Il Giovedì nero di Milano

1973 marino stampaFu un giovedì nero quello del 12 aprile 1973, a Milano. Un giovedì fatto di scontri tra giovani di destra e agenti del Terzo Reparto Celere. E di morti. Tutto ebbe inizio da una manifestazione negata dalla Questura della città al Movimento Sociale Italiano, intenzionato a sfilare nelle vie del centro per protestare contro l’intensificarsi della violenza rossa. A preoccupare la Prefettura, era la presenza di Ciccio Franco, noto per essere stato uno dei principali protagonisti dei moti che interessarono la città di Reggio Calabria tra il luglio 1970 e il febbraio 1971, dopo la decisione di spostare il capoluogo di regione a Catanzaro. Allora i morti furono sei, centinaia i feriti e i danni seguiti alle violenze innumerevoli. A tal proposito, l’allora Ministro dell’Interno Franco Restivo, dichiarò che “dal 14 luglio al 23 settembre sono stati compiuti tredici attentati dinamitardi, si sono avuti 33 blocchi stradali, quattordici blocchi ferroviari, tre blocchi portuali e aeroportuali. Si sono verificati sei assalti alla Prefettura e quattro alla Questura”. Il Prefetto Libero Mazza, pertanto, prese la decisione di negare la manifestazione: non avrebbe permesso che anche la città di Milano potesse essere messa in ginocchio dalle possibili violenze che ne sarebbero derivate. Ciccio Franco, infatti, era persona dal forte carisma, in grado di agitare in breve tempo le folle. Per di più, pochi giorni prima, il 7 aprile, un ordigno era esploso sul treno direttissimo Torino-Genova-Roma, senza provocare danni: a restare ferito fu l’attentatore, un militante milanese legato a Ordine Nuovo.

IMG_20190413_105807Alle 17.30, però, nonostante il divieto, la manifestazione ebbe luogo ugualmente, con i dimostranti che marciavano in direzione della Prefettura, proprio per protestare contro la decisione del Prefetto Mazza. Quest ultimo, non potendo più bloccare i manifestanti, decise di schierare gli Agenti di Pubblica Sicurezza del Terzo Reparto Celere, pronti ad intervenire se la situazione fosse peggiorata. E peggioró in fretta. Vi furono le prime schermaglie con le Forze dell’ordine e le prime violenze. Furono seriamente danneggiate e vandalizzate le vetrine dei negozi, le auto parcheggiate lungo le strade, un istituto magistrale e la Casa dello Studente, luoghi di aggregazione della sinistra milanese. Ma niente lasciava presagire quello che sarebbe accaduto di lì a breve. Quando il corteo si trovava su Via Belotti, all’altezza di Via Kramer, dalla folla vennero lanciate, in direzione dei poliziotti, due bombe a mano da esercitazione SRCM Mod. 35: la prima esplose sulla tettoia di una pensilina, ferendo in maniera non grave un passante e un agente. La seconda, invece, colpì in pieno petto Antonio Marino, originario di Caserta, ventitré anni appena. L’istinto lo portó a stringere lo scudo al petto, per proteggersi, ma di fatto bloccando l’ordigno che di lì a poco esplose: inutili i soccorsi dei colleghi, Antonio giaceva a terra, in un una pozza di sangue. Tutto attorno, il fumo dei lacrimogeni e dell’esplosione. Un altro morto in più in un periodo della storia italiana caratterizzato da orrende stragi, bombe nelle piazze e violenza tra rossi e neri in ogni città italiana.

