Laika, un destino tra le stelle

LaikaSergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, colui che fece tremare il mondo occidentale con il bip proveniente dallo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia, la scelse per la forza che la sua razza aveva dimostrato di possedere. Erano passati appena sei anni da quando i primi due cani, Dezik e Tsygan, il 22 luglio 1951 effettuarono un volo suborbitale, anticipazione dei lanci spaziali che seguiranno. Come quello del 3 novembre 1957, quando un razzo Semyorka R7 lanciò nello spazio lo Sputnik 2, la prima capsula spaziale con a bordo un essere vivente. In un piccolo e angusto spazio ricavato al suo interno, infatti, aveva trovato posto la piccola Kudriavka, cagnetta di tre anni appartenente alla razza dei Laika (da qui il celebre nome), robusto animale noto per la resistenza alle fatiche nelle regioni più fredde della Siberia sovietica. Erano le 5.30 del mattino quando i potenti motori del razzo R7 fecero alzare dalla rampa di lancio gli oltre trenta metri del missile intercontinentale sovietico modificato appositamente per raggiungere lo spazio.

Laika - Domenica del Corriere del 17 novembre 1957Fu una missione senza ritorno. La piccola cagnetta, che secondo le dichiarazioni ufficiali era un randagio catturato per le strade di Mosca, morì già poche ore dopo il lancio, forse per la mancanza di ossigeno, forse perché il suo cuore non resse alle forti sollecitazioni e accelerazioni del volo spaziale. Forse per un boccone avvelenato, messo appositamente dagli scienziati sovietici all’interno della capsula per evitarle una morte lenta e dolorosa se la capsula fosse bruciata durante la fase di rientro. O forse per le elevate temperature raggiunte all’interno dopo le prime orbite. Ma il fatto principale resta: Laika aprì le porte dell’esplorazione spaziale dell’essere umano. Con la sua morte e il suo sacrificio fu dimostrato che un essere vivente sarebbe stato in grado di sopravvivere nel cosmo, all’interno di una navicella spaziale. Lo Sputnik 2, infine, si disintegrò nell’atmosfera terrestre durante la fase di rientro cinque mesi dopo, il 14 aprile 1958, dissolvendosi in una palla di fuoco nei cieli sopra l’Arcipelago delle Antille. Ma di Laika, e di tutti gli animali che la seguirono tra le stelle, restano ancora oggi impresse nella memoria degli ultimi scienziati sovietici ancora in vita, le immagini di un musetto docile, di quei baffi che spuntano dalla capsula e due occhi pieni di un’umanità rara, come se fosse conscia della prova a cui lei, Kudriavka, cagnetta di tre anni, era stata chiamata a rispondere davanti alla storia.

Annunci

Victor Jara, la voce cilena uccisa da Pinochet

Victor JaraNe hanno cantato il suo sacrificio gli U2 nella loro canzone One Tree Hill, tratta dall’album The Joshua Tree. Il suo nome era Victor Jara, una delle voci più pure e sincere del Cile degli Anni Sessanta e Settanta, quello stesso Cile sprofondato per oltre quindici anni nella dittatura dei militari del Generale Augusto Pinochet, e di cui Victor fu una delle tante, troppe, vittime innocenti. E soltanto dopo quarant’anni dalla sua morte, avvenuta appena cinque giorni dopo il gole del 1973, il 16 settembre, si è potuto celebrare un processo ai responsabili del suo rapimento e assassinio, grazie all’ostinazione della sua anziana moglie, Joan Turner. Pedro Pablo Barrientos Nunez, all’epoca dei fatti giovane ufficiale cileno, è stato riconosciuto come l’esecutore della sentenza di morte nei confronti di Victor Jara, torturato e finito con un colpo di pistola alla testa all’interno dello stadio di Santiago, all’epoca dei fatti trasformato in campo di concentramento per dissidenti politici o presunti tali.

