-10:30 p.m. ET)tensione crescente tra i due ex alleati vincitori del secondo conflitto mondiale. E di quella guerra non guerreggiata direttamente parliamo oggi e, in particolare, della sua trasposizione sul grande schermo. Come già fatto per i film dedicati alla Grande Guerra, non pretendiamo di accontentare tutti quanti, soprattutto se ci dimentichiamo qualche film. Pertanto, partiamo con quelle pellicole che, secondo noi, hanno meglio rappresentato la scena internazionale almeno fino al 1991, anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. A onor del vero, già nel 1951 la cinematografia tentò di esplorare l’universo della guerra fredda: ci pensò Samuel Fueller che diresse Corea in fiamme, film crudo sul conflitto che, per certi versi, anticipò l’intervento americano in Vietnam.

uParticolare il filone dedicato alla guerra sottomarina, che rappresenta forse meglio di tutti la tensione sempre presente di un possibile conflitto combattuto con armi nucleari. Celebre, primo fra tutti, Caccia a Ottobre Rosso, del 1990 e diretto da John McTiernan, interpreatato magistralmente da Sean Connery, dove il comandante del sommergibile fiore all’occhiello della marina sovietica, defeziona negli Stati Uniti con un ristretto cerchio di fedeli ufficiali. Harrison Ford e Liam Neeson, poi, hanno fatto rivivere il dramma, reale, del K-19 (2002, regia di Kathryn Bigelow), sottomarino atomico della Classe Hotel che, a causa di una grave avaria al reattore nucleare di bordo, uccise e contaminò decine di uomini dell’equipaggio. Dal punto di vista americano, invece, abbiamo Allarme Rosso, per la regia di Tony Scott (1995), dove un anziano ufficiale, Gene Hackman, si scontra con il suo sottoposto, Denzel Washington, mettendo in luce la fallacità della catena di comando e di quanto potesse essere relativamente facile, per un comandante di un sommergibile statunitense, armare e lanciare i missili nucleari.

apollo-13Avvincente le pellicole dedicate alla corsa allo spazio. Se, infatti, recente è il film russo Gagarin. Primo nello spazio, diretto da Pavel Parkhomenko, con Yaroslav Zhalnin nei panni del giovane cosmonauta, l’antesignano fu senza dubbio The Right Stuff. Uomini veri, che ripercorse la corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica fin dal 1947 e dal volo a Mach 1 di Chuck Yeager fino al Progetto Mercury: girato nel 1983 da rocky-4Philip Kaufman vede come protagonisti, tra gli altri, Sam Shepard, Ed Harris, Dannis Quaied e Fred Ward. Tom Hanks, invece, diretto da Ron Howard nel 1995, riporta alla mente la tragedia sfiorata dell’Apollo 13, quando la navicella della NASA, in fase di avvicinamento alla Luna, subì una grave avaria. Anche lo sport ha avuto la “sua” guerra fredda. Indimenticabile, infatti, Sylvester Stallone nei panni di Rocky 4, volato in Unione Sovietica in un braccio di ferro contro il suo rivale Ivan Drago, responsabile della morte sul ring del vecchio rivale (e poi amico) dello Stallone Italiano, Apollo Creed.

