I Comunisti sulla Luna

I Comunisti sulla LunaLa Guerra Fredda ha rappresentato, per un’intera generazione, un’epoca fatta di progresso, scoperte scientifiche, boom economico. Ma anche di grandi incertezze. Conflitti come la Corea, il Vietnam, le crisi di Suez e di Cuba, le guerre del Medio Oriente e le repressioni di Budapest e Praga, solo per fare un esempio, rischiarono di far sprofondare l’umanità intera in una guerra nucleare, un terzo conflitto mondiale che poco futuro avrebbe lasciato all’intero genere umano. Ma la Guerra Fredda non fu combattuta solo sui campi di battaglia del Sud-Est Asiatico o tra i deserti delle alture del Golan. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, si affrontarono anche su un altro campo di battaglia, distante chilometri di distanza dalla Terra: lo spazio. I Comunisti nello spazio, di Marco e Stefano Pivato, ripercorre gli anni che videro protagonista l’Unione Sovietica e i suoi primati, di fronte ad un’America che arrancava a fatica. Sotto la brillante guida di Sergei Korolev, furono lanciati lo Sputnik, Laika, Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova. Ma la prematura morte dello scienziato, dovuta ad alcune complicanze di salute derivate dal periodo di detenzione nei gulag staliniani, compromise irrimediabilmente il programma spaziale sovietico: il 21 luglio 1969, quel piccolo passo di Neil Armstrong pose definitivamente fine all’ultimo mito del Comunismo. Cosa significò quel mito per un’intera generazione lo abbiamo chiesto al Giornalista Marco Pivato.

Sputnik1. I Comunisti sulla Luna ripercorre quello che u l’ultimo mito dell’Unione Sovietica: le imprese dello Sputnik, di Laika, di Yuri Gagarin. Da dove nasce l’idea di questo libro?

Durante l’anno scorso, quando ricorreva il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, l’editoria si è scatenata nel celebrare l’evento. Dal punto di vista storico, si intende. Abbiamo cercato di affrontare anche noi l’analisi, ma partendo dalle nostre specifiche competenze, quelle di mio padre, storico contemporaneo, e le mie, di giornalista scientifico. Mi occupo di storia della scienza e in particolare del rapporto tra scienza e politica, un legame cruciale nella corsa alla conquista dello spazio: ritengo non sia possibile distinguere le dinamiche di quegli anni senza esplorare la considerazione che politici e scienziati avevano l’uno dell’altro.

2. Dal 1957, anno della messa in orbita dello Sputnik, la Guerra Fredda vide USA e URSS fronteggiarsi su un nuovo “fronte”: il cosmo. Cosa resta oggi di quella sfida?

LaikaResta più di quello che si possa pensare. La tensione tra l’Occidente e l’Oriente del mondo è molto diversa, oggi, ma esiste ed è ancora di natura economica. E la competizione ancora scientifica. Mi riferisco alla corsa alla supremazia tecnologica. Proprio quest’anno gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo supercomputer che ha superato, in potenza, il competitor cinese. Si chiama Summit ed è in grado di eseguire 200 milioni di miliardi di calcoli al secondo, risultando il sessanta per cento più veloce di Taihu Light, progettato dagli ingegneri asiatici. Macchine come Summit rappresentano l’arsenale della modernità: se nel secolo scorso le esibizioni muscolari tra l’Occidente e l’Oriente del mondo si facevano mostrando il potenziale atomico oggi si fanno mostrando la potenza dei propri computer. Questi giganti del calcolo sono impiegati nella ricerca biomedica, nella progettazione di nuovi materiali e nelle tecnologie energetiche. Ma quel che più importa, nel contesto del ring tra superpotenze, è l’impiego nel condurre la simulazione di test nucleari, le previsioni delle tendenze climatiche e la ricerca di giacimenti di petrolio. Si pensi anche al ruolo dell’informatica nella gestione dei dati: lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ci dà una misura di quanto sia importante per un Paese possedere i mezzi in questo campo.

3. Come mai, almeno all’inizio, i Sovietici misero a segno una serie di colpi vincenti (il primo satellite, il primo essere vivente e il primo uomo nello spazio, la prima attività extraveicolare) mentre gli Americani sembravano arrancare?