I responsabili furono catturati poco dopo, portati a processo e condannati: ciò che lasciò estereffati era l’età degli assassini, diciannove e venti anni, praticamente coetanei di Antonio Marino. Dalle indagini e dalle dichiarazioni in tribunale emerse anche la premeditazione dell’atto: si cercava un morto e il lancio delle bombe a mano in direzione degli uomini della Celere ne fu la prova. Non erano sassi, i sanpietrini delle strade, ma ordigni capaci di causare un numero considerevole di vittime. Fu il caso se la seconda rimase bloccata tra il petto e lo scudo del giovane agente: se fosse anche solo caduta in mezzo ai poliziotti, avrebbe certamente causato ben più gravi danni. Antonio perse la vita così, in quello che i giornali hanno chiamato il Giovedì nero di Milano. Restano, oggi, una lapide in marmo dimenticata dalla storia e dalla memoria e una Medaglia d’oro al Merito Civile alla Memoria conferita con troppo, colpevole, ritardo (è solo del 2009): “Impegnato in un servizio di ordine pubblico durante una manifestazione politica, accortosi che un ordigno lanciato dai dimostranti stava per raggiungere un collega, riusciva a spingere quest’ultimo fuori dalla traiettoria, con grande sprezzo del pericolo. Mortalmente ferito immolava la giovane vita ai più nobili ideali di coraggio e spirito di servizio. Milano, 12 aprile 1973”

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Alcamo Marina, una strage senza colpevoli

apuzzo e falcettaDella strage di Alcamo Marina restano, ancora oggi, soltanto i morti. Due giovani Carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, la notte del 27 gennaio 1976, trovarono la morte all’interno della piccola caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Stavano dormendo, i due giovani militari della Fedelissima. Qualcuno, con una fiamma ossidrica, forzò la porta di ingresso della stazione dei Carabinieri e freddò, in una vile aggressione, i due che, vanamente, tentarono una reazione. I corpi senza vita furono rinvenuti quasi per caso da una pattuglia della Polizia di Stato che, transitando sulla strada di Alcamo scortando il Segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante, in Sicilia per alcuni impegni politici, notò la caserma con la porta spalancata, dando così l’allarme. Ma fu una strage dai contorni strani, inspiegabili, fin dalle prime indagini. E dalle prime rivendicazioni. Qualcuno, infatti, cercò di ascrivere il delitto alle sigle della sinistra extraparlamentare, arrivando fino alle Brigate Rosse: le quali, dovettero smentire l’assassinio dei due Carabinieri, dichiarandosi estranee ed emettendo un vero e proprio comunicato in tal senso.

strage di alcamoIn verità, poche ore dopo la strage, qualcuno, con voce contraffatta, chiamò la redazione del Quotidiano La Sicilia, rivendicando l’atto in questione e attribuendolo ad una sigla eversiva mai sentita prima di allora (e che mai più si sentirà dopo quella telefonata): Nucleo Sicilia Armata. Chi aveva interesse a depistare? Chi aveva interesse a mantenere il segreto sulla morte di due giovani Carabinieri, vilmente assassinati mentre dormivano nelle proprie stanze all’interno della caserma di Alcamo Marina? Venne tentata anche la pista mafiosa. Nel 1975, infatti, due esponenti politici della cittadina, l’ex Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici Francesco Paolo Guarrasi e il Consigliere Comunale Antonio Piscitello vennero uccisi in due agguati poi attribuiti a Cosa Nostra. Le indagini vennero affidate al Capitano Giuseppe Russo, uomo del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e portarono all’arresto di quattro giovani di Alcamo Marina: in seguito, due di loro vennero condannati all’ergastolo, Giuseppe Gulotta e Giovanni Mandalà, mentre Gaetano Santangelo (che fu arrestato solo nel 1995) e Vincenzo Ferrantelli a 20 anni di reclusione. Giustizia sembrava quindi fatta. Sembrava. I quattro, infatti, vennero riconosciuti innocenti: intanto, però, Mandalà era deceduto, mentre Gulotta, da innocente, aveva scontato ventidue anni di carcere, in quello che fu uno dei più eclatanti errori della giustizia italiana, mentre gli altri due erano fuggiti in Brasile.

giuseppe russoGià, perché ad Alcamo Marina non fu colpa del terrorismo. E forse neanche la mafia. Perché la strage di Alcamo Marina è stata poi ricollegata a strani arsenali di armi, a Pepino Impastato e Mauro Rostagno, il giornalista che per anni svolse ricerche in merito a traffici di armi e rifiuti tossici tra la Sicilia e l’Africa. Le stesse indagini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Anche il Capitano Giuseppe Russo, promosso intanto fino al grado di Tenente Colonnello, non poté più fornire la sua versione dei fatti e di come andarono quelle indagini, perché “Comandante di Nucleo investigativo operante in ambiente ad alto rischio e caratterizzato da tradizionale omertà, si impegnava con coraggio ed elevata capacità professionale in prolungate e difficili indagini relative ai più eclatanti episodi di criminalità mafiosa verificatisi tra gli Anni Sessanta e Settanta nella Sicilia Occidentale. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato, immolava la sua esistenza ai nobili ideali di giustizia e di difesa delle istituzioni democratiche. Corleone, Palermo, 20 agosto 1977″. Anche lui, a distanza di appena un anno dalla morte di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, restava ucciso in un agguato di mafia nella piccola località di Ficuzza, nei pressi di Corleone. Assieme a lui venne anche ucciso un insegnante che si trovava assieme al Tenente Colonnello Russo, Filippo Costa, per non lasciare testimoni del delitto.

Atti eroici della Polizia di Stato: le Guardie Luigi Marconi e Dino Menci

Screenshot_2018-08-21-23-20-28Gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono caratterizzati da disordine sociale, criminalità diffusa, una Nazione intera da ricostruire. Ma erano anche anni di rinascita e di speranza per una Repubblica che muoveva i primi passi. La voglia di ricostruire e di ripartire era forte, soprattutto per chi usciva distrutto da un conflitto che aveva sconvolto la vita di milioni di persone. E accanto ai tanti volenterosi che iniziarono a rimboccarsi le maniche, vi furono, come in ogni epoca e in ogni secolo, coloro che facevano dell’incertezza e del disordine sociale il loro stile di vita. Questa è la storia di due uomini, due Guardie di Pubblica Sicurezza, l’odierna Polizia di Stato, che caddero nell’adempimento del loro dovere proprio quando questo clima di incertezza era più forte: caddero sperando di vedere rinascere la loro Italia uscita sconfitta dalla guerra, perché credevano in quella neonata Repubblica vincitrice del Referendum Popolare del 2 giugno 1946. Luigi Marconi, Guardia in servizio presso il Terzo Reparto Celere di Milano, la notte del 15 maggio 1947, si trovava libero dal servizio quando, passeggiando nei pressi della Basilica dei Santi Nereo e Achilleo assieme alla propria fidanzata, notò due persone sospette. Avvicinatosi a queste, capì che era in corso una rapina a due ignari passanti: non esitò un attimo il giovane Luigi, ventidue anni, ad intervenire in difesa dei due malcapitati. Ingaggiò una colluttazione furibonda mettendo in fuga i rapinatori, ma uno di questi, estratta una pistola, fece fuoco: ferito gravemente all’addome, riuscì a rispondere al fuoco, ferendo a sua volta uno dei malviventi. Trasportato d’urgenza in ospedale, spirava due giorni dopo, 17 maggio. La sua morte impressionò tantissimo la popolazione di Milano. Alla sua Memoria venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Guardia di Pubblica Sicurezza mentre in ore notturne transitava alla periferia della città per rientrare in caserma, avendo scorto tre malviventi che, armi alla mano, stavano rapinando due passanti, con supremo sprezzo del rischio cui si esponeva e solo animato dal sentimento del dovere, affrontava decisamente i tre malfattori, riuscendo con tempestivo e coraggioso intervento, a disarmarne uno. Persistendo nell’audace azione, mentre intimava la resa agli altri, ancora armati, veniva colpito a morte. Magnifico esempio di coraggio, di abnegazione e di virtù militari. Milano, 15 maggio 1947”.

Screenshot_2018-08-21-23-22-00Dino Menci era anch’egli un Agente, effettivo presso la Polizia Ferroviaria di Firenze, aveva ventun’anni quando, in servizio presso la stazione di Chiusi Scalo, in provincia di Siena, si trovò di fronte al suo destino. Una Guardia di Pubblica Sicurezza notò un individuo che, appena sceso da un treno proveniente da Roma, con fare sospetto cercava di allontanarsi dalla stazione senza farsi notare. Era la mattina del 13 giugno 1948, circa le 09.30: l’Agente Dino Menci, in servizio di ordine pubblico sullo stesso convoglio, andò in supporto al collega che si apprestava a chiedere le generalità dello sconosciuto. Questi, se in un primo momento parve essere collaborativo, improvvisamente estrasse da sotto al cappotto una pistola semiautomatica, ingaggiando un violento conflitto a fuoco. Richiamati dagli spari e dalle urla di tante persone che si trovavano in prossimità dei binari, sul luogo della sparatoria accorsero altri Agenti e alcuni militari dell’Arma dei Carabinieri. Lo sconosciuto, poi identificato in un pericoloso delinquente già ricercato per altri reati, venne ucciso da un colpo di moschetto sparato da un Maresciallo dei Carabinieri. Sul terreno, però, agonizzante per una grave ferita, restava anche Dino Menci, che spirerà di li a poco tra le braccia dei colleghi. “In servizio di scorta a un treno passeggeri, mentre il convoglio entrava in stazione, visto un individuo, successivamente accertato essere un pericoloso pregiudicato, già colpito da mandato di cattura per omicidio, associazione a delinquere e detenzione di armi da guerra che, inseguito da un guardiano ferroviario stava per sfuggire alla cattura, si lanciava dal treno in corsa e lo affrontava coraggiosamente. Dopo violenta colluttazione riusciva a fermarlo ma, mentre si accingeva a perquisirlo, l’individuo, estratta fulmineamente una pistola, sparava contro di lui due colpi causandone quasi istantaneamente la morte. Figura integra di guardia di soldato, già distintosi in numerose operazioni di polizia per il suo coraggio, la sua capacità e il suo spirito di sacrificio, cadeva nell’adempimento del dovere sacrificando la sua giovane vita. Chiusi Scalo, 13 giugno 1948”.

La rivolta di San Vittore del 1946 e il sacrificio di Salvatore Rap

Agente Salvatore RapCosì un breve filmato dell’Istituto LUCE riportava le drammatiche sequenze finali della rivolta scoppiata all’interno del Carcere di San Vittore durante la Pasqua del 1946: “Per tre giorni San Vittore è stato in rivolta: al comando del bandito Barbieri e dell’ex gerarca Caradonna, i detenuti avevano catturato trentuno ostaggi, tra cui due commissari di Pubblica Sicurezza. Erano armati di mitragliatrici pesanti, di un panzerfaust e possedevano trenta chilogrammi di tritolo”. Quella del 1946 era una Milano che cercava di risollevarsi dalle macerie della guerra, con una delinquenza strisciante e onnipresente, davanti a cui le forze di pubblica sicurezza sembravano impotenti. Erano anche gli anni delle vendette private tra ex fascisti ed ex partigiani, di agguati mortali sotto il portone di casa o tra i vicoli del centro. E a San Vittore, il carcere cittadino, cominciarono ad affluire delinquenti comuni, ex esponenti del passato regime, ma anche appartenenti legati alla Resistenza arrestati a conflitto ormai concluso per reati comuni. Tra questi, il bandito Ezio Barbieri, noto per le sue rapine a istituti di credito, ignari passanti in auto e industriali legati al mondo illegale della borsa nera: attività, questa, che gli valse il soprannome di Robin Hood. Tra le mure de carcere, in quella primavera del 1946, si trovava anche Giuseppe Caradonna, esponente di spicco del Fascismo di Benito Mussolini.

Salvatore RapBarbieri e Caradonna, i cui nomi sono ricordati dagli storici del dopoguerra come i principali fomentatori della rivolta, non furono i soli protagonisti. Ve ne fu un altro, durante quella rivolta narrata dal fotogiornale dell’Istituto LUCE meno ricordato, la cui memoria si è persa ormai nel tempo. Salvatore Rap non aveva ancora ventidue anni il 21 aprile 1946, quando oltre tremila detenuti del carcere di San Vittore organizzarono una rivolta di massa con il solo tentativo di raggiungere l’ingresso principale ed evadere. Originario di Sommatino, piccolo comune in provincia di Caltanisetta, dove era nato il 30 settembre 1924, in un’Italia da ricostruire, decise di vestire la divisa del Corpo degli Agenti di Custodia, l’odierna Polizia Penitenziaria. Lasciò la sua Sicilia, la sua terra, per essere destinato letteralmente dall’altra parte d’Italia: a Milano, presso il carcere di San Vittore. Sebbene libero dal servizio, ma all’interno dell’istituto di pena, quando scoppiò la rivolta, improvvisa, non lasciò soli i suoi compagni: si armò di mitragliatrice e si mise a difesa dell’ingresso principale, da dove con ogni probabilità si sarebbero diretti i detenuti. E così avvenne. Da solo li affrontò, rallentandone la corsa, in attesa che giungessero i rinforzi. Gli evasi, però, impossessatisi di armi, si fecero largo sparando ed un proiettile raggiunse Salvatore Rap al torace: soccorso, trasportato al Policlinico di Milano, alle 00.30 del 22 aprile 1946 esalava il suo ultimo respiro.

Rivolta di San VittoreLa rivolta fu sedata solo tre giorni dopo. Così il filmato dell’Istituto LUCE: “Alle 15.30 dell’ultimo giorno la Polizia sparava la prima cannonata e alle 15.31 compariva la prima bandiera bianca ad un finestrone. Un primo scaglione di detenuti è fatto uscire mani in alto. Il bilancio delle tragiche giornate si conclude con alcuni morti e numerosi feriti”. Per il giovane Agente di Custodia vi fu una Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria. Una medaglia oggi caduta nell’oblio, la cui stessa motivazione è di difficile reperimento, a riprova di come il tempo passi inesorabile e faccia dimenticare il sacrificio di quanti hanno donato la propria vita alla rinascita della nostra Italia, uscita distrutta dalla guerra. Ma a noi piace ricordare il giovane Agente Salvatore Rap, caduto nell’adempimento del proprio dovere: “Agente di Custodia in esperimento presso un importante carcere giudiziario, in occasione della ribellione di oltre tremila detenuti muniti di armi che minacciavano di forzare in massa l’uscita principale del carcere, armatosi di una mitragliatrice, riuscì a trattenere l’impeto dei ribelli con deciso fuoco della sua arma, che abbandonò soltanto allorché venne colpito da un proiettile che gli cagionò una ferita al petto per cui decedette tre giorni dopo dichiarandosi pago di aver compiuto a costo della vita il proprio dovere. Milano San Vittore 21 aprile 1946”.

Querceta, 22 ottobre 1975: la strage dei Poliziotti

Il Telegrafo QuercetaSi chiamavano Giovanni Mussi, Armando Femiano e Giuseppe Lombardi. Erano tre poliziotti, Brigadiere il primo e Appuntati gli altri due, in servizio presso la Questura della città di La Spezia e al Commissariato di Viareggio, nota cittadina balneare sulla costa della Toscana. Di loro resta la motivazione di una onorificenza alla Memoria, una Medaglia d’Oro al Valor Civile conferita dalla Presidenza della Repubblica il 19 maggio 1978 con questa motivazione: “Con alto senso di responsabilità e attaccamento al dovere, partecipava attivamente con altri militari di Pubblica Sicurezza a un’operazione di polizia giudiziaria, conclusasi, dopo un violento conflitto a fuoco, con la cattura di due temibili pregiudicati autori di gravissimi reati. Fatto segno a numerosi colpi d’arma da fuoco proditoriamente esplosi al suo indirizzo da uno dei malfattori, perdeva la vita, offrendo mirabile esempio di grande coraggio e sprezzo del pericolo, spinti fino all’estremo sacrificio. Querceta di Pietrasanta, Lucca, 22 ottobre 1975”. Già, una motivazione che racchiude tutta la drammaticità di un’operazione di polizia culminata in una strage. E spesso dimenticata, relegata ormai a piccole cerimonie interne alla Polizia di Stato e agli abitanti del luogo. Erano gli anni del terrorismo, delle bande armate e delle stragi senza colpevoli né mandanti. Il 22 ottobre 1975, dopo una serie di attente e scrupolose indagini condotte congiuntamente dalle Questure di La Spezia e di Lucca, dal Commissariato di Viareggio e dalla Criminalpol, un gruppo di Agenti di Pubblica Sicurezza, di prima mattina, si diressero verso un’abitazione ai margini di un bosco e di una palude nella piccola Querceta, frazione di Serravezza, in piena Versilia.

Poliziotti uccisi a QuercetaGli Agenti erano sulle tracce di un gruppo di malviventi, ritenuti altamente pericolosi e probabilmente armati, responsabili di una serie di rapine a mano armata compiute tra la Liguria e la Toscana. Raggiunta l’abitazione, il Brigadiere Mussi, sposato, padre di un bambino di tre anni ed un secondo in arrivo, unitamente all’Appuntato Femiano, anch’egli sposato e con tre bambini, e all’Appuntato Lombardi, anche lui padre, si diressero verso l’abitazione ritenuta la base operativa dei malviventi: qualcuno, da dentro, rispose, con tono colloquiale, che avrebbe aperto e che avrebbe condotto i tre uomini all’interno, perché, in fin dei conti, non c’era niente di cui preoccuparsi. I tre entrarono ma appena varcarono la soglia di una stanza, davanti a loro si parò un secondo uomo, armato di mitra, che aprì il fuoco contro gli Agenti. Non ebbero neanche il tempo di rispondere al fuoco: Armando Femiano e Giuseppe Lombardi caddero colpiti mortalmente dalle raffiche, mentre Giovanni Mussi, ferito gravemente alla testa e ad un braccio, tentò di raggiungere l’uscita e dare l’allarme, ma venne raggiunto da una nuova scarica alla schiena che lo fece stramazzare al suolo. All’esterno, intanto, uditi i colpi d’arma da fuoco, gli altri agenti iniziarono a prendere posizione e a circondare l’edificio, pronti a rispondere al fuoco non appena i due malviventi avrebbero cercato di aprirsi un varco e fuggire verso il bosco per far perdere le proprie tracce. E così avvenne: i due iniziarono a sparare all’impazzata con pistole e mitragliette, ferendo altri tre Poliziotti. Soltanto quando capirono di essere circondati e di avere preclusa ogni via di fuga, gettarono le armi, arrendendosi alle Forze dell’Ordine.

L’indomani, Il Telegrafo, quotidiano locale della Versilia, titolava a tutta pagina: “La Versilia teatro all’alba di ieri di un’allucinante strage. Banditi uccidono tre Agenti con una raffica di mitra”. Arrestati, i due assassini, Massimo Battini e Giuseppe Federigi, si dichiararono prigionieri politici e appartenenti a movimenti extraparlamentari di estrema sinistra che predicavano, e attuavano, la lotta armata: nelle idee del movimento di cui facevano parte, Lotta Armata per il Comunismo, fiancheggiatore anche delle Brigate Rosse, chiunque poteva utilizzare la sigla per rivendicare attentanti e azioni violente, purché condotte nel nome dell’ideologia comunista che aveva nella borghesia e negli uomini delle Forze dell’Ordine i principali avversari. Condannati entrambi all’ergastolo, a seguito dei benefici previsti dalla Legge Gozzini del 1984, promulgata per coloro che si dissociavano dalla lotta armata, e a successivi sconti di pena, il carcere a vita è stato dapprima commutato a trent’anni di reclusione, venendo di volta in volta ridotto: per i due assassini il debito con la Giustizia è ormai stato saldato, ma per il Brigadiere Mussi e gli Appuntati Femiano e Lombardi il tempo si è fermato a quella fredda mattina del 22 ottobre 1975.

L’agguato al carcere delle Murate

Fausto DionisiAcquapendente è un piccolo comune del Lazio, in provincia di Viterbo, quasi al confine con la Toscana e con l’Umbria, che oggi conta poco meno di 5500 abitanti. Un piccolo borgo come tanti in Italia, dove la vita scorreva e scorre tranquilla, ieri come oggi. Così come tranquilla era la vita di Fausto Dionisi, che ad Acquapendente vi era nato: l’amore per la divisa, però, lo portò fino a Firenze, dove tra un servizio di pattuglia e un blocco stradale prestava servizio alla Questura del capoluogo toscano. La mattina del 20 gennaio 1978 iniziò come tante altre: un bacio alla figlia di due anni, un saluto alla giovane moglie e via, per le strade della città a svolgere il proprio dovere. A guardare l’Agente Dionisi nelle vecchie foto in bianco e nero, una cosa notiamo subito: il suo sguardo, gli occhi di chi sa cosa voglia dire rischiare in prima persona per il bene degli altri. Sono gli Anni Settanta, gli anni di piombo: il 1977 ha visto una recrudescenza della violenza di piazza, le sigle extraparlamentari si moltiplicano ogni giorno, le aggressioni sono quotidiane e i feriti e i morti tra gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, spesso pedinati e uccisi in agguati, sempre più frequenti. Lo scontro si è radicalizzato.

Assalto alle MurateE anche la città di Firenze non è stata risparmiata: il 29 ottobre 1974, in Piazza Leon Battista Alberti, due esponenti dei NAP, i Nuclei Armati Proletari, furono uccisi in uno scontro a fuoco durante un tentativo di rapina alla Cassa di Risparmio da una pattuglia di Carabinieri accorsa sul luogo. Forse a questo pensava Fausto Dionisi ogni volta che montava di turno, o magari soltanto a far bene il suo lavoro e tornare a casa sano e salvo da sua moglie e dalla sua bambina. Certamente non avrebbe mai pensato di diventare un eroe, perché si sa, spesso e volentieri un poliziotto eroe è un poliziotto morto. E la mattina del 20 gennaio 1978 iniziò come tante altre, tra segnalazioni di rapine alle gioiellerie nel centro storico fiorentino e falsi allarmi bomba dopo telefonate anonime. Intanto, però, qualcosa di strano stava accadendo in Via delle Murate, dove aveva sede il carcere cittadino: una giovane donna stava suonando alla porta dove viveva, assieme alla moglie, maresciallo degli agenti di custodia responsabile della vigilanza della casa circondariale. Fu un attimo: sotto la minaccia di una pistola, la donna misteriosa fece entrare all’interno dell’appartamento altri due uomini che si misero a tagliare le sbarre di una finestra interna del carcere. Negli stessi istanti, alla Questura di Firenze giungeva la segnalazione del ritrovamento di un furgone precedentemente rubato, parcheggiato in Via delle Casine e con all’interno alcuni giovani in atteggiamento sospetto. Subito vennero dirottate sul luogo tre volanti e la prima ad arrivare fu quella in cui si trovavano gli Agenti Dario Atzeni e Fausto Dionisi, più un terzo militare.

Uccisione Agente DionisiNon ebbero neanche il tempo di capire, di chiedere a quel gruppetto di ragazzi cosa stessero facendo all’interno di un furgone rubato. Una grandine di fuoco si riversò sulla pattuglia: Fausto fu colpito in pieno dalle raffiche di pistole e mitragliette, mentre l’Agente Atzeni venne raggiunto da quattro proiettili alle gambe e riuscì a salvarsi dopo un delicato e disperato intervento chirurgico. Il terzo poliziotto, fortunatamente illeso, rispose al fuoco ma dovette desistere per il lancio di una bomba a mano con cui i criminali si coprirono la fuga. In città fu il caos: tutti gli agenti e tutte le volanti furono dirottate sul luogo dell’agguato mentre piano piano si delineavano i retroscena dell’azione. L’obiettivo era la liberazione di due terroristi di Prima Linea detenuti alle Murate. Soltanto il 21 dicembre 1978 il gruppo eversivo si assunse la responsabilità dell’assalto, distribuendo alcuni volantini in cui dichiaravano apertamente che si assumevano “tutte le responsabilità politiche e militari dell’attacco alle Murate e allo scontro a fuoco vincente in Via delle Casine”. Oggi, di fausto Dionisi e del suo sacrificio restano una bianca targa di marmo sul luogo della sparatoria e la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria, conferita soltanto nel 2010: “Portatosi unitamente ad altri militari nei pressi di un carcere ove era stato segnalato un autofurgone rubato, notati alcuni individui in atteggiamento sospetto, li affrontava decisamente, al fine di identificarli. Colpito a morte dal proditorio ed improvviso fuoco dei malviventi, immolava la vita ai più nobili ideali di giustizia ed alto senso del dovere. Firenze, 20 gennaio 1978”.