Enrico Gotti, dall’Eritrea all’Albania

Battaglia di DogaliLa figura del Generale Enrico Gotti fu una di quelle che attraversò letteralmente due secoli, l’Ottocento e il Novecento. Sempre in prima linea, sempre a fianco dei suoi uomini, non guardava al grado che portava sulle spalline: per lui contavano soltanto il dovere e fare bene il suo lavoro. Originario di Torino, dove era nato nel 1867, ad appena vent’anni si arruolò, venendo assegnato con il grado di Sottotenente al 7° Reggimento Fanteria Cuneo, in partenza per il Corno d’Africa con i primi contingenti italiani inviati per la conquista dell’Eritrea. Destinato il suo reparto alla difesa dei pozzi di Saati, il 25 gennaio 1887 si rese protagonista di una cruenta battaglia tra Italiani ed Abissini. La piccola località, situata a circa 30 km di distanza dal porto di Massaua, venne occupata il 14 gennaio precedente dalle forze italiane, supportate da trecento basci-buzuk, forze irregolari ottomane, che si trincerarono in attesa di compiere ulteriori avanzate nell’entroterra. Gli interessi italiani, però, si scontrarono ben presto con quelli del vicino Impero Etiope: a soli cinque chilometri dalle fortificazioni di Saati si schierarono non meno di ventimila soldati abissini, guidati da Ras Alula, intenzionato a scacciare gli Italiani. Vani furono i tentativi di parlamentare: all’alba del 25 gennaio, le forze di Ras Alula mossero all’attacco degli Italiani, dopo che una pattuglia guidata dal Tenente Federico Cuomo era stata sorpresa in ricognizione. Il combattimento durò circa quattro ore e, viste le numerose perdite subite, gli Abissini dovettero ritirarsi sulle posizioni di partenza. L’allora Sottotenente Gotti si meritò una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il comportamento tenuto durante le fasi più critiche dello scontro, quando la grande marea di Abissini era in procinto di rompere le difese italiane di Saati. Semplice la motivazione dell’onorificenza: “Per il coraggio e il sangue freddo dimostrati durante il combattimento. Saati, 25 gennaio 1887”. Il presidio di Saati chiese urgenti rinforzi: dalla vicina Moncullo partì una colonna di quasi seicento soldati, guidati dal Tenente Colonnello Tommaso De Cristoforis. Giunta presso Dogali, però, venne annientata dagli Abissini di Ras Alula, cosa che costrinse i difensori di Saati a ritirarsi verso Moncullo su posizioni meglio difendibili.

Enrico GottiPromosso al grado superiore di Tenente, affiancò il Generale Antonio Baldissera quale suo ufficiale d’ordinanza: Enrico Gotti rimase in Corno d’Africa per i successivi tre anni, prendendo parte attiva alle operazioni che portarono alla completa conquista ed occupazione di Asmara e di Cheren. Rientrato in Italia, venne promosso dapprima al grado di Capitano e, dal 1911, a quello di Maggiore: intanto, era stato assegnato al 5° Reggimento Fanteria e al 5° Reggimento Bersaglieri, reparti presso i quali dimostrò tutta la sua capacità di comando e di attaccamento al servizio. Completò, con successo, i corsi di Stato Maggiore alla Scuola di Guerra: allo scoppio del primo conflitto mondiale, fu incaricato dell’organizzazione dell’intero parco automobilistico della 4a Armata, resasi protagonista, all’alba del 16 giugno 1915, della conquista del Monte Nero. Nel novembre dello stesso anno gli giunse la promozione al grado di Colonnello e il comando del 4° Reggimento Bersaglieri: non abbandonò mai il suo reparto per tutta la restante durata della guerra, prendendo egli stesso parte a numerose e rischiose azioni contro le posizioni nemiche. In una di queste, al fianco dei suoi Bersaglieri, prese parte alla conquista del Ponte di Bodres, azione che gli valse la seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Incaricato di provvedere al regolare affluire dei rifornimenti vari occorrenti alle truppe passate sulla riva sinistra dell’Isonzo, per costituirvi una provvisoria testa di ponte, con attività e sereno sprezzo del pericolo, di tutto si occupò, a tutto provvide, concorrendo anche ad assicurare, in momenti particolarmente difficili, il collegamento colle truppe rimaste oltre il fiume dopo la rottura dei ponti. Loga Bodres, 14-19 maggio 1917”. Terminata la guerra mondiale, assunse un nuovo, difficile, incarico: guidare il 72° Reggimento Fanteria Puglie in partenza per l’Albania. Nella città di Valona, a partire dal 1914, era stato instaurato un protettorato italiano, viste le mire austriache sulla regione. Inoltre, tra le clausole del Patto di Londra, che segnò l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale a fianco delle forze della Triplice Intesa, fu stabilito che il Regno d’Italia, qualora la guerra fosse stata vinta, avrebbe ottenuto la piena sovranità di Valona e dell’Isola di Saseno, nonché di un territorio sufficientemente esteso per la loro difesa.

Italiani a ValonaMa con la fine del conflitto, gli Albanesi non gradivano più la presenza straniera sul loro territorio, tanto meno quella degli Italiani, che rivendicavano con forza i possedimenti oltre l’Adriatico in virtù proprio del Patto di Londra. Nel frattempo, Enrico Gotti, all’indomani dell’assunzione del comando del 72° Reggimento Fanteria era promosso al grado di Generale. Partito con le prime avanguardie del Reggimento, vista la tensione sempre più crescente tra le autorità italiane e quelle albanesi, decise di non abbandonare al loro destino i suoi uomini. Sempre più frequentemente andava ad ispezionare i presidi più isolati e avanzati, facendosi carico dei bisogni dei propri uomini. Il 6 giugno 1920, mentre si trovava presso il presidio di Quota 115, situato a Drashovice, nella vallata della Voiussa, la stessa che, nel corso del secondo conflitto mondiale, vide il sacrificio degli Alpini della Julia, venne assalito da milizie albanesi, superiori in numero. Solo dopo dieci ore di aspri combattimenti, ed esaurite le munizioni e l’acqua, decise di recarsi dal nemico per trattare un cessate il fuoco: giunto alle linee avversarie, venne ucciso a tradimento. Nel giugno 1921, con Regio Decreto del Sovrano, venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un reggimento incaricato della difesa avanzata di un campo trincerato, benché promosso Generale, chiedeva di non essere trasferito finché non si fosse chiarita e risolta una situazione che si prospettava assai critica, causa l’insurrezione del paese. Organizzava con grande maestria la difesa dei centri di raccolta avanzati, prodigando la sua alacre opera in continue pericolose ispezioni dei centri stessi ed infondendo nei più deboli presidi, travagliati dalla malaria, un potente spirito combattivo. Attaccato repentinamente da forze quindici volte superiori, dirigeva e manteneva per circa dieci ore con indomito coraggio ed ammirevole fervore una resistenza ad oltranza così efficace che il nemico ne usciva letteralmente decimato ed era costretto a ritardare di parecchi giorni l’investimento del campo trincerato. Rimasti i valorosi difensori senza munizioni e senza acqua, inutilizzati gli unici due pezzi disponibili, allo scopo di evitare la completa distruzione del presidio dipendente, già che aveva subito gravissime perdite, dopo aver provveduto a mettere in salvo la Bandiera e i fondi del Reggimento, usciva solo e disarmato per trattare cogli insorti, deciso a sacrificare sé stesso per salvare i suoi dipendenti. In questo atto di sublime generosità, ucciso a tradimento da uno dei capi ribelli, esasperati dalla fiera resistenza dei nostri, di cui giustamente essi rendevano responsabile l’eroismo del valorosissimo Generale, immolava la sua nobile esistenza alla Patria, alla quale aveva dedicato tutta una vita splendente delle più belle virtù di cittadino e di soldato. Valona, Albania, Quota 115, 6 giugno 1920”.

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Il genio (non più) dimenticato di Arturo Malignani

Quando la luce squarciò le tenebreUn genio non nasce per caso. E, soprattutto, non diventa un genio per caso. Arturo Malignani rientra tra questi, anche se a molti non dice e niente. A differenza di Antonio Meucci o di Guglielmo Marconi che fecero grande l’Italia nel mondo con le loro invenzioni e i loro brevetti, di Malignani, nato a Udine nella seconda metà dell’Ottocento, pochi conoscono la sua storia. Eppure è stato un pioniere nel suo campo, tanto da lasciare esterrefatto l’inventore della lampadina, Thomas Alva Edison. Ma adesso grazie a Gianpiero Pisso, di professione ingegnere aeronautico ma con la grande passione della scrittura, il suo contributo all’evoluzione dell’Italia (ma anche del mondo) può finalmente avere il posto che merita. Quando la luce squarciò le tenebre affronta in forma di romanzo, ma con attenta e scrupolosa ricerca storica, la scoperta della lampadina ad incandescenza, intuizione geniale che rivoluzionò l’illuminazione pubblica e privata. Si è detto che di Arturo Malignani la storia, ma anche l’Italia, si è dimenticata presto: a noi piace, invece, ricordarlo e riscoprirlo, anche grazie a ricercatori seri e attenti come Gianpiero Pisso la cui passione per la storia ha permesso di restituirgli il giusto posto tra i più grandi geni della nostra Italia.

1. Intanto una domanda che rivolgiamo agli autori da noi intervistati: da dove nasce l’idea di questo libro? E, soprattutto, l’idea di renderlo un romanzo?

Arturo MalignaniSono un ingegnere aeronautico e scrivo per passione. Sono nato e abito con la mia famiglia sulle sponde del lago Maggiore, in provincia di Varese. La mia carriera lavorativa è terminata alcuni anni or sono quando, raggiunta l’età pensionabile, mi sono dedicato intensamente alle mie passioni: scrivere, leggere e dipingere ad acquerello. Come è nato questo romanzo e perché proprio questo argomento? Posso rispondere facilmente dicendo che ogni scrittore di romanzi storici (non di fantasy, di gialli o di romanzi d’amore) è sempre alla perenne ricerca di storie coinvolgenti, intriganti, curiose e meglio se poco conosciute. Ai lettori generalmente interessa poco leggere vite di personaggi che hanno studiato a scuola o che hanno compiuto azioni che, seppur degne di nota, sono già state ampiamente descritte da altri scrittori sotto forma di romanzi o di saggi. Ecco perché io sono sempre alla perenne ricerca nel web di spunti in grado di sorprendere i lettori su cui intessere trame che possano contenere originalità. Fatti veri, storicamente dimostrati ma che portino con sé componenti al limite dell’inverosimile. Quando mi sono imbattuto nella storia della scoperta della lampadina a incandescenza e della distribuzione dell’energia elettrica a lunghe distanze mi sono convinto di avere tra le mani un argomento degno di essere raccontato per la sua eccezionalità e per il fatto che gli eventi relativi a queste scoperte siano per lo più poco noti e certamente non riportati in alcun libro di scuola. Come sempre faccio quando mi appresto a raccontare una storia, è iniziato per me un periodo di intensa documentazione che è durato diversi mesi (un romanzo storico non si può improvvisare e occorre raccogliere pazientemente ogni informazione e verificarla). Più approfondivo l’argomento, più mi documentavo e più rimanevo affascinato dalla personalità dei personaggi che avevano giocato un ruolo in queste scoperte e dalla lotta tra gli scienziati di tutto il mondo per essere ricordati (dunque per passare alla Storia) come l’inventore ufficiale di questi raggiungimenti. Questo onore toccò al grande inventore statunitense Thomas Alva Edison ma dietro questo nome ho messo a nudo intrecci imprevedibili con altri ricercatori che hanno trovato spazio nel mio libro. Poiché io sono un romanziere, pur rispettando strettamente la Storia, non ho potuto esimermi dal rappresentare anche i caratteri e le personalità dei protagonisti del racconto, così come da me recepiti e interpretati in base alle mie ricerche.

2. Il volume narra, seppur in forma di romanzo, del genio di Arturo Malignani. Ci può raccontare brevemente a cosa si deve il suo estro?

Thomas EdisonIl romanzo ruota attorno al protagonista principale, l’udinese Arturo Malignani, “il mago del Castello” che senza grandi studi alle spalle (era diplomato all’istituto tecnico della sua città) seppe con il suo intuito e la sua intelligenza risolvere il grande problema che affliggeva tutti gli scienziati del mondo, che da anni si stavano impegnando per allungare la vita della lampadina e rendere stabile e più candida la sua luce. Arturo Malignani agiva solo in questa competizione. Rimasto presto orfano, si occupò di lui la sorellastra, Adele, che fu per lui come la mamma che non ebbe mai la fortuna di conoscere (morì dopo il parto per complicazioni). Anche il padre Giuseppe, pittore e fotografo professionista di Udine, mori di lì a poco. Adele, come un angelo, restò sempre vicino ad Arturo. Lo educò, lo fece studiare, lo accudì. Il laboratorio dove il Malignani eseguiva i suoi esperimenti si trovava accanto al Castello, dove vi era anche la sua abitazione, ora abitata dagli eredi Malignani ed era ben poca cosa in confronto al laboratorio di Menlo Park o di West Orange dove Edison, con i suoi 150 scienziati da alcuni anni cercava di essere il primo a risolvere questi malfunzionamenti. In Scozia anche lo scienziato Joseph Swan si dava da fare per anticipare i suoi colleghi scienziati d’oltre Atlantico in questa corsa verso la gloria. Fu invece Arturo Malignani a risolvere brillantemente il problema, percorrendo strade innovative che nessun altro scienziato pensò mai di percorrere. Le sue lampadine mostrarono una luce bianchissima e furono in grado di rimanere accese continuativamente per oltre 800 ore, quattro volte tanto quelle dei suoi concorrenti. Dotò Udine di una centrale termoelettrica e di una rete pubblica di illuminazione. Più tardi avrebbe progettato per la città anche una centrale idroelettrica, avrebbe sviluppato l’industria friulana del cemento, si sarebbe dedicato alla meteorologia e addirittura alla progettazione di un’auto elettrica che fu utilizzata per molti anni a Berlino come vettura per taxi. Edison lo invitò in America, gli comprò il suo brevetto per le lampadine. Nel mio romanzo ho riportato la cifra di 40.000 dollari, immensa per quel periodo ma alcune fonti parlano addirittura di 250,000 dollari. Comunque sia, ciò bastò per far divenire Arturo Malignani l’uomo più ricco di Udine. In cambio, Thomas Alva Edison divenne l’inventore ufficiale della lampada a incandescenza. Altro personaggio del romanzo è, oltre al citato Thomas Alva Edison, il professor Giuseppe Colombo, insigne studioso milanese, che diventerà più tardi il primo Rettore del Politecnico di Milano, oltre che Ministro del Regio Governo. Si deve a lui la prima centrale termoelettrica di Milano, quella di Santa Radegonda, accanto al Duomo, che sostituì l’illuminazione a gas dei negozi attorno alla celebre piazza con lampade a incandescenza e illuminò sia la Galleria sia il Teatro della Scala. Giuseppe Colombo divenne l’Amministratore Delegato della Edison Italiana e in questa veste costruì anche centrali idroelettriche in Lombardia. Perse però l’appalto per l’illuminazione della città di Udine che andò alla società Volpe-Malignani.

3. Se di Antonio Meucci e di Guglielmo Marconi sono pieni i libri di storia perché di Arturo Malignani si parla pochissimo?

Non so rispondere a questa sua domanda. Arturo Malignani non ebbe dalla Storia certamente i dovuti meriti e presto il mondo si dimenticò di lui. Con la cessione del suo brevetto a Edison fu quest’ultimo, nel frattempo divenuto famoso per altri brevetti (nel corso della sua vita ne collezionò più di mille) oltre che enormemente ricco, a essere associato a questi raggiungimenti. Nessuno più ricordò che senza ciò che Arturo Malignani scoprì, oggi avremmo lampadine che si fulminerebbero dopo poche ore di funzionamento e dotate di una brutta luce giallastra. Il futuro non fu peraltro tenero neppure con lo stesso Edison. Egli fu un sostenitore della corrente continua e si scontrò nel corso della sua vita con i sostenitori della corrente alternata, che la ritenevano più adatta a trasmettere l’energia elettrica dalla sorgente all’utilizzatore. Avevano ragione questi ultimi. Con la corrente alternata si potevano alzare le tensioni della corrente nella trasmissione (il che equivale a intensità di corrente minore) riducendo in tal modo le relative perdite. Edison perse così la sua battaglia in favore di George Westinghouse e di Nicola Tesla che iniziarono a proporre al mondo soluzioni basate sulla corrente alternata.

Da sbirro a investigatore. L’evoluzione della Polizia di Stato

Da sbirro a investigatoreTorniamo a parlare di libri. E questa volta lo facciamo con Giulio Quintavalli, addetto all’Ufficio Storico della Polizia di Stato, autore del volume Da sbirro a investigatore, opera di fatto unica nel suo genere, in quanto interamente dedicata all’evoluzione dei metodi di indagine della Polizia di Stato italiana, attraverso uno studio attento e meticoloso che parte dal 1880 per arrivare all’indomani della Prima Guerra Mondiale, al 1919. Quest’ultima data, poi, come sarà lo stesso autore a confermarlo, segnerà uno spartiacque significativo nella storia dell’organismo principe adibito alla pubblica sicurezza: la nascita del Corpo degli Agenti di Investigazione, un reparto altamente specializzato, composto da uomini che operavano esclusivamente in borghese, con metodi di indagine innovativi per l’epoca. Importante fu anche il contributo che la Polizia di Stato fornì durante tutta la Prima Guerra Mondiale, tutelando sia l’ordine pubblico, sopperendo molte volte alla mancanza degli uomini dell’Arma dei Carabinieri mobilitati per il fronte, sia vigilando le frontiere italiane, le strutture militari, ma anche il grande numero di prigionieri austriaci.

1. Da sbirro a investigatore. Dove nasce l’idea di scrivere un libro dedicato ai sistemi di indagine della Polizia di Stato?
Dall’appartenenza alla Polizia di Stato. Una professione diversa da tante altre, contraddistinta da generose dosi di coraggio e altruismo e da un profondo rispetto della legalità.  Più che mai oggi, per diverse ragioni: si avverte ovunque uno sfaldamento tra Paese reale e legalità e il perseguire di falsi modelli culturali e valoriali che stanno sovvertendo regole, contenuti, principii. E, come ogni professione, quella del poliziotto, chiamata in prima linea contro le degenerazioni più accese di questi tempi, è puntellata da saperi e competenze specifiche che, come studioso, ho cercato di descrivere nella loro genesi.

2. Il volume attraversa quasi quarant’anni, dal 1880 al 1919. Come si sono evoluti i sistemi di indagine?
Cartolina storica PoliziaIl positivismo, che ha comportato fiducia nella scienza e nella tecnica, ha influenzato non poco le scienze sociali, come la nascente criminologia, e proiettato la criminalistica verso i risultati di laboratorio e modelli di detection certi, normativamente definiti, efficaci e riconosciuti nei tribunali. Mi riferisco, a esempio,  alla classificazione delle impronte  coniata da Giovanni Gasti, funzionario della Scuola di Polizia scientifica che, nel 1903 riuscì a districare la classificazione delle impronte digitali, problema che fino ad allora aveva impegnato in diverse nazioni non solo poliziotti d’eccellenza con il piglio della ricerca, ma anche uomini di scienza “pura”, come medici e antropologi.  A lui si deve la classifica dattiloscopica  che ha reso per decenni pratica ed efficace la ricerca e la classificazione dei cartellini segnaletici. Dal 1903 questi erano compilati dal Gabinetto della Scuola o confluivano dagli Uffici di Pubblica Sicurezza del Regno, ma anche dall’estero. La scoperta (classificazione  pentadattilare) utilizzata da moltissime polizie, avrà vita lunga, fino al 1997, allorquando è subentrato il Sistema AFIS (Automated Fingerprint Identification System), tutt’ora in uso. Penso a Umberto Ellero, altro funzionario della Polizia scientifica con il piglio della fotografia, che nel 1920 circa brevettò la teleiconotipia, o trasmissione a distanza delle immagine, in pratica il “papà” del fax. Poter risalire al volto di un individuo (identificato negli archivi dalle sue impronte ricavate dalla scena del crimine, o riconosciuto dalla vittima o dai testimoni dalla consultazione di album fotografici organizzati per caratteristiche della persona, come il colore degli occhi o della pelle, la statura, o ricostruito da esperti ritrattisti, ovvero elaborato dai primi rudimentali identi-kit) era una novità di rilievo. Poter inviare in pochi minuti in tutto il Regno, e anche all’estero, quella foto, disegno o elaborazione fu una svolta apicale nei mezzi di ricerca che, con altre innovazioni, dilatò notevolmente le prospettive della Polizia. Anche l’elettronica rinnovò i “ferri del mestiere” del poliziotto. Penso alle intercettazioni telegrafie e radiotelegrafiche, sperimentate al fronte tra eserciti avversari, e a quelle telefoniche, formidabile assist all’investigazione. Queste e tante altre novità comportarono un diverso approccio nelle indagini e riscrissero la mentalità collettiva del poliziotto che, da sbirro, animato quindi dalla cultura del sospetto e  della prevaricazione, si trasformò in investigatore, capace professionista  che ben sapeva porre a rendita i nuovi mezzi di detection,  come le cronache dell’epoca ampiamente dimostrano.

3. La Polizia di Stato ha contribuito anche al primo conflitto mondiale. Come avvenne questo suo sforzo in termini di uomini?
Guardie di P.S. a CavalloDistinguiamo due fasi: nella prima, che si conclude con i primi dodici mesi di guerra, la Polizia rimase sola a presidiare i maggiori centri urbani visto che i Carabinieri vennero subissati dagli impegni di natura militare. Tutelò l’ordine pubblico, i beni delle numerosissime aree sfollate e lasciate frettolosamente incustodite, curò la vigilanza a siti di interesse militare, il presidio delle frontiere, della rete ferroviaria e dei porti su persone e commerci, l’esecuzione di provvedimenti dei tribunali militari e civili, di autorità amministrative e sanitarie, il sostegno alle popolazioni colpite da incursioni aeree o navali in località lontane dal fronte e nelle zone costiere, la polizia politica (tema storiograficamente poco esplorato), e Atti eroici Poliziaaltri  numerosi ed eterogenei  servizi di natura riservata o militare. Importante fu l’anagrafe e vigilanza degli stranieri sospetti (ricordiamo che alla dichiarazione di guerra con l’Austria in Italia vi erano oltre 50.000 sudditi austroungarici, molti dei quali possidenti di beni, terreni, case e ville anche a ridosso di obbiettivi strategici, come porti, siti industriali, centrali idroelettriche, miniere, scali ferroviari, tutti sospettti di spionaggio). Alla Polizia fu affidata la vigilanza dei prigionieri di guerra-lavoratori, l’acquisizione e il riscontro di informazioni su persone, gruppi, associazioni e partiti politici, imprenditori, industriali e finanzieri, agenzie di stampa, giornali e giornalisti. Dopo il 1917, con il deterioramento Polizia e brigantaggiodello spirito pubblico, anche sugli imboscati, un tema particolarmente “caldo” per la stampa sensazionalista e gli uomini al fronte. Tra settembre del 1916 e febbraio del 1917 il Governo Boselli, con agli Interni Orlando creò due innovativi organi centrali di polizia invocando la capacità investigativa, silente e professionalizzata dell’Istituzione, recentemente maturata e pertanto definitivamente riconosciuta: l’Ufficio Centrale per la repressione dell’abigeato e del pascolo abusivo nelle provincie dell’Italia meridionale e della Sicilia, e l’Ufficio Centrale Investigazione per l’intelligence militare. Questi sono aspetti decisamente meno noti e che, spero, possano attirare ancora di più l’attenzione del lettore. Orlando, cito le sue Memorie, studiò come superare la “preoccupazione” del momento con la creazione di un istituto centrale di polizia “che io destinai soprattutto a controbattere il fenomeno nello stesso tempo spionistico e politico dell’anteguerra. Io, arrivato a Palazzo Braschi, ebbi la sensazione che il fondamentale difetto della polizia italiana derivasse dal fatto dell’essere  estremamente burocratizzata, mal pagata e circoscritta male. Ora vi sono delle forme di delinquenza che proprio prescindono dalla circoscrizione territoriale e la cui specialità è di agire indipendentemente, cioè per rapporti, per contatti. Or l’organizzazione territoriale fa sì che il funzionario di Pubblica Sicurezza, magari esemplare, quando ha assicurato il funzionamento del suo territorio, non si occupa del resto. Vi sono invece i reati di preparazione politica, di movimenti o di complotti, come dovrebbero essere quelli che fanno i soldati verso l’Esercito e il fenomeno spionistico altresì, che hanno proprio per caratteristica di agire fuori del territorio”. Orlando era certo che dietro inspiegabili “incidenti” a navigli militari nei porti, a siti e obiettivi militari, vi fosse lo zampino del servizio segreto austroungarico, rimpinguato dalla massiccia comunità austriaca e tedesca in Italia, dagli anarchici, dai pacifisti, da nemici interni e da alcuni elementi della cura vaticana. E a ben ragione. Gasti, che si rivelò acchiappaspie con pedigree, riuscì a incastrare con poche decine di selezionatissimi collaboratori centinaia di spie e fiancheggiatori, e perfino Rudolf Gerlach, alto prelato tedesco cameriere partecipante del pontefice Benedetto XV. Secondo i sospetti, il monsignore riceva dall’Austria tramite illecite triangolazioni cospicue somme in denaro con cui pagava profumatamente confidenti e “soffioni”, e faceva la bella vita. L’Ufficio Centrale abigeato dovette risolvere una gravissima emergenza: la carenza di bestiame per traino, trasporto e soma, fondamentali nella guerra di montagna per un esercito affatto meccanizzato, come il nostro. La guerra dei mari aveva bloccato l’importazione (prevalentemente da Francia e Argentina) e la mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini, tra loro molti allevatori, avevano sottratto all’allevamento braccia utili. L’Esercito stava chiedendo ingentissime quantità di cuoio e pellame (per calzature e finimenti) e di carne, fresca o in scatolame. Orlando puntò per rimpiazzare il deficit di bestiame sulla Sicilia che (novità), divenne subito teatro d’azione della mafia, che organizzò il furto sistematico di bestiame (abigeato). Lo vendeva, lo rubava dai recinti e stalle, cambiava la marcatura (a fuoco) e lo rivendeva ancora all’Esercito. Oppure lo macellava clandestinamente con grave rischio per la salute pubblica e l’economica pubblica. Dirà il giudice Giovanni Falcone negli Anni Ottanta riguardo Cosa Nostra: “Segui i soldi e troverai la mafia!”. Insomma, la lotta alla mafia divenne una componente importante ma taciuta del fronte interno per le inevitabili ripercussioni sul morale dell’Esercito. I soldati siciliani erano allarmati per quello che stava accadendo nelle loro terre; anche per questo il Governo mise a disposizione di Augusto Battioni mille tra Poliziotti e Carabinieri per la sola Sicilia, più del 10% dell’organico di tutta la Polizia del Regno. L’isola si trasformò in un far west con morti e feriti tra uomini di legge e bande di criminali.

4. C’è un momento in particolare che segna, diciamo così, il passaggio da “sbirro a investigatore”, da passato a presente?
L’istituzione nell’agosto del 1919 del Corpo degli Agenti di Investigazione. Una realtà assolutamente esclusa dalla storiografa nonostante a esso si deve una Polizia moderna. Era composto da 8000  uomini,  adibiti ai soli servizi di indagine e di polizia tecnica, non era prevista l’uniforme (quindi operavano solo in borghese), erano civili, come la Polizia di oggi, e articolati in due sole qualifiche: agente e ispettore. In pratica degli Starsky & Hutch nostrani, i due noti investigatori  della serie televisiva degli Anni Settanta andata in onda su Rai 2 per poi essere replicata nel corso degli anni anche da altre emittenti. Gli agenti investigativi saranno assorbiti nell’Arma dei Carabinieri nel 1923.

Il brigante Ninco Nanco, terrore della Lucania

Ninco NancoCarlo Levi ne parla in Cristo si è fermato a Eboli, la sua opera, forse, più importante, incentrata sugli anni passati al confino nel piccolo paese di Gagliano, in Lucania, terra di briganti, anche famosi e celebri, per la loro freddezza e brutalità. Ninco Nanco era uno di questi: soprannome di Giuseppe Nicola Summa, era nato ad Avigliano nel 1833. Proveniente da un ambiente familiare disagiato e con problemi con la legge e la giustizia, due suoi zii, Giuseppe Nicola Coviello e Francescantonio Summa, furono briganti: Coviello morì in un incendio appiccato dall’esercito borbonico alla capanna dove si era rifugiato. Ninco Nanco, pertanto, già da ragazzo venne a contatto con una realtà sociale dura e difficile, fatta di lotte e scorribande: arrestato per omicidio, per aver ucciso un suo aggressore che lo pugnalò ad una gamba, venne condannato a dieci anni di reclusione nel carcere di Ponza, da dove riuscì a fuggire nell’agosto 1860. Venuto a sapere della costituzione dell’esercito di Giuseppe Garibaldi, tentò di arruolarvisi speranzoso di venire amnistiato: la cosa non ebbe successo e, senza lavoro e senza averi, iniziò dapprima a vivere di rapine e furti, per poi rifugiarsi alla macchia sulle alture del Vulture. Il 7 gennaio 1861 la svolta: conobbe Carmine Crocco, uno tra i briganti più temuti nel Sud Italia, di cui divenne un leale e fidato braccio destro. Ninco Nanco dimostrò grandi doti guerriere, sapendo manovrare agilmente la cavalleria di briganti, compiendo numerose incursioni in tutto il Vulture, la Basilicata, il foggiano e l’avellinese.

Maria a' PastoraPresto, caduti i Borboni e annesso il Meridione al Regno d’Italia, toccò ai soldati regi fermare le scorribande di Ninco Nanco. Ed è a questo punto che il brigante dimostrò tutta la sua ferocia. Sempre al suo fianco, durante gli assalti e le imboscate, si trovava la sua compagna, Maria Lucia Di Nella, detta Maria a’ Pastora. È ancora una volta Carlo Levi che ricorda le loro imprese: “La banda di Ninco Nanco era la più crudele e la più ardita della regione; Maria a’ Pastora partecipava a tutte le azioni, agli assalti alle cascine e ai paesi, alle imboscate, alle taglie, alle vendette. Quando Ninco Nanco strappava  con le sue mani il cuore dal petto dei Bersaglieri che aveva catturato, Maria a’ Pastora gli porgeva il coltello”. Tra le azioni più feroci e sanguinarie di cui Ninco Nanco si rese protagonista (e ancora tramandate nel 1935 quando Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli durante il confino) vi furono l’uccisione di Costantino Pulusella, Delegato di Pubblica Sicurezza in forza alla Questura di Potenza, del Capitano Luigi Capoduro e di alcuni soldati del 13° Reggimento Fanteria. Avventuratisi tra i boschi della Lucania, nel gennaio 1863, per indurre il brigante alla resa, Pulusella venne rinvenuto con le mani recise, Capoduro decapitato e i suoi uomini massacrati. Identica sorte toccò, due mesi dopo, il 12 marzo 1863, al Capitano Giacomo Bianchi, dei Cavalleggeri di Saluzzo: soltanto due soldati piemontesi riuscirono miracolosamente a sfuggire al massacro, dopo che il gruppo di militari era caduto in un’imboscata nei dintorni di Melfi.

Cadavere di Ninco NacoE come ogni storia di briganti, anche attorno alla figura di Ninco Nanco sorsero storie di galanteria. Le sue azioni di guerriglia, le sue imboscate e i suoi attacchi alle colonne di soldati regi iniziarono ad essere viste e interpretate come la risposta del Meridione alle leggi di Casa Savoia, una sorta di “resistenza” interna nei confronti di un Governo che voleva a tutti i costi piegare il Sud Italia. La morsa nei suoi confronti, però, iniziò a stringersi. L’8 febbraio 1864, dopo un duro scontro avvenuto nei pressi di Avigliano, ben diciassette appartenenti alla sua banda furono catturati e uccisi. Sempre più braccato e ricercato (sulla sua testa pendeva una taglia di 15.000 lire), il 13 marzo, presso Frusci, Ninco Nanco, assieme a due suoi fedelissimi, venne ucciso, con due colpi di pistola, dagli uomini della Guardia Nazionale di Avigliano. Se la storia vuole che a sparare fu il Caporale Nicola Coviello, un’altra versione vuole che la morte del brigante sia stato un vero e proprio omicidio su commissione: Don Benedetto Corbo, appartenete ad una delle famiglie più in vista della zona, nonché comandante della Guardia Nazionale aviglianese, compromesso con il brigante, ne decretò la morte, evitando così che venissero alla luce strane connivenze personali. La sua compagna, invece, come ci ricorda Carlo Levi “era stata vista a Pisticci, tutta vestita di nero: poi era scomparsa, col suo cavallo, nel bosco, e non s’era mai più saputo nulla di lei”.

“Corre, corre, corre la locomotiva…”

Locomotiva FS 270Tra il progresso e l’uomo vi è stata, e vi sarà sempre, un’eterna lotta, un eterno rapporto di amore e di odio. Prendiamo ad esempio i nostri giorni: in tanti trovano comodo poter leggere un libro usando un tablet o uno smartphone, ma tanti invece, preferiranno ancora sentire l’odore della carta stampata, il poter sfogliare le pagine “sentendo” il fruscio della carta. E, probabilmente, alla fine dell’Ottocento, la repulsione della tecnologia di allora, poi trasformatasi in odio cieco, prese il sopravvento nella mente di Pietro Rigosi, anarchico bolognose di 28 anni, di professione fuochista delle Ferrovie Italiane. Il suo gesto è stato reso celebre, ai più, da Francesco Guccini: il cantautore emiliano, infatti, ha scritto La Locomotiva, una delle sue ballate più famose, per decenni assurta ad inno dei movimenti anarchici. Non sapremo mai cosa spinse Rigoni, sposato e padre di due bimbe, il 20 luglio 1893 ad impadronisi di una locomotiva e a lanciarla alla massima velocità allora raggiungibile (circa 50 km/h) contro la stazione di Bologna.

Francesco GucciniLa macchina motrice, la numero 3541, trainante il treno merci 1343, mentre si trovava in sosta alla stazione di Poggio Renatico, venne staccata dal resto del convoglio da Pietro Rigosi, il quale approfittò di un momento di distrazione del macchinista Carlo Rimondini, assentatosi per qualche istante. “E sul binario stava la locomotiva, la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio”, canta Guccini: la decisione di compiere il folle gesto, come venne più tardi ricostruito dalle autorità, derivò dal vedere transitare ogni giorno, di fronte la propria casa, un treno che trasporatava personaggi dell’alta borghesia. Rigoni, convinto anarchico, non poteva sopportare quella differenza di ricchezza, di cui i treni cominciavano a farsi promotori: carrozze lussuose di velluto per i benestanti, vagoni spogli e sporchi per i ceti più bassi.

La Gazzetta PiemonteseE’ sempre Guccini a narrarci la storia, in un ritmo crescente e incalzante come l’aumentare folle della velocità della locomotiva lanciata nella sua corsa: “e intanto corre corre corre sempre più forte e corre corre corre corre verso la morte e niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice”. Ma da Poggio Renatico gli altri ferrovieri riuscirono a dare l’allarme, tanto che a Bologna “arrivò la notizia in un baleno, notizia di emergenza, agite con urgenza, un pazzo si è lanciato contro al treno”. Fu così che nel capoluogo emiliano la folle corse finì lungo un binario morto della stazione: la motrice si schiantò su un convoglio fermo, composto da sei vagoni merci. Nonostante il violento impatto, l’anarchico Rigosi riuscì a sopravvivere e, pare, qualcuno sentì un flebile sussurro uscire dalle sue labbra: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”. Anche Guccini termina la sua ballata con la fine della corsa della locomotiva, come se Rigosi e la macchina a vapore, ormai, si fossero uniti in un tutt’uno, quasi che la forte convinzione anarchica del primo dipendesse dall’esistenza della seconda: “la storia ci racconta come finì la corsa, la macchina deviata lungo una linea morta, con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava”. Di Pietro Rigosi non ci sono giunte né fotografie né altre notizie dopo il suo gesto: sappiamo solo che non venne condannato e la sua azione fu attribuita a disturbi psichici. Ci resta, però, l’immagine di Guccini: “a noi piace pensarlo ancora dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore…”.

Il mistero della Mary Celeste

Mary CelesteIl mare, si sa, ha le sue leggende. Fin dai tempi antichi, il grande blu ha ispirato la fantasia di scrittori e poeti, ma anche di navigatori e vecchi lupi di mare: un po’ di fantasia, poi, e qualche storia ingigantita avrebbe fatto il resto. Ecco allora che i primi incontri con balene e capodogli diventavano paurose storie di mostri marini, il leviatano biblico che inghiottì Giona, per poi riversarlo sulla riva di una spiaggia, divenne il terrore dei marinai più esperti, maledizioni e velieri fantasmi furono avvistati in ogni dove, presagendo sciagure e tempeste in grado di disalberare e affondare ogni nave. La storia qui raccontata parla di una di queste navi, la Mary Celeste. Varata nel 1861 con il nome di Amazon, fu subito circondata da un alone sortunato: il suo primo capitano, Robert McLellan, appena dopo nove giorni dall’assunzione del comando, contrasse una grave forma di polmonite che lo condusse in breve tempo alla morte. Seguirono una serie di incidenti e abbordi con altre navi, fino al 1867, quando, a seguito di una tempesta, la nave si arenò nella Baia di Glace, in Nuova Scozia, nel nord del Canada.

Mary Celeste1Recuperata, venne venduta ad una società americana che, dopo due anni di ristrutturazione e lavori di ammodernamento, la rinominò Mary Celeste. I nuovi proprietari decisero che il brigantino avrebbe commerciato prevalentemente con i porti dell’Adriatico: al suo comando, Benjamin Spooner Briggs, a detta di molti uno dei migliori capitani in circolazione. Il 7 novembre 1872, la nave salpò gli ormeggi dal porto di New York, diretta a Genova, con nella stiva un carico di oltre 1700 barili di alcool industriale. Oltre al Capitano Briggs, a bordo vi erano sette membri dell’equipaggio, unitamente alla moglie del comandante, Sarah, e alla giovane figlia di appena due anni, Sophia Matilde. Da questo momento in poi, poco o niente sappiamo di cosa successe a bordo. Soltanto un mese dopo, il 4 dicembre, la Mary Celeste venne avvistata da un secondo Brigantino, il Dei Gratia, anch’esso salpato da New York: la nave sembrava procedere alla deriva, tra le cose portoghesi e le Isole Azzorre.

Benjamin BriggsSolo quando i due brigantini serrarono le distanze, il Capitano del Dei Gratia, David Reed Morehouse, osservò meglio con il proprio cannocchiale la nave che aveva incrociato: la vela maestra era ammainata, la vela di gabbia era stata spazzata via dal vento, mentre le uniche ancora in grado di reggere il vento erano quelle sussidiarie. Dell’equipaggio, però, non vi era alcuna traccia. Fu così deciso di formare un piccolo gruppo di marinai che salisse a bordo della Mary Celeste, anche solo per sincerarsi delle sorti di Briggs e dei suoi uomini. Quando i marinai del Dei Gratia furono a bordo, capirono subito che qualcosa non andava: la bussola era rotta, mancavano il sestante e il cronometro marino, così come alcune carte nautiche ed una scialuppa. Nella stiva, i barili di alcool sembravano intatti, sebbene vi fosse la presenza di acqua per almeno un metro, niente che le pompe avrebbero potuto risolvere. Le ultime annotazioni di bordo risalivano al 25 novembre, quando la nave fu in vista di Santa Maria delle Azzorre.

Sophie e Sarah BriggsCondotta in porto a Gibiliterra da Morehouse e dai suoi uomini, le autorità inglesi aprirono subito un’inchiesta: venne tentata una causa per frode nei confronti dei marinai del Dei Gratia, accusati di aver ucciso l’equipaggio per frodare l’assicurazione per riscuotere una lauta ricompensa per il suo ritrovamento, ma per mancanza di prove l’accusa decadde. Ma cosa successe alla Mary Celeste e al suo equipaggio? La teoria più accreditata vuole che da alcuni dei barili contenti l’acool industriale si siano sprigionati dei vapori, che abbiano fatto impazziere uno per uno i marinai, il Capitano Briggs, sua moglie e la piccola Sophie, causando forse un ammutinamento e atti scellerati a bordo: nove barili, infatti, furono rinvenuti completamente vuoti. Un’altra teoria vuole che l’equipaggio si sia ammutinato contro un tirannico comandante, uccidendolo assieme alla moglie e alla figlia, per poi fuggire da bordo con una scialuppa: teoria, questa, molto discussa, in quanto testimonianze dell’epoca descrivono Benjamin Briggs tutt’altro che dispotico e duro con i suoi uomini. Ma il mare, si sa, vuole le sue leggende. Da allora, per la società armatrice fu difficile formare un equipagio disposato a imbarcare sulla Mary Celeste, considerata a tutti gli effetti una nave maledetta. L’unica cosa certa è che non sapremo mai cose successe a quegli sfortunati marinai, che si videro persi nelle immense distese blu dei mari e degli oceani.