The day afterMa la vera guerra fredda è stata raccontata anche in altre pellicole. Il regista Roger Donaldson, nel 2000, dietro la macchina da presa, ha girato Thirteen Days, i tredici giorni in cui il mondo rischiò veramente il conflitto nucleare, ovvero la crisi dei missili di Cuba. Bruce Greenwoord, nei panni del Presidente Kennedy, e Kevin Kostner, ponte-delle-spiesuo consigliere particolare, in un crescendo di suspance e tensione, hanno tentato di raccontare quanto il genere umano sia stato vicino all’annientamento. Annientamento, invece, avvenuto in due pellicole di enorme successo, ucroniche, ovvero narranti uno scenario mai accaduto ma altamente plausibile. Il Dottor Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la thirteen-daysbomba, di Stanley Kubrick (1964) e The day after di Nicholas Meyer (1983) dimostrano come la deterrenza nucleare e il clima di tensione tra i due blocchi scaturito fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto sfociare in un conflitto nucleare su larga scala, che avrebbe coinvolto non soltanto Stati Uniti e Unione Sovietica, ma bensì il mondo intero. Infine, Steven Spielberg, nel 2015 ha diretto Tom Hanks e Mark Rylance ne Il ponte delle spie, cronaca fedele della crisi dell’U2, quando il Capitano Gary Powers venne abbattutto nei cieli sovietici a bordo di un aereo spia: rilasciato, venne scambiato, assieme allo studente americano Frederic Pryor, arrestato a Berlino Est, per Rudolf Abel, spia sovietica del KGB. Lo scambio avvenne di notte sul Ponte di Glienicke, a Potsdam, nel più assoluto riserbo, grazie, e soprattutto, dell’instancabile opera di mediazione dell’avvocato James Donovan.

La battaglia di Ia Drang

cavalleria-dellariaFino ad allora, i soldati americani non avevano mai affrontato le truppe regolari vietnamite in una vera e propria battaglia. Da quando, infatti, la politica americana aveva deciso un più energico e massiccio coinvolgimento degli Stati Uniti nella ex colonia francese, gli scontri si erano limitati ad imboscate, attacchi e contrattacchi a pattuglie da ricognizione e assalti contro campi militari e di addestramento delle forze del Vietnam del Sud. A partire del 1965, però, si assistette ad una vera e propria escalation del conflitto, cosa che obbligò il Generale William Westmoreland a richiedere un massiccio invio di uomini e mezzi per combattere i soldati del Governo di Hanoi: il Presidente Lyndon Johnson, in un caloroso ed energico discorso alla Nazione, approvò i piani, intenzionato a frenare l’espansionismo comunista nella penisola indocinese. Fu così disposto l’immediato invio di una nuova divisione americana, sperimentale, creata proprio per combattere un nemico elusivo, che faceva della guerriglia e delle imboscate le sue tattiche principali: la 1a Divisione di Cavalleria Aerea, equipaggiata con elicotteri UH-1 Huey, con i quali sarebbe scesa in pieno territorio ostile e, mantenendo il contatto con l’avversario, avrebbe impedito la sua ritirata. Eventualmente, grazie agli elicotteri da trasporto CH-47 Chinook, la Cavalleria dell’Aria avrebbe potuto schierare anche pezzi d’artiglieria.

cavalleria-dellaria1I primi scontri che la 1a Divisione ebbe ad affrontare seguirono due attacchi condotti dai Nordvietnamiti tra la  metà di luglio e agosto 1965, contro il campo delle forze speciali sudvietnamite di Duc Co, e quello del 19 ottobre, quando elementi del 33° Reggimento dell’esercito regolare del Vietnam del Nord attaccarono il campo di Pleime. Gli uomini del Tenente Colonnello John Stockton iniziarono a compiere sortite in territorio nemico, dando inizio a operazioni di ricerca e distruzione di avamposti e reparti nemici: tra l’1 e il 9 novembre 1965, furono condotti diverse incursioni che causarono tra le file americane una quindicina di caduti e qualche centinaio di feriti, mentre i Nordvietnamiti, spiazzati da questo nuovo tipo di guerra condotto dagli Stati Uniti, con i soldati che piombavano in territorio ostile dagli elicotteri, lamentarono un numero maggiore di perdite (oltre duecento morti e quasi ottanta prigionieri). Fu grazie a questi primi successi delle unità del Tenente Colonnello Stockton, che il Generale Westmoreland, per il successivo 14 novembre, mise a punto un’azione ancora più audace: penetrare nella quasi inaccessibile e ostile valle di Ia Drang. Appartenenti al 1° Battaglione del 7° Reggimento Cavalleria, erano comandati dall’energico Tenente Colonnello Harold Moore, reso celebre al cinema dal volto di Mel Gibson in We were soldiers.