Yuri GagarinI Sovietici hanno cominciato molto tempo prima degli Americani a progettare la corsa allo spazio. La prima equazione che stabilisce come debba avvenire la propulsione di un razzo compare nel 1890 negli scritti dello scienziato russo Konstantin Ciolkovskij. Solo molto più tardi, a partire dagli Anni Cinquanta, gli Stati Uniti tentano sul serio di recuperare tempo. Ma per molti anni hanno sottovalutato le intenzioni e le possibilità dei nemici. Tuttavia, da quando il Presidente Dwight Eisenhower e successori si mettono in testa di recuperare e superare il tempo perso in breve risulterà evidente tutta l’improvvisazione russa.

4. La morte di Sergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, e quella di Yuri Gagarin, infersero un colpo durissimo negli scienziati sovietici. Furono solo questi due fatti a determinare la loro “sconfitta”?

Aldrin sulla LunaLa morte di Korolev sicuramente è decisiva. Era l’uomo che riusciva a tenere saldi i rapporti tra le tante anime ai piani alti del Cremlino. Dopo di lui si generò disordine e molta difficoltà organizzativa. Prevalsero le antipatie e la corruzione. Ma ovviamente la morte di Korolev non fa che accelerare soltanto un processo irreversibile: gli Americani disponevano di una organizzazione estremamente efficiente, di una importante fedeltà alla democrazia e alla collaborazione tra gli organismi della Nazione e, quel che forse più importa, disponevano di un capitale, in termini economici e umani, molto più ingente. Negli Stati Uniti era nata la Big Science, quel modo di eseguire i grandi progetti scientifici che si avvaleva (e si avvale tutt’ora) di grandi disponibilità economiche e umane. Il primo esempio è il Progetto Manhattan, che porta al primo ordigno nucleare. Al netto delle sue diciassette missioni il Programma Apollo è costato agli Americani circa 25 miliardi di dollari e vi hanno lavorato 60.000 scienziati e 400.000 tecnici e dipendenti. Mentre ancora nel 1930 gli Stati Uniti spendevano per la ricerca scientifica 140 milioni di dollari, nel 1953 i finanziamenti ammontavano all’equivalente di 30 miliardi odierni. La storia dell’astronautica e del definitivo successo degli Stati Uniti sui Sovietici nella corsa alla Luna non è completa se non è spiegata nei termini del nuovo rapporto tra scienza e società, così come definito dai princìpi dell’era postaccademica della produzione tecnologica e scientifica e che si riassumono nel modello Big Science.

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L’infermiere eroe della Guerra di Corea

Edward BenfoldLa tradizione della Marina gli era stata trasmessa dal padre, Edward Benfold, ufficiale di macchina della marina mercantile: a bordo del Mercantile Castilla, il 7 giugno 1942, trovò la morte nella acque antistanti Cuba dopo che la nave venne avvistata e silurata dal sommergibile tedesco U107. Edward, che nel 1942 aveva appena undici anni, seppe della morte di suo padre come tanti altri figli che aspettavano il ritorno a casa di un proprio caro. È vero, suo padre non era un militare impiegato sui fronti di battaglia, ma il rischio di incappare in qualche nave nemica o sommergibile era reale e la morte sempre in agguato. Fu così che il giovane Edward Benfold, una volta terminati gli studi superiori, raggiunta l’età dei diciotto anni, decise di arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti: era il 27 giugno 1949. La guerra era finita ormai da quattro anni e niente lasciava presagire che di li a poco un nuovo conflitto potesse scoppiare. Anzi, tutti i “Grandi” stavano lavorando al tavolo della pace, intenzionati a non ripetere gli errori del passato e ad evitare all’umanità un nuovo conflitto. Intanto, l’addestramento continuava ed Edward, una volta terminato il corso base, ne intraprese un secondo, quello per entrare a far parte del Corpo Sanitario della Marina.

