Il sacrificio del Carabiniere Antonio Bonavita

Attentato a TogliattiErano le 11.30 del 14 luglio 1948 quando, mentre usciva da Montecitorio, accompagnato da una giovane Nilde Iotte, futura prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente della Camera dei Deputati, il Segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Toliatti fu raggiunto da tre colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata da uno studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, fervente anticomunusta e simpatizzante del qualunquismo. Alla notiza dell’attentato, scoppiarono in tutta Italia violenti disordini, che causarono nella sola giornata del 14 luglio 1948 oltre una decina di morti e un centinaio di feriti. Il clima politico era caldissimo e gli scioperi e le manifestazioni programmate dai militanti del Partito Comunista facevano temere una rivolta popolare. Scontri e violenze non si verificarono, però, soltanto nei grandi centri urbani, ma si diffusero a macchia d’olio anche nelle campagne.

Carabiniere Antonio BonvitaA Gravina di Puglia, un gruppo di militari dell’Arma dei Carabinieri fu comandato a presidiare un obiettivo ritenuto sensibile: la stazione amplificatrice dei telefoni di stato. Tra questi si trovava anche un Carabiniere di 28 anni, originario di Amantea, in provincia di Cosenza, Antonio Bonavita, in servizio presso il Battaglione Allievi di Bari. Quando, alla notizia della proclamazione di uno sciopero presso gli stabilimenti Divella, ai pochi Carabinieri fu ordinato di presidiare la fabbrica. Verso la sera del giorno successivo, 15 luglio, alle 19.00, alcuni manifestanti cercarono di introdursi all’interno dei caseggiati ma, vista l’impossibilità di calmare la folla, vennero sparati alcuni colpi d’arma da fuoco in aria. A questo punto la situazione degerò: accerchiati, gli uomini dell’Arma vennero dapprima accerchiati e poi disarmati. La sorte peggiore, purtroppo, toccò al Carabiniere Bonavita. Strattonato, insultato, venne legato ad una autovettura e trascinato per le vie cittadine: la folla inferocita infierì brutalmente sul povero militare ormai esanime per le percosse subite, prima di essere ferito con una serie di colpi di pistola.

IMG_20170325_102806Abbandonato il corpo in una piazzetta, fu prontamente soccorso dai colleghi e dagli abitanti ancora sotto shock: trasportato d’urgenza all’ospedale di Bari, a nulla valsero gli sforzi dei medici. Due giorni dopo, infatti, esalò il suo ultimo respiro. Il 23 gennaio 1952 gli è stata conferita, alla memoria, la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: “Gregario di un piccolo posto a protezione di uno stabilimento civile nel quale lavoravano maestranze non aderenti a sciopero generale, pur fatto segno da massa notevole di dimostranti, a fitta sassaiola e a colpi di arma da fuoco, rimaneva sereno al posto del dovere. Assalito successivamente da forte gruppo di facinorosi che tentavano di disarmarlo, opponeva strenua resistenza fino a che, ferito da un colpo di arma da fuoco e percosso violentemente al capo, si abbatteva al suolo venendo ancora dalla brutale forza assassina, fatto segno ad altro colpo di arma da fuoco e da nuove violente percosse che lo riducevano in fin di vita. Moriva serenamente esprimendo sentimenti di gratitudine per chi lo aveva amorosamente assistito. Luminoso esempio di attaccamento al dovere e all’onore militare”. Oggi, la Caserma dei Carabinieri di Gravina di Puglia è intitolata alla sua memoria.

I morti di Modena del 9 gennaio 1950

strage-di-modenaIl sangue dei lavoratori era già sta stato sparso, nell’Italia del dopoguerra: a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1 maggio 1947, erano state uccise undici persone (i feriti furono quasi trenta), ad opera del bandito più ricercato di allora, Salvatore Giuliano e la sua banda: ma se chiari erano gli esecutori, ignoti restarono i mandanti, i “burattinai”, anticipazione di quella strategia della tensione che insanguinò la penisola, da quell’ormai lontano dicembre 1969, quando una bomba ad altissimo potenziale esplose all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. Era un’Italia che voleva rinascere dalle macerie della guerra, quella del 1950: le fabbriche, soprattutto fonderie e acciaierie, dovevano riconvertirsi nuovamente alla produzione del tempo di pace. Tra queste, a Modena, le Fonderie Riunite, che durante gli anni del Fascismo avevano visto incrementare la loro produzione proprio in virtù delle commesse statali in ambito militare. Ma il prezzo da pagare era altissimo: con l’ammodernamento, infatti, iniziarono i primi licenziamenti.

eccidio-fonderie-modena-gennaio-1950Nel 1947, dopo una dura vertenza tra i dirigenti delle Fonderie Riunite e la FIOM, furono licenziati ventisei operai: fu così ordinata la prima serrata e il primo sciopero. Un braccio di ferro che durò diversi giorni, prima che Adolfo Orsi, proprietario dello stabilimento, accettasse la vertenza sindacale. Intanto, l’azienda cominciò a lamentare problemi di bilancio, lasciando intravedere la possibilità di licenziamenti di massa pur di far quadrare il bilancio. A luglio 1949, Orsi prese la decisione di licenziare 120 dipendenti, annunciando al contempo la chiusura di uno degli stabilimenti: l’intera città di Modena reagì a questi soprusi, manifestando in piazza e richiamando l’attenzione delle autorità e del Governo. La risposta, invece, fu lo schieramento della Celere, a difesa delle Fonderie. La situazione, a questo punto, precipitò: con il nuovo anno, il 1950, sarebbero stati riassunti soltanto 250 operai su 560, e per il 9 gennaio venne indetto lo sciopero generale.

1950-modena-eccidio-fonderie-1Chi si trovava quella fredda mattina di gennaio di fronte alle Fonderie Riunite ricorda ancora oggi il clima di tensione che si respirava nell’aria: da una parte gli operai, dall’altra gli agenti di Pubblica Sicurezza, che circondavano lo stabilimento. Oltre 20.000 furono le persone che si radunarono dinnanzi ai cancelli: praticamente tutta Modena era vicina ai suoi operai. All’improvviso, però, la Celere caricò i manifestanti: alcuni agenti iniziarono a sparare, causando i primi feriti. Nel caos che ne derivò, con i manifestanti che correvano cercando rifugio, gli agenti proseguirono nel lancio di lacrimogeni. E a sparare. A fine giornata rimasero sulla strada sei persone: Angelo Appiani, operaio, di 30 anni; Renzo Bersani, operaio metallurgico, di 21 anni; Arturo Chiappelli, spazzino, di 43 anni; Ennio Garagnani, carrettiere, di 21 anni; Arturo Malagoli, operaio, di 21 anni. Ma la morte che destò più indignazione fu l’uccisione di Roberto Rovatti, 36 anni, operaio metallurgico: circondato da un gruppo di agenti, massacrato di botte, venne dapprima gettato in un fosse e poi finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. I feriti furono quasi duecento, anche se un conteggio ufficiale non fu possibile stabilirlo: in molti, infatti, non recarono negli ospedali, credendo di venire arrestati e trattenuti dalle forze dell’ordine. Lo sgomento per quanto accaduto fu enorme: in tutta l’Emilia Romagna si ebbero scioperi e manifestazioni spontanee, mentre il 12 gennaio, ai funerali, si radunò una folla di oltre 300.000 persone: lo stesso giorno, il Governo presieduto da Alcide De Gasperi, si dimise, ma solo per il tempo di un rimpasto ministeriale.

I segreti di Bologna

I segreti di BolognaOggi torniamo a parlare di libri, scambiando quattro parole con Valerio Cutonilli, avvocato e giornalista, coautore, assieme al Giudice Rosario Priore, già titolare dell’inchiesta sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980, del volume I segreti di Bologna (Ed. Chiarelettere), incentrato sull’altra grande strage di quella drammatica estate 1980: la bomba che esplose il 2 agosto alla stazione di Bologna. Quella drammatica mattina di agosto, una bomba ad altissimo potenziale esplose nella sala d’aspetto dello scalo ferroviario, seminando morte e distruzione tra comuni cittadini in partenza per le vacanze estive, lavoratori pendolari e personale delle Ferrovie italiane. I morti furono 85 e i feriti oltre duecento, in quello che è stato il più grave attentato terroristico compiuto fino ad oggi dalla fine del secondo conflitto mondiale. E, sebbene sia l’unica strage ad avere tre condanne per chi ha materialmente messo l’ordigno, molte le domande ancora aperte: innanzitutto su chi fossero i mandanti e, cosa non secondaria, se i veri colpevoli condannati all’ergastolo per strage (tre esponenti dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari) siano effettivamente tali. Negli anni, infatti, hanno cominciato a prendere corpo altri filoni di indagine e altre piste, tra cui quella internazionale, che lega la bomba di Bologna con più delicati equilibri tra Est e Ovest, tra terrorismo palestinese e Unione Sovietica, tra NATO e KGB. Abbiamo, così, provato a chiedere qualcosa in merito ad uno dei due autori, Valerio Cutonilli.

Strage di Bologna1. Il 2 agosto 1980 segna una data tragica per la storia d’Italia. Nella sala di aspetto della Stazione Centrale di Bologna, una bomba ad altissimo potenziale uccise più di 80 persone, ferendone oltre 200. Una strage strana, in un momento in cui la politica nazionale (e internazionale) non avevano più bisogno di “scossoni”, dove non vi era più il bisogno di svolte autoritarie o comunque in un momento in cui l’avanzata delle sinistre non faceva più paura. Allora, e sappiamo che è difficile rispondere, perché scoppiò quella bomba?

Le sentenze di certo non lo spiegano. Si lamenta spesso il fatto che non sono stati individuati i mandanti. In realtà il grande assente nella ricostruzione giudiziaria è il movente, come ammise esplicitamente il Giudice Istruttore di Bologna Vito Zincani all’atto conclusivo dell’inchiesta nel 1986. Nel libro proviamo a spiegare l’assenza del movente.

2. Quella del 1980 fu un’estate alquanto calda. Non solo Bologna ma anche Ustica: oltre 160 morti in poco meno di due mesi. Può esserci un collegamento tra i due fatti? Un avvertimento non arrivato (Ustica) e, quindi, da riproporre con maggior durezza (Bologna)? O due fatti scollegati completamente l’uno dall’altro?

Strage di BolognaA nostro avviso non esiste una connessione diretta, come taluni hanno ipotizzato. Il Giudice Priore, titolare dell’inchiesta su Ustica, ha posto in relazione l’inabissamento del DC9 a uno scenario di guerra aerea. Non ha creduto alla tesi della bomba a bordo. È vero però un fatto. Nell’estate del 1980 c’è un conflitto non dichiarato tra Est e Ovest che si riversa proprio nello scacchiere mediterraneo. L’azione delle potenze occidentali posta in essere durante la notte di Ustica, da una parte, l’azione ritorsiva contro l’Italia programmata dal gruppo filosovietico dell’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e affidata a Carlos Lo Sciacallo, dall’altra, rappresentano due momenti opposti di un più ampio stato di tensione.

3. A livello internazionale, resteranno le parole di Dom Mintoff, premier maltese, la stessa mattina del 2 agosto 1980. Quel giorno, infatti, veniva firmato un accordo più o meno segreto tra l’Italia e la piccola isola di Malta, per metterla a riparo da possibili azioni libiche. E in questo caso, le parole di Mintoff (“È stato quello là”, riferendosi a Gheddafi) pesano come una vera e propria accusa. Quanto ci può essere di vero?

Strage di BolognaL’Italia firmò il trattato militare con Malta, ritagliandosi il ruolo inusuale del gendarme, per impedire ai Sovietici di utilizzare un’isola di elevata rilevanza geostrategica. Questo è il senso dell’accordo del 2 agosto 1980, firmato all’insaputa della opinione pubblica e taciuto dopo l’esplosione di Bologna. Il nostro paese venne chiamato, in segreto, a proteggere il fianco sud della Nato per fare fronte a quella che il ministro della difesa dell’epoca Lelio Lagorio chiamò “minaccia da accerchiamento”.

4. Le indagini si sono rivolte anche “oltrecortina” per cercare una possibile risposta a quegli oltre 80 morti in quel 2 agosto 1980. Verità ancora tenute nascoste nel celeberrimo “Archivio Mitrokhin”?

Le verità non sono nascoste negli archivi, che però contengono spesso piccoli ma significativi elementi.  In quelli della Germania Est, per esempio, risulta l’affiliazione nel gruppo Carlos di Thomas Kram, il terrorista tedesco presente a Bologna il giorno dell’esplosione. Due precisazioni. Uno: la presenza di Kram è stata tenuta nascosta per 25 anni. Due: Kram si registrò in albergo con la propria patente. Non usò documenti falsi. Chiediamoci perchè.

5. Infine una domanda quasi di rito. Cosa ti ha spinto, assieme al Giudice Rosario Priore, a scrivere questo libro? Sei stato anche l’autore di Strage all’italiana, libro-intervista sempre su Bologna e gli intrighi e i depistaggi a livello internazionale. Quanto del “vecchio libro” troviamo nel “nuovo”?

Il vecchio libro era dedicato al processo contro i NAR. Questo riguarda la ricerca dei veri responsabili dell’esplosione di Bologna.  Abbiamo deciso di scrivere questo libro perché siamo convinti che i segreti del 2 agosto 1980 non siano impenetrabili come ritiene qualcuno.

A Caterina Nencioni, vittima della mafia

Strage Via dei GeorgofiliLe foto, a volte, dicono più di mille parole. Sono le foto, spesso, a fare la storia. A raccontarci eventi e fatti che altrimenti andrebbero perduti nell’oblio del tempo. Oggi siamo proprio parlando di una foto, scattata in una calda estate di fine maggio a Firenze. Era già passata la mezzanotte quando l’obiettivo della macchina fotografica fermò il tempo per sempre. L’orario preciso? Quasi impossibile stabilirlo. Quel che è certo è che era il 27 maggio 1993. La strada dove venne scattata: Via dei Georgofili. Un foto, Firenze, il centro storico. No, per una volta, non è un turista a scattarla. Per una volta, non è una foto da incorniciare quale ricordo della visita in una delle città d’arte più belle al mondo. La foto raffigura un Vigile del Fuoco e un medico. Ma c’è qualcosa che stona. Il pompiere tiene qualcosa stretto a sé, un piccolo fagotto bianco. Dietro di lui, polvere e macerie. Nel piccolo lenzuolo bianco, stretto al petto di quell’uomo, si trova la piccola Caterina Nencioni, di appena 50 giorni, strappata via da una bomba assassina e mafiosa scoppiata alle 01.04 sotto la Torre dei Pulci, dietro gli Uffizi. Le strette vie del centro hanno fatto si che l’onda d’urto del camion bomba amplificasse di molte volte gli effetti dell’esplosione. Morirono in cinque, quella notte. Uno studente universitario di 22 anni, Domenico Capolicchio, i coniugi Fabrizio Nenicioni e Angela Fiume e le loro due figlie, Nadia, di 9 anni, e la piccola Caterina. La colpa? Essere figli di quell’Italia che non voleva arrendersi alle stragi di mafia che insanguinavano il nostro Paese. Già, perché a volere quella bomba fu Gaspare Spatuzza, Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro e tutta la loro cricca di “uomini d’onore”, il cui onore era uccidere persone inermi e indifese. Questo il nostro piccolo omaggio a quelle cinque vite strappate la notte del 27 maggio 1993 in Via dei Georgofili, a Firenze. Questo il nostro piccolo omaggio alla piccola Caterina, la più innocente e la più indifesa di quelle vite strappate dall’odio e dalla prepotenza mafiosa.

I sogni e le speranze infrante della piccola Giuliana

Strage di UsticaGiuliana ha undici anni, gli anni più belli, forse, quelli che non ritornano più e che si rimpiange una volta che si è cresciuti. Sono gli anni dell’innocenza e sono gli anni passati tra i banchi delle scuole elementari di Bologna, dove in quella calda estate del 1980 Giuliana ha terminato la quinta elementare. Si sente grande, la piccola Giuliana. Grande perché all’inizio del nuovo anno scolastico, a settembre, inizierà i suoi primi passi alla scuola media. E proprio in quella calda estate avrebbe portato al suo papà, giù a Palermo, la sua pagella. Sta diventando grande Giuliana. Anzi, stava diventando grande. I suoi sogni, la sua innocenza e le sue speranze, furono spezzate pochi giorni dopo l’inizio di quella calda estate, così come quelle di altre 80 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, quando il volo IH-870 I-ITIGI scomparve improvvisamente dagli schermi radar nei cieli sopra Ustica, un piccola isola nel Mar Tirreno, a poco meno di 70 km dalla Sicilia. L’aereo, un Douglas DC9 della compagnia Itavia, decolla alle 20.08 del 27 giugno 1980 dall’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, dopo aver accumulato quasi due ore di ritardo in altri servizi precedenti. Ai suoi comandi vi è Domenico Gatti, esperto pilota con oltre settemila ore di volo alle spalle, tra l’Aeronautica Militare e quella civile, e il suo copilota, Enzo Fontana.

Strage di Ustica1Quando l’aereo decolla alla volta di Punta Raisi, si immette nell’aerovia Ambra 14, una sorta di “autostrada del cielo”, che corre fino a Firenze per cambiare nome in Ambra 13, e proseguire lungo il Mar Tirreno fino in Sicilia. A segnalare queste aerovie, una serie di impulsi lanciati dai radiofari a terra. A seguire il volo del DC9 è preposto il Centro Radar di Ciampino, dove un operatore segue costantemente un puntino luminoso, definito in gergo aeronautico plot, aggiornato ogni sei secondi circa. A indicare la rotta e la velocità, poi, un altro sistema, il transponder IFF, identifica costantemente il velivolo con un proprio codice: quello assegnato al DC9 è 1136 ed è come se fosse una targa. Ogni sei secondi, quindi, a Ciampino sapranno esattamente dove si trovi quell’aereo ai comandi del comandante Gatti e a bordo del quale la piccola Giuliana non vede l’ora di atterrare per abbracciare suo papà. Ma alle 20.26 accade qualcosa: il Centro Radar di Ciampino, e quello della Difesa Aerea di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara, chiedono al DC9 di identificarsi e inviare nuovamente il segnale del transponder: il plot sugli schermi radar comincia ad essere confuso, a sovrapporsi, a sdoppiarsi. In gergo militare, si richiede al DC9 di squoccare, di premere nuovamente il transponder, richiesta ripetuta una decina di minuti più tardi. Anzi, per essere sicuri che si tratti proprio del DC9 chiedono a Gatti la posizione: risponde che sono perfettamente allineati con il radiofaro di Firenze. Eppure, per alcuni istanti, a Ciampino la prua del DC9 era sembrata fuori rotta.

Strage di Ustica2Ma avvengono anche altri due fatti singolari, quella notte: è lo stesso Gatti ad accorgersi che, dopo Firenze, tutti i radiofari sono spenti (“Abbiamo trovato un cimitero” dirà a Ciampino). La seconda stranezza avviene alle 20.20, quando due caccia F104 dell’Aeronautica Militare decollati da Grosseto per un volo d’addestramento, lanciano per ben due volte consecutive il codice 7300: emergenza generale. Intanto si sono fatte le 20.56, a 43 miglia a sud di Ponza: Ciampino autorizza il Comandante Gatti a mettersi direttamente in contatto con la torre di controllo di Palermo per iniziare la discesa. Mancano solo venticinque minuti all’atterraggio e il DC9 si trova a circa 25.000 piedi di quota. Ad un certo punto qualcuno, in cabina, pronuncia una mezza parola: “Gua…” e poi nient’altro. Il DC9 scompare dai radar. Intanto, a Palermo, l’aereo è dato in ritardo, prima di mezz’ora, poi un’ora, due, tre. Infine ritardo “indeterminato” fino alla dichiarazione finale dell’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile: disperso. Il volo IH-870 è dato per disperso e solo all’alba del 28 giugno, quando un elicottero della Marina Militare inizia a rinvenire macchie d’olio e carburante nel basso Tirreno appare chiara la tragedia. Affiorano i resti dell’aereo, i seggiolini, i bagagli. E i corpi. Non vogliamo raccontare i trent’anni di perizie, di processi, di contro perizie e di altri processi. E neanche dei nastri mancanti, dei registri dei Centri di Difesa Aerea distrutti, di quelle morti sospette che coinvolsero gli appartenenti all’Aeronautica Militare in servizio quella notte (tra le tante, gli stessi piloti che lanciarono l’emergenza nazionale, i Tenenti Colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli, o il Maresciallo Alberto Dettori).

E poi quello strano ritrovamento sui monti della Sila, a Castelsilano, dove il 18 luglio viene rinvenuto un Mig-23 libico precipitato. Collegando i fatti, in tanti, a ormai trent’anni di distanza, avanzano l’ipotesi che quella notte, nei cieli italiani, per un breve istante si combatté una guerra, tra aerei libici e aerei appartenenti alla NATO: forse italiani, forse francesi, forse americani. Ancora troppi forse. Quello che è certo è che in quell’inizio dell’estate sono morte 81 persone. Sono stati spezzati i sogni e le speranza di Giuliana, che stava partendo per le vacanze dopo la fine della scuola. Qualcuno gli ha rubato e portato via la sua innocenza, così come è stata portata via agli altri ottanta tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Non sapremo mai cosa abbia pensato Giuliana in quegli attimi, in quei secondi fatali in cui il DC9 si squarciò, esplose in volo e si inabissò nel Mar Tirreno, depressurizzando la cabina passeggeri e non lasciando scampo a nessuno. Giuliana oggi avrebbe avuto 47 anni. Si sarebbe fidanzata, avrebbe potuto sposarsi, avere dei figli e una famiglia, e perché no, magari anche dei nipotini: qualcuno, però, ha deciso che non le sarebbe stato concesso nulla di tutto questo. C’era la guerra a Ustica. C’era la guerra e un aereo civile è stato abbattuto in tempo di pace. Ma nessuno ha spiegato a Giuliana perché, ormai più di trent’anni fa, in Italia e in tempo di pace, nei cieli c’era la guerra.

Domhnach na Fola, la domenica di sangue di Derry

Derry“Against the famine and the crown, I rebelled, they cut me down. Now you must raise our child with dignity”. Queste le parole della celebre ballata irlandese Fields of Athenry, conosciuta in tutto il mondo, scritta dal cantautore Pete St. John, e riproposta in moltissime versioni, tra cui, le più note, quelle dolci e melodiose dei The Dubliners e di Paddy Reilly, o quella più dura della band americana Dropkick MurphysFields of Athenry, ambientata tra il 1845 e il 1850, narra della grande carestia che colpì l’Irlanda e di due giovani innamorati, Michael e Mary, e di loro figlio. Michael è stato arrestato dalle autorità della Corona inglese perché scoperto a rubare del cibo per poter provvedere alla propria famiglia. Tratto in arresto, tra i due avviene un commovente scambio di battute al di qua e al di là della cella della prigione, dove l’uomo è in attesa di essere trasferito a bordo di una nave che lo porterà nella colonia penale di Botany Bay, in Australia. Ma non gli importa della sua punizione: quel che più conta è suo figlio cresca ribellandosi alla dominazione inglese che per secoli ha soggiogato il popolo irlandese.

Bloody Sunday1Secoli di soprusi, violenze, divisioni, arresti indiscriminati, morti e attentati. Una moderna colonia che resiste ancora oggi nel cuore dell’Europa. Per questo manifestavano pacificamente migliaia di cittadini di Derry il 30 gennaio 1972. Era un venerdì. Animatore del grande corteo fu Ivan Cooper, politico e attivista nord irlandese, tra i maggiori sostenitori della “non violenza” per la sua contrarietà all’internamento senza processo. Con la Northern Ireland Civil Rights Association aveva indetto una grande manifestazione per i diritti dei cittadini cattolici, vessati nell’Irlanda del Nord dalla maggioranza protestante. Quando la marcia per la pace e i diritti civili iniziò a sfilare per le vie di Derry, nessuno avrebbe mai immaginato l’inferno che sarebbe scoppiato di li a poco. Fu un attacco premeditato, studiato nei minimi particolari dalle autorità inglesi e in particolar modo dal 1° Battaglione Paracadutisti dell’esercito inglese. Il comizio di Ivan Cooper e degli altri referenti per il movimento dei diritti civili era appena iniziato quando, in maniera del tutto inaspettata, cominciarono a risuonare degli spari. Ma non erano proiettili di gomma quelli che venivano sparati: erano proiettili veri.

Bloody SundayTredici persone, per lo più giovani tra i 17 e i 22 venni, rimasero uccise sotto il fuoco dei soldati inglesi (un altro irlandese morirà quattro mesi più tardi, per le ferite riportate). Tra coloro che furono uccisi, si ricordano le storie di John Duddy, 17 anni, colpito in pieno petto da una fucilata mentre tentava di fuggire dalle cariche dei paracadutisti: molti testimoni, riferirono che il soldato che sparò, prima di premere il grilletto, prese attentamente la mira. O Bernard McGuigan, 41 anni, assassinato con un colpo alla nuca mentre, sventolando un fazzoletto bianco, stava prestando soccorso a Patrick Doherty, raggiunto alla schiena da un colpo di fucile. Di loro, resterà impressa per molti anni la fotografia dei loro corpi coperti dal bianco striscione del movimento dei diritti civili macchiato del loro sangue.