Il mistero della Mary Celeste

Mary CelesteIl mare, si sa, ha le sue leggende. Fin dai tempi antichi, il grande blu ha ispirato la fantasia di scrittori e poeti, ma anche di navigatori e vecchi lupi di mare: un po’ di fantasia, poi, e qualche storia ingigantita avrebbe fatto il resto. Ecco allora che i primi incontri con balene e capodogli diventavano paurose storie di mostri marini, il leviatano biblico che inghiottì Giona, per poi riversarlo sulla riva di una spiaggia, divenne il terrore dei marinai più esperti, maledizioni e velieri fantasmi furono avvistati in ogni dove, presagendo sciagure e tempeste in grado di disalberare e affondare ogni nave. La storia qui raccontata parla di una di queste navi, la Mary Celeste. Varata nel 1861 con il nome di Amazon, fu subito circondata da un alone sortunato: il suo primo capitano, Robert McLellan, appena dopo nove giorni dall’assunzione del comando, contrasse una grave forma di polmonite che lo condusse in breve tempo alla morte. Seguirono una serie di incidenti e abbordi con altre navi, fino al 1867, quando, a seguito di una tempesta, la nave si arenò nella Baia di Glace, in Nuova Scozia, nel nord del Canada.

Mary Celeste1Recuperata, venne venduta ad una società americana che, dopo due anni di ristrutturazione e lavori di ammodernamento, la rinominò Mary Celeste. I nuovi proprietari decisero che il brigantino avrebbe commerciato prevalentemente con i porti dell’Adriatico: al suo comando, Benjamin Spooner Briggs, a detta di molti uno dei migliori capitani in circolazione. Il 7 novembre 1872, la nave salpò gli ormeggi dal porto di New York, diretta a Genova, con nella stiva un carico di oltre 1700 barili di alcool industriale. Oltre al Capitano Briggs, a bordo vi erano sette membri dell’equipaggio, unitamente alla moglie del comandante, Sarah, e alla giovane figlia di appena due anni, Sophia Matilde. Da questo momento in poi, poco o niente sappiamo di cosa successe a bordo. Soltanto un mese dopo, il 4 dicembre, la Mary Celeste venne avvistata da un secondo Brigantino, il Dei Gratia, anch’esso salpato da New York: la nave sembrava procedere alla deriva, tra le cose portoghesi e le Isole Azzorre.

Benjamin BriggsSolo quando i due brigantini serrarono le distanze, il Capitano del Dei Gratia, David Reed Morehouse, osservò meglio con il proprio cannocchiale la nave che aveva incrociato: la vela maestra era ammainata, la vela di gabbia era stata spazzata via dal vento, mentre le uniche ancora in grado di reggere il vento erano quelle sussidiarie. Dell’equipaggio, però, non vi era alcuna traccia. Fu così deciso di formare un piccolo gruppo di marinai che salisse a bordo della Mary Celeste, anche solo per sincerarsi delle sorti di Briggs e dei suoi uomini. Quando i marinai del Dei Gratia furono a bordo, capirono subito che qualcosa non andava: la bussola era rotta, mancavano il sestante e il cronometro marino, così come alcune carte nautiche ed una scialuppa. Nella stiva, i barili di alcool sembravano intatti, sebbene vi fosse la presenza di acqua per almeno un metro, niente che le pompe avrebbero potuto risolvere. Le ultime annotazioni di bordo risalivano al 25 novembre, quando la nave fu in vista di Santa Maria delle Azzorre.