guerra_coreaNell’aprile 1950 venne destinato all’Ospedale Militare di Newport, nel Rhode Island: tutto procedeva per il meglio, tanto che arrivarono anche le prime promozioni nell’agosto 1950 e la felicità del matrimonio l’anno seguente. La politica e la macchina bellica, però, si misero in moto. Dal 25 giugno 1950, giorno in cui oltre cinquecento carri armati, undici divisioni e duemila pezzi di artiglieria nordcoreani aprirono il fuoco sulle posizioni della Corea del Sud, invadendola, migliaia di Americani partirono per questa nuova guerra: tanti erano i veterani della Seconda Guerra Mondiale, moltissimi quelli che imbracciavano un fucile sul campo di battaglia per la prima volta. E anche per Edward Benfold si aprirono le porte di Camp Lejeune, in North Caroline, per l’addestramento al combattimento. Assegnato al Corpo dei Marines, completò il suo iter dapprima nel 3° Battaglione e in seguito nel 1° Battaglione, 3° Reggimento, Terza Divisione Marines. Il 21 luglio 1952 fu assegnato alla Prima Divisione Marines in partenza per la Corea. Aggregato alla Compagnia E, 2° Battaglione, 1° Reggimento, non passò molto tempo prima che Benfold prendesse parte direttamente ai combattimenti che le forze americane erano chiamate a fronteggiare assieme agli alleati della Corea del Sud.

Edward Benfold tombDal 5 al 15 settembre 1952, infatti, la Compagnia E fu impegnata nella battaglia di Bunker Hill, una piccola collina posta tra due altipiani, le Colline 122 e 124. Subito, sulle postazioni americane e sudcoreane si riversò un potente fuoco di sbarramento di cannoni e mortai, anticipazione di un imminente attacco di terra. Il fuoco nordcoreano scompaginò le linee dei Marines, causando numerosi feriti tra quanti provavano a rispondere al fuoco. Edward volle dimostrare tutto il suo valore. Accortosi che due commilitoni, rimasti feriti dallo scoppio di una granata, giacevano indifesi all’interno di un grosso cratere, uscì dalle sue posizioni riparate per fornire le cure necessarie. Fu allora che un gruppo di soldati nordcoreani, scorti i tre Marines, si diressero verso la buca dove Edward Benfold già stava sincerandosi delle ferite riportate dai due uomini. Fu un attimo: all’interno del cratere furono lanciate delle bombe a mano ma il Marines con la croce rossa sul braccio ebbe il tempismo di raccoglierle e gettarle fuori, contro i suoi aggressori. Così facendo, però, si espose in pieno allo scoppio e alla pioggia di schegge che ne derivò. Ferito mortalmente, la sua morte valorosa impressionò colleghi e superiori, arrivando fino alla Casa Bianca. Il Presidente Harry Truman, in una solenne cerimonia, tributò così il massimo onore per un militare americano, insignendolo, postumo, della Medaglia d’Onore del Congresso, consegnandola nelle mani di un bambino di appena un anno, Edward Joseph, figlio del giovane marinaio che, come si legge nella motivazione della Medaglia d’Onore, con il suo sacrificio e con il suo eccezionale coraggio rispettò le migliori tradizioni della Marina degli Stati Uniti.

L’incidente del razzo norvegese

Guerra FreddaQuante sono le volte che l’umanità, nel corso della Guerra Fredda, ha rischiato l’olocausto nucleare? Quante volte il mondo intero è stato sull’orlo della Terza Guerra Mondiale? La crisi dei missili di Cuba e l’abbattimento dell’U2 del Maggiore Anderson, l’incidente quasi sfiorato del sottomarino B59 o quello che vide coinvolto il Colonnello Petrov sono solo alcuni dei casi più noti e certamente più documentati. E di tanti altri, invece, ancora oggi non ne sappiamo nulla, coperti dal segreto di entrambe le potenze. E anche quando ormai lo scontro, almeno ufficialmente, era venuto meno a causa della dissoluzione dell’Unione Sovietica, per otto interminabili minuti, in una fredda giornata d’inverno del 1995, il mondo rischiò nuovamente la distruzione. Tutto ebbe inizio parecchi anni prima, nel 1957, quando la Canadian Armament Research and Development Establishment iniziò la messa a punto del Black Brant, un razzo-sonda a propellente solido studiato appositamente per effettuare analisi e rilevazioni durante i voli suborbitali, ad un’altezza compresa tra i 500 e i 1000 km.