Victor Jara1Aveva quarantun’anni quando venne ucciso. Nato a San Ignacio, nel 1932, la passione per la musica gli viene trasmessa dalla madre, Amanda, voce del folclore cileno. Cresciuto in una famiglia povera, costretta più volte a cambiare città per poter tirare avanti, la scomparsa prematura della madre nel 1947, quando aveva appena quindici anni, pone davanti al giovane Jara la consapevolezza di dover lavorare duramente. Al liceo da grande prova di sé, non rinunciando alla sua grande passione: la musica. Trasferitosi a Santiago, la frequentazione di oratori e parrocchie lo avvicina sempre più a quella che diventerà la sua futura professione. Passano gli anni e, assieme alla musica e ai canti, scopre anche l’amore per il teatro, recitando e dirigendo egli stesso numerose rappresentazioni. Nel frattempo, diventa un importante militante del Partito Comunista Cileno: le sue stesse canzoni diventano presto un manifesto per la lotta di classe, la difesa dei più deboli, una denuncia contro ogni dittatura e ogni fascismo.

1024px-Victor_Jarra_NichaMembro della Nueva Cancion Cilena, un movimento culturale e musicale improntato alla riscoperta del folclore popolare, l’11 settembre 1973, giorno del golpe dei generali agli ordini di Pinochet, lo sorprende all’università, dove nel frattempo ha anche insegnato recitazione. Tratto in arresto, il suo destino è simile a quello degli altri desaparecidos cileni: condotto, dopo essere stato rapito, all’interno dello stadio di Santiago del Cile, il corpo senza vita del cantante-militante venne rinvenuto per strada, con evidenti segni di tortura su tutto il corpo, raggiunto da oltre quaranta colpi d’arma da fuoco e finito con un colpo alla testa. Proprio durante il processo celebrato nel 2016, la moglie di Victor così ricordò il ritrovamento del suo corpo: “Ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”.

Un Mig senza pilota nei cieli d’Europa

Mig 23Il 1989 è senza ombra di dubbio l’anno di svolta nelle relazioni internazionali: le immagini della folla che il 9 novembre abbatteva a colpi di piccone e martello il “muro della vergogna” che divise una città intera rimarranno impresse per sempre nelle menti, non solo dei Berlinesi, ma di tutti coloro che assistettero, anche solo dalla televisione, a quei momenti. Il 9 novembre 1989, la Germania rientrava a Berlino e Berlino tornava in Germania. Eppure, in estate, un fatto singolare  avrebbe potuto portare i due blocchi a contrapporsi ancora una volta con il dito sul grilletto, con i missili a testata nucleare pronti sulle rampe di lancio. Tutto ebbe inizio la mattina del giorno 4, sulla pista di decollo di una base aerea affacciata sul Mar Baltico, nel nord della Polonia: il Colonnello Nikolaj Skuridin, espero pilota in servizio presso l’871° Reggimento Caccia, si sedette ai comandi del suo Mig 23, uno dei più celebri caccia-intercettori monoposto costruiti dall’Unione Sovietica ed esportati in tutto il mondo. Doveva essere una normale missione di addestramento, una semplice routine per qualsiasi pilota: giusto il tempo di alzarsi in volo, portare a termine una serie di esercitazioni e atterrare nuovamente alla base tra il plauso dei colleghi. Eppure, quella mattina, qualcosa andò storto.