Sophie e Sarah BriggsCondotta in porto a Gibiliterra da Morehouse e dai suoi uomini, le autorità inglesi aprirono subito un’inchiesta: venne tentata una causa per frode nei confronti dei marinai del Dei Gratia, accusati di aver ucciso l’equipaggio per frodare l’assicurazione per riscuotere una lauta ricompensa per il suo ritrovamento, ma per mancanza di prove l’accusa decadde. Ma cosa successe alla Mary Celeste e al suo equipaggio? La teoria più accreditata vuole che da alcuni dei barili contenti l’acool industriale si siano sprigionati dei vapori, che abbiano fatto impazziere uno per uno i marinai, il Capitano Briggs, sua moglie e la piccola Sophie, causando forse un ammutinamento e atti scellerati a bordo: nove barili, infatti, furono rinvenuti completamente vuoti. Un’altra teoria vuole che l’equipaggio si sia ammutinato contro un tirannico comandante, uccidendolo assieme alla moglie e alla figlia, per poi fuggire da bordo con una scialuppa: teoria, questa, molto discussa, in quanto testimonianze dell’epoca descrivono Benjamin Briggs tutt’altro che dispotico e duro con i suoi uomini. Ma il mare, si sa, vuole le sue leggende. Da allora, per la società armatrice fu difficile formare un equipagio disposato a imbarcare sulla Mary Celeste, considerata a tutti gli effetti una nave maledetta. L’unica cosa certa è che non sapremo mai cose successe a quegli sfortunati marinai, che si videro persi nelle immense distese blu dei mari e degli oceani.

I campi di Athenry

AssiPete St. Johneme a Foggy Dew è tra le più conosciute ballate tradizionali irlandesi. In tanti l’hanno suonata, rivisitata e cantata. Dai suoni lenti e dolci dei Dubliners e Paddy Really fino alle chitarre elettriche, alla batteria e ai ritmi più rock dei Dropkick Murphys  e dei CRAFT, fino alla voce femminile di Mairead Carlin. La ballata di cui parliamo è Fields of Athenry, composta e musicata per la prima volta negli Anni Settanta da Pete St. John, cantautore folk irlandese che, dopo essere emigrato in giovane età in Canada, tornò nella sua terra natia dove si mise a comporre musica. Il testo, che racconta di un dialogo tra un uomo ed una donna, è ambientato nel periodo della grande carestia irlandese, che colpì l’isola a cavallo tra il 1845 e il 1846, determinando non solo un impoverimento generale della popolazione ma anche una forte emigrazione oltreoceano: un censimento del 1851, infatti, registrò un calo nella popolazione pari al 20% (recenti e più moderni studi hanno stimato il calo demografico anche fino al 30%).

SONY DSCLa canzone, ambientata ad Athenry, piccolo villaggio della contea di Galway, narra di un detenuto che, dalle sbarre della sua fredda cella, ascolta lo struggente dialogo tra una donna e un uomo, anch’egli detenuto nello stesso carcere. Michael, così si chiama l’uomo, è stato arrestato dalle autorità britanniche perché, proprio a causa della grave carestia che ha colpito l’Irlanda, per amore di sua moglie Mary e di suo figlio, ha rubato del granturco in un campo. Nelle sue stesse parole, Michael, infatti, ha deciso di ribellarsi, sia contro la carestia, sia contro la Corona inglese, che non ha fatto nulla per la popolazione affamata (“Against the famine and the crown, I rebelled, they cut me down”) e proprio per questo è stato fermato, arrestato. Ma il dramma maggiore sarà la separazione: Michael sarà portato lontano dalla sua terra, dalla sua Mary e da suo figlio: una nave-prigione inglese è pronta a portarlo a Botany Bay, la colonia penale dall’altra parte del mondo, in Australia (“As the prison ship sailed out against the sky for she lived in hope and pray, for her love in Botany Bay. It’s so lonely round the fields of Athenry”). Non appena la nave sparisce dietro la linea dell’orizzonte, i campi di Athenry saranno ancora più desolati.

La vera storia della Piccola Vedetta lombarda

Piccola vedetta lombardaLa sua storia ci è stata raccontata da Edmondo De Amicis nel 1886 nel libro Cuore, romanzo ambientato a Torino durante gli anni del Risorgimento e formato da una serie di racconti, tra i quali figura quello della Piccola Vedetta lombarda. Sono gli anni in cui anche la letteratura sposa la causa dell’Unità, cercando di infondere anche nei più giovani quei valori di amor di patria, sacrificio e lotta per la libertà contro la tirannide straniera, che hanno portato nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia. Indirizzato per lo più ai giovani, Cuore ebbe un grande successo tra pubblico e critica, venendo apprezzato dagli stessi Savoia. Lo stesso De Amicis, nella dedica in apertura, scrive chiaramente che “questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i 9 e i 13 anni”. E questa è l’età di un giovane, Giovanni Minoli, nato a Corana il 23 luglio 1847 e che ispirò l’autore nello scrivere il suo racconto. Si narra, infatti, che il giovane Minoli, appena dodicenne, il 20 maggio 1859, durante le fasi iniziali della battaglia di Montebello, e che vedrà i franco-sabaudi avere la meglio sulle forze austriache, venne incaricato da un ufficiale piemontese di arrampicarsi in cima ad un pioppo e verificare la presenza di forze nemiche, mentre la cavalleria sabauda procedeva in avanscoperta.

