Il Museo della Linea Gotica di Molazzana

IMG_20180819_155804La Garfagnana, quella storica valle incastonata tra le Alpi Apuane così cara a Giovanni Pascoli, fu teatro, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, di cruente battaglie e orribili stragi. Il fronte, tra queste montagne, rimase fermo per quasi un anno, complice anche uno degli inverni più rigidi mai registrati fino ad allora. Gli Alleati avevano liberato Firenze e Lucca, arenandosi ben presto ai piedi delle Apuane, dove le forze tedesche e della Repubblica Sociale avevano realizzato una serie di sbarramenti e ostacoli che rallentarono, se non addirittura bloccarono, l’avanzata anglo-americana. Anzi, per un breve istante, nel Natale 1944, gli Italo-Tedeschi tornarono all’iniziativa, scatenando l’Operazione Wintergewitter e costringendo molti reparti alleati ad abbandonare posizioni chiave. Decenni dopo, è ancora facile imbattersi nelle mulattiere utilizzate dagli Alpini della Divisione Monterosa e dai Bersaglieri della Divisione Italia, e rinvenire, in passaggi scavanti nella roccia, bossoli di fucile, medaglie o gavette arrugginite dal tempo. E proprio per lasciare alle future generazioni della Garfagnana (e non solo) la memoria di quel terribile inverno, a Molazzana è sorto un piccolo museo, che raccoglie al suo interno una vasta collezione di divisa degli eserciti impegnati in battaglia e numerosi reperti rinvenuti nelle valli circostanti. Due le sale principali: una dedicata alle forze dell’Asse ed una dedicata agli Alleati e alle formazioni partigiane che operavano nella zona.

IMG_20180819_160454Ma non sono tanto i reperti conservati a caratterizzare questo piccolo Museo, aperto e voluto da semplici volontari e appassionati, quanto le storie che ogni singolo cimelio può, ancora oggi, raccontare. E, per certi versi, far commuovere. Come la storia di tre equipaggi, scomparsi nel corso di altrettante missioni nei cieli italiani, i cui resti vennero rinvenuti nei campi della Garfagnana. Il 25 settembre 1943, dopo un bombardamento sopra Bolzano, la contraerea tedesca riusciva ad abbattere un bombardiere americano, un Boeing B17 Flying Fortress, che, nonostante i tentativi di un atterraggio di fortuna, si schiantò al suolo nei pressi di Pratobello, vicino Castiglione Garfagnana, uccidendo tutti e dieci i membri dell’equipaggio. Un mese più tardi, il 25 novembre 1943, a bordo di un Vickers Wellington, bombardiere bimotore inglese, trovarono la morte cinque Avieri del Commonwealth, precipitati con il loro velivolo tra i massicci della Pania. Infine, il 4 giugno 1944, un terzo velivolo si schiantava al suolo vicino Ghivizzano: si trattava di un caccia monoposto Spitfire, abbattuto nel corso di una battaglia aerea con velivoli tedeschi. Queste sono le storie custodite e conservate all’interno del Museo della Linea Gotica di Molazzana. Storie vissute in prima persona dalla gente del luogo, tramandate da padre in figlio e consegnate alla memoria di ricercatori e semplici appassionati di storia militare.

IMG_20180819_155655Eppure, non solo soltanto i resti dei velivoli caduti tra le Valli della Garfagnana a raccontarci la storia di quel conflitto. Le sale del Museo vogliono anche ricordare che si continuava a morire anche dopo la fine della guerra: particolare menzione, infatti, merita una particolare cassetta didattica, contenente bombe a mano, granate, proiettili di mortaio inertizzati, che veniva utilizzata nelle scuole per sensibilizzare i bambini a non raccogliere da terra quelli che sembravano innocui giocattoli ma che in realtà erano ordigni pronti ad esplodere e a seminare morte e dolore quando ormai nelle città italiane non si combatteva più da tempo. Le cronache degli anni immediatamente successivi al 1945 sono tristemente ricche di storie strazianti di giovani orribilmente mutilati dalle micidiali bombe a farfalla, scambiate per giochi abbandonati. Ed è proprio un oggetto come la cassetta didattica impiegata nella scuole che ci ricorda l’importanza di tramandare e ricordare la storia del non troppo passato secondo conflitto mondiale: anche dopo la fine di una guerra, si continuava a morire e, spesso, non morivano più i soldati con le divise di diversi colori, ma gli innocenti, i bambini che tornavano a correre nei prati e nei campi. Come nel dopoguerra italiano. E in quello balcanico. O in quello iracheno e siriano.