Incidente Mig 23Erano appena passati poco più di quaranta secondi dall’inizio del volo, quando improvvisamente una spia di allarme si accese sulla consolle del Colonnello Skuridin: trovandosi ad un’altezza da terra compresa tra i 130 e i 150 metri, l’apparato motore iniziò a dare segni di cedimento, facendo calare paurosamente la potenza, prima di spegnersi del tutto. Nonostante i tentativi vani di riaccensione, il velivolo iniziò una repentina discesa di quota: non avendo altre possibilità di salvare il velivolo, Skuridin azionò il pulsante per eiettarsi fuori dalla cabina di pilotaggio. Seppure un po’ ammaccato per le sollecitazioni dovute all’espulsione del seggiolino, il pilota riuscì a salvarsi, paracadutandosi in un campo. È a questo momento che successe un ulteriore imprevisto: non credendo ai propri occhi, il Colonnello assistette impotente alla riaccensione del motore e alla risalita in quota del suo Mig 23. Con il pilota automatico inserito, infatti, il velivolo si attestò ad una quota di circa 11.000 metri, proseguendo sulla rotta che era stata precedentemente impostata. Privo di equipaggio, ad una velocità di oltre 900 km/h, nel giro di poco tempo lasciò lo spazio aereo polacco, attraversò i cieli della Repubblica Federale Tedesca, violando alla fine il territorio della NATO.

Incidente Mig 23Erano passate da poco le 10.00 del mattino, quando un puntino luminoso sconosciuto apparve sugli schermi radar occidentali: da una base aerea olandese, subito si alzarono in volo due caccia intercettori americani F15, con il compito di accertare l’identità del velivolo misterioso e di attuare tutte le misure necessarie alla protezione dei cieli della NATO. I piloti statunitensi, accortisi a questo punto che l’aereo, identificato in un Mig 23, viaggiava senza nessuno ai comandi, chiesero il permesso per abbatterlo: l’autorizzazione venne negata, confidando che la sua corsa sarebbe continuata fino al Mar del Nord, dove si sarebbe dovuto inabissare per l’esaurimento del carburante. Intanto, si alzarono in volo anche due Mirage francesi, che fornirono un’ulteriore “scorta”. Il triste epilogo, che sarebbe potuto sfociare in una recrudescenza della Guerra Fredda tra Est e Ovest, si ebbe circa una mezz’ora più tardi: alle 10.37 di quel 4 luglio 1989, proprio per l’esaurimento del combustibile, il Mig 23 si schiantò al suolo colpendo una fattoria, nei pressi della cittadina di Courtrai, nel Belgio fiammingo. Nell’impatto, purtroppo, perse la vita un ragazzo di diciotto anni, Wim De Laere, studente di informatica: un’altra vittima quasi dimenticata di quella Guerra Fredda ufficialmente mai guerreggiata, ma che si lasciò dietro una lunga scia di sangue e di morti dimenticati dalla Storia e dalla Memoria.

Nome in codice: Bat 21

Iceal HambletonLa storia del vero Bat 21 è stata portata sul grande schermo alla fine degli Anni Ottanta nell’ominimo film, che vide come protagonisti Gene Hackman e Denny Glover, nei rispettivi ruoli del Tenente Colonnello Iceal Hambleton e del Capitano Bartholomew Clark. Storia in parte romanzata, ma che fu tratta dalla vera vicenda che vide protagonista, all’inizio dell’aprile 1972 durante la Guerra del Vietnam, un anziano ufficiale dell’Aviazione Statunitense, Hambleton appunto, nonché esperto di guerra elettronica e antimissili dello Strategic Air Command. Originiario dell’Illinois, dove era nato nel 1918, Iceal Hambleton prese parte alla Seconda Guerra Mondiale solo nell’ultimo anno di guerra: fu, invece, in Corea, che dimostrò tutta la sua capacità aviatoria, partecipando ad oltre quaranta missioni di guerra a bordo dei bombardieri B29, le celebri superfortezze volanti. In seguito, partecipò attivamente allo sviluppo del programma missilistico statunitense, facendo parte del team di progettazione del missile a medio raggio PGM-19 Jupiter e dei missili ICBM Titan I e II. Infine, comandò il 517° Strategic Missile Squadron tra il 1965 e il 1971, per poi diventare Capo delle Operazioni del 390° Strategic Missile Wing.