soldati-vietnamiti-a-ia-drangL’operazione ebbe inizio alle 10.45 del 14 novembre: nella zona d’atterraggio, denominata in codice X-Ray Landing, giunse la prima aliquota, la Compagnia Bravo, comandata dal Capitano John Herren, guidati sul campo dallo stesso Tenente Colonnello Moore. La sua controparte era rappresentata dal Generale Nguen Huu An, che già si distinse quasi dieci anni prima contro i Francesi, nel 1954, nella battaglia di Dien Bien Puh, che segnò di fatto la fine dell’egemonia di Parigi nell’Indocina. La battaglia iniziò poco prima delle ore 13.00, alle 12.45, quando gli uomini del Capitano Herren stavano predisponendo le difese attorno alla zona d’atterraggio: subito gli scontri furono violenti, per entrambe le parti, con assalti ravvicinati e attacchi furiosi; un plotone americano, inoltre, trovatosi allo scoperto, rimase isolato sulla cresta di una collina: dovette combattere ininterrottamente per non venire distrutto prima di essere raggiunto dal resto del suo reparto. Altre due Compagnie, la Alpha (Capitano Ramon Nadal) e la Charlie (Capitano Robert Edwards), si posizionarono nel letto di un torrente in secca, fornendo un valido muro contro le ondate di fanteria nemica. I combattimenti si protrassero quasi ininterrotti per tutto il 14 novembre, con continui tentativi di sfondare l’accerchiamento nemico e liberare il plotone isolato. Intanto, i rinforzi sopraggiunti davano al Tenente Colonnello Moore la possibilità di schierare nuove truppe più fresche: al tempo stesso, però, anche il Generale Nguen An stava predisponendo nuovi attacchi con i rincalzi sopraggiunti.

battle-of-ia-drangIl 15 novembre la situazione per le forze americane peggiorò: numerosi e continui attacchi nemici inflissero perdite ingenti alla Cavalleria dell’Aria e soltanto l’intervento di oltre trecento missioni aeree, condotte da elicotteri ed aerei, permisero di reggere l’urto nordvietnamita. La Compagnia Charlie, forte di un centinaio di uomini, fu quasi del tutto decimata e alla fine della giornata solo una quarantina di soldati era ancora in grado di combattere. Quando, il giorno successivo, fu completato il dispiegamento delle forze americane, che adesso ammontavano a circa mille uomini, fu possibile liberare il plotone accerchiato, ridotto ormai a poche decine di uomini: tra questi, il Sergente Ernie Savage, che guidò nella strenua resistenza i suoi commilitoni, dopo il ferimento dell’ufficiale comandante. I soldati del Generale Nguen An tentarono un ultimo assalto alle posizioni statunitensi: l’intero settore, però, era stato rinforzato dal Tenente Colonnello Moore e l’attacco risultò disastroso, per numero di perdite tra i Nordvietnamiti. Anzi, furono gli Americani che passarono al contrattacco, scatenando un immenso fuoco e costringendo l’avversario a lasciare e abbandonare le sue posizioni. Soltanto il pomeriggio del 16 novembre 1965 gli scontri ebbero termine, con gli uomini del Tenente Colonnello Moore padroni del campo. I Nordvietnamiti fecero tesoro di questa sconfitta e, nelle parole dello scrittore Luciano Canfora, proseguirono a lottare “nella ricerca testarda, ostinata, eroica, della liberazione nazionale”.

I comandi protetti della NATO

received_10209629265122454Tornano le recensioni delle novità editoriali e, questa volta, l’argomento trattato è la Guerra Fredda, quel conflitto che vide contrapposte le due Superpotenze, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, con i rispettivi blocchi contrapposti: il Patto Atlantico (la NATO), che riuniva tutti gli alleati di Washington, da una parte, e il Patto di Varsavia, dall’altra, controllato e diretto da Mosca. Anche l’Italia, data la sua posizione strategica nel bacino del Mar Mediterraneo, ma anche per la vicinanza a quella cortina di ferro che, dalle parole di Winston Churchill, calò da Stettino, sul Baltico, a Trieste, nell’Adriatico. L’Italia, poi, confinava con la Jugoslavia di Tito, che, sebbene avesse rotto i rapporti con l’Unione Sovietica nel 1948 rigettando il COMINFORM, l’organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti, era pur vista dal nostro Paese, e di riflesso dall’Alleanza Atlantica, come un possibile avversario. Per questo, abbiamo rivolto alcune domande a Leonardo Malatesta, Direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Storico Militari Divisione Pasubio, autore del volume I comandi protetti della NATO.