Black Brant XIIIl primo test fu possibile appena due anni dopo, nel settembre 1959: da allora fu un continuo susseguirsi di versioni e ammodernamenti. Lo sviluppo di questo razzo fu così soddisfacente, che molte nazioni iniziarono a dotarsene per la conduzione di test scientifici, tanto che quasi trent’anni dopo, nel 1995 appunto, la versione numero dodici era ancora in servizio. E certamente, il 25 gennaio, il gruppo di scienziati americani e norvegesi che si erano prefissati di studiare l’aurora boreale nell’Arcipelago delle Isole Svalbard, mai avrebbero pensato che stavano per scatenare la rappresaglia nucleare della nuova Russia di Boris Eltsin, nata dalle ceneri dei fasti passati dell’Unione Sovietica. Quando si innalzò verso l’atmosfera dalla rampa di lancio del sito di Andoya, nel nord-ovest della Norvegia, il Black Brant XII con a bordo le strumentazioni scientifiche, si diresse verso nord, instradandosi lungo un corridoio aereo che aveva come punto finale la città di Mosca. Certamente una città importante, se non fosse altro che l’inizio di questa “strada” nei cieli, seguendo la traiettoria del missile norvegese, aveva il suo inizio nel North Dakota, lo stato americano sede dei missili balistici intercontinentali LGM-30 Minuteman: da quel momento, le forze nucleari russe, dai tempi della guerra fredda, vennero messe in stato di allerta e la valigetta nucleare, la celebre Cheget russa, con i codici di lancio consegnata al Presidente Eltsin.

Black_BrantOtto lunghi, interminabili, minuti passarono nelle stanze del Cremlino, mentre dall’altra parte dell’oceano, a Washington, nessuno aveva la minima idea del rischio che si stava correndo: quando il razzo comparve sugli schermi radar della base di Olenegorsk, vicino Murmansk, venne scambiato, per rotta e velocità, per un missile lanciato da un sottomarino nucleare d’attacco americano. Soltanto otto minuti più tardi, i militari russi riuscirono a ricalcolare la traiettoria del Black Brant, che in realtà era diretto vero il mare e non sul territorio metropolitano di Mosca: terminata la corsa, durata appena ventiquattro minuti, il razzo norvegese cadde nei pressi dell’Isola Spitsbergen, nell’Arcipelago delle Svalbard. Per la prima dall’inizio del suo mandato, però, Boris Eltsin aveva attivato le sue chiavi nucleari, pronto a rispondere con un massiccio attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Eltsin aspettò otto fatidici minuti dei dieci a disposizione: tanto era il tempo che avrebbero impiegato i missili americani a raggiungere il territorio russo.

Morte a Bikini (e dintorni…)

Castle BravoIl 1° marzo 1954, una potenza pari a quella di “mille soli” sconvolse le tranquille e pacifiche Isole Marshall, incastonate come verdi gemme nell’immensità del grande blu dell’Oceano Pacifico. Nome in codice: Castle Bravo. Una classifica ai massimi livelli, per quello che fu il test atomico più potente condotto fino a quel momento. In confronto, Hiroshima e Nagasaki sarebbero sembrate niente più che semplici petardi. Gli Stati Uniti, infatti, dopo che anche l’Unione Sovietica aveva testato con successo, il 29 agosto 1949, la sua prima bomba atomica, erano intenzionati a mantenere il primato (e la supremazia, cosa ancora più importante) nel campo degli armamenti nucleari. Sotto la guida del fisico Edward Teller venne sviluppata la bomba all’idrogeno che, a differenza della bomba atomica che sfruttava il principio della sola fissione nucleare, avrebbe prodotto gran parte della sua energia distruttiva mediante la fusione nucleare. Il 1° novembre 1952, sull’atollo Enewetak, con una potenza di oltre dieci megatoni (circa 450 volte l’esplosione di Nagasaki), si levava, cupo nel cielo, l’inconfondibile fungo atomico.