Douglas EB-66ELa Guerra del Vietnam, però, chiese il suo contributo: schierato a Korat, in Thailandia, venne assegnato in qualità di Navigatore al 42° Tactical Electronic Warfare Squadron, volando su velivoli Douglas EB-66C adibiti a ricognitori, svolgendo numerose missioni al confine tra il Vietnam del Sud e quello del Nord. Il 2 aprile 1972, durante una normale attività ricognitiva di scorta ad un gruppo di bombardieri B52, a bordo di un EB-66C, nome in codice Bat 21, venne colpito da due missili di fabbricazione sovietica superficie-aria S-75 (in codice NATO SA-2 Guideline): riuscì ad eiettarsi con il seggiolino e ad atterrare con il paracadute nella giungla nella regione del Quang Tri, mentre il resto dell’equipaggio del velivolo (Tenente Colonnello Anthony Giannangeli, Tenente Colonnello Charles Lewis, Maggiore Pilota Wayne Bolte, Maggiore Henry Serex, Tenente Pilota Robin Gatwood) rimase ucciso e dichiarato disperso in azione, tanto che i loro corpi non vennero mai ritrovati. Subito partì un’affannosa missione di ricerca e salvataggio per arrivare a recuperarlo prima dei Vietnamiti, viste le sue conoscenze operative dei sistemi missilistici e di contromisura dell’USAF: sarebbe stato un danno enorme se fosse stato catturato e consegnato ai servizi segreti di Mosca.

IcealHambleton2-4.13.72Atterrato in una zona controllata dal nemico, il Tenente Colonnello Hambleton escogitò un piano tanto astuto, quanto semplice, per cifrare i suoi spostamenti tra i villaggi e la giungla. Grande appassionato del golf, di cui era un abile giocatore, immaginò l’area di operazioni come un enorme campo da gioco, indicando la strada che avrebbe seguito come se si fosse trattato di una partita, spostandosi di buca in buca. Ma se gli Americani erano tanto decisi nel volerlo recupere, i Vietnamiti erano altrettanto decisi a catturarlo: durante tutte le fasi di ricerca, ben cinque velivoli vennero distrutti, abbattuti dai soldati di Hanoi, mentre undici avieri rimasero uccisi in azione e due vennero fatti prigionieri. Un altissimo prezzo in termini di vite umane per l’alto ufficiale esperto di guerra elettronica. Il 6 aprile 1972, un elicottero Sikorsky HH-53C, nome in codice Jolly Green 67, intento a localizzare il Tenente Colonnello Hambleton, raggiunto da numerosi colpi di armi pesanti al rotore principale, precipitò uccidendo l’intero equipaggio: i due Piloti, Capitano Peter Hayden Chapman e Capitano John Henry Call, e i Sergenti William Roy Pearson, Allen Avery , Roy Prater e James Harold Alley.

Thomas Norris e Nguyễn Văn KiệtLa stessa sorte toccò a due equipaggi di due elicotteri Bell UH-1 Iroquis, colpiti e abbattuti in mezzo alla giungla: sopravvisse un solo membro dell’equipaggio, lo Specialista Jose Astorga, poi fatto prigioniero, mentre gli altri tre avieri, il Tenente Byron Kulland e i Sottufficiali John Frink e Ronald Paschall, rimasero uccisi nello schianto. Altre vittime dovettero registrare gli equipaggi dei velivoli OV-10 Bronco. Il 5 aprile venne abbattuto il primo: il Capitano William Henderson fu fatto prigioniero, mentre il secondo occupante, il Tenente Mark Clark, riuscì a nascondersi nella giungla e ad essere tratto in salvo successivamente. Il 7 aprile, però, un secondo velivolo fu perduto: i due uomini di equipaggio, Bruce Walker e Larry Potts, vennero dichiarati dispersi in azione. La svolta nel recupero del Tenente Colonnelo Iceal Hamlbeton avvenne solo undici giorni e mezzo dopo il suo abbattimento: un Navy SEAL, le forze speciali americane, Thomas Norris, assieme Nguyen Van Kiet, delle forze speciali sudvientamite, raggiunse l’ufficiale americano, penetrando per oltre tre chilometri in territorio nemico prima di poterlo trarre in salvo.