1. Una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Perché questo libro?

Ho incentrato il volume sul periodo della Guerra Fredda perché il tema è ancora da scoprire e ci sono ancora molti lati oscuri.

2. Durante la Guerra Fredda, una delle principali basi NATO era il 1° ROC del Monte Venda. Che genere di base era e quali erano le sue attività?

Il 1° ROC (Regionale Operation Comand), attivo dal 1962 al 1998, ebbe il compito fondamentale della difesa aerea del nord-est italiano, il settore da dove, secondo le informazioni in mano allo Stato Maggiore italiano, poteva avvenire l’attacco delle forze del Patto di Varsavia. Il 1° ROC, come il 2° ROC a Monte Cavo e il 3° ROC a Martina Franca, era un comando protetto, in galleria, all’interno della montagna per difendersi da un attacco atomico. All’interno della galleria vi erano varie agenzie e uffici, con i compiti di difesa aerea e soccorso aereo. Erano i comandi di guerra delle tre regioni aeree. All’interno del sito protetto c’era personale italiano e NATO.

3. E le basi Black Yard e West Star? Avevano altri generi di compiti più specifici?

West Star e Black Yard erano i siti protetti del comando NATO di Verona, lo FTASE (Forze Terrestri Alleate del Sud Europa). Il sito principale era West Star, ad Affi, vicino Verona. Erano dei siti antiatomici, definiti C3 (Comando, Controllo e Comunicazione). All’interno della struttura c’era la zona tecnica, per il condizionamento dell’aria e le varie apparecchiature, e la zona operativa, riservata, a cui non potevano accedere tutti, ma solo chi aveva un determinato pass. Nell’area riservata, c’erano sia militari dell’Esercito che della Marina e dell’Aeronautica, che ventiquattro ore su ventiquattro erano pronti ad una eventuale guerra atomica. I siti erano completamente autonomi e Black Yard era il sito alternato di West Star, che sarebbe entrato in azione se l’altra base non era operativa.

4. Oggi cosa resta di queste basi, simbolo di un’epoca, quella della Guerra Fredda, in cui il mondo era “spaccato” e diviso in due blocchi contrapposti?

Oggi West Star è ancora completamente integra ed è ancora zona militare, gestita dal V Reparto Infrastrutture dell’Esercito Italiano, mentre Black Yard, chiusa nel 2000, è stata oggetto di vandalismo e distrutta. Il 1° ROC del Monte Venda, infine, è stato chiuso nel 1998 e da allora versa anch’esso in abbandono.

Alouette I, il Canada tra le stelle

alouette-iaNella lunga guerra fredda nello spazio, combattuta da Stati Uniti e Unione Sovietica a colpi di satelliti, sonde e navette spaziali con animali a bordo, anticipazione del primo essere umano, una terza nazione si insinuò in questa corsa, dimostrando, in fin dei conti, che lo spazio non sarebbe mai stato di nessuno, tanto meno di una superpotenza intenzionata a piantare bandiere, quasi a simulacro ed evoluzione di un colonialismo moderno, anzi, interplanetario. Fu così che, il 29 settembre 1962, dalla base aerea di Vandenberg, in California, decollò alla volta dell’orbita terrestre Alouette I, primo satellite artificiale del Canada. Sotto l’occhio attento della NASA, che se da un lato applaudì un lancio praticamente perfetto, dall’altro iniziò a temere una possibile rivalità da parte del vicino nordamericano: non soltanto i Sovietici, infatti, ma adesso anche i Canadesi reclamavano un proprio posto nello spazio e, spinti da questo successo, anche altre Nazioni si sarebbero interessate al cosmo.

alouette-iCon un peso di circa 145,6 chili, Alouette I raggiunse la propria orbita ad un’altitudine compresa tra i 987 e i 1022 km, spinto dai potenti motori del vettore Thor-Agena. Di importanza fondamentale fu lo studio della ionosfera, particolare fascia dell’atmosfera dove nei decenni successivi furono posti in orbita numerosi altri satelliti. La missione del piccolo satellite canadese durò circa dieci anni: venne deliberatamente disattivato nel 1972, reputando la sua missione conclusa. In ogni caso, è stato ipotizzato che Alouette I, qual’ora ricevesse le giuste frequenze, possa riattivarsi e ricominciare a trasmettere i suoi bip sonori, come se il tempo si fosse fermato a quel settembre 1962. Dopo Alouette I, si dovette aspettare fino al 12 dicembre 1964 perché un’altra Nazione lanciasse nello spazio un proprio satellite artificiale non appartenente alla lunga corsa allo spazio tra Washington e Mosca: questa volta era il turno di San Marco 1, dell’Italia e della grande genialità di Luigi Broglio.

Disertare a bordo di un MIG

mig25-di-belenkoSpuntò improvvisamente dalle nubi. Chi lo vide volare e poi atterrare non aveva dubbi: si trattava di un MIG25 Foxbat, gioiello della tecnica aeronautica sovietica e ancora poco conosciuto dai paesi della NATO. Il 6 settembre 1976, però, le cose cambiarono: il Tenente Viktor Belenko atterrava sulla pista dell’aeroporto civile di Hakodate, in Giappone. Non si trattava di un atterraggio d’emergenza, ma di ben altro: Belenko stava disertando, consegnando di fatto ai nemici di Mosca uno dei segreti fino ad allora meglio gelosamente conservati. Il MIG25, infatti, a partire dal 1970, anno della sua entrata in servizio, era poco conosciuto, se non a grandi linee: si sapeva che si trattava di un caccia intercettore, potenzialmente più maneggevole e veloce delle sue controparti occidentali. Il suo primo avvistamento fu compiuto il 6 novembre 1971, quando una formazione di F4 israeliani, in volo sopra l’Egitto, ne attaccò uno senza successo: subito, colpì l’estrema velocità e la capacità di disimpegnarsi senza complicazioni. Intanto, i sistemi di difesa aerea della NATO furono messi in allarme per la presenza, nell’aviazione sovietica, di questo nuovo caccia.

mig25-di-belenko1Possiamo quindi ben capire lo stupore che suscitò il Tenente Belenko quando, dopo un volo di circa 800 km, iniziato dalla base aerea di Sakharovka, vicino Vladivostock, atterrò a Hakodate alle 13.57 ora locale. Non solo un militare sovietico disertava pubblicamente dinnanzi alla popolazione mondiale, ma nel farlo si portava dietro il fiore all’occhiello dell’aviazione di Mosca. Subito la diplomazia sovietica si mise in moto, intimando alle autorità giapponesi la riconsegna di pilota ed aereo: Tokyo, però, informò prontamente il Governo Americano, tanto che il MIG25 venne smontato e trasportato, sotto un’ingente scorta di quattordici caccia, presso la base aerea di Hyakuri. Furono studiati i motori, i materiali di costruzione della cabina e delle ali, ma anche i sistemi radar di bordo e di puntamento delle armi. Grande interesse suscitarono le contromisure elettroniche per non essere rilavati dai sistemi di comando e controllo della NATO. Conseguenza immediata, fu l’acquisto, da parte di Tokyo, degli aerei radar E-2 Hawkeye e degli F-15J Eagle, velivoli in grado di competere con i MIG25. Viktor Belenko, intanto, interrogato dall’intelligence americana, otteneva l’asilo politico, mentre, quasi contemporaneamente, a Mosca veniva emessa una condanna alla pena di morte per alto tradimento.