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I Decorati al Valore del Cimitero di Lecce

Sacrario Militare di Lecce (3)Ogni città italiana ha, all’interno dei propri cimiteri cittadini, ricavato uno spazio per la realizzazione di più o meno grandi sacrari e riquadri militari. E, spesso, rivelano storie sconosciute ai più, anche a quegli stessi concittadini che tante volte si saranno trovati a passarvi davanti. Francesco De SimoneCapita, infatti, che quei soldati che sono li sepolti non ricevano quegli onori roboanti che sono riservati, invece, ai grandi Sacrari mantenuti e curati direttamente dal Ministero della Difesa, come Redipulia, Oslavia, Mignano Montelungo, i Caduti d’Oltremare di Bari. A Lecce sono sepolti quasi 250 militari caduti sui fronti di guerra, di cui quattordici ignoti: numerosi sono i decorati al Valor Militare che, spiace dirlo, sono stati dimenticati. Tra i riquadri che ospitano i loculi del Sacrario Militare, vegliato da due pezzi d’artiglieria rivolti verso l’ingresso, è sepolto il Sottotenente Carlo Pranzo Zaccaria, originario di Lecce, in servizio presso il 21° Reggimento Artiglieria Motorizzata Trieste, caduto il 15 giugno 1942 in Africa Settentrionale, mentre, allo scoperto, dirigeva il fuoco dei suoi uomini contro un gruppo di velivoli nemici. Ferito mortalmente, venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di Sezione Mitragliera da 20 mm durante venti giorni di asperrima lotta, interveniva efficacemente con le sue armi contro numerose incursioni aeree dell’avversario, infliggendogli notevoli perdite e riuscendo sempre ad allontanare l’offesa dal cielo della battaglia. Durante un violento mitragliamento e spezzonamento nemico da bassa quota, rimaneva allo scoperto, per meglio dirigere il fuoco delle sue armi ed abbatteva uno degli aerei aggressori. Ferito mortalmente, cadeva tra i suoi valorosi Artiglieri. Sghifet es Sidra, Africa Settentrionale, 15 giugno 1942”.

Francesco MontinariCarlo Pranzo non è il solo decorato sepolto a Lecce. Al di fuori dei riquadri militari, sparsi per le varie zone del cimitero cittadino, camminando tra i viali e tra i cipressi, un monumento ricorda un altro giovane ufficiale originario della città, il Sottotenente Francesco De Simone, caduto nel corso del primo conflitto mondiale. Effettivo nel 13° Reggimento Fanteria della Brigata Pinerolo, restava ucciso il 30 giugno 1915 durante la conquista di un caposaldo austriaco a Selz. Durante l’assalto, come recita la motivazione della Medaglia d’Argento alla Memoria, “conquistò, per primo, la sommità di una collina incitando con l’esempio il proprio reparto che lo seguiva con slancio entusiasta e, sebbene si trovasse di fronte ad un nemico superiore di forze, ne sostenne con mirabile coraggio il contrattacco, lasciandovi gloriosamente la vita. Selz, 30 giugno 1915”. Poco distante, è ricordato un cittadino di Francavilla Fontana, il Sergente Francesco Montinari, del 26° Reggimento Fanteria, ucciso a Derna nel corso della fasi iniziali della campagna libica. Cadde durante un sanguinoso scontro avvenuto nei pressi della città libica, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Coadiuvava efficacemente il suo Comandante di Plotone sotto l’intenso fuoco nemico, dando esempio di coraggio e di sprezzo del pericolo ai dipendenti, finché cadde colpito a morte. Derna, 7 dicembre 1911”.