La guerra fredda al cinema

corea-in-fiammeIl primo ad utilizzare il termine guerra fredda fu lo scrittore statunitense George Orwell, l’autore di 1984 e La fattoria degli animali, con cui preconizzava l’egemonia delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, le quali, non potendo annientarsi a vicenda, avrebbero finito per soggiogare tutte le altre nazioni. Poi, fu la volta, nel 1947, del giornalista Walter Lippmann che descrisse, tra i primi, la Airdate: Saturday, November 4 (8-10:30 p.m. ET)tensione crescente tra i due ex alleati vincitori del secondo conflitto mondiale. E di quella guerra non guerreggiata direttamente parliamo oggi e, in particolare, della sua trasposizione sul grande schermo. Come già fatto per i film dedicati alla Grande Guerra, non pretendiamo di accontentare tutti quanti, soprattutto se ci dimentichiamo qualche film. Pertanto, partiamo con quelle pellicole che, secondo noi, hanno meglio rappresentato la scena internazionale almeno fino al 1991, anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. A onor del vero, già nel 1951 la cinematografia tentò di esplorare l’universo della guerra fredda: ci pensò Samuel Fueller che diresse Corea in fiamme, film crudo sul conflitto che, per certi versi, anticipò l’intervento americano in Vietnam.

uParticolare il filone dedicato alla guerra sottomarina, che rappresenta forse meglio di tutti la tensione sempre presente di un possibile conflitto combattuto con armi nucleari. Celebre, primo fra tutti, Caccia a Ottobre Rosso, del 1990 e diretto da John McTiernan, interpreatato magistralmente da Sean Connery, dove il comandante del sommergibile fiore all’occhiello della marina sovietica, defeziona negli Stati Uniti con un ristretto cerchio di fedeli ufficiali. Harrison Ford e Liam Neeson, poi, hanno fatto rivivere il dramma, reale, del K-19 (2002, regia di Kathryn Bigelow), sottomarino atomico della Classe Hotel che, a causa di una grave avaria al reattore nucleare di bordo, uccise e contaminò decine di uomini dell’equipaggio. Dal punto di vista americano, invece, abbiamo Allarme Rosso, per la regia di Tony Scott (1995), dove un anziano ufficiale, Gene Hackman, si scontra con il suo sottoposto, Denzel Washington, mettendo in luce la fallacità della catena di comando e di quanto potesse essere relativamente facile, per un comandante di un sommergibile statunitense, armare e lanciare i missili nucleari.

apollo-13Avvincente le pellicole dedicate alla corsa allo spazio. Se, infatti, recente è il film russo Gagarin. Primo nello spazio, diretto da Pavel Parkhomenko, con Yaroslav Zhalnin nei panni del giovane cosmonauta, l’antesignano fu senza dubbio The Right Stuff. Uomini veri, che ripercorse la corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica fin dal 1947 e dal volo a Mach 1 di Chuck Yeager fino al Progetto Mercury: girato nel 1983 da rocky-4Philip Kaufman vede come protagonisti, tra gli altri, Sam Shepard, Ed Harris, Dannis Quaied e Fred Ward. Tom Hanks, invece, diretto da Ron Howard nel 1995, riporta alla mente la tragedia sfiorata dell’Apollo 13, quando la navicella della NASA, in fase di avvicinamento alla Luna, subì una grave avaria. Anche lo sport ha avuto la “sua” guerra fredda. Indimenticabile, infatti, Sylvester Stallone nei panni di Rocky 4, volato in Unione Sovietica in un braccio di ferro contro il suo rivale Ivan Drago, responsabile della morte sul ring del vecchio rivale (e poi amico) dello Stallone Italiano, Apollo Creed.

The day afterMa la vera guerra fredda è stata raccontata anche in altre pellicole. Il regista Roger Donaldson, nel 2000, dietro la macchina da presa, ha girato Thirteen Days, i tredici giorni in cui il mondo rischiò veramente il conflitto nucleare, ovvero la crisi dei missili di Cuba. Bruce Greenwoord, nei panni del Presidente Kennedy, e Kevin Kostner, ponte-delle-spiesuo consigliere particolare, in un crescendo di suspance e tensione, hanno tentato di raccontare quanto il genere umano sia stato vicino all’annientamento. Annientamento, invece, avvenuto in due pellicole di enorme successo, ucroniche, ovvero narranti uno scenario mai accaduto ma altamente plausibile. Il Dottor Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la thirteen-daysbomba, di Stanley Kubrick (1964) e The day after di Nicholas Meyer (1983) dimostrano come la deterrenza nucleare e il clima di tensione tra i due blocchi scaturito fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto sfociare in un conflitto nucleare su larga scala, che avrebbe coinvolto non soltanto Stati Uniti e Unione Sovietica, ma bensì il mondo intero. Infine, Steven Spielberg, nel 2015 ha diretto Tom Hanks e Mark Rylance ne Il ponte delle spie, cronaca fedele della crisi dell’U2, quando il Capitano Gary Powers venne abbattutto nei cieli sovietici a bordo di un aereo spia: rilasciato, venne scambiato, assieme allo studente americano Frederic Pryor, arrestato a Berlino Est, per Rudolf Abel, spia sovietica del KGB. Lo scambio avvenne di notte sul Ponte di Glienicke, a Potsdam, nel più assoluto riserbo, grazie, e soprattutto, dell’instancabile opera di mediazione dell’avvocato James Donovan.

La battaglia di Ia Drang

cavalleria-dellariaFino ad allora, i soldati americani non avevano mai affrontato le truppe regolari vietnamite in una vera e propria battaglia. Da quando, infatti, la politica americana aveva deciso un più energico e massiccio coinvolgimento degli Stati Uniti nella ex colonia francese, gli scontri si erano limitati ad imboscate, attacchi e contrattacchi a pattuglie da ricognizione e assalti contro campi militari e di addestramento delle forze del Vietnam del Sud. A partire del 1965, però, si assistette ad una vera e propria escalation del conflitto, cosa che obbligò il Generale William Westmoreland a richiedere un massiccio invio di uomini e mezzi per combattere i soldati del Governo di Hanoi: il Presidente Lyndon Johnson, in un caloroso ed energico discorso alla Nazione, approvò i piani, intenzionato a frenare l’espansionismo comunista nella penisola indocinese. Fu così disposto l’immediato invio di una nuova divisione americana, sperimentale, creata proprio per combattere un nemico elusivo, che faceva della guerriglia e delle imboscate le sue tattiche principali: la 1a Divisione di Cavalleria Aerea, equipaggiata con elicotteri UH-1 Huey, con i quali sarebbe scesa in pieno territorio ostile e, mantenendo il contatto con l’avversario, avrebbe impedito la sua ritirata. Eventualmente, grazie agli elicotteri da trasporto CH-47 Chinook, la Cavalleria dell’Aria avrebbe potuto schierare anche pezzi d’artiglieria.

cavalleria-dellaria1I primi scontri che la 1a Divisione ebbe ad affrontare seguirono due attacchi condotti dai Nordvietnamiti tra la  metà di luglio e agosto 1965, contro il campo delle forze speciali sudvietnamite di Duc Co, e quello del 19 ottobre, quando elementi del 33° Reggimento dell’esercito regolare del Vietnam del Nord attaccarono il campo di Pleime. Gli uomini del Tenente Colonnello John Stockton iniziarono a compiere sortite in territorio nemico, dando inizio a operazioni di ricerca e distruzione di avamposti e reparti nemici: tra l’1 e il 9 novembre 1965, furono condotti diverse incursioni che causarono tra le file americane una quindicina di caduti e qualche centinaio di feriti, mentre i Nordvietnamiti, spiazzati da questo nuovo tipo di guerra condotto dagli Stati Uniti, con i soldati che piombavano in territorio ostile dagli elicotteri, lamentarono un numero maggiore di perdite (oltre duecento morti e quasi ottanta prigionieri). Fu grazie a questi primi successi delle unità del Tenente Colonnello Stockton, che il Generale Westmoreland, per il successivo 14 novembre, mise a punto un’azione ancora più audace: penetrare nella quasi inaccessibile e ostile valle di Ia Drang. Appartenenti al 1° Battaglione del 7° Reggimento Cavalleria, erano comandati dall’energico Tenente Colonnello Harold Moore, reso celebre al cinema dal volto di Mel Gibson in We were soldiers.

