Turazza e Cimarrusti, due Agenti caduti per il dovere

Cimarrusti e TurazzaErano due Poliziotti in servizio presso la Questura di Verona. L’Agente Scelto Davide Turazza, 36 anni, e l’Agente Giuseppe Cimarrusti, dieci anni più giovane, la notte del 21 febbraio 2005 stavano svolgendo un servizio di pattuglia lungo la Strada Statale 12, quando, alle 02.35, notarono alcuni strani movimenti provenire dall’interno di una autovettura ferma in un parcheggio. Certamente qualcosa di strano balzò agli occhi dei due membri delle Forze dell’Ordine, che non esitarono un attimo ad effettuare un controllo che, molto probabilmente, credevano di routine. Quello che non si aspettarono, invece, fu un’improvvisa pioggia di fuoco provenire verso di loro. Dopo aver intimato alla persona all’interno di scendere per procedere al riconoscimento, una valanga di proiettili iniziò a piovere su Turazza e Cimarrusti. La sparatoria che seguì durò pochissimi minuti, ma quando calò nuovamente il silenzio quattro corpi giacevano sull’asfalto.

IMG_20170915_123035Colpiti e feriti gravemente, i due Agenti morirono poco dopo, non prima però di essere riusciti a loro volta a colpire e neutralizzare il loro assassino. L’Agente Cimarrusti, inoltre, poco prima di esalare l’ultimo respiro, raggiunta nuovamente l’auto di servizio, riuscì con un filo di voce ad avvertire la Centrale Operativa della Squadra Mobile, informando i propri colleghi di quanto era avvenuto. Giunti sul posto, gli uomini della Questura di Verona, trovarono il motivo del folle gesto della morte dei due Poliziotti: a bordo della vettura che aveva destato interesse in Cimarrusti e Turazza, infatti, fu trovato un quarto corpo, appartenente ad una prostituta di nazionalità ucraina. Il sacrificio dei due Agenti non fu vano: oltre a fermare un folle criminale, le indagini successive stabilirono che omicidio di una prostituta albanese in provincia di Bergamo era stato compiuto utilizzando una delle pistole rinvenute quella notte all’assassino, che di professione era un investigatore privato. Alla loro memoria, il 3 maggio 2005, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile: “Con ferma determinazione, esemplare iniziativa e consapevole sprezzo del pericolo non esitava ad affrontare, unitamente ad un collega di pattuglia, un uomo armato che aveva aggredito e ferito gravemente una donna. Fatto segno di proditoria e violenta azione di fuoco, replicava con l’arma in dotazione, riuscendo a neutralizzare l’aggressore, ma veniva a sua volta ferito mortalmente. Fulgido esempio di grande ardimento ed elevato spirito di servizio spinti sino all’estremo sacrificio. Verona, 21 febbraio 2005″.

Annunci

Il mistero della Lorna I

Barbara Rizzo2 aprile 1985. Una mattina come tante. Barbara Rizzo, giovane madre di trent’anni, sta accompagnando i propri figli, Salvatore e Giuseppe, a scuola, come sempre. Transitano lungo la strada statale che attraversa Pizzolungo, piccola frazione di Erice, in provincia di Trapani. Alle 08.35 un boato: un’autobomba, carica di tritolo, squarcia quella mattina di normale tranquillità. Barbara è dilaniata, catapultata fuori dell’abitacolo, mentre i resti dei due figli, gemellini di sei anni, sono sparsi dappertutto. L’obiettivo, però, non erano loro. Negli stessi istanti, infatti, su quella strada, si trovava a viaggiare Carlo Palermo, giovane magistrato che stava recandosi a lavoro: l’auto con la donna e i due bambini, si trovò esattamente al centro, tra le vetture del giudice e della scorta, nel momento esatto della deflagrazione, facendo, di fatto, da scudo alle altre due macchine. Quel 2 aprile 1985 la mafia colpiva duramente, uccidendo e dilaniando tre vite innocenti. Ma perché questo attentato? Chi voleva la morte del Magistrato Carlo Palermo? Su cosa stava indagando?

Lorna INovembre 1977. Dal porto di La Spazia, la Lorna I, piccolo mercantile di 118 metri di lunghezza, salpa alla volta di Livorno. A bordo, un equipaggio eterogeneo, composto da turchi, jugoslavi, tunisini, spagnoli, egiziani e romeni, più tre italiani: sono il Comandante della nave, Alfredo De Gregori, il Direttore di Macchina Giulio Maggesi ed una ragazza, una certa Maria Grazia Cecchini, imbarcata all’ultimo momento per seguire un marinaio con cui aveva intrecciato una relazione. Partita nuovamente dal porto toscano, la Lorna I navigò lungo il Mar Tirreno, costeggiando la Sicilia, per volgere infine la prua verso l’Albania e la Turchia. L’ultima data certa è quella del 6 dicembre 1977, quando, una volta nel Mar Nero, del mercantile si perse ogni traccia. La stampa italiana iniziò ad occuparsi del caso soltanto tredici giorni più tardi, parlando di una non meglio precisata tempesta che avrebbe investito in pieno la Lorna I facendola inabissare, portando con sé l’intero equipaggio composto di ventuno persone.

Carlo PalermoEppure qualcosa cominciò a non tornare. Alcuni marittimi, mai ascoltati dagli inquirenti, preferirono non imbarcarsi a bordo della nave una volta ingaggiati. Perché? Già nei giorni successivi la scomparsa, qualcuno parlò di strani carichi, di traffici sospetti tra l’Italia e il Medio Oriente. Intanto, il mare cominciò a restituire pezzi della nave, qualche lancia di salvataggio, dei salvagenti. E dei corpi. Chi li vide ebbe un sussulto: sebbene in acqua da parecchi giorni, gonfi e con numerosi morsi di pesci, presentavano numerosi fori come di chi fosse stato colpito da una raffica di mitragliatore o di fucile. Passano gli anni e sembra che nessuno, in Italia, si interessi al caso della Lorna I e alla fine del suo equipaggio. O meglio, viene aperto un solo fascicolo dalla Procura di Trento, forse più per prassi che per una reale voglia di giustizia. Chi è capo dell’inchiesta, però, vuole vederci davvero chiaro. Carlo Palermo indaga, ascolta testimoni, collega i fatti: ed è allora che inizia a farsi strada uno scenario inquietate. Traffici di armi e rifiuti tossici, anche radioattivi, verso i paesi più poveri, e di droga, verso l’Italia. Tutto era iniziato con un sequestro di 110 chili di morfina a due esponenti malavitosi di Trento, anello di congiunzione tra i trafficanti di stupefacenti turchi e la mafia siciliana.

Quello che scopre il giudice, però, è un vero e proprio vaso di Pandora. Entrano in scena strani faccendieri, i servizi segreti, esponenti della criminalità. A questo serviva la Lorna I, probabilmente a insaputa del suo stesso equipaggio. Nelle indagini spuntò anche il nome di un finanziere socialista, Ferdinando Mach di Palmstein: sentitosi tirato in causa, Bettino Craxi fece un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti di Palermo, che venne rimosso e trasferito a Trapani, dove volle continuare le indagini del Giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, pure lui ucciso dalla mafia nel 1983. Una cosa sola è certa. Dietro la Lorna I si nasconde una lunga di scia di sangue, dove a morire sono ancora una volta degli innocenti: da La Spezzia al Mar Nero, arrivando fin giù in Sicilia, a Pizzolungo. Barbara Rizzo, forse, quella nave neanche l’aveva mai sentita nominare ma è scomparsa, assieme ai suoi due bambini, come l’equipaggio del mercantile in quel dicembre 1977.

La Rigel, la nave dei veleni

Rifiuti“Appare ipotizzabile che la presenza a bordo dei blocchi fosse utile alla cementificazione di rifiuti radioattivi”. Queste le parole di Francesco Neri, magistrato, in merito ad uno dei tanti misteri italiani (che poi, a dirla tutta, tanto mistero non è), su cui per decenni ha indagato la Magistratura, su cui sono stati spesi fiumi di inchiostro in altrettanti servizi di inchiesta e dove qualcuno, forse troppo intenzionato a vederci chiaro, ci ha rimesso la vita. Tutto parte con una denuncia ai Lloyd’s, la compagnia di assicurazioni navali che, di fatto, detiene il monopolio in merito ai sinistri navali, grazie ad una capillare rete di agenzie presenti in quasi tutti i porti con loro funzionari. Un armatore, infatti, ha intentato una causa per richiedere un indennizzo in merito alla perdita della propria nave, ufficialmente affondata al largo di Capo Spartivento. Ne indica anche le coordinate: 37° 58′ N – 016° 49′ E. La Rigel, motonave battente bandiera maltese, con una stazza complessiva di poco più di 3850 tonnellate, la notte del 21 settembre 1987, durante un normale viaggio nel Mar Mediterraneo, affonda in circostanze mai del tutto chiarite. Sono tante le navi, in quel periodo, ad inabissarsi in circostanze del tutto inusualei. Le hanno chiamate le “carrette del mare”, piccoli mercantili colati a picco tra la Sicilia e la Calabria tra la fine degli Anni Ottanta e gli inizi degli Anni Novanta a causa di mareggiate improvvise, burrasche non previste, falle apertesi senza alcun preavviso, così gravi da compromettere immediatamente la galleggiabilità delle imbarcazioni..

Navi dei veleniIn quella notte, la Rigel affondò così velocemente che l’equipaggio non fu nemmeno in grado di lanciare un SOS rivolto alle capitanerie di porto siciliane che, vista la vicinanza delle coste italiane, sarebbero giunte sul luogo del disastro in brevissimo tempo. Fortuna volle che negli stessi istanti passasse da quelle parti la Krpan, un mercantile jugoslavo, che riuscì a trarre in salvo i naufraghi. E giustamente, invece di raggiungere al più presto un porto dove sbarcare l’equipaggio vittima del disastro, la nave continuò il suo viaggio a giro nel Mar Mediterraneo, giungendo infine nel porto di Tunisi, dove scaricò i “sopravvissuti”. Troppe stranezze, in effetti. E il carico della Rigel? Perduto per sempre, chiuso nella stiva e ormai sepolto da tonnellate di acqua. La scheda di carico parlava di un carico generico, composto da numerosi container al cui interno si sarebbero trovati polvere di marmo e macchine riutilizzate. Nessuno, però, controllò mai il contenuto effettivo alla partenza: anzi, più di qualcuno, di fronte ai giudici e ai magistrati, ha parlato che nei giorni immediatamente precedenti la partenza, strani personaggi montavano la guardia, sul molo, tenendo d’occhio questi container.

INCIDENTE GENOVA: IL PRECEDENTE  DELLA JOLLY ROSSOMa che nave era la Rigel? Ad oggi, è considerata l’unica nave su cui vi siano precisi indizi e prove che si trattasse di una delle tante “navi dei veleni”, affondate nei mari italiani per nascondere i loro carichi di morte, fatti di scorie industriali, chimiche e radioattive, in mano ad associazioni criminali prive di scrupoli. L’attenzione su queste navi si deve principalmente ad un uomo, un militare appartenente alla Capitaneria di Porto: Natale De Grazia, Capitano di Fregata, intenzionato a fare piena luce su questo mistero. Doveva svolgere le sue indagini proprio sulla Rigel, convinto di averne individuato il relitto: era questione di pochi giorni, giusto il tempo di compiere un viaggio per un’altra inchiesta, quella legata alla Jolly Rosso, un’altra nave invischiata in traffici poco chiari, arenatasi sulla spiaggia di Amantea, in provincia di Cosenza, il 14 dicembre 1990, dopo essere stata abbandonata dall’equipaggio perché, anche questa, in procinto di affondare. Il Comandante De Grazia, però, non verificò mai la posizione della Rigel: ufficialmente, venne stroncato da un infarto mentre si trovava in sosta lungo l’autostrada diretto a La Spezia, dove avrebbe dovuto rendere alcune dichiarazioni in merito al traffico di rifiuti. Parimenti, un altro nome rimane ormai indissolubilmente legato a queste navi: quello della Giornalista del TG3 Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio assieme al suo operatore Miran Hrovatin. Ma questa è un’altra storia. O forse no?

Rita Atria, vittima dimenticata di Via d’Amelio

Rita Atria“Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie, lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità” cantava Fabrizio De Andrè in Don Raffaé. Quello stesso Stato che nella realtà, grazie ai suoi uomini più puri, come il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, i Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il Commissario Boris Giuliano e tanti semplici agenti di scorta, hanno speso, e spesso sacrificato, la propria vita nel combattere in prima persona la mafia e, soprattutto, l’omertà di un’intera generazione. Anche tanti giornalisti, come Peppino Impastato, pur di non girare gli occhi dall’altra parte e non abbassare la testa, hanno tentato di fare breccia nel muro di gomma intorno a Cosa Nostra. Eppure, una storia più di tutte le altre dovrebbe essere raccontata. Una storia che più di ogni altra, dovrebbe essere commemorata dalle Istituzioni di quello Stato che troppe volte ha lasciato soli i suoi uomini più puri.

Falcone e BorsellioUna storia che inizia a Partanna il 4 settembre 1974, data in cui nasce Rita Atria. Cognome importante, il suo. Suo padre Vito, infatti, è uno dei più potenti boss della cittadina. Rita cresce così, tra uomini d’onore che di onorevole hanno ben poco. La prima svolta importante nella sua vita, avviene quando lei ha undici anni: nel 1985, il padre verrà ucciso in un agguato di una cosca rivale. Passano pochi anni e, nel 1991, anche il fratello Nicola, a cui nel frattempo si era legata moltissimo, viene assassinato. Sua moglie Piera Aiello, però, decide di non rimanere in silenzio, divenendo una testimone di giustizia. Da questo momento in poi, anche per la piccola Rita, appena diciassettenne, si aprono le porte dei grandi e freddi palazzi di giustizia. Decide di incontrare, seguendo l’esempio coraggioso di sua cognata, il Magistrato Paolo Borsellino, all’epoca Procuratore di Marsala. Le testimonianze rese dalle due donne permetteranno di avviare un’indagine approfondita sul controverso Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco democristiano di Partanna, nonché di istruire i processi contro numerosi mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala. In questi anni Rita ritrova anche quell’affetto familiare ormai scomparso: ripudiata dalla madre perché “amica degli sbirri”, viene di fatto adottata da Paolo Borsellino, che la tratta come una figlia. La mafia, però, ha ben altri progetti. Prima l’attentato di Capaci dove muore il Giudice Giovanni Falcone, poi Via D’Amelio: Paolo Borsellino non c’è più e senza di lui anche la giovane Rita si sente perduta.

Rita Atria1Una settimana dopo, il 26 luglio 1992, a Roma, dove vive in segreto, si uccide, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo in Viale Amelia. Gli agenti subito accorsi trovano soltanto un laconico messaggio, una sorta di testamento spirituale, rivolto atutti coloro che vogliono ancora combattere la mafia: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”. Rita Atria ebbe il coraggio di rinunciare a tutto. Agli affetti del suo fidanzato, della famiglia, della madre. Quest’ultima arrivò anche, secondo una contorta idea di “onore” tipica dell’ambiente mafioso, a distruggere a martellate la lapide della figlia. Abbiamo tanto da imparare da Rita. Innanzitutto il coraggio di combattere qualcosa di più grande di lei, quel coraggio sicuramente trasmessole da Magistrati pronti a tutto, come Paolo Borsellino. Ma anche, e soprattutto, dobbiamo imparare da Rita la voglia di migliorare questo paese, l’Italia, così bello ma così sfortunato, troppo spesso in balia di potenti di turno, di uomini senza un briciolo d’onore e personaggi ambigui. La lotta alla mafia è tutt’altro che finita, ma grazie a Rita, e a quanti decidono di seguire il suo esempio, anche l’odioso muro di gomma che la circonda verrà presto abbattuto.

Il sacrificio del Carabiniere Antonio Bonavita

Attentato a TogliattiErano le 11.30 del 14 luglio 1948 quando, mentre usciva da Montecitorio, accompagnato da una giovane Nilde Iotte, futura prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente della Camera dei Deputati, il Segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Toliatti fu raggiunto da tre colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata da uno studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, fervente anticomunusta e simpatizzante del qualunquismo. Alla notiza dell’attentato, scoppiarono in tutta Italia violenti disordini, che causarono nella sola giornata del 14 luglio 1948 oltre una decina di morti e un centinaio di feriti. Il clima politico era caldissimo e gli scioperi e le manifestazioni programmate dai militanti del Partito Comunista facevano temere una rivolta popolare. Scontri e violenze non si verificarono, però, soltanto nei grandi centri urbani, ma si diffusero a macchia d’olio anche nelle campagne.

Carabiniere Antonio BonvitaA Gravina di Puglia, un gruppo di militari dell’Arma dei Carabinieri fu comandato a presidiare un obiettivo ritenuto sensibile: la stazione amplificatrice dei telefoni di stato. Tra questi si trovava anche un Carabiniere di 28 anni, originario di Amantea, in provincia di Cosenza, Antonio Bonavita, in servizio presso il Battaglione Allievi di Bari. Quando, alla notizia della proclamazione di uno sciopero presso gli stabilimenti Divella, ai pochi Carabinieri fu ordinato di presidiare la fabbrica. Verso la sera del giorno successivo, 15 luglio, alle 19.00, alcuni manifestanti cercarono di introdursi all’interno dei caseggiati ma, vista l’impossibilità di calmare la folla, vennero sparati alcuni colpi d’arma da fuoco in aria. A questo punto la situazione degerò: accerchiati, gli uomini dell’Arma vennero dapprima accerchiati e poi disarmati. La sorte peggiore, purtroppo, toccò al Carabiniere Bonavita. Strattonato, insultato, venne legato ad una autovettura e trascinato per le vie cittadine: la folla inferocita infierì brutalmente sul povero militare ormai esanime per le percosse subite, prima di essere ferito con una serie di colpi di pistola.

IMG_20170325_102806Abbandonato il corpo in una piazzetta, fu prontamente soccorso dai colleghi e dagli abitanti ancora sotto shock: trasportato d’urgenza all’ospedale di Bari, a nulla valsero gli sforzi dei medici. Due giorni dopo, infatti, esalò il suo ultimo respiro. Il 23 gennaio 1952 gli è stata conferita, alla memoria, la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: “Gregario di un piccolo posto a protezione di uno stabilimento civile nel quale lavoravano maestranze non aderenti a sciopero generale, pur fatto segno da massa notevole di dimostranti, a fitta sassaiola e a colpi di arma da fuoco, rimaneva sereno al posto del dovere. Assalito successivamente da forte gruppo di facinorosi che tentavano di disarmarlo, opponeva strenua resistenza fino a che, ferito da un colpo di arma da fuoco e percosso violentemente al capo, si abbatteva al suolo venendo ancora dalla brutale forza assassina, fatto segno ad altro colpo di arma da fuoco e da nuove violente percosse che lo riducevano in fin di vita. Moriva serenamente esprimendo sentimenti di gratitudine per chi lo aveva amorosamente assistito. Luminoso esempio di attaccamento al dovere e all’onore militare”. Oggi, la Caserma dei Carabinieri di Gravina di Puglia è intitolata alla sua memoria.

I morti di Modena del 9 gennaio 1950

strage-di-modenaIl sangue dei lavoratori era già sta stato sparso, nell’Italia del dopoguerra: a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1 maggio 1947, erano state uccise undici persone (i feriti furono quasi trenta), ad opera del bandito più ricercato di allora, Salvatore Giuliano e la sua banda: ma se chiari erano gli esecutori, ignoti restarono i mandanti, i “burattinai”, anticipazione di quella strategia della tensione che insanguinò la penisola, da quell’ormai lontano dicembre 1969, quando una bomba ad altissimo potenziale esplose all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. Era un’Italia che voleva rinascere dalle macerie della guerra, quella del 1950: le fabbriche, soprattutto fonderie e acciaierie, dovevano riconvertirsi nuovamente alla produzione del tempo di pace. Tra queste, a Modena, le Fonderie Riunite, che durante gli anni del Fascismo avevano visto incrementare la loro produzione proprio in virtù delle commesse statali in ambito militare. Ma il prezzo da pagare era altissimo: con l’ammodernamento, infatti, iniziarono i primi licenziamenti.

eccidio-fonderie-modena-gennaio-1950Nel 1947, dopo una dura vertenza tra i dirigenti delle Fonderie Riunite e la FIOM, furono licenziati ventisei operai: fu così ordinata la prima serrata e il primo sciopero. Un braccio di ferro che durò diversi giorni, prima che Adolfo Orsi, proprietario dello stabilimento, accettasse la vertenza sindacale. Intanto, l’azienda cominciò a lamentare problemi di bilancio, lasciando intravedere la possibilità di licenziamenti di massa pur di far quadrare il bilancio. A luglio 1949, Orsi prese la decisione di licenziare 120 dipendenti, annunciando al contempo la chiusura di uno degli stabilimenti: l’intera città di Modena reagì a questi soprusi, manifestando in piazza e richiamando l’attenzione delle autorità e del Governo. La risposta, invece, fu lo schieramento della Celere, a difesa delle Fonderie. La situazione, a questo punto, precipitò: con il nuovo anno, il 1950, sarebbero stati riassunti soltanto 250 operai su 560, e per il 9 gennaio venne indetto lo sciopero generale.

1950-modena-eccidio-fonderie-1Chi si trovava quella fredda mattina di gennaio di fronte alle Fonderie Riunite ricorda ancora oggi il clima di tensione che si respirava nell’aria: da una parte gli operai, dall’altra gli agenti di Pubblica Sicurezza, che circondavano lo stabilimento. Oltre 20.000 furono le persone che si radunarono dinnanzi ai cancelli: praticamente tutta Modena era vicina ai suoi operai. All’improvviso, però, la Celere caricò i manifestanti: alcuni agenti iniziarono a sparare, causando i primi feriti. Nel caos che ne derivò, con i manifestanti che correvano cercando rifugio, gli agenti proseguirono nel lancio di lacrimogeni. E a sparare. A fine giornata rimasero sulla strada sei persone: Angelo Appiani, operaio, di 30 anni; Renzo Bersani, operaio metallurgico, di 21 anni; Arturo Chiappelli, spazzino, di 43 anni; Ennio Garagnani, carrettiere, di 21 anni; Arturo Malagoli, operaio, di 21 anni. Ma la morte che destò più indignazione fu l’uccisione di Roberto Rovatti, 36 anni, operaio metallurgico: circondato da un gruppo di agenti, massacrato di botte, venne dapprima gettato in un fosse e poi finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. I feriti furono quasi duecento, anche se un conteggio ufficiale non fu possibile stabilirlo: in molti, infatti, non recarono negli ospedali, credendo di venire arrestati e trattenuti dalle forze dell’ordine. Lo sgomento per quanto accaduto fu enorme: in tutta l’Emilia Romagna si ebbero scioperi e manifestazioni spontanee, mentre il 12 gennaio, ai funerali, si radunò una folla di oltre 300.000 persone: lo stesso giorno, il Governo presieduto da Alcide De Gasperi, si dimise, ma solo per il tempo di un rimpasto ministeriale.