Daigo Fukuryū MaruCiò che esplose a Bikini, però, in quel marzo 1954, fu qualcosa di veramente distruttivo e spaventoso. Per la prima volta, con Castle Bravo sarebbero stati utilizzati due diversi isotopi del litio, fondamentali per la produzione del trizio, responsabile della grande energia che viene poi sprigionata al momento dell’esplosione. In quel marzo 1954 le proprietà del litio non erano ancora del tutto note: quando l’ordigno venne fatto esplodere, infatti, il litio-7, considerato inerte, decadde a litio-6, l’elemento direttamente responsabile della reazione termonucleare. Decadendo velocemente, però, fornì nuovo combustibile, sprigionando una forza calcolata in mille volte le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. In meno di un minuto, il fungo raggiunse un’altezza di quasi 15 km ed un diametro di 12: dopo dieci minuti, l’altezza arrivò a 40 km e il diametro a 100. Ma cosa ancora peggiore, contaminò con la ricaduta radioattiva, il fallout, centinaia di migliaia di chilometri. A questo proposito, triste è la vicenda del Daigo Fukuryu Maru, un peschereccio giapponese che si trovava ben al di fuori della zona interdetta per il test.

Kuboyama AikichiDi quel drammatico giorno, restano le immagini di uno dei membri dell’equipaggio, Aikichi Kuboyama, il marconista di bordo. Il peschereccio e i suoi uomini, usciti in mare il 22 gennaio 1954 per la pesca al tonno, diressero alla volta dell’Atollo di Midway, teatro della furiosa battaglia aeronavale durante la Seconda Guerra Mondiale, un’area ritenuta ricca di pesce. Già il 7 febbraio, però, nonostante fossero state calate a mare oltre 50 km di reti, la pesca rimase infruttuosa: l’equipaggio, a questo punto, decise di dirigere la prora verso l’Arcipelago delle Isole Marshall. Era il 1° marzo quando ripresero le loro attività: improvvisamente, fu scorto all’orizzonte un forte lampo di colore bianco, cui seguì una violenta scossa e due forti esplosioni. Guardando le carte, Kuboyama e il Daigo si trovavano a circa 135 km dall’Atollo di Bikini. Intanto, una strana nebbia cominciò a impregnare l’orizzonte, mentre della strana polvere biancastra, inodore, iniziò a cadere sul mare e sul peschereccio, coprendolo come fosse neve. Era il fallout, la temibile ricaduta radioattiva seguita alla detonazione di Castle Bravo. Presto, i pescatori avvertirono un malessere diffuso, nausea, inappetenza, debolezza generale e perdita di capelli. La forma più grave, però, colpì proprio Aikichi Kuboyama: quando la nave giunse nel porto di Tokyo il 14 marzo le sue condizioni risultavano stabili, se non addirittura in netto miglioramento. Purtroppo, con il corpo avvelenato dalle radiazioni, tra agosto e settembre subì un drastico peggioramento: il 23 settembre, dopo oltre sei mesi dal test di Bikini, Kuboyama non sopravviveva alla sindrome acuta da radiazioni.

L’esplosione del Panigaglia

PanigagliaCostruito ai Cantieri del Muggiano di La Spezia nel 1923, il Panigaglia, in servizio nella Regia Marina quale nave per il trasporto di munizioni e come posamine, fu largamente impiegato fin dalle prime fasi del conflitto. L’equipaggio, composto da tre ufficiali e 61 tra sottufficiali e graduati, compì sempre e comunque il proprio dovere, anche quando si palesarono all’orizzonte le tragiche e incerte giornate legate all’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Unità, infatti, venne requisita dalle forze tedesche che occuparono la città ligure: un mese dopo, in ottobre, il Panigaglia venne gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, semiaffondando nella rada del porto, dopo essere stato centrato da alcune bombe. La Kriegsmarine decise in ogni modo il recupero della nave e, ribattezzata Westmark, continuò a svolgere il compito principale della posa di campi minati. Dopo il recupero del relitto, a partire dal 28 settembre 1944 iniziò il suo servizio sotto la bandiera della Marina del Terzo Reich, prima di essere autoafondato dai Tedeschi nelle ultime settimane prima della resa (alcune fonti riportano la data del 19 aprile 1945, altre quella del 29 successivo, a insurrezione già avvenuta). Con la guerra conclusa, l’Italia e la sua Marina si apprestarono a subire le condizioni imposte al tavolo della pace dalle Nazioni vincitrici del conflitto. E il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 riguardò da vicino anche la Nave Panigaglia: fu tra quelle che dovevano essere cedute agli Alleati, in questo caso alla Francia, a partire dal 1948, così come previsto dall’Annesso XII al Trattato stesso. Certo fu che, nonostante le cessioni fossero state contenute, molti furono i malumori espressi dagli uomini della Marina Militare: tra questi, lo stesso Ammiraglio Raffaele De Courten, che rassegnò le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore. Il destino, però, volle che il Panigaglia fosse una delle poche, se non l’unica, nave adibita a trasporto munizioni ancora in linea, in un momento nel quale le Forze Armate procedevano alla smilitarizzazione e allo smantellamento delle fortificazioni lungo i confini e nelle isole del Mar Mediterraneo. Per questo, il piccolo posamine (durante i vari lavori di recupero ne fu ridotta la stazza di quasi 400 tonnellate), venne impiegato per la smilizarizzazione dell’Isola di Pantelleria, così come imposto dal Trattato di Pace.

Nave PanigagliaSulla piccola isola, occupata dalle forze alleate già nel giugno 1943, vi era ancora un grande quantitativo di munizioni, proiettili d’artiglieria e di vario genere, nonché esplosivi. Durante una di queste missioni, lasciata Pantelleria, il 21 giugno 1947 la nave, agli ordini del Tenente di Vascello Agostino Armato e con a bordo 65 uomini di equipaggio, avrebbe dovuto sbarcare oltre 300 tonnellate di materiale esplodente nella rada antistante Porto Santo Stefano, alle pendici del Monte Argentario, per essere poi stoccate presso i depositi di Pozzarello. A coadiuvare le operazioni si unirono anche dodici operai civili, che, sotto lo sguardo del loro superiore, Armando Loffredo, iniziarono le operazioni di sbarco su due pontoni gallegianti. A questo punto, qualcosa andò storto. A raccontare l’episodio, lasciamo che sia la cronaca di allora, con uno stralcio de L’Unità del 2 luglio successivo: “Il primo allarme pare si sia avuto verso le 11, quando uno scoppio a prua, apparentemente di scarsa gravità, faceva avvertire i marinai che qualche cosa di grave stava per accadere. Subito i membri dell’equipaggio si precipitavano, seguiti dai dodici operai addetti allo sbarco, verso il luogo minacciato. Il capobarca Armando Loffredo, domandava se doveva allontanarsi o no con il barcone, che era già quasi completo del carico da trasportare a terra. Non faceva in tempo a ricevere la risposta. In breve tutta la coperta divenne un inferno di esplosioni: saltavano in aria i piccoli mucchi di munizioni accatastate sul ponte in attesa del trasbordo e con esse saltavano in aria pezzi di coperta che ricadevano con lugubri tonfi nel mare. Le esplosioni si propagarono sottocoperta e alle 11:10 con un fragoroso boato, mentre il semaforo di Monte Argentario trasmetteva verso terra disperati segnali di soccorso, saltava in aria l’intero deposito di munizioni. Poi saltavano le caldaie e getti di vapore bollente si levavano in aria. La nave si rovesciava immediatamente”. In quella drammatica mattina morirono in 68, tra militari e civili: si salvarono soltanto dieci membri dell’equipaggio, che per puro caso si trovavano a terra, lontani dal luogo dell’esplosione, tra cui lo stesso comandante, il Tenente di Vascello Armato.