Piccola vedetta lombarda1Le forze austriache erano presenti e così, dopo averne riferito la posizione, invece che mettersi al riparo, il giovane continuò a dare indicazione ai reparti sabaudi: individuato dagli Austriaci, però, venne raggiunto al petto e ferito ad un polmone da una scarica di fucileria. Immediatamente soccorso, venne trasportato al quartier generale dove ricevette le prime cure. La gravità della ferita, purtroppo, non fece altro che peggiorare le condizioni di salute di Giovanni Minoli: dopo sei mesi di sofferenze, il 4 dicembre 1859, esalava il suo ultimo respiro circondato dai soldati piemontesi che avevano combattuto a Montebello. Da sempre considerata una storia frutto dello spirito risorgimentale di Edmondo De Amicis, solo nel  2009 due storici, Fabrizio Bernini e Daniele Salerno, dopo diverse ricerche, poterono appurarne la veridicità, individuando anche, nelle vicinanze della Cascina Scortica, il pioppo sul quale il giovane aveva svolto il compito di Piccola Vedetta.

“E i fiori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là nell’erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d’aver dato la vita per la sua Lombardia”.

La guerra più corta della storia

Palazzo reale bombardatoE’ passata alla storia per essere stata la guerra più breve mai combattuta, tanto da essere inserita all’interno del Guinness World Records. Si tratta della guerra anglo-zanzibariana, scoppiata il 27 agosto 1896 e durata appena trentotto minuti, passati i quali il piccolo sultanato, oggi parte integrante della Tanzania, divenne un protettorato britannico. La storia di Zanzibar, fatta di conquiste e colonizzatori, risale fin dal lontano 1499, occupato e dominato dai Portoghesi. Soltanto quasi due secoli più tardi, nel 1698, l’isola passò sotto il controllo dei sultani dell’Oman, che ne dichiararono l’indipendenza nel 1858, venendo riconosciuta anche dalla Gran Bretagna nel 1886. Per anni, il Governo di Londra mantenne ottimi rapporti commerciali con il Sultanato, tanto da divenirne uno dei principali partner commerciali; l’espansione coloniale tedesca, però, che ambiva a propri territori nell’Africa Orientale, creò i primi contrasti, intenzionata la Germania a sviluppare con Zanzibar privilegiate relazioni economiche.

Porto di Zanzibar bombardatoInizialmente, il Sultano Khalifah, per mantenere le relazioni con entrambe le nazioni europee, concesse i diritti commerciali del Kenya alla Gran Bretagna e quelli del Tanganica alla Germania; i due Stati, come primo provvedimento, misero al bando la schiavitù, azione che causò molto malcontento, fondandosi l’economia locale proprio sul commercio e il possedimento di schiavi. Inoltre, Berlino vietò che sugli edifici pubblici sventolasse la bandiera di Zanzibar, acuendo le azioni contro il neo paese colonizzatore. Scoppiarono disordini, che portarono alla morte di diverse decine di cittadini. Con la morte di Khalifah e l’incoronazione a Sultano di Ali Bin Said, Zanzibar fu nominato protettorato britannico. A quest ultimo succedette Thuwaini, nel 1893, che intensificò ulteriormente le relazioni con Londra, la quale autorizzò anche la formazione di una guardia reale di circa mille soldati. Il 25 agosto 1896 il Sultano Thuwaini morì improvvisamente: secondo alcuni, ad ucciderlo fu il nipote, Khalid Bin Bargash, fermamente contrario alla dominazione inglese.

Marinai inglesi a ZanzibarSeguirono forti proteste britanniche, intenzionate a far sedere sul trono un altro membro della famiglia reale favorevole a Londra: un’intensa attività diplomatica in questo senso venne compiuta dall’attaché Basil Cave e dal Generale Lloyd Mathews. Respingendo ogni offerta inglese, Khalid armò in fretta quasi 3000 uomini, per lo più civili, equipaggiati con antiquati fucili, diversi cannoni in bronzo del XVII secolo, due pezzi d’artiglieria da 12 libbre e uno da 9 libbre e due mitragliatrici Maxim. Completava il tutto l’HHS Glasgow, yacht appartenuto ai Sultani di Zanzibar, regalo di amicizia della Gran Bretagna dopo aver riconvertito una vecchia fregata. Non vedendo alcun mutamento della situazione, le autorità inglesi telegrafavano a Londra: “Siamo autorizzati in caso di fallimento di tutti i tentativi di una risoluzione pacifica, ad aprir fuoco contro il palazzo?”. Il 26 agosto, giungevano nelle acque antistanti il porto di Zanzibar la Cannoniera Racoon e gli Incrociatori PhilomelSt. George, con a bordo l’Ammiraglio Harry Rawson, il quale inviò un ultimatum a Khalid di abbandonare il Palazzo Reale e disarmare i suoi uomini, entro e non oltre le ore 09:00 del giorno successivo.

Sultano KhalidAlle ore 08:30 del 27 agosto 1896, il Sultano Khalid fece sapere che “non abbiamo intenzione di ammainare la nostra bandiera e non crediamo che aprirete il fuoco contro di noi”. L’Ammiraglio Rawson ordinò ai suoi uomini di prepararsi e, alle 09:00 esatte, allo scadere dell’ultimatum, le navi inglesi aprirono il fuoco contro il porto e il Palazzo Reale. Il bombardamento cessò circa quaranta minuti dopo, non appena la bandiera del Sultano era stata ammainata e l’artiglieria nemica messa a tacere; alle 09:05, inoltre, l’HHS Glasgow, dopo aver inutilmente aperto il fuoco sul St. George, venne rapidamente affondato dai grossi calibri inglesi. Non appena il bombardamento navale ebbe termine, i Marines inglesi sbarcarono e ripresero rapidamente possesso del Palazzo Reale e delle zone limitrofe: furono sparati 500 colpi di cannone, 4100 colpi di mitragliatrice e 1000 di fucile. Circa 500 Zanzibariani persero la vita, mentre da parte inglese fu lamentato soltanto il ferimento di un sottufficiale, poi ripresosi completamente. Zanzibar tornava così sotto il pieno controllo di Londra: la guerra più corta della storia aveva così termine in appena 38 minuti.

La Essex e il mito di Moby Dick

Moby Dick“Allora piccoli uccelli volarono stridendo sull’abisso ancora spalancato; un triste flutto biancastro s’infranse contro i margini in pendenza; poi tutto franò e il grande sudario del mare tornò a rollare come rollava cinquemila anni fa”. Così si concludeva il racconto del mare per eccellenza, Moby Dick, dello statunitense Herman Melville, considerato uno dei capolavori per eccellenza della letteratura mondiale. Indimenticabile, poi, il volto austero e pieno d’odio del Capitano Achab-Gregory Peck nella trasposizione cinematografica del 1956 per la regia di John Huston. Una caccia mitica, che contrappone l’uomo alla natura, in un connubio tra bene e male così sottile che è difficile stabilire chi sia la vittima e chi il vero “mostro”. Non certo Moby Dick, la balena bianca (o meglio, il capodoglio) che anni prima aveva strappato la gamba al Capitano Achab, il quale giurerà, “dalle lune di Nibia e per i gorghi di Antares e fino alle fiamme della perdizione” che troverà la sua vendetta. Un lotta che quasi ricorda un’altra grande caccia, quella tra il vecchio pescatore e il grande pesce vela, della famiglia dei marlin (i comuni pesci spada) di Ernest Hemingway, dove il mare, unico grande arbitro, sentenzierà chi vince e chi perde.

Baleniera EssexEppure, Melville, per scrivere il suo romanzo, si ispirò ad un fatto realmente accaduto, quello della Baleniera Essex, comandata da George Pollard, che si spinse in pieno Oceano Pacifico lungo rotte mai battute prima, alla ricerca di nuove prede. Il 20 novembre 1820 la vedetta sulla coffa dell’albero maestro avvistò un branco di capodogli: subito, il comandante diede ordine di calare tre lance e iniziare la caccia. Ciò che gli uomini non sapevano, però, era che i grandi mammiferi marini si trovavano nella stagione degli amori. L’attacco a questo punto fu rapidissimo: un grande maschio colpì due lance, forse scambiandole per giovani rivani, rovesciandole, e puntò dritto contro la stessa Essex. Sebbene con una grossa falla a scafo, la baleniera resse all’urto, ma l’esitazione dell’equipaggio di fronte all’improvviso attacco risultò fatale: in quello che possiamo definire la rivincita della natura sull’uomo, un secondo attacco sventrò in modo irrecuperabile la nave, che iniziò lentamente ad affondare. Nelle sue memorie Owen Chase, primo ufficiale della baleniera, ricorda così l’attacco: “l’animale era orrendo e sembrava animato da un furioso risentimento. Proveniva dal banco in cui poco prima eravamo entrati arpionando tre sue compagne e pareva volere vendicarne le sofferenze”.

Balena bianca.jpgRiuscitisi a salvare calando a mare le scialuppe, gli uomini raggiunsero l’isola di Henderson, dove poterono rifornirsi di viveri e di acqua, grazie ad una vena sotterranea.Era il 20 dicembre 1820 quando approdarono e, quando i balenieri ripresero il mare, esattamente una settimana dopo, tre loro compagni decisero di restare sulla piccola isola: si trattava di Thomas Chapple, di Seth Weeks e di William Wright. Il resto dell’equipaggio affrontò le nuove avversità dell’Oceano Pacifico: uno ad uno gli uomini cominciarono a morire. Il 10 gennaio 1821 esalò il suo ultimo respiro Matthew Joy. Dopo la morte del primo marinaio, due giorni dopo una violenta tempesta divise la scialuppa di Owen Chase dalle altre due. Nei giorni seguenti, tra il 20 e il 28 gennaio 1821, persero la vita altri cinque membri dell’equipaggio: Richard Peterson, Charles Shorter, Lawson Thomas, Isaac Shepherd e Samuel Reed.

E poi la tragedia: la terza lancia, il 29 gennaio, durante una notte di tempesta, fu inghiottita dai flutti marini, ma, cosa peggiore, nelle scialuppe di George Pollard e Owen Chase cominciarono ad esaurirsi le scorte di cibo e acqua. Ormai stremati, i sopravvissuti furono costretti a darsi al cannibalismo: dopo 78 giorni di mare, la terra non era ancora in vista e anche la nuova fonte di cibo si esaurì. La “soluzione” fu trovata, il 1° febbraio, estraendo a sorte un marinaio da sacrificare per la sopravvivenza del resto del gruppo: toccò al povero mozzo Owen Coffin; passarono altri diciassette giorni, in cui morirono altri due marinai, Isaac Coole e Brazilla Ray, prima che il 18 febbraio 1821 il Brigantino Indian traesse in salvo la scialuppa di Owen Chase e i suoi due compagni superstiti, Benjamin Lawrence e Thomas Nicholson. Goerge Pollard e Charles Ramsdale aspettarono, invece, il 23 febbraio 1821 prima che la Baleniera Dauphin avvistasse le scialuppe dei naufraghi. Dei ventuno uomini di equipaggio della Essex, solo otto furono i superstiti: furono tratti in salvo anche i tre uomini rimasti sull’Isola di Henderson.

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Tribù Cheyenne a cavalloErano circa 600 nativi americani. Appartenevano alle tribù dei Cheyenne meridionali e degli Arapaho, stanziatisi nell’area delle Grandi Pianure, territorio che si estendeva a est della catena delle Montagne Rocciose, arrivando fino al Canada (a nord) e al Messico (a sud). Guida del villaggio indiano, ubicato lungo un’ansa del Fiume Sand Creek, era il capo tribù Pentola Nera, Mokathavatah in lingua Cheyenne. Sebbene il 17 settembre 1851 venisse firmato il Trattato di Fort Laramie, che riconosceva ai nativi specifici territori in cui i coloni non si sarebbero spinti per colonizzare l’area, l’avidità dell’uomo bianco non si fece attendere: la scoperta, a metà 1858, di importanti giacimenti d’oro, spinse l’ingordigia di avventurieri senza scrupoli a venire meno agli accordi presi. Un lento esodo di quasi 100.000 coloni si spinse nella regione, costringendo il Governo di Washington, a siglare un nuovo trattato: il 18 febbraio 1861, a Fort Wise, i nativi furono costretti a rinunciare ad oltre due terzi dei loro territori e a stanziarsi nella poco ospitale area compresa tra i fiumi Arkansas e Sand Creek: non avrebbero avuto alcuna limitazione per caccia e pesca, sebbene l’intera zona, arida e con poca selvaggina, costrinse molti di loro ad ulteriori migrazioni. Dieci giorni dopo, 28 febbraio, sui territori di fatto rubati ai nativi veniva proclamato lo stato del Colorado.

Tribù ArapahoLo scoppio della guerra di secessione tra l’Unione e la Confederazione interessò direttamente anche le tribù dei nativi, trovatesi, letteralmente tra due fuochi. Numerosi soldati cominciarono a compiere scorrerie a cavallo, incendiando i villaggi e uccidendo indiscriminatamente numerosi indiani. Anche il capo tribù Orso Magro, tra i firmatari del Trattato di Fort Wise, sebbene disarmato, mentre si recava incontro ad una formazione di soldati, venne ucciso a fucilate: il suo intento, quello di porre fine alla guerra contro le tribù indiane. Frattanto, la guerra di secessione stava avviandosi alla sua conclusione e alla vittoria dell’Unione guidata dal Generale Hulysses Grant, così i nativi erano fiduciosi di un ritorno alla normalità: trasferitisi, ai primi di ottobre 1864, a 64 km da Fort Lyon sulle sponde del Sand Creek, il Maggiore Scott Anthony iniziò a tenere una linea dura contro i nativi, sospendendo la distribuzione delle razioni alimentari previste dai trattati e la riconsegna di qualsiasi tipo di arma. Inoltre, in gran segreto, chiese che fossero inviati circa 600 uomini appartenenti a 1° Reggimento di Cavalleria del Colonnello John Chivington, con altre aliquote di reparti costituiti appositamente per combattere contro i nativi, compito ritenuto più facile che recarsi al fronte contro i Confederati.

Massacro del Sand CreekConvinti a regolare una volta per tutte i conti con la tribù accampata fuori Fort Lyon, il Colonnello Chivington espresse la volontà di attaccare prima possibile l’accampamento del Sand Creek: pochi furono coloro che si opposero al massacro che stava delineandosi; tra questi, il Capitano Silas Soule e i Tenenti Joseph Cramer e James Connor. Sapendo di rischiare la corte marziale, si fecero portatori di forti rimostranze contro Chivington e Anthony, dichiarando l’illegittimità di attaccare una tribù pacifica come quella del Sand Creek. Sembra che il Colonnello Chivington sbottò contro i dissidenti con queste parole: “Maledetto sia chiunque simpatizzi con i nativi! Io sono venuto a uccidere i nativi e credo sia giusto e onorevole usare qualsiasi mezzo Dio ci abbia messo a disposizione per uccidere gli indiani!”.  Il 28 novembre 1864, in piena notte, iniziò la marcia che portò i Cavalleggeri unionisti nei pressi del villaggio indiano. Alle prime luci dell’alba, i soldati giunsero in prossimità del campo Cheyenne e Arapaho: erano circa 600 nativi, di cui quasi due terzi composti da donne e bambini. La sorpresa fu totale: tra i primi a cadere, il capo tribù Antilope Bianca, vittima poi di orrende mutilazioni compiute dai soldati. A cadere sotto i colpi dei cavalleggeri ubriachi furono circa 130 nativi, di cui più di un centinaio erano donne e bambini e solo una trentina i guerrieri facilmente sopraffatti. E per raccontare di quel massacro vogliamo soltanto riportare una strofa della stupenda canzone di Fabrizio De André, intitolata appunto Fiume Sand Creek: “Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte c’erano solo cani e fumo e tende capovolte. Tirai una freccia in cielo per farlo respirare, tirai una freccia al vento per farlo sanguinare. La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek”.