Il Famedio della Marina Militare di Taranto

Famedio della Marina Militare di Taranto (1)La città di Taranto ha da sempre rivestito, assieme alla vicina Brindisi, per la Regia Marina prima e per la Marina Militare della Repubblica Italiana poi, la base principale per la propria flotta, sia di superficie che subacquea. Nella Città dei Due Mari, contraddistinta dal caratteristico Ponte Girevole, fatto aprire ogni qualvolta una nave battente il Tricolore solca il canale navigabile, le unità della flotta hanno sempre trovato il loro principale punto di ancoraggio. Divise, oggi, tra la Stazione Navale del Mar Grande, in località San Vito, e il centralissimo Arsenale Militare, base dei sommergibili e luogo per le navi durante le soste lavori, il capoluogo tarantino ospita il Famedio della Marina Militare, ultimo luogo di sepoltura per oltre mille uomini con le stellette. Ricostruito nel 1945, immediatamente subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale a causa degli ingenti danni subiti durante le incursioni aeree che colpirono la città tarantina nell’agosto 1943, si compone di una parte centrale, con annessa una piccola cappella per le funzioni religiose, e quattro grandi aree laterali dove sono ubicati i loculi, singoli o collettivi, in cui riposano le spoglie mortali dei soldati.

Famedio della Marina Militare di Taranto (3)Nel piazzaletto antistante, a cui si accede da un piccolo vialetto alberato circondato da cespugli contornatoi da ancore e catene, sono stati posti due monumenti in pietra. Il primo ricorda i nomi dei 183 caduti che erano inizialmente tumulati nello stesso luogo e caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale: i loro miseri resti furono estratti e pietosamente ricomposti soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo che il precedente Famedio della Regia Marina era stato, come ricordato all’inizio, stato colpito e praticamente distrutto dalle incursioni aeree alleate del 1943. Il secondo monumento, invece, ricorda l’equipaggio della Nave da Battaglia Leonardo Da Vinci. Il 2 agosto 1916, mentre si trovava all’ormeggio nel Mar Piccolo, una violenta esplosione squarciò l’unità: nella deflagrazione, attribuita inizialmente ad un sabotaggio austriaco e poi ad uno scoppio accidentale avvenuto all’interno di un deposito di cordite, rimasero uccisi 21 ufficiali e 228 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Comandante della nave, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi, a causa delle gravi ustioni riportate nel tentativo di spegnere gli incendi scoppiati a bordo e, per questo, decorato di Medaglia d’Oro al Valor di Marina alla Memoria.

Lapide equipaggio UC12Poco distante dal Famedio della Marina Militare Italiana, un piccolo luogo di sepoltura ricorda altri marinai caduti: in un grande tombone sono stati sepolti gli uomini dell’equipaggio del Sommergibile UC12battente bandiera tedesca, che trovarono la morte davanti il Golfo di Taranto il 16 marzo 1916, mentre il battello era intento a posare un campo minato per contrastare il naviglio italiano e alleato. Forse fu lo scoppio accidentale di una mina la causa dell’affondamento, spezzandolo prima in due tronconi. E proprio la vicinanza tra i caduti italiani raccolti nel Famedio e quelli tedeschi, ricorda, all’eventuale visitatore che si trovi a transitare da questi luoghi, l’unica certezza della gente di mare: anche se nemici per una divisa di colore diverso, se avversari per una Bandiera differente, il grande e immenso blu è sempre pronto ad accogliere, come un grande sudario, tutti coloro che si perdono tra i suoi flutti e le sue onde, senza alcuna distinzione di nazionalità, senza guardare agli amici o ai nemici, unendo tutti i marinai caduti come un ultimo, grande, equipaggio.

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I fucilati di Castelnuovo di Garfagnana

20170106_153659Uscendo dal centro abitato di Castelnuovo di Garfagana, prendendo la statale che porta fino a Lucca, ci imbattiamo in una strada che sale con dei piccoli tornanti. La strada conduce fino al Cimitero Comunale, situato in cima ad un dolce declivio. Fuori, posto sulla sinistra del cancello di ingresso, all’ombra di un alto cipresso, è stato eretto un momento, in marmo bianco, che, purtroppo, a causa del tempo e delle intemperie, è stato reso un po’ illeggibile: “Per la giustizia insorsero, per la libertà caddero” è scolpito nella parte superiore. Posto dall’Amministrazione Comunale nell’ormai lontano 1999, in collaborazione con la Comunità Montana e l’Istituto Storico della Resistenza di Lucca, ricorda dodici civili italiani che vennero fucilati in due rappresaglie ad opera dei nazi-fascisti, il 23 settembre e il 6 novembre 1944: anche i Castelnuovesi, così come tanti altri abitanti della Garfagnana e della Versilia, conobbero la ferocia della guerra civile, degli arresti indiscriminati tra la popolazione e le fucilazioni sommarie. Se l’odio non raggiunse mai i livelli della Versilia, dove si consumarono gli eccidi di Sant’Anna di Stazzerma e di Bergiola, anche il borgo ai piedi delle Alpi Apuane pianse i suoi morti. Il 12 agosto 1944, nella sala delle adunanze della Rocca Ariostesca, simbolo ancora oggi di Castelnuovo, venne fatto esplodere un ordigno, indirizzato, pare, contro Silla Turri, comandante del distaccamento di Castelnuovo di Garfagnana della XXXVI Brigata Nera Mussolini, con sede a Lucca. Non ci fu nessuna rappresaglia, sebbene tre abitanti vennero dapprima arrestati e poi rilasciati, ma l’episodio, che comunque costò la vita ad un milite della Brigata Nera, fece salire la tensione. Quando, a metà settembre, un bombardamento colpì il principale acquartieramento della Brigata Nera, i militi furono costretti a trasferirsi: e lo fecero stabilendosi presso il Convento dei Frati Cappuccini. Qualche giorno dopo, approfittando di una festa all’interno dei locali a piano terra, un gruppo di partigiani decise di attaccare il presidio con lancio di bombe a mano e colpi di mitra. Nell’azione nessuno rimase ucciso, si contarono solo una decina di feriti ma, nonostante tutto, la rappresaglia che ne seguì fu senza precedenti per la tranquilla popolazione di Castelnuovo.

castelnuovo-porta-castruccioDuilio Cavallini, Edoardo Lazzarini e Alfiero Orazzini furono i primi tre a cadere sotto i colpi delle Brigate Nere: furono rastrellati la mattina, al sorgere del sole, mentre erano intenti a raccogliere l’uva nei campi in vista della prossima vendemmia. I loro corpi, poi, furono portati al paese e mostrati, sotto la minaccia delle armi, alla popolazione impietrita. La ferocia dei fascisti, purtroppo, non si fermò qui. I militi, non contenti per il sangue versato, continuarono la loro scia di violenza: quel giorno, 23 settembre 1944, furono otto gli uccisi dalle Brigate Nere. Durante la loro ricerca dei presunti responsabili dell’assalto della sera precedente, nel pomeriggio vennero catturati quattro fratelli, nella vicina località di Merlacchiaia: si trattava di Decimo e Ottavio Bacci e di Fernando e Giovanni Guidi, i quali erano intenti a costruire un rifugio antiaereo per sfuggire ai bombardamenti e alle cannonate. Toccante è la testimonianza, riportata nel libro di Feliciano Bachelli, Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e Resistenza, di Tommaso Guidi, padre di due dei fucilati: “Dopo l’uccisione, la sparatoria da parte dei militi della Brigata Nera continuò per circa quaranta minuti e in coro gridavano ammazziamoli tutti! Terminata la sparatoria, si diedero al saccheggio e ad atti vandalici, appiccando il fuoco a diverse capanne”. Quella drammatica giornata non era ancora finita e doveva essere sparso altro sangue. Non erano bastati quei sette morti presi a caso tra la popolazione inerme. Le Brigate Nere volevano ancora uccidere e ci riuscirono con Bruno Valori, un giovane originario di Montelupo Fiorentino, di appena ventidue anni, ma che la Resistenza al nazi-fascismo aveva portato in Garfagnana, dove iniziò ad operare come staffetta, anche grazie ad un lasciapassare avuto dalle autorità germaniche. Partigiano della Brigata Lunense, venne catturato la sera del 22 settembre, mentre, assieme ad altri due compagni, attraversava i boschi di ritorno da un’azione volta alla liberazione di Luigi Berni, antifascista della prima ora e animatore, poi, della Resistenza tra i comuni di Castelnuovo, Filicaia e Castiglione. Incappato in un posto di blocco tedesco, sicuro di poterlo attraversare senza difficoltà proprio grazie a quel suo lasciapassare, venne trattenuto e consegnato alla Brigata Nera, la stessa che durante il giorno aveva massacrato a colpi di mitra e di fucile i sette giovani tra i campi attorno a Castelnuovo. Interrogato, selvaggiamente picchiato, il destino di Bruno era omai segnato: scalzo, sanguinante, quasi svenuto per le dure sevizie subite, venne portato sul luogo dove, ormai parecchie ore prima, erano stati uccisi i tre uomini intenti nella vendemmia. Gli venne intimato di scavare una fossa per sé e gli altri uccisi: all’improvviso, venne freddato con un colpo di pistola alla nuca.

Bruno ValoriLa guerra civile aveva ormai sconvolto la Garfagnana: con l’arrivo, poi, delle Divisioni Monterosa e San Marco, del neo ricostituito esercito della Repubblica Sociale di Mussolini addestrato dai Tedeschi in Germania, molti furono i giovani abitanti di Castelnuovo che si diedero “alla macchia”, evitando così la chiamata alle armi. In tanti li aiutavano a passare il fronte o semplicemente a nascondersi. Fu così che nelle mani dei Fascisti e dei Tedeschi finirono cinque abitanti delle zone antistanti Castelnuovo: Ferruccio Marroni, originario del comune di Gallicano, Telmo Simoni, di appena vent’anni, di Trassilico, i coniugi Adelmo Medici, di professione medico, e sua moglie Natalina Peranzi, accusata di aver fornito abiti borghesi a militari disertori e renitenti alla leva, entrambi di Camporgiano. Condotti nei pressi del cimitero cittadino, a loro si aggiunse un quinto uomo, Antonio Bargigli, sfollato, originario di Livorno. È Renzo Bartoloni nel suo volume La Resistenza in Garfagnana a raccontarci quel nuovo, drammatico, episodio di sangue. Era il 6 novembre 1944: gli Alpini della Monterosa che avrebbero fatto parte del plotone di esecuzione si rifiutarono di sparare contro dei civili inermi e per giunta disarmati. Nel frattempo, a seguito di accertamenti, venne confermata l’estraneità di Adelmo Medici, mentre l’esecuzione della moglie venne sospesa in attesa di indagini più approfondite. Intanto, gli altri tre sfortunati, Bargigli, Simoni e Marroni furono uccisi a colpi di pistola da un ufficiale tedesco: nel pomeriggio, anche Natalina Peranzi venne falcidiata a colpi di mitra. La guerra stava volgendo al termine, Firenze, Pistoia, e poi Lucca, erano state raggiunte dalle forze alleate e liberate: nessuno poteva immaginare che in quell’inverno a cavallo tra il 1944 e il 1945 il fronte intero si fermasse dinnanzi a quella che è stata chiamata Linea Gotica, una serie di fortificazioni e bunker che correva dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. E nessuno di loro, così come nessuno a Castelnuovo di Garfagnana, avrebbe creduto che le loro montagne e le loro valli fossero sconvolte dalla guerra peggiore che possa colpire un popolo, quella civile.

Alexander Selkirk, il vero Robinson Crusoe

Alexander Selkirk1Quando Daniel Defoe scrisse il suo più celebre romanzo di avventure, Robinson Crusoe, è possibile che si sia ispirato alla sua vicenda: ovvero, quella di Alexander Selkirk, che per quattro lunghi anni, dall’ottobre 1704 al 2 febbraio 1709, visse, dopo essere stato abbandonato dai membri del suo equipaggio, su un isola deserta dell’Arcipelago Juan Fernandez, situato al largo delle coste del Cile. Selkirk, nato in una regione della Scozia nel 1676, fin da ragazzo, attratto dalla vita sul mare e dall’ignoto, prese parte a numerose spedizioni, per lo più scorribande, aggregandosi agli equipaggi di altrettante navi corsare, che incrociavano nei Mari del Sud. Dal carattere spesso scontroso e irascibile, nel 1703 accettò di prestare i suoi servigi prendendo parte alla spedizione del corsaro ed esploratore William Dampier, al comando del St. George, quale secondo ufficiale a bordo del Galeone Cinque Ports, agli ordini del Capitano Thomas Stradling. L’anno successivo, ad ottobre, dopo che i due vascelli avevano preso rotte differenti a causa di dissidi tra i due comandanti, il Cinque Ports fece una breve sosta presso le isole di Juan Fernandez, per rifornire di acqua e viveri: a questo punto, a causa delle dure condizioni del viaggio, Selkirk cercò di convincere alcuni membri dell’equipaggio ad ammutinarsi. Tradito, scoperto dal Capitano Stradling, venne abbandonato da solo sull’isola: poté portare con sé i suoi vestiti, alcuni strumenti da falegname, alcuni libri (tra cui una Bibbia), un moschetto e della polvere da sparo.

Alexander Selkirk2Ebbe, così, inizio la sua lunga avventura di naufrago, durata ben quattro anni. Inizialmente decise di rimanere sulla spiaggia, impaurito dai suoni provenienti dalla foresta: trovò riparo all’interno di una grotta, dove iniziò a cibarsi di piccoli molluschi, in attesa che all’orizzonte comparissero le vele di qualche nave. Rifugiatosi nella lettura, soprattutto dei testi sacri della Bibbia, ebbe modo di pentirsi del suo comportamento spesso scontroso, tenuto a bordo della nave Cinque Ports e, fattosi coraggio, iniziò l’esplorazione dell’isola. Avventuratosi tra la fitta vegetazione, scoprì con grande stupore che, arrangiandosi un po’, sarebbe riuscito a sopravvivere: si costruì un rifugio in legno, costruendo due solide e robuste capanne, iniziò a cacciare capre e altri animali selvatici, tra cui dei gatti, che addomesticò per tenere lontane alcune colonie di topi e roditori sbarcati dalle navi che facevano sosta nell’arcipelago. Riuscì anche, una volta logorati i suoi vestiti, a fabbricarne dei nuovi, utilizzando la lana e le pelli delle capre cacciate nell’entroterra, anch’esse portate dai navigatori portoghesi che raggiunsero l’Arcipelago Juan Fernandez. La salvezza sembrò a portata di mano quando, una mattina, riuscì a scorgere due vascelli in lontananza: la sua gioia, però, durò poco, in quanto le due navi erano spagnole e lui, corsaro scozzese, avrebbe rischiato la tortura e la pena di morte.

Alexander SelkirkIl salvataggio a lungo sperato arrivò soltanto il 2 febbraio 1709, quando la Nave corsara Duke, agli ordini del Capitano Woodes Rogers, approdò sull’isola: ironia della sorte, a bordo si trovava anche William Dampier, lo stesso ufficiale che aveva guidato la spedizione nel corso della quale Alexander Selkirk venne abbandonato. Fu da questo momento in poi che la disavventura di Selkirk si trasformò in una vera e propria fortuna: Rogers, nel 1712, pubblicò un lbro di memorie sui suoi viaggi, dove si soffermò a lungo sull’avventura di Selkirk. Raggiunto da alcuni giornalisti, la sua storia iniziò ad essere pubblicata su quotidiani e riviste, tanto che, quasi un secolo dopo, venne pubblicato un libro interamente a lui dedicato: era il 1835 e portava il titolo Vita e avventure di Alexander Selkirk, il vero Robinson Crusoe. Tornato alla sua casa natale in Scozia, nel piccolo villaggio di Lower Largo, pochi mesi dopo decise nuovamente di imbarcarsi, ancora affascinato dalle sue passate avventure nei Mari del Sud. Il 13 dicembre 1721, a bordo della Weymouth, trovò la morte a causa di un’epidemia di febbre gialla, che aveva flagellato il viaggio della nave: il suo corpo, avvolto in un telo e zavorrato, fu gettato in mare e affidato al “grande sudario del mare”.

Il Sacrario di Andrea Bafile a Bocca di Valle

Andrea_Bafile“Comandante di un Battaglione di Marinai, mentre preparavasi una operazione sull’estrema bassura del Piave, volle personalmente osare un’arrischiata ricognizione tra i canneti e i pantani della sponda sinistra perché, dallo strappato segreto delle difese nemiche, traesse maggiore sicurezza la sua gente. Tutto vide e frugò, e sventato l’allarme, già trovava riparo, quando notò la mancanza di uno dei suoi Arditi. Rifece allora da solo la via perigliosa per ricercarlo e, scoperto poi dal nemico mentre ripassava il fiume, e fatto segno a vivo fuoco, veniva mortalmente ferito. Guadagnata la sponda destra in gravissime condizioni, conscio della fine imminente, con mirabile forza d’animo e completa lucidità di mente, riferiva anzitutto quanto aveva osservato nella sua ricognizione, e dirigendo ai suoi infiammate parole, atteggiato il volto a lieve sorriso che gli era abituale, si diceva lieto che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. E passò sereno qual visse, fulgido esempio delle più elette virtù militari, coronando con gloriosa morte una vita intessuta di luminoso coraggio, di fredda, consapevole e fruttuosa audacia, del più puro eroismo. Basso Piave, 12 marzo 1918”. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria conferita al Tenente di Vascello Andrea Bafile, caduto alla testa di un gruppo di quattro marinai nei pressi di Cortellazzo, vicino Jesolo, durante una missione di ricognizione sul Basso Piave.

Andrea Bafile1Vita avventurosa ed eroica, quella di Andrea Bafile. Già decorato nel corso del primo conflitto mondiale con una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per aver eseguito un’importante missione aerea sulle Bocche di Cattaro (a cui partecipò, tra l’altro, anche Gabriele D’Annunzio), nel corso della guerra arrivò a rifiutare l’avanzamento al grado di Capitano di Corvetta, in quanto lo avrebbe distolto dalle navi e dagli equipagi, a cui era da sempre legato anche da fraterna e sincera amicizia, per destinarlo ad un incarico a terra allo Stato Maggiore. Continuò, così, la sua carriera tra le onde e le fredde paratie delle navi della Regia Marina, imbarcando sul Cacciatorpediniere Audace e poi sulla Torpediniera Ardea. Ma la sua grande capacità di comando emerse quando, alla fine del 1917 e a seguito della disfatta di Caporetto, chiese ed ottenne di essere destinato presso i reparti della Fanteria di Marina, comandando il Battaglione Fucilieri Monfalcone e quello d’Assalto Caorle. La sua morte, avvenuta in azione, destò profonda emozione in tutta l’opinione pubblica italiana, e non soltanto tra i militari che ebbero l’onore di essere al suo comando.

Andrea BafileSe, dapprima, venne sepolto all’interno del cimitero di Ca’ Gamba nei pressi di Jesolo, dal 20 settembre 1923 i suoi resti riposano ai piedi del massiccio della Majella, in Abruzzo, la terra che gli aveva dato i natali il 7 ottobre 1878. In località Bocca di Valle, poco fuori il centro abitato di Guardiagrele, è stato ricavato all’interno di una grotta naturale il Sepolcro dove il Tenente di Vascello Andrea Bafile ha trovato la sua ultima dimora. Da un cancello in ferro battuto, si sale una piccola scalinata in roccia grezza, che accede all’interno dell’antro della grotta, al cui centro, in marmo bianco, si trova la tomba, coperta da una grande bandiera Tricolore. Tutto attorno, dei pannelli in ceramica decorata rievocano i drammi del conflitto mondiale, unitamente ai cimeli appartenenti ai reparti e alle unità navali della Marina Militare Italiana. In alto, un quadro posizionato nelle vicinanze dell’altare, riporta la solenne motivazione dell’onorificenza al Valor Militare alla Memoria. Tante, le testimonianze degli equipaggi che nel corso dei decenni si sono recati in visita alla tomba dell’Eroe, simboleggiate dai caratteristici nastri dei berretti dei marinai, con su scritto il nome dell’unità di appartenza: Nave Etna, Nave Ebano, Nave Spinone, Nave Gabbiano, Nave Aviere, Nave Impavido, Nave Urania, Nave Fenice, Nave Artigliere, Nave San Giorgio, Nave Danaide, quasi a simboleggiare un passaggio ideale di testimone tra Andrea Bafile e gli appartenenti della Marina Militare di oggi.

Gravina sotterranea, un patrimonio ancora da scoprire

DSC_0261“La storia nostra è storia della nostra anima e storia dell’anima umana è la storia del mondo”. Con queste parole il Filosofo Benedetto Croce poneva l’attenzione sul valore della nostra storia passata, poiché un popolo senza memoria, che dimentica le proprie tradizioni e il proprio passato, non ha futuro. E oggi, sono in molti a scoprire, anzi a riscoprire, il nostro passato, come sta avvenendo ormai da una decina di anni a Gravina in Puglia. Grazie ad un’Associazione di ricercatori e appassionati, è stata riportata alla luce una città ormai dimenticata, nascosta alla vista e celata, spesso, dietro un muro in pietra o una botola nel terreno. La Gravina nuova, per certi versi anche moderna, riscopre così la Gravina vecchia, quella Gravina degli antenati neanche tanto lontani, ma dei nonni e dei bisnonni. Sotto al manto stradale del centro storico, infatti, è stato creato un percorso che si snoda tra cunicoli e cantine, portando il visitatore e il turista ad affacciarsi sul passato del secolo scorso.

IMG_20170325_170127Spazi ampissimi, scavati in una roccia simile al tufo, facile da asportare e fare in blocchi più o meno grandi: è con il ricavato di queste opere di cava che è stata costruita la Gravina di sopra, mentre parallelamente cresceva e si espandeva anche la Gravina di sotto. Solo gli anziani abitanti della cittadina pugliese sanno con esattezza i tesori che il sottuolo può ancora celare: durante le operazioni di ricerca, infatti, sono stati riportati alla luce tanti attrezzi e utensili di un passato neanche troppo lontano. La Gravina scavata sotto terra (i ricercatori dell’Associazione stimano in quasi 4500 gli ambienti sotterranei, ovvero almeno uno per edificio), grazie alla temperatura interna pressoché costante sia d’estate che d’inverno (circa 15° gradi) permetteva la conservazione di formaggi e vini, grazie anche ad una sapiente costruzione di canali e aperture dove scorreva la bevanda di Bacco dopo essere stata raccolta e pigiata dall’uomo e da grandi torchi in legno.

DSC_0299La Gravina riscoperta continua a riservare sorprese ogni giorno, grazie proprio al lavoro e all’opera disinteressata dell’Associazione Gravina Sotterranea. Il percorso creato, infatti, si snoda, oltre che sotto terra, anche all’aperto, passando dalla piccola chiesa rupestre di San Basilio Magno, fino al ponte-viadotto dell’Acquedotto, da dove è possibile ammirare un panorama da mozzare il fiato. Ma a Gravina c’è ancora tanto da scoprire, soprattutto sotto terra: chissà, infatti, quali storie possono raccontare i sotterranei nascosti sotto la strada. Un passato ormai lontano che, dopottutto, appartiene a ciascuno di noi, alle nostre famiglie e, soprattutto, alla nostra storia.

La Batteria Saint Bon

batteria-saint-bon-1Già ci siamo occupati, nel raccontare le nostre storie, di vecchie caserme abbandonate, come la Polveriera di Signa o il deposito carburanti dell’Esercito Italiano di Coverciano, entrambi a Firenze. Oggi, il nostro reportage si sposta in Puglia, pochi chilometri a sud della città di Taranto, lungo la strada litoranea che porta alle bellissime mete turistiche di Porto Cesareo e Punta Prosciutto. In località Lama, ormai abbandonata a sé stessa e ai vandali, nonché alla vegetazione che ormai riprende il sopravvento su ogni opera umana, sorgeva un tempo uno dei più bei gioielli dell’architettura militare mai costruiti: la Batteria Costiera Saint Bon, intitolata all’Ammiraglio Simone Pacoret de Saint Bon, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare durante la battaglia di Lissa, nonché capace di intuire la necessità di dotare la Regia Marina delle prime navi corazzate. La Batteria, posta alla difesa della città di Taranto, del suo porto commerciale e del suo arsenale militare, fu edificata a partire dal 1909, dopo che in altre zone attorno al capoluogo pugliese erano sorte altrettante batterie da difesa costiera.

batteria-saint-bon-4L’intento, come si legge nella relazione finale al progetto del Genio Militare, era quello di  “rafforzare la Difesa foranea della Piazza ed eliminare il settore morto esistente a sud-est della Batteria San Vito donde le navi possono avvicinarsi e bombardare l’Arsenale”: i lavori, iniziati nell’agosto del 1909, furono completati a tempo di record, così che già nel giugno 1911, la Batteria Saint Bon poteva dirsi completamente operativa. Mancavano da ultimare soltanto alloggiamenti logistici e segreterie (completati l’anno successivo, nel 1912), quando i primi pezzi d’artiglieria andarono ad armare il complesso militare: furono posizionati sei obici da 280 mm, con una gittata massima di 10.700 metri. Erano occultati dietro un terrapieno rialzato e dal deposito munizioni, in modo che dal mare ne fosse celata la vista.

batteria-saint-bon-6Oggi, di tutto questo, restano soltanto le piazzole in cui erano alloggiati i grossi pezzi d’artiglieria e le gallerie comunicanti con polveriere e magazzini. Tutto intorno alle vecchie strutture logistiche, alle altane di avvistamento (queste installate a partire dal 1926) e ai camminamenti fortificati vige ormai l’abbandono più completo. Rifugio di sbandati, senza tetto e tossicodipendenti, la vecchia Batteria Saint Bon reca i danni del tempo e dell’incuria: molti tetti sono franati, alcuni pericolanti, mentre il grande piazzale interno è utilizzato a discarica. Una vera stretta al cuore: tutta l’area, infatti, potrebbe essere riqualificata, potrebbero essere creati parchi a tema storico-didattico e creati percorsi escursionistici per amanti della storia militare ma anche della natura, come è successo nelle regioni del Veneto e del Friuli, dove le vecchie fortificazioni della Grande Guerra sono state recuperate e riqualificate in una sorta di grande museo all’aperto. Ma probabilmente manca la voglia, e l’interesse, a recuperare un pezzo importante della nostra storia.