Rita Fossaceca, la dottoressa al servizio degli ultimi

rita-fossacecaIl 19 agosto 2016, con Decreto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra i tanti conferimenti di onorificenze attribuite dal Capo dello Stato della Repubblica Italiana, una in particolare ha destato maggior commozione. Si tratta della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria a Rita Fossaceca, Dottoressa originaria del Molise che aveva lasciato gli agi delle corsie degli ospedali italiani per mettersi al servizio degli ultimi in Kenya, dove con la ONLUS ForLife, cercava di portare un sorriso e un po’ di conforto ai tanti giovani e meno giovani. Lasciata la sua regione, si era trasferita a Novara, all’Ospedale Maggiore, dove lavorava come radiologa. La sua voglia di aiutare i più sfortunati, però, l’aveva portata in Africa, e più precisamente a Mijomboni, piccola località dove l’associazione in cui prestava la sua opera disinteressata e lontana dai riflettori gestiva un orfanotrofio, tra le cui mure una ventina di bambini tornavano a sorridere e a sperare grazie al sorriso sempre pieno di speranza di Rita.

rita-fossaceca1La storia di Rita Fossaceca ricorda, molto da vicino, quella di Maria Cristina Luinetti, la giovane crocerossina uccisa in terra di Somalia, a Mogadiscio, il 9 dicembre 1993. Due storie distanti più di vent’anni, ma che dimostrano quale popolo meraviglioso siano gli Italiani: sempre pronti, sempre tra i primi e sempre in prima linea, ad offrire un briciolo di speranza nei luoghi più martoriati da guerre civili e conflitti, spesso dimenticati e che si trascinano da decenni. Eppure, l’opera di Rita, così come quella di Maria Cristina e di tanti altri medici, infermieri, religiosi e volontari laici, è stata spezzata il 28 novembre 2015, quando un gruppo di criminali comuni, introdottisi nella sua abitazione, condivisa con altri tre concittadini italiani, e in cui erano giunti anche i genitori, la uccidevano barbaramente durante un tentativo di rapina. Nella breve colluttazione, Rita decise di proteggere prima chi si trovava assieme a lei, interponendosi tra gli aggressori.

Rita FossacecaInutili i tentativi di soccorso: Rita moriva così, a Mijomboni, dove oggi viene ricordata ancora sorridente e piena di speranza da quei bambini che andava ad aiutare lasciando il suo lavoro all’ospedale di Novara. Di lei, oltre al ricordo di amici e colleghi, nonché dell’opera svolta dalla ONLUS ForLife, le cui azioni umanitarie adesso sono compiute nel nome di Rita, resta quella Medaglia d’Oro alla Memoria conferita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Medico di elevate qualità umane, si dedicava, con instancabile e appassionato impegno, a iniziative di promozione umana e assistenza sanitaria a favore dei bambini orfani e dei cittadini del Kenya. Barbaramente trucidata nel tentativo di difendere i genitori dalla violenza perpetrata da alcuni banditi introdottisi a scopo di rapina nella abitazione in cui risiedeva con la famiglia. Fulgido esempio degli alti ideali di generosità e di solidarietà umana. Villaggio Mijomboni Kanani, Località Watamu, Kenya, 28 novembre 2015″.

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I decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare dal secondo dopoguerra ad oggi

35c8d04c03d5440e808fb75563046f9b-1Così recita l’Articolo 1412 del Decreto Legislativo n. 66 del 15 marzo 2010, che prende il nome di Codice dell’Ordinamento Militare: “Le decorazioni al Valor Militare sono concesse a coloro i quali, per compiere un atto di ardimento che avrebbe potuto omettersi senza mancare al dovere e all’onore, hanno affrontato scientemente, con insigne coraggio e con felice iniziativa, un grave e manifesto rischio personale in imprese belliche”. E la Medaglia d’Oro al Valor Militare è la massima onorificenza che la nostra Repubblica riconosce per atti ed imprese militari fin da quando venne istituita nell’ormai lontano 21 maggio 1793 per volere del Re Vittorio Amedeo III di Savoia: da allora, in tanti ne sono stati decorati, spesso alla Memoria, perché caduti in quelle azioni compiute con estremo coraggio. Dalle guerre risorgimentali, passando per le imprese coloniali e i due conflitti mondiali, ma anche dopo, in tempo di pace, in quelle missioni umanitarie, di peace-keeping, condotte sotto le insegne degli organismi internazionali, quali le Nazioni Unite, i nostri militari hanno spesso sacrificato la propria vita in nome di qualcosa di più grande: la pace e la fraternità tra i popoli.