IMG_20190319_170251Nascosta all’ombra dei cipressi, una tomba racchiude tutto il dramma dei due conflitti mondiali: Luigi Falco, Sottotenente nel 33° Reggimento Artiglieria da Campagna, il 25 ottobre 1918 rimase ucciso nelle fasi finali della guerra, cadendo in combattimento sul Monte Grappa. Sopravvisse al conflitto il fratello Carlo, che proseguì una prestigiosa carriera nel Regio Esercito. Già durante la Prima Guerra Mondiale, nel luglio 1918, servendo nella 1423 Compagnia Mitraglieri in Albania, si guadagnò una Croce di Guerra al Valor Militare: “Comandante di una Compagnia Mitragliatrici, in tre giorni di aspri combattimenti, la guidava in modo esemplare esplicando encomiabilmente i vari e successivi compiti affidatigli. Dava costante esempio ai suoi dipendenti, specie nei momenti più critici, di coraggio, di calma, di sprezzo del pericolo, curando solo e sempre l’esatto e completo adempimento del proprio dovere. Kuci, Albania, 26-30 luglio 1918”. Promosso al grado di Maggiore, con il 139° Reggimento Fanteria prese parte al secondo conflitto mondiale, venendo nuovamente dislocato nei Balcani. Qui, durante l’offensiva contro la Grecia, il 25 gennaio 1941 guidando un contrattacco restava ucciso dallo scoppio di una granata nemica. Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Malgrado le sue menomate condizioni fisiche, rimaneva al comando del Battaglione, rifiutando di essere ricoverato in ospedale. Attaccato da forze preponderanti, guidava e incitava i propri reparti al combattimento, finché, colpito da granata nemica, cadeva gloriosamente sul campo. Bubesi, Fronte Greco, 24-25 gennaio 1941”.

IMG_20190319_165634Il Maggiore Carlo Frasca, i Sottotenenti Carlo Pranzo Zaccaria, Luigi Frasca e Francesco De Simone, il Sergente Francesco Montinari sono Eroi sconosciuti ai più, anche a coloro che si recano in visita ad un proprio caro defunto. Ma non sono soli, tra i viali del cimitero di Lecce. Tra le altre tombe presenti, vi sono quelle di due Ufficiali Piloti della Regia Aeronautica: il Capitano Antonio Ramirez, tragicamente scomparso durante un volo di addestramento nei pressi di Capua il 28 aprile 1930, a cui è stato intitolato l’Aeroporto Militare di Gioia del Colle, e il Tenente Pilota Giorgio Zichella caduto nei cieli dell’Africa Settentrionale il 14 agosto 1942 nei presi di Abu Aggag, in Egitto. Abbiamo detto che sono Eroi sconosciuti. Da oggi, ci auguriamo che lo siano di meno.

Il Sacrario Militare di San Nicolò l’Arena

IMG_20180615_181004La Chiesa di San Nicolò l’Arena, edificata a Catania a partire dall’anno 1687 per il culto di San Nicola di Bari, alla fine della Prima Guerra Mondiale venne scelta quale luogo per ospitare le salme dei caduti al fronte della provincia di Catania. L’idea prese corpo nel 1924, il 7 dicembre, quando furono effettuati i primi sopralluoghi per l’ubicazione dei loculi: fu prescelto inizialmente il lato sinistro del transetto. Così, due anni dopo, le prime salme provenienti da cimiteri cittadini della provincia di Catania. A sovrintendere la costruzione venne chiamato l’Ingegnere Alessandro Vucetich, incaricato da Vito Pavone, Colonnello decorato al Valor Militare che volle fortemente il Sacrario per i suoi concittadini caduti sul fronte di guerra. L’allora Tenente di Complemento Pavone, effettivo nel 75° Reggimento Fanteria, Brigata Napoli, si guadagnò la Medaglia d’Argento in quanto “Aiutante Maggiore di Battaglione, sotto intenso bombardamento nemico, al grido Viva l’Italia!, passava, primo fra i primi, l’Ailette, apprestava una passerella, riorganizzava i reparti e col splendido esempio e la sua parola animatrice, trascinava il Battaglione al di là degli obiettivi fissati. Fort de Montberault, 12 ottobre 1918”. I lavori vennero ultimati nel 1930 e il Sacrario venne ufficialmente inaugurato il 4 maggio alla presenza del Sovrano, il Re Vittorio Emanuele III.

IMG_20180615_181036Nel corridoio di accesso ai loculi, una grande scritta campeggia sul soffitto, a perenne ricordo dei caduti e come monito per le future generazioni: “Come Aquile giovanette dai nidi materni volarono alle battaglie, per la Patria e per la gloria tornarono immortali”. Completano il Sacrario un’opera sculturea in marmo raffigurante un soldato morente stretto dalla alla Gloria alata. Terminata la Seconda Guerra Mondiale la parte di chiesa dedicata al Sacrario venne ingrandita, ricavando nuovi loculi per tutti quei soldati caduti sui nuovi fronti di guerra del Fascismo: non solo la guerra 1940-1945, ma anche le campagne in Africa Orientale. Una lapide ricorda un Eroe catanese, Antonio Santangelo Fulci, Sottotenente al comando di una batteria di cannoni autotrasportata da 105/28 del 10° Gruppo del 40° Raggruppamento Artiglieria di Corpo d’Armata (133º Reggimento Artiglieria Corazzata Littorio). Decorato inizialmente con Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, una riesamina dell’azione a cui prese parte ne determinò la commutazione in Medaglia d’Oro: “Comandante di una sezione di artiglieria, facente parte di una colonna destinata ad una importante operazione, in tre giorni di aspri combattimenti, dava prove di spiccate virtù militari. Chiesto ed ottenuto di essere impiegato in funzione controcarro, esplicava tale compito con perizia, infliggendo gravi perdite all’attaccante. Nella difesa dell’ultimo caposaldo, diretto da ogni lato da forze corazzate continuava a resistere sino all’estremo. Ferito gravemente il servente dell’ultimo pezzo, si sostituiva ad esso e continuava il fuoco, finché, investito da una raffica di mitraglia, cadeva incitando i pochi superstiti alla lotta. Sicilia, Km 27 strada Solarino-Palazzolo Acreide, 10-13 luglio 1943″.

IMG_20180615_181129Tra i tanti decorati al valore qui custoditi, un ricordo va a un giovane Sottotenente del 147° Reggimento Fanteria, Brigata Caltanisetta, caduto nel settembre 1916. Durante un violento combattimento, impegnato lui stesso in prima linea assieme ad un reparto di mitragliatrici, non esitò a raggiungere un altro soldato ferito, esposto al fuoco austriaco. Nonostante fosse diventato un bersaglio, non lasciò il compagno, prestandogli le prime cure: una scheggia di un colpo d’artiglieria, però, ne stroncava la vita. Per il suo atto eroico venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un posto avanzato di montagna situato sopra una vetta alla quale si accedeva unicamente a mezzo di scala a corda, sotto il fuoco di fucileria nemica, riuscì a piazzarvi una sezione pistole mitragliatrici. Avvertito, in un ricovero sottostante, che un soldato era rimasto ferito sulla vetta, si portò su questa e, benché fatto segno a numerosi colpi di fucile, si accinse a medicarlo. Mentre era intento alla pietosa operazione, una scheggia di proiettile esplosivo lo fulminò sul posto. Già distintosi precedentemente per ardimento e coraggio. Passo Falso Giramondo, Alpi Carniche Quota 2050, 24 settembre 1916”.

Viaggio al Mausoleo Marconi

Mausoleo di Guglielmo Marconi (1)“In riconoscimento del suo contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili”: con questa semplice frase il 10 dicembre 1909 Guglielmo Marconi riceveva a Stoccolma il Premio Nobel per la Fisica, condiviso con il tedesco Carl Ferdinand Braun, che compì, nello stesso periodo, le medesime ricerche. Tutto partì da una collina, situata in località Sasso, abitato posto tra gli Appennini che separano la Toscana dall’Emilia Mausoleo di Guglielmo Marconi (9)Romagna. Era l’8 dicembre 1895 quando l’apparecchio ricetrasmittente messo a punto dallo scienziato italiano si dimostrò valido a inviare segnali radio e a riceverli, ma soprattutto a superare gli ostacoli naturali, come avvallamenti e colline. Sulla sommità del crinale dove compì i suoi esperimenti campeggiava, ieri come oggi, Villa Griffone, dimora della sua famiglia, oggi un museo per quanti vogliano conoscere più da vicino il genio italiano. Ai piedi del colle, invece, l’ultima dimora di Marconi: un enorme e austero mausoleo, progettato dall’Architetto Marcello Piacentini, costruito tra l’aprile 1940 e il 20 luglio 1941, giorno della solenne inaugurazione alla presenza dello stesso Duce, Benito Mussolini. Il quotidiano romagnolo, Il Resto del Carlino, del 7 settembre 1941 così scriveva: “Ai lati del monumento due gradinate dritte, larghe sei metri, una per lato, salgono il poggio sino a portare ad altre due scale più strette e semicircolari che conducono sino al piazzale della villa: davanti all’edificio e quindi sulla sommità del poggio, sorge una colonnetta di marmo bianco, in cui è un busto di Guglielmo Marconi, pure in marmo bianco, opera pregevolissima dello sculture Dazzi. Il soffitto del mausoleo, a calotta, è in calcestruzzo di cemento armato color giallo. Sul fondo della parete di travertino sono incise le parole: Diede con la sua scoperta il sigillo di un’epoca della storia umana”.

Mausoleo di Guglielmo Marconi (7)Ma ciò che colpisce il visitatore è il Parco delle Rimembranze attorno a Villa Griffone: oltre ad un’alta statua di Guglielmo Marconi, una serie di targhe, poste nel 2011, raccontano, passo dopo passo, come un’ideale viaggio allo scoperta delle sue invenzioni, lo studio che portò alla telegrafia senza fili. Su una di queste è infatti inciso: “In questo giardino, dopo gli esperimenti effettuati tra il 1894 e il 1895 nella stanza dei bachi da seta nella soffitta di Villa Griffone, Mausoleo di Guglielmo Marconi (4)Guglielmo Marconi collegò al suo trasmettitore un’antenna messa a terra. Con questo apparato il giovane inventore riuscì a trasmettere segnali radiotelegrafici al di là di un ostacolo naturale, la Collina dei Celestini, a una distanza di circa due chilometri. L’esperimento ha annunciato la nascita dell’era delle radiocomunicazioni”. Nel Parco delle Rimembranze balza all’occhio un’altra vera e propria reliquia: la chiglia del Panfilo Elettra, acquistato da Marconi nel 1919 durante un’asta della Royal Navy. Nave dalle mille vicissitudini, l’Elettra: fu yacht privato e, nel corso del primo conflitto mondiale, fu trasformata in unità da pattugliamento e scorta nello Stretto della Manica. Ma fu con lo scienziato italiano che ebbe nuova vita, avendola trasformata in un laboratorio galleggiante: importantissimi per lo sviluppo delle radiocomunicazioni furono gli esperimenti condotti nel Golfo del Tigullio, tra la stazione di bordo e quella posta a terra alle Torri Gualino, a Sestri Levante. Avrebbe rischiato una fine ingloriosa al termine della Seconda Guerra Mondiale: dopo la morte dello scienziato, infatti, fu acquistata dallo Stato italiano ma con l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne requisita dalle autorità tedesche che la riconvertirono nuovamente in nave militare. Gravemente danneggiata da un bombardamento alleato il 21 gennaio 1944, con il Trattato di Pace del 1947 fu ceduta alla Jugoslavia come riparazione di guerra. Sembrava che avesse il destino ormai segnato ma l’allora Ministro degli Affari Esteri, poi futuro Presidente della Repubblica, Antonio Segni, trattò la sua restituzione direttamente con il Maresciallo Tito: nel 1962 l’Elettra, restituita all’Italia, venne rimorchiata nel Cantiere S. Rocco di Muggia, a Trieste. Da allora, nonostante alcuni progetti di restauro, arenatisi per l’alto costo, venne deciso di donarla a vari musei della scienza e della tecnica sparsi un po’ ovunque su tutto il territorio nazionale. Tagliata in pezzi, proprio come una reliquia, Il Piccolo di Trieste, un po’ a malincuore titolava: “Ingloriosa fine dell’Elettra. Ogni suo pezzo finirà nei musei. Invece del promesso restauro, al Cantiere San Marco la smantellano”.

Guglielmo MarconiGuglielmo Marconi fu senza ombra di dubbio un precursore dei suoi tempi. Quando, il 20 luglio 1937, la morte lo colse a Roma, in molti piansero la sua scomparsa. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E certamente lo piansero gli oltre 1700 passeggeri del Transatlantico Republic, tratti in salvo il 23 gennaio 1909 dopo che la grande nave era in procinto di affondare dopo essere stata speronata dal Piroscafo Florida. Per oltre quattordici ore, infatti, il marconista del Republic restò al suo posto a trasmettere un segnale di punti e linee: era l’SOS, segnale universale di soccorso. Captato da un’altra nave in transito, il Piroscafo Baltic, tutti i passeggeri raggiunsero il giorno seguente il porto di New York, tra il plauso generale di una folla festante. Il marconista Jack Binns fu acclamato come eroe, mentre la gratitudine delle autorità arrivò a coinvolgere Guglielmo Marconi stesso. E tre anni dopo, quando, sempre a New York, giunsero i 705 sopravvissuti della tragedia del Titanic, intervistato a proposito dei segnali di SOS captati dalla nave soccorritrice, il già Premio Nobel ebbe a dichiarare: “Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata”.

Il Famedio della Marina Militare di Taranto

Famedio della Marina Militare di Taranto (1)La città di Taranto ha da sempre rivestito, assieme alla vicina Brindisi, per la Regia Marina prima e per la Marina Militare della Repubblica Italiana poi, la base principale per la propria flotta, sia di superficie che subacquea. Nella Città dei Due Mari, contraddistinta dal caratteristico Ponte Girevole, fatto aprire ogni qualvolta una nave battente il Tricolore solca il canale navigabile, le unità della flotta hanno sempre trovato il loro principale punto di ancoraggio. Divise, oggi, tra la Stazione Navale del Mar Grande, in località San Vito, e il centralissimo Arsenale Militare, base dei sommergibili e luogo per le navi durante le soste lavori, il capoluogo tarantino ospita il Famedio della Marina Militare, ultimo luogo di sepoltura per oltre mille uomini con le stellette. Ricostruito nel 1945, immediatamente subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale a causa degli ingenti danni subiti durante le incursioni aeree che colpirono la città tarantina nell’agosto 1943, si compone di una parte centrale, con annessa una piccola cappella per le funzioni religiose, e quattro grandi aree laterali dove sono ubicati i loculi, singoli o collettivi, in cui riposano le spoglie mortali dei soldati.

Famedio della Marina Militare di Taranto (3)Nel piazzaletto antistante, a cui si accede da un piccolo vialetto alberato circondato da cespugli contornatoi da ancore e catene, sono stati posti due monumenti in pietra. Il primo ricorda i nomi dei 183 caduti che erano inizialmente tumulati nello stesso luogo e caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale: i loro miseri resti furono estratti e pietosamente ricomposti soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo che il precedente Famedio della Regia Marina era stato, come ricordato all’inizio, stato colpito e praticamente distrutto dalle incursioni aeree alleate del 1943. Il secondo monumento, invece, ricorda l’equipaggio della Nave da Battaglia Leonardo Da Vinci. Il 2 agosto 1916, mentre si trovava all’ormeggio nel Mar Piccolo, una violenta esplosione squarciò l’unità: nella deflagrazione, attribuita inizialmente ad un sabotaggio austriaco e poi ad uno scoppio accidentale avvenuto all’interno di un deposito di cordite, rimasero uccisi 21 ufficiali e 228 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Comandante della nave, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi, a causa delle gravi ustioni riportate nel tentativo di spegnere gli incendi scoppiati a bordo e, per questo, decorato di Medaglia d’Oro al Valor di Marina alla Memoria.

Lapide equipaggio UC12Poco distante dal Famedio della Marina Militare Italiana, un piccolo luogo di sepoltura ricorda altri marinai caduti: in un grande tombone sono stati sepolti gli uomini dell’equipaggio del Sommergibile UC12battente bandiera tedesca, che trovarono la morte davanti il Golfo di Taranto il 16 marzo 1916, mentre il battello era intento a posare un campo minato per contrastare il naviglio italiano e alleato. Forse fu lo scoppio accidentale di una mina la causa dell’affondamento, spezzandolo prima in due tronconi. E proprio la vicinanza tra i caduti italiani raccolti nel Famedio e quelli tedeschi, ricorda, all’eventuale visitatore che si trovi a transitare da questi luoghi, l’unica certezza della gente di mare: anche se nemici per una divisa di colore diverso, se avversari per una Bandiera differente, il grande e immenso blu è sempre pronto ad accogliere, come un grande sudario, tutti coloro che si perdono tra i suoi flutti e le sue onde, senza alcuna distinzione di nazionalità, senza guardare agli amici o ai nemici, unendo tutti i marinai caduti come un ultimo, grande, equipaggio.

I fucilati di Castelnuovo di Garfagnana

20170106_153659Uscendo dal centro abitato di Castelnuovo di Garfagana, prendendo la statale che porta fino a Lucca, ci imbattiamo in una strada che sale con dei piccoli tornanti. La strada conduce fino al Cimitero Comunale, situato in cima ad un dolce declivio. Fuori, posto sulla sinistra del cancello di ingresso, all’ombra di un alto cipresso, è stato eretto un momento, in marmo bianco, che, purtroppo, a causa del tempo e delle intemperie, è stato reso un po’ illeggibile: “Per la giustizia insorsero, per la libertà caddero” è scolpito nella parte superiore. Posto dall’Amministrazione Comunale nell’ormai lontano 1999, in collaborazione con la Comunità Montana e l’Istituto Storico della Resistenza di Lucca, ricorda dodici civili italiani che vennero fucilati in due rappresaglie ad opera dei nazi-fascisti, il 23 settembre e il 6 novembre 1944: anche i Castelnuovesi, così come tanti altri abitanti della Garfagnana e della Versilia, conobbero la ferocia della guerra civile, degli arresti indiscriminati tra la popolazione e le fucilazioni sommarie. Se l’odio non raggiunse mai i livelli della Versilia, dove si consumarono gli eccidi di Sant’Anna di Stazzerma e di Bergiola, anche il borgo ai piedi delle Alpi Apuane pianse i suoi morti. Il 12 agosto 1944, nella sala delle adunanze della Rocca Ariostesca, simbolo ancora oggi di Castelnuovo, venne fatto esplodere un ordigno, indirizzato, pare, contro Silla Turri, comandante del distaccamento di Castelnuovo di Garfagnana della XXXVI Brigata Nera Mussolini, con sede a Lucca. Non ci fu nessuna rappresaglia, sebbene tre abitanti vennero dapprima arrestati e poi rilasciati, ma l’episodio, che comunque costò la vita ad un milite della Brigata Nera, fece salire la tensione. Quando, a metà settembre, un bombardamento colpì il principale acquartieramento della Brigata Nera, i militi furono costretti a trasferirsi: e lo fecero stabilendosi presso il Convento dei Frati Cappuccini. Qualche giorno dopo, approfittando di una festa all’interno dei locali a piano terra, un gruppo di partigiani decise di attaccare il presidio con lancio di bombe a mano e colpi di mitra. Nell’azione nessuno rimase ucciso, si contarono solo una decina di feriti ma, nonostante tutto, la rappresaglia che ne seguì fu senza precedenti per la tranquilla popolazione di Castelnuovo.

castelnuovo-porta-castruccioDuilio Cavallini, Edoardo Lazzarini e Alfiero Orazzini furono i primi tre a cadere sotto i colpi delle Brigate Nere: furono rastrellati la mattina, al sorgere del sole, mentre erano intenti a raccogliere l’uva nei campi in vista della prossima vendemmia. I loro corpi, poi, furono portati al paese e mostrati, sotto la minaccia delle armi, alla popolazione impietrita. La ferocia dei fascisti, purtroppo, non si fermò qui. I militi, non contenti per il sangue versato, continuarono la loro scia di violenza: quel giorno, 23 settembre 1944, furono otto gli uccisi dalle Brigate Nere. Durante la loro ricerca dei presunti responsabili dell’assalto della sera precedente, nel pomeriggio vennero catturati quattro fratelli, nella vicina località di Merlacchiaia: si trattava di Decimo e Ottavio Bacci e di Fernando e Giovanni Guidi, i quali erano intenti a costruire un rifugio antiaereo per sfuggire ai bombardamenti e alle cannonate. Toccante è la testimonianza, riportata nel libro di Feliciano Bachelli, Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e Resistenza, di Tommaso Guidi, padre di due dei fucilati: “Dopo l’uccisione, la sparatoria da parte dei militi della Brigata Nera continuò per circa quaranta minuti e in coro gridavano ammazziamoli tutti! Terminata la sparatoria, si diedero al saccheggio e ad atti vandalici, appiccando il fuoco a diverse capanne”. Quella drammatica giornata non era ancora finita e doveva essere sparso altro sangue. Non erano bastati quei sette morti presi a caso tra la popolazione inerme. Le Brigate Nere volevano ancora uccidere e ci riuscirono con Bruno Valori, un giovane originario di Montelupo Fiorentino, di appena ventidue anni, ma che la Resistenza al nazi-fascismo aveva portato in Garfagnana, dove iniziò ad operare come staffetta, anche grazie ad un lasciapassare avuto dalle autorità germaniche. Partigiano della Brigata Lunense, venne catturato la sera del 22 settembre, mentre, assieme ad altri due compagni, attraversava i boschi di ritorno da un’azione volta alla liberazione di Luigi Berni, antifascista della prima ora e animatore, poi, della Resistenza tra i comuni di Castelnuovo, Filicaia e Castiglione. Incappato in un posto di blocco tedesco, sicuro di poterlo attraversare senza difficoltà proprio grazie a quel suo lasciapassare, venne trattenuto e consegnato alla Brigata Nera, la stessa che durante il giorno aveva massacrato a colpi di mitra e di fucile i sette giovani tra i campi attorno a Castelnuovo. Interrogato, selvaggiamente picchiato, il destino di Bruno era omai segnato: scalzo, sanguinante, quasi svenuto per le dure sevizie subite, venne portato sul luogo dove, ormai parecchie ore prima, erano stati uccisi i tre uomini intenti nella vendemmia. Gli venne intimato di scavare una fossa per sé e gli altri uccisi: all’improvviso, venne freddato con un colpo di pistola alla nuca.

Bruno ValoriLa guerra civile aveva ormai sconvolto la Garfagnana: con l’arrivo, poi, delle Divisioni Monterosa e San Marco, del neo ricostituito esercito della Repubblica Sociale di Mussolini addestrato dai Tedeschi in Germania, molti furono i giovani abitanti di Castelnuovo che si diedero “alla macchia”, evitando così la chiamata alle armi. In tanti li aiutavano a passare il fronte o semplicemente a nascondersi. Fu così che nelle mani dei Fascisti e dei Tedeschi finirono cinque abitanti delle zone antistanti Castelnuovo: Ferruccio Marroni, originario del comune di Gallicano, Telmo Simoni, di appena vent’anni, di Trassilico, i coniugi Adelmo Medici, di professione medico, e sua moglie Natalina Peranzi, accusata di aver fornito abiti borghesi a militari disertori e renitenti alla leva, entrambi di Camporgiano. Condotti nei pressi del cimitero cittadino, a loro si aggiunse un quinto uomo, Antonio Bargigli, sfollato, originario di Livorno. È Renzo Bartoloni nel suo volume La Resistenza in Garfagnana a raccontarci quel nuovo, drammatico, episodio di sangue. Era il 6 novembre 1944: gli Alpini della Monterosa che avrebbero fatto parte del plotone di esecuzione si rifiutarono di sparare contro dei civili inermi e per giunta disarmati. Nel frattempo, a seguito di accertamenti, venne confermata l’estraneità di Adelmo Medici, mentre l’esecuzione della moglie venne sospesa in attesa di indagini più approfondite. Intanto, gli altri tre sfortunati, Bargigli, Simoni e Marroni furono uccisi a colpi di pistola da un ufficiale tedesco: nel pomeriggio, anche Natalina Peranzi venne falcidiata a colpi di mitra. La guerra stava volgendo al termine, Firenze, Pistoia, e poi Lucca, erano state raggiunte dalle forze alleate e liberate: nessuno poteva immaginare che in quell’inverno a cavallo tra il 1944 e il 1945 il fronte intero si fermasse dinnanzi a quella che è stata chiamata Linea Gotica, una serie di fortificazioni e bunker che correva dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. E nessuno di loro, così come nessuno a Castelnuovo di Garfagnana, avrebbe creduto che le loro montagne e le loro valli fossero sconvolte dalla guerra peggiore che possa colpire un popolo, quella civile.