Geppino Micheletti, il Medico Eroe dimenticato

Geppino MichelettiUn boato assordante e una densa colonna di fumo nero. Nell’aria, quell’odore acre e pungente. Poi urla, pianti, lamenti. E tanto sangue. Alle 14.15 del 18 agosto 1946 la spiaggia di Vergarolla, a Pola, si macchiò del sangue innocente di intere famiglie, molti i bambini dilaniati, fatti a pezzi, letteralmente polverizzati dall’esplosione di alcuni residuati bellici, presumibilmente mine subacquee. I morti accertati furono almeno 65: tra questi, due giovani fratellini, di 6 e 9 anni, Renzo e Carlo. Il loro papà, Geppino Micheletti era il medico chirurgo dell’ospedale cittadino, che in breve tempo si riempì di feriti, di mutilati. E di cadaveri. Ma di quel medico-padre, l’eroe simbolo di quella drammatica mattina, un intero paese, l’Italia, sembra essersi dimenticato. Nonostante fosse stato informato della tragica scomparsa dei suoi due figli, restò al suo posto, operando, tagliando, tamponando. Il corpo di Carlo venne rinvenuto sulla spiaggia ma di quello di Renzo, troppo vicino all’esplosione, restò solo una piccola scarpetta. Per oltre ventiquattro ore operò i suoi cittadini, i suoi amici, i suoi pazienti. Simone Cristicchi, nella sua magistrale opera teatrale Magazzino 18 lo ha definito “padre distrutto, medico ineccepibile”. Ma per la sua Patria, per l’Italia “eroe dimenticabile”.

Figli di Geppino MichelettiGià, “eroe dimenticabile”. Quel 18 agosto 1946 cambiò la storia per la città di Pola. E per il Dottor Micheletti che, così come la grande maggioranza della popolazione italiana, scelse la strada dell’esodo. Italiani stranieri in Italia. Non solo le case abbandonate, la terra natia lasciata dietro le spalle: anche i figli. Renzo e Carlo non hanno vie dedicate, né piazze, tanto meno scuole. Così come il Dottor Micheletti. Nel 1963 il quotidiano L’Arena di Pola gli dedicò un lungo articolo, ripercorrendo un dramma familiare, di un padre straziato, a cui erano stati strappati nel modo più orrendo possibile, quello di una strage, i suoi due figli. Scriveva a tal proposito il giornale: “Si riscosse alle urla di quei piccoli esseri straziati che i sanitari deponevano ovunque un po’ di spazio lo permettesse. La realtà era lì, viva, tremenda, in quel bailamme orrendo, in quelle pupille spente, in quegli arti distrutti, in quei ventri dilaniati. Si risvegliò. Era al tavolo operatorio. Quelle grida, quei gemiti… Non vi era tempo da perdere. Bisturi… Pinze… Tampone… Sutura… Un altro… E un altro ancora. E poi ancora tanti, che non finivano più, in quella che certamente fu la più lunga giörnata della sua vita”.

Cippo di Vergarolla a PolaVecchi articoli, foto ingiallite: questo, oggi, resta di Vergarolla e del Dottor Micheletti. Anche della Medaglia d’Argento al Valor Civile, conferitagli dal Ministero dell’Interno il 5 ottobre 1947, se ne è persa quasi ogni traccia. Praticamente introvabile la motivazione: “Mentre si accingeva a prestare le prime cure ai numerosi feriti e agonizzanti, che venivano ricoverati in ospedale, in seguito allo scoppio di alcune mine su un tratto di spiaggia, scorse tra di essi il corpo esanime di un suo figliuolo, dilaniato dall’esplosione. Soffocando, in un estremo sentimento di attaccamento al dovere, il suo immenso dolore, non esitava a prodigarsi con sublime forza di animo, in soccorso degli infortunati. Avendo poi appreso che nella disgrazia erano periti un altro figliuolo, il fratello e la cognata, continuava sacrificandosi fino alla sofferenza più indicibile, nella sua opera umanitaria e la conduceva a termine, noncurante delle gravi conseguenze cui esponeva il suo organismo per tale e sovrumano sforzo di volontà. Ammirevole esempio di abnegazione e di alto senso del dovere. Pola, 18 agosto 1946”. Oggi a Pola, nella città vecchia, una grossa lapide ricorda la strage e tutti quei morti. Alla base, una targa più piccola, quasi in rispettoso silenzio, ricorda quel padre distrutto e medico ineccepibile: come rispettosa fu tutta la sua vita, passata tra sale operatorie ed ospedali. Non più a Pola, ma in un Paese che considererà sempre stranieri i connazionali del litorale adriatico. Fino al 31 marzo 1947, Geppino resterà a Pola, comandato dalla Croce Rossa per coordinare l’evacuazione dei malati dell’ospedale cittadino dopo la firma del Trattato di Pace del 10 febbraio precedente, che assegnò definitivamente l’intera Istria alla Jugoslavia.