Strage di NassiryaMa siamo un popolo strano, noi Italiani. Invece di scrivere canzoni su di loro, invece di raccontare le loro storie, invece di parlarne nelle scuole, ai più più giovani, siamo stati spesso capaci di bistrattarli, di offenderli con odiose manifestazioni e insultarli con cori dei più vergognosi (10, 100, 1000 Nassirya per esempio). In certi casi, anche le stesse istituzioni sembrano dimenticarsi di loro, come se fossero dei morti scomodi di cui occuparsi, salvo per comparire nelle foto in prima pagina sui quotidiani quando qualcuno di loro salta per aria in Iraq o in Afghanistan: a tal proposito, come non ricordarsi che proprio ai funerali dei caduti di Nassirya del 12 novembre 2003 nelle prime file sedettero non i parenti dei Carabinieri e dei militari ma bensì i nostri politici in giacca e cravatta.

Kindu bareMa non certo dimenticati da chi scrive, perché quelle Medaglie d’Oro al Valor Militare in tempo di pace, sono l’immagine più bella e più pura della nostra Italia migliore. Il primo caduto a venirne insignito fu il Caporale Raffaele Soru, del Corpo Militare della Croce Rossa, ucciso il 25 settembre 1961 ad Alberteville, in Congo, durante un attacco al locale centro ospedaliero. Ma fu quanto accadde poco meno di un mese dopo a sconvolgere, per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, le coscienze degli Italiani: il 12 novembre, a Kindu, si consumava il massacro di tredici Aviatori1 in servizio alla 46a Aereo Brigata di Pisa, inviati nel paese africano con le Nazioni Unite per svolgere attività di rifornimento alla popolazione stremata dalla guerra. Presi prigionieri, picchiati, torturati e fatti a pezzi, pagarono con la vita la causa della pace.

Battaglia del PastificioNuovi conflitti e nuove guerre scoppiarono in più parti del mondo e le nostre Forze Armate hanno sempre dimostrato non comune senso del dovere. E in tanti non sono tornati. Il 7 gennaio 1992, a bordo di un AB205 quattro militari2 dell’Aviazione dell’Esercito rimasero uccisi nell’abbattimento del loro elicottero nei cieli di Podrute, mentre in terra di Somalia, il 2 luglio 1993, tre furono i militari uccisi in duri combattimenti a Mogadiscio dai miliziani somali (ed un quarto, l’allora Sottotenente Gianfranco Paglia, gravemente ferito). E poi di nuovo nei Balcani, quando ad essere abbattuto fu un G222 con aiuti umanitari nei cieli di Sarajevo, il 3 settembre 1993: a perdere la vita, quattro militari3 dell’Arma Azzurra. E infine i teatri lontani di Afghanistan e Iraq: il Tenente Colonnello Carmine Calò restava ucciso il 27 agosto 1998 a Kabul in un agguato ad un convoglio ONU, quando i Talebani e l’Afghanistan erano ancora un’eco lontana. E le guerre del nuovo millennio contro il terrorismo hanno visto tanti altri nostri soldati cadere. Tra questi, a venire decorati con la massima onorificenza al Valor Militare sono stati il Funzionario del SISMI Nicola Calipari, caduto a Baghdad il 4 marzo 2005, i militari del Genio Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis uccisi dallo scoppio di una mina che stavano disinnescando a Ingil, in Afghanistan, il 28 luglio 2010 e, infine, il Maggiore Giuseppe La Rosa, rimasto vittima di un’imboscata a Farah l’8 giugno 2013.

1 Gli Avieri trucidati a Kindu sono: Maggiore Amedeo Parmeggiani, Capitano Giorgio Gonelli, Tenente Onorio De Luca, Tenente Francesco Paolo Remotti, Sottotenente Giulio Garbati, Maresciallo Filippo Di Giovanni, Maresciallo Nazareno Quadrumani, Sergente Maggiore Nicola Stigliani, Sergente Maggiore Silvestro Possenti, Sergente Armando Fabi, Sergente Martano Marcacci, Sergente Antonio Mamone, Sergente Francesco Paga

2 L’equipaggio di volo era così composto: Tenente Colonnello Enzo Venturini, Sergente Maggiore Marco Matta, Maresciallo Capo Silvano Natale, Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci, Tenente di Vascello della Marina Francese Jean Loup Eychenne

3 L’equipaggio di volo era così composto: Maggiore Marco Betti, Capitano Marco Rigliaco, Maresciallo Giuliano Velardi, Maresciallo Giuseppe Buttaglieri

“Scusate, non sapevamo che fosse invisibile!”

020806-F-7823A-004Tutto ha inizio con uno studio da parte di un fisico e matematico sovietico, Pyotr Ufimtsev, che teorizzò la possibilità di ridurre il segnale di ritorno dei radar così da mascherare un velivolo in volo: ovviamente, ciò era possibile soltanto se il bersaglio avesse avuto una superficie tale da riflettere le onde elettromagnetiche emesse dall’apparato radar. Passarono gli anni, e nel 1973 la Lockheed Corporation, il più grande e importante consorzio aerospaziale del mondo, cominciò ad interessarsi ad un progetto inteso a realizzare il primo aereo invisibile: si sarebbe chiamato F117 Nighthawk, letteralmente “falco notturno”. Un falco che avrebbe attaccato di sorpresa, rapido e silenzioso, senza essere rilevato e portando sul bersaglio quasi 2270 chili di carico bellico. Tenuto segreto fino al 1988, la versione finale venne resa nota al grande pubblico due anni più tardi, in aprile, quando due esemplari atterrarono di fronte ad un folto gruppo di appassionati e semplici cittadini sulla pista di decollo e atterraggio della Nellis Air Force Base, in Nevada. Sebbene fosse stato già impiegato durante la crisi di Panama del 1989, il suo primo impiego operativo reale risale alla Prima Guerra del Golfo, quando fu utilizzato per bombardare e annientare il Centro di Comando della Difesa di Saddam Hussein.

Resti dell'F117Eppure, il fiore all’occhiello della United States Air Force, considerato all’avanguardia contro qualsiasi batteria di missili aria-superficie tanto da non essere rilevato dai sistemi automatici di acquisizione radar, si sarebbe trovato di fronte un nemico imprevisto. Così, forse con eccessiva arroganza e superiorità militare, quando la NATO, nel 1999, il 24 marzo, iniziò la campagna aerea contro la Jugoslavia di Slobodan Milosevic, gli F117 furono fin da subito schierati in prima linea per ricognizioni aeree e, soprattutto, per colpire obiettivi strategici e militari con i loro bombardamenti di precisione. Uno dei Nightawk schierati per colpire la Repubblica di Serbia era pilotato dal Tenente Colonnello Dale Zelko, già veterano dei voli su Baghdad durante l’offensiva contro l’Iraq di Saddam. Con il nome in codice Vega 31, l’obiettivo della missione era quello di colpire alcuni reparti terrestri dell’Esercito Jugoslavo. Ad aspettare il “falco notturno”, gli uomini del Colonnello Zoltan Dani, comandante della 250 Brigata Missilistica Antiarea che, grazie ad alcune modifiche apportate personalmente ai sistemi radar di fabbricazione sovietica, trasmettendo con impulsi eccezionalmente lunghi, era in grado di rilevare, seppur per pochi secondi, qualsiasi velivolo in volo, compreso l’F117.

Sorry, we didn't know it was invisibleAlle 08.15 del 27 marzo 1999, il Vega 31 venne ingaggiato da una batteria di missili aria-superficie S125, anch’essi di fabbricazione sovietica. Uno di essi esplose in prossimità del velivolo americano, compromettendone di fatto il volo: resosi conto della gravità dei danni riportati, il Tenente Colonnello Zelko ebbe appena il tempo di eiettarsi fuori della cabina prima dello schianto al suolo del proprio F117, che precipitò schiantandosi in una palla di fuoco nei pressi del villaggio di Budanovci, piccola enclave della Voivodina. Immediatamente la notizia fece il giro del mondo: il Colonnello Dani venne acclamato come un Eroe Nazionale della Repubblica Jugoslava, così come i suoi uomini, resisi protagonisti di uno dei più clamorosi abbattimenti aerei della storia, al pari dell’U2 sopra ai cieli di Cuba. La propaganda del regime di Milosevic, inoltre, non si fece attendere: furono stampati migliaia di manifesti e volantini in cui le forze armate jugoslave porgevano le loro scuse sul fatto che ignorassero che fosse “invisibile”, ridicolizzando sul fatto che un vecchio sistema missilistico sovietico dei primi Anni Sessanta fosse riuscito ad abbattere il fiore all’occhiello della tecnologia militare americana. Il Comandante Zelko fu invece recuperato poche ore dopo da un’unità di ricerca e soccorso dell’USAAF, utilizzando un elicottero MH-53 Sikorsky. I resti del Vega 31 (il casco del pilota e il tettuccio della cabina di pilotaggio), invece, ancora oggi sono esposti presso il Museo dell’Aviazione di Belgrado.

Salvate il soldato Hubbard

Nathan HubbardCome per il pluripremiato agli Oscar Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, ispirato ad un fatto realmente accaduto, ovvero la storia del Sergente Frederick Niland, paracadutista della 101a Divisione Aviotrasportata, che perse due fratelli durante lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 (un terzo, creduto morto nel teatro del Pacifico, era in realtà prigioniero e tornò a casa alla fine del conflitto), anche la moderna guerra del ventunesimo secolo in Iraq ha avuto il “suo Ryan” da salvare. Perché, nel 2007, quando il conflitto più impopolare dal Vietnam mieteva quotidianamente numerosi caduti americani a seguito di imboscate con ordigni improvvisati, Jared Hubbardtutti gli Stati Uniti si commossero di fronte alla vicenda di Jason Hubbard, effettivo nella 25a Divisione Fanteria. Originario di Clovis, sobborgo di Fresno, in California, ha visto cadere i due suoi fratelli in terra irachena: Jared, nel 2004, rimase vittima di un ordigno improvvisato nella città di Ramadi, mentre era impegnato in un’attività di ricognizione e pattugliamento; si era arruolato volontario nei Marines a dicembre 2001, pochi mesi dopo il drammatico attentato dell’11 settembre. Tre anni dopo, nel 2007, un altro dei fratelli Hubbard cadde in Iraq: Nathan, il più giovane, a 21 anