Plutonio. Le navi a perdere

PlutonioQuella di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin è stata una morte che non ha mai convinto, neanche all’inizio. La Giornalista del TG3 inviata nella Somalia degli Anni Novanta martoriata dalla guerra civile non fu vittima di un semplice tentativo di rapina o di sequestro andato male: fu invece una vera e propria esecuzione, i cui mandanti, tutt’ora ignoti, andrebbero ricercati tra coloro che trafficavano con i signori della guerra locali, tra armi, fiumi di miliardi e rifiuti tossici da smaltire sotto terra. E forse anche nucleari. Una morte, forse annunciata, che fece seguito ad un’altra uccisione, quella del Maresciallo Vincenzo Li Causi, del SISMI, ufficialmente caduto in un’imboscata, ma a detta di tanti informatore dei due giornalisti italiani. Quello di Ilaria e Miran è un mistero che si lega poi ad un’altra morte strana, quella del Capitano di Corvetta Natale De Grazia, ufficiale della Capitaneria di Porto incaricato di indagare su misteriosi affondamenti avvenuti nei mari italiani di vecchie carrette, le cosiddette navi a perdere, colate a picco con i loro carichi: bidoni di scorie e rifiuti. Una giornalista, Monica Mistretta, autrice di Plutonio, ha cercato di fare luce su anni di inchieste, scoop giornalistici e commissioni d’inchiesta.

Navi dei veleni1. Da dove nasce l’idea di scrivere questo libro? Plutonio come può rappresentare un punto di svolta nella risoluzione di alcuni tra i più oscuri misteri italiani?
In realtà, il libro non nasce da un’idea. Non mi sarei mai sognata di affrontare da sola un tema così spinoso e rischioso. Stavo lavorando già da alcuni anni con l’ex Magistrato Carlo Palermo. Insieme seguivamo le vecchie piste dei traffici internazionali di armi, droga e denaro sporco. Palermo mi aveva scelto come collaboratrice perché per sei anni avevo studiato arabo e dottrina islamica in una moschea di Milano: la direttrice principale di tutti i traffici sporchi parte dall’Europa e porta dritto proprio al Medio Oriente. Due anni fa Palermo decide di presentarmi Carlo Sarzana di Sant’Ippolito, Presidente Aggiunto Onorario della Corte di Cassazione: Sarzana si stava occupando della morte del Capitano di Corvetta Natale De Grazia. Sulla sua controversa fine a bordo di una macchina in compagnia di due Carabinieri era stato detto di tutto: dall’infarto la Commissione d’inchiesta sui rifiuti era recentemente passata a parlare di avvelenamento. Nei progetti di Sarzana e anche nei miei avremmo dovuto “solamente” scrivere un libro per fare chiarezza sulla morte di De Grazia. Nessuno di noi due pensava al plutonio o alle armi nucleari. E invece, seguendo il coraggioso lavoro investigativo del Capitano sulle navi a perdere, siamo arrivati a scoprire un colossale traffico di materiali nucleari gestito nel cuore della nostra Europa da controversi personaggi, mai toccati dalla giustizia italiana o internazionale. Il paese destinatario di questi traffici era l’Iran, quello di cui oggi tutti parlano perché ormai prossimo a sviluppare la bomba atomica. Le indagini del Capitano De Grazia, protagoniste di Plutonio, avevano toccato alcuni dei più oscuri misteri italiani: le navi a perdere, la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la strage di Ustica. Nel libro non ne abbiamo parlato, ma perfino la morte di Graziella De Palo e Italo Toni, i giornalisti scomparsi in Libano nel settembre del 1980, potrebbe essere spiegata con i traffici sui quali De Grazia aveva tentato di fare luce. Sì, Plutonio apre nuove, imbarazzanti prospettive.

Ilaria-Alpi_Miran-Hrovatin2. Ustica, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la morte del Capitano De Grazia. Qual è il file rouge che lega tutti questi fatti?
Il file rouge sono i traffici di materiale nucleare diretti prima all’Iraq di Saddam Hussein e poi, a partire dalla metà degli Anni Ottanta, all’Iran degli Ayatollah. Fino a oggi abbiamo parlato e straparlato di traffici di rifiuti: li abbiamo inseguiti lungo le coste italiane e nell’entroterra di regioni come la Sicilia, la Calabria, la Basilicata. In realtà, i materiali nucleari, anche quelli di scarto, come l’uranio impoverito, si possono riprocessare e riutilizzare per costruire bombe atomiche. Più che rifiuti, dovremmo cercare depositi di materiali pronti per essere venduti. Ilaria, Miran e Natale sono morti perché l’hanno capito prima di tutti gli altri.

Ilaria Alpi3. A proposito di Ilaria e Miran. Dalle ricerche condotto per Plutonio, quanto vicino arrivarono alla verità sui traffici nella ex colonia italiana? C’è davvero qualcosa sotto la strada Garoe-Bosaso?
Ilaria e Miran stavano indagando nel paese chiave dei traffici di materiale nucleare diretti all’Iran: la Somalia. E per giunta prima di essere uccisi erano stati nel porto più importante per i trasferimenti delle barre di plutonio e delle componenti per le centrifughe nucleari: quello di Bosaso. I materiali viaggiavano via mare su pescherecci e Ilaria indagava su quelli della Shifco. Su una società legata alla Shifco, un anno dopo la morte di Ilaria e Miran, si ritroverà a indagare anche il Capitano De Grazia. La differenza tra De Grazia e Ilaria sta nel fatto che il Capitano, prima di morire, è riuscito a mettere in salvo alcuni documenti: le bolle delle navi su cui stava indagando. Venti anni dopo la sua morte quelle carte nascoste sono riemerse: me le ha consegnate una fonte a lui vicina che le ha custodite per tutti questi anni. Ecco perché Sarzana ed io abbiamo capito. Non sappiamo cosa ci sia sotto la strada Garoe-Bosaso. Depositi? Ma una cosa è certa: è il tratto di mare che separa la Somalia dal Golfo Persico e dall’Iran a nascondere la pista più importante. È sui materiali che sono stati consegnati nei porti dell’Iran nelle ore in cui Ilaria veniva uccisa che dobbiamo fare luce adesso.

Rifiuti4. E le navi a perdere? De Grazia aveva davvero trovato il relitto della Rigel poco prima di morire?
Quello del possibile ritrovamento della Rigel è un altro nodo che sarebbe da dipanare. Il problema è che mentre fino ad oggi ci siamo spaccati la testa sulla Rigel, De Grazia prima di morire stava indagando anche su altre navi, perfino più interessanti della Rigel. Una, la Coraline, di cui nessuno ha mai parlato, affonda un mese prima della sua morte, nel novembre del 1995. De Grazia scopre che era carica di torio: un altro componente, come il plutonio, delle armi nucleari. E sapete dove affonda? Beh, al largo di Ustica… Vi dice niente?

5. Quanto è importante continuare la ricerca su questi misteri (anche se poi non lo sono più di tanto) del tutto italiani?
In questi traffici letali di materiale nucleare diretti in Medio Oriente non c’è solo l’Italia. Il nostro Paese era, e forse è, solo un punto di passaggio prima di Malta, della Libia, del Sudan e della Somalia. I traffici toccano tutti i paesi NATO. Indagare su affari sporchi come questo è importante per tutti: per noi e per i nostri figli. Non è possibile stare a guardare con indifferenza mentre dall’Europa i materiali per la costruzione di bombe atomiche vanno nelle mani di instabili teocrazie mediorientali.

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L’eroismo di Silver Sirotti e l’Italicus: morte in galleria

Treno ItalicusFu una miscela micidiale. Una valigetta con all’interno un composto di amatolo e termite esplose nella carrozza numero cinque del treno direttissimo proveniente da Roma e diretto a Monaco di Baviera. Esplose in piena notte, quella tra il 3 e il 4 agosto 1974, mentre transitava tra le province di Firenze e Bologna, dopo aver imboccato una galleria nei pressi di San Benedetto Val di Sambro. L’amatolo, miscela di nitrato d’ammonio e tritolo, deflagrò sventrando la cabina e causando il deragliamento del convoglio ferroviario. La termite, poi, fece il resto. Incendiò tutto quanto, vagoni, rotaie, locomotiva. E i passeggeri. Morirono in dodici, quella notte. Per lo più pendolari e persone innocenti che partivano per le ferie, perché nella seconda metà degli Anni Settanta, l’Italia che sperava e sognava, viaggiava sui treni, anche se per attraversare l’intera penisola era necessario un’intera notte. Esplose così, quel treno direttissimo chiamato Italicus. Esplose in un calda notte di agosto, in una delle tanti notti che gli storici hanno poi chiamato strategia della tensione. E pensare che appena due mesi erano trascorsi dall’esplosione di un’altra bomba in una piazza, a Brescia, che causò altre otto vittime. Qualcuno, in Italia, metteva le bombe, in una guerra non dichiarata allo Stato, alle sue Istituzione e ai suoi cittadini.

ItalicusPiù tardi, due poliziotti in servizio alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, in attesa sui binari che sopraggiungesse il treno ricordarono che “improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo”. Quella figura che videro accartocciarsi su sé stessa era un giovane ferroviere, miracolosamente scampato allo scoppio iniziale.

Silver SirottiSilver Sirotti, nato a Forlì, dopo il diploma e iniziati gli studi alla Facoltà di Ingegneria di Bologna, nel 1973 venne assunto dalle Ferrovie dello Stato. Quella notte era a bordo dell’Italicus e, invece di mettersi in salvo, quando vide il treno avvolto dalle fiamme, con le persone che scappavano con gli abiti in preda alle fiamme, non esitò a lanciarsi all’interno della vettura incendiata, impugnando soltanto un estintore, cercando di mettere in salvo quanti più passeggeri possibile. Non scappò dinanzi a chi aveva voluto tutto quell’orrore e sacrificò la sua vita cercando di salvarne altre. La sua morte provocò grande commozione in tutta la Nazione: la sua salma, il giorno prima del suo funerale, fu meta di un continuo pellegrinaggio di tanti cittadini di Forlì. Alla sua Memoria venne poi conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria, quale ultimo gesto di riconoscenza al Ferroviere Eroe: “Controllore in servizio, in occasione del criminale attentato al treno Italicus non esitava a lanciarsi, munito di estintore, nel vagone ov’era avvenuta l’esplosione per soccorrere i passeggeri della vettura in fiamme. Nel nobile tentativo, immolava la giovane vita ai più alti ideali di umana solidarietà. Esempio fulgido di eccezionale sprezzo del pericolo e incondizionato attaccamento al dovere, spinti fino all’estremo sacrificio”.

Eliot Ness, ascesa e declino del Capo degli Intoccabili

Eliot NessPer l’Al Capone interpretato da Robert De Niro nel film Gli Intoccabili era solo chiacchiere e distintivo: ancora il boss del crimine americano non era stato giudicato colpevole, ma quell’uomo con i capelli scuri e impomatati aveva decretato la fine del suo impero. Eliot Ness, originario della città di Chicago, la stessa che diede i natali al gangaster italo-americano e che vide il fiorire delle sue attività criminose, venne incaricato direttamente del Dipartimento del Tesoro di fermare l’illegalità diffusa riconducibile ad Al Capone. Impresa ardua, la sua, specialmente per due motivi: la corruzione dilagante all’interno della stessa polizia di Chicago, cui molti agenti si trovavano al libro paga dello stesso Al Capone, e la difficoltà di incastrare lo stesso boss, che agiva sotto svariati prestanome. Erano gli anni del Proibizionismo: con una legge inserita all’interno della Costituzione Americana sotto forma di Diciottesimo Emendamento, venne proibita la produzione, la vendita e il consumo di bevande alcooliche in tutti gli Stati Uniti. Non solo le casse dello Stato ne risentirono (la tassazione sull’alcool portava entrate pari al 15%) ma consegnò di fatto alla malavita un nuovo business assai più redditizio di quelli fino ad allora gestiti: ed Al Capone ne divenne il capo indiscusso. Intanto, il giovane Ness entrò a far parte del Bureau of Investigation, da cui nascerà successivamente l’attuale FBI. Ad appena ventitré anni, dopo la laurea in economia ed un master in criminologia, si arruolò nel corpo investigativo per passare, nel 1927, alle dipendenze del Ministero del Tesoro.

Al CaponeFu a seguito dell’elezione di Herbert Hoover alla carica di trentunesimo Presidente degli Stati Uniti, che il Governo dichiarò apertamente guerra alla mafia e al crimine gestito da Al Capone: se era quasi impossibile ricondurre gli efferati crimini alla sua persona, il Dipartimento del Tesoro incaricò Ness di perseguirlo per la violazione della legge sul proibizionismo e per evasione fiscale. In pratica, l’investigatore federale avrebbe dovuto ricostruire l’intera rete del traffico illegale di alcoolici che invadeva il mercato di Chicago, risalire ai prestanome e alle loro attività e ricollegare il tutto al burattinaio che tirava i fili da dietro le quinte: Al Capone. Impresa non facile, proprio per la corruzione che infestava la stessa forza di polizia. Eliot Ness decise allora di scegliersi gli uomini: formò una squadra di agenti fidati, incorruttibili e onesti che presero il nome di Intoccabili, visti fin dall’inizio con sospetto dai loro stessi colleghi. Erano appena in undici contro un nemico intenzionato a tutto per vederli fallire e morire. Vennero intercettate spedizioni di alcolici, furono compiute incursioni contro distillerie segrete e depositi clandestini: in appena sei mesi di attività la squadra degli Intoccabili fece perdere ad Al Capone e al crimine organizzato oltre un milione di dollari di guadagni.

Eliot Ness a ClevelandFinalmente, raccolte prove a sufficienza, Al Capone venne portato davanti ad un Tribunale nel 1931: sebbene la mano della mafia era arrivata a corrompere buona parte dei giudici popolari, questi furono sostituiti, cosa che portò alla condanna del boss ad undici anni di reclusione e ad una multa di 50.000 dollari. Per Eliot Ness fu un trionfo. Ma accanto agli allori della gloria iniziò lento ed inesorabile il suo declino. Messo a capo della polizia di Cleveland, non riuscì mai a venire a capo degli efferati crimini commessi da un serial killer, responsabile dell’uccisione di almeno dodici persone. Quello che è passato alla storia come il Macellaio di Cleveland, fu per Eliot Ness il caso che lo condusse nel baratro. Poco dopo divorziò dalla sua prima moglie e devastato dai debiti per alcuni investimenti sbagliati, trovò rifugio nello stesso nemico che aveva così a lungo combattuto: l’alcool. Lasciò il Dipartimento del Tesoro, trovando lavori saltuari per altrettante agenzie investigative private, arrivando perfino a vendere hamburger come semplice dipendente in un supermercato. Di tanto in tanto, nei vecchi bar di Chicago, qualcuno lo vedeva raccontare di quando era a capo della sua quadra degli Intoccabili, forse l’unica vera famiglia che abbia mai avuto. Morì a soli 54 anni, per un infarto: si concluse così l’ascesa e il declino di un Eroe americano.

Il Giovedì nero di Milano

1973 marino stampaFu un giovedì nero quello del 12 aprile 1973, a Milano. Un giovedì fatto di scontri tra giovani di destra e agenti del Terzo Reparto Celere. E di morti. Tutto ebbe inizio da una manifestazione negata dalla Questura della città al Movimento Sociale Italiano, intenzionato a sfilare nelle vie del centro per protestare contro l’intensificarsi della violenza rossa. A preoccupare la Prefettura, era la presenza di Ciccio Franco, noto per essere stato uno dei principali protagonisti dei moti che interessarono la città di Reggio Calabria tra il luglio 1970 e il febbraio 1971, dopo la decisione di spostare il capoluogo di regione a Catanzaro. Allora i morti furono sei, centinaia i feriti e i danni seguiti alle violenze innumerevoli. A tal proposito, l’allora Ministro dell’Interno Franco Restivo, dichiarò che “dal 14 luglio al 23 settembre sono stati compiuti tredici attentati dinamitardi, si sono avuti 33 blocchi stradali, quattordici blocchi ferroviari, tre blocchi portuali e aeroportuali. Si sono verificati sei assalti alla Prefettura e quattro alla Questura”. Il Prefetto Libero Mazza, pertanto, prese la decisione di negare la manifestazione: non avrebbe permesso che anche la città di Milano potesse essere messa in ginocchio dalle possibili violenze che ne sarebbero derivate. Ciccio Franco, infatti, era persona dal forte carisma, in grado di agitare in breve tempo le folle. Per di più, pochi giorni prima, il 7 aprile, un ordigno era esploso sul treno direttissimo Torino-Genova-Roma, senza provocare danni: a restare ferito fu l’attentatore, un militante milanese legato a Ordine Nuovo.

IMG_20190413_105807Alle 17.30, però, nonostante il divieto, la manifestazione ebbe luogo ugualmente, con i dimostranti che marciavano in direzione della Prefettura, proprio per protestare contro la decisione del Prefetto Mazza. Quest ultimo, non potendo più bloccare i manifestanti, decise di schierare gli Agenti di Pubblica Sicurezza del Terzo Reparto Celere, pronti ad intervenire se la situazione fosse peggiorata. E peggioró in fretta. Vi furono le prime schermaglie con le Forze dell’ordine e le prime violenze. Furono seriamente danneggiate e vandalizzate le vetrine dei negozi, le auto parcheggiate lungo le strade, un istituto magistrale e la Casa dello Studente, luoghi di aggregazione della sinistra milanese. Ma niente lasciava presagire quello che sarebbe accaduto di lì a breve. Quando il corteo si trovava su Via Belotti, all’altezza di Via Kramer, dalla folla vennero lanciate, in direzione dei poliziotti, due bombe a mano da esercitazione SRCM Mod. 35: la prima esplose sulla tettoia di una pensilina, ferendo in maniera non grave un passante e un agente. La seconda, invece, colpì in pieno petto Antonio Marino, originario di Caserta, ventitré anni appena. L’istinto lo portó a stringere lo scudo al petto, per proteggersi, ma di fatto bloccando l’ordigno che di lì a poco esplose: inutili i soccorsi dei colleghi, Antonio giaceva a terra, in un una pozza di sangue. Tutto attorno, il fumo dei lacrimogeni e dell’esplosione. Un altro morto in più in un periodo della storia italiana caratterizzato da orrende stragi, bombe nelle piazze e violenza tra rossi e neri in ogni città italiana.

I responsabili furono catturati poco dopo, portati a processo e condannati: ciò che lasciò estereffati era l’età degli assassini, diciannove e venti anni, praticamente coetanei di Antonio Marino. Dalle indagini e dalle dichiarazioni in tribunale emerse anche la premeditazione dell’atto: si cercava un morto e il lancio delle bombe a mano in direzione degli uomini della Celere ne fu la prova. Non erano sassi, i sanpietrini delle strade, ma ordigni capaci di causare un numero considerevole di vittime. Fu il caso se la seconda rimase bloccata tra il petto e lo scudo del giovane agente: se fosse anche solo caduta in mezzo ai poliziotti, avrebbe certamente causato ben più gravi danni. Antonio perse la vita così, in quello che i giornali hanno chiamato il Giovedì nero di Milano. Restano, oggi, una lapide in marmo dimenticata dalla storia e dalla memoria e una Medaglia d’oro al Merito Civile alla Memoria conferita con troppo, colpevole, ritardo (è solo del 2009): “Impegnato in un servizio di ordine pubblico durante una manifestazione politica, accortosi che un ordigno lanciato dai dimostranti stava per raggiungere un collega, riusciva a spingere quest’ultimo fuori dalla traiettoria, con grande sprezzo del pericolo. Mortalmente ferito immolava la giovane vita ai più nobili ideali di coraggio e spirito di servizio. Milano, 12 aprile 1973”

Alcamo Marina, una strage senza colpevoli

apuzzo e falcettaDella strage di Alcamo Marina restano, ancora oggi, soltanto i morti. Due giovani Carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, la notte del 27 gennaio 1976, trovarono la morte all’interno della piccola caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Stavano dormendo, i due giovani militari della Fedelissima. Qualcuno, con una fiamma ossidrica, forzò la porta di ingresso della stazione dei Carabinieri e freddò, in una vile aggressione, i due che, vanamente, tentarono una reazione. I corpi senza vita furono rinvenuti quasi per caso da una pattuglia della Polizia di Stato che, transitando sulla strada di Alcamo scortando il Segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante, in Sicilia per alcuni impegni politici, notò la caserma con la porta spalancata, dando così l’allarme. Ma fu una strage dai contorni strani, inspiegabili, fin dalle prime indagini. E dalle prime rivendicazioni. Qualcuno, infatti, cercò di ascrivere il delitto alle sigle della sinistra extraparlamentare, arrivando fino alle Brigate Rosse: le quali, dovettero smentire l’assassinio dei due Carabinieri, dichiarandosi estranee ed emettendo un vero e proprio comunicato in tal senso.

strage di alcamoIn verità, poche ore dopo la strage, qualcuno, con voce contraffatta, chiamò la redazione del Quotidiano La Sicilia, rivendicando l’atto in questione e attribuendolo ad una sigla eversiva mai sentita prima di allora (e che mai più si sentirà dopo quella telefonata): Nucleo Sicilia Armata. Chi aveva interesse a depistare? Chi aveva interesse a mantenere il segreto sulla morte di due giovani Carabinieri, vilmente assassinati mentre dormivano nelle proprie stanze all’interno della caserma di Alcamo Marina? Venne tentata anche la pista mafiosa. Nel 1975, infatti, due esponenti politici della cittadina, l’ex Sindaco e Assessore ai Lavori Pubblici Francesco Paolo Guarrasi e il Consigliere Comunale Antonio Piscitello vennero uccisi in due agguati poi attribuiti a Cosa Nostra. Le indagini vennero affidate al Capitano Giuseppe Russo, uomo del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e portarono all’arresto di quattro giovani di Alcamo Marina: in seguito, due di loro vennero condannati all’ergastolo, Giuseppe Gulotta e Giovanni Mandalà, mentre Gaetano Santangelo (che fu arrestato solo nel 1995) e Vincenzo Ferrantelli a 20 anni di reclusione. Giustizia sembrava quindi fatta. Sembrava. I quattro, infatti, vennero riconosciuti innocenti: intanto, però, Mandalà era deceduto, mentre Gulotta, da innocente, aveva scontato ventidue anni di carcere, in quello che fu uno dei più eclatanti errori della giustizia italiana, mentre gli altri due erano fuggiti in Brasile.

giuseppe russoGià, perché ad Alcamo Marina non fu colpa del terrorismo. E forse neanche la mafia. Perché la strage di Alcamo Marina è stata poi ricollegata a strani arsenali di armi, a Pepino Impastato e Mauro Rostagno, il giornalista che per anni svolse ricerche in merito a traffici di armi e rifiuti tossici tra la Sicilia e l’Africa. Le stesse indagini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Anche il Capitano Giuseppe Russo, promosso intanto fino al grado di Tenente Colonnello, non poté più fornire la sua versione dei fatti e di come andarono quelle indagini, perché “Comandante di Nucleo investigativo operante in ambiente ad alto rischio e caratterizzato da tradizionale omertà, si impegnava con coraggio ed elevata capacità professionale in prolungate e difficili indagini relative ai più eclatanti episodi di criminalità mafiosa verificatisi tra gli Anni Sessanta e Settanta nella Sicilia Occidentale. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato, immolava la sua esistenza ai nobili ideali di giustizia e di difesa delle istituzioni democratiche. Corleone, Palermo, 20 agosto 1977″. Anche lui, a distanza di appena un anno dalla morte di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, restava ucciso in un agguato di mafia nella piccola località di Ficuzza, nei pressi di Corleone. Assieme a lui venne anche ucciso un insegnante che si trovava assieme al Tenente Colonnello Russo, Filippo Costa, per non lasciare testimoni del delitto.

Atti eroici della Polizia di Stato: le Guardie Luigi Marconi e Dino Menci

Screenshot_2018-08-21-23-20-28Gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono caratterizzati da disordine sociale, criminalità diffusa, una Nazione intera da ricostruire. Ma erano anche anni di rinascita e di speranza per una Repubblica che muoveva i primi passi. La voglia di ricostruire e di ripartire era forte, soprattutto per chi usciva distrutto da un conflitto che aveva sconvolto la vita di milioni di persone. E accanto ai tanti volenterosi che iniziarono a rimboccarsi le maniche, vi furono, come in ogni epoca e in ogni secolo, coloro che facevano dell’incertezza e del disordine sociale il loro stile di vita. Questa è la storia di due uomini, due Guardie di Pubblica Sicurezza, l’odierna Polizia di Stato, che caddero nell’adempimento del loro dovere proprio quando questo clima di incertezza era più forte: caddero sperando di vedere rinascere la loro Italia uscita sconfitta dalla guerra, perché credevano in quella neonata Repubblica vincitrice del Referendum Popolare del 2 giugno 1946. Luigi Marconi, Guardia in servizio presso il Terzo Reparto Celere di Milano, la notte del 15 maggio 1947, si trovava libero dal servizio quando, passeggiando nei pressi della Basilica dei Santi Nereo e Achilleo assieme alla propria fidanzata, notò due persone sospette. Avvicinatosi a queste, capì che era in corso una rapina a due ignari passanti: non esitò un attimo il giovane Luigi, ventidue anni, ad intervenire in difesa dei due malcapitati. Ingaggiò una colluttazione furibonda mettendo in fuga i rapinatori, ma uno di questi, estratta una pistola, fece fuoco: ferito gravemente all’addome, riuscì a rispondere al fuoco, ferendo a sua volta uno dei malviventi. Trasportato d’urgenza in ospedale, spirava due giorni dopo, 17 maggio. La sua morte impressionò tantissimo la popolazione di Milano. Alla sua Memoria venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Guardia di Pubblica Sicurezza mentre in ore notturne transitava alla periferia della città per rientrare in caserma, avendo scorto tre malviventi che, armi alla mano, stavano rapinando due passanti, con supremo sprezzo del rischio cui si esponeva e solo animato dal sentimento del dovere, affrontava decisamente i tre malfattori, riuscendo con tempestivo e coraggioso intervento, a disarmarne uno. Persistendo nell’audace azione, mentre intimava la resa agli altri, ancora armati, veniva colpito a morte. Magnifico esempio di coraggio, di abnegazione e di virtù militari. Milano, 15 maggio 1947”.

Screenshot_2018-08-21-23-22-00Dino Menci era anch’egli un Agente, effettivo presso la Polizia Ferroviaria di Firenze, aveva ventun’anni quando, in servizio presso la stazione di Chiusi Scalo, in provincia di Siena, si trovò di fronte al suo destino. Una Guardia di Pubblica Sicurezza notò un individuo che, appena sceso da un treno proveniente da Roma, con fare sospetto cercava di allontanarsi dalla stazione senza farsi notare. Era la mattina del 13 giugno 1948, circa le 09.30: l’Agente Dino Menci, in servizio di ordine pubblico sullo stesso convoglio, andò in supporto al collega che si apprestava a chiedere le generalità dello sconosciuto. Questi, se in un primo momento parve essere collaborativo, improvvisamente estrasse da sotto al cappotto una pistola semiautomatica, ingaggiando un violento conflitto a fuoco. Richiamati dagli spari e dalle urla di tante persone che si trovavano in prossimità dei binari, sul luogo della sparatoria accorsero altri Agenti e alcuni militari dell’Arma dei Carabinieri. Lo sconosciuto, poi identificato in un pericoloso delinquente già ricercato per altri reati, venne ucciso da un colpo di moschetto sparato da un Maresciallo dei Carabinieri. Sul terreno, però, agonizzante per una grave ferita, restava anche Dino Menci, che spirerà di li a poco tra le braccia dei colleghi. “In servizio di scorta a un treno passeggeri, mentre il convoglio entrava in stazione, visto un individuo, successivamente accertato essere un pericoloso pregiudicato, già colpito da mandato di cattura per omicidio, associazione a delinquere e detenzione di armi da guerra che, inseguito da un guardiano ferroviario stava per sfuggire alla cattura, si lanciava dal treno in corsa e lo affrontava coraggiosamente. Dopo violenta colluttazione riusciva a fermarlo ma, mentre si accingeva a perquisirlo, l’individuo, estratta fulmineamente una pistola, sparava contro di lui due colpi causandone quasi istantaneamente la morte. Figura integra di guardia di soldato, già distintosi in numerose operazioni di polizia per il suo coraggio, la sua capacità e il suo spirito di sacrificio, cadeva nell’adempimento del dovere sacrificando la sua giovane vita. Chiusi Scalo, 13 giugno 1948”.