soldati-vietnamiti-a-ia-drangL’operazione ebbe inizio alle 10.45 del 14 novembre: nella zona d’atterraggio, denominata in codice X-Ray Landing, giunse la prima aliquota, la Compagnia Bravo, comandata dal Capitano John Herren, guidati sul campo dallo stesso Tenente Colonnello Moore. La sua controparte era rappresentata dal Generale Nguen Huu An, che già si distinse quasi dieci anni prima contro i Francesi, nel 1954, nella battaglia di Dien Bien Puh, che segnò di fatto la fine dell’egemonia di Parigi nell’Indocina. La battaglia iniziò poco prima delle ore 13.00, alle 12.45, quando gli uomini del Capitano Herren stavano predisponendo le difese attorno alla zona d’atterraggio: subito gli scontri furono violenti, per entrambe le parti, con assalti ravvicinati e attacchi furiosi; un plotone americano, inoltre, trovatosi allo scoperto, rimase isolato sulla cresta di una collina: dovette combattere ininterrottamente per non venire distrutto prima di essere raggiunto dal resto del suo reparto. Altre due Compagnie, la Alpha (Capitano Ramon Nadal) e la Charlie (Capitano Robert Edwards), si posizionarono nel letto di un torrente in secca, fornendo un valido muro contro le ondate di fanteria nemica. I combattimenti si protrassero quasi ininterrotti per tutto il 14 novembre, con continui tentativi di sfondare l’accerchiamento nemico e liberare il plotone isolato. Intanto, i rinforzi sopraggiunti davano al Tenente Colonnello Moore la possibilità di schierare nuove truppe più fresche: al tempo stesso, però, anche il Generale Nguen An stava predisponendo nuovi attacchi con i rincalzi sopraggiunti.

battle-of-ia-drangIl 15 novembre la situazione per le forze americane peggiorò: numerosi e continui attacchi nemici inflissero perdite ingenti alla Cavalleria dell’Aria e soltanto l’intervento di oltre trecento missioni aeree, condotte da elicotteri ed aerei, permisero di reggere l’urto nordvietnamita. La Compagnia Charlie, forte di un centinaio di uomini, fu quasi del tutto decimata e alla fine della giornata solo una quarantina di soldati era ancora in grado di combattere. Quando, il giorno successivo, fu completato il dispiegamento delle forze americane, che adesso ammontavano a circa mille uomini, fu possibile liberare il plotone accerchiato, ridotto ormai a poche decine di uomini: tra questi, il Sergente Ernie Savage, che guidò nella strenua resistenza i suoi commilitoni, dopo il ferimento dell’ufficiale comandante. I soldati del Generale Nguen An tentarono un ultimo assalto alle posizioni statunitensi: l’intero settore, però, era stato rinforzato dal Tenente Colonnello Moore e l’attacco risultò disastroso, per numero di perdite tra i Nordvietnamiti. Anzi, furono gli Americani che passarono al contrattacco, scatenando un immenso fuoco e costringendo l’avversario a lasciare e abbandonare le sue posizioni. Soltanto il pomeriggio del 16 novembre 1965 gli scontri ebbero termine, con gli uomini del Tenente Colonnello Moore padroni del campo. I Nordvietnamiti fecero tesoro di questa sconfitta e, nelle parole dello scrittore Luciano Canfora, proseguirono a lottare “nella ricerca testarda, ostinata, eroica, della liberazione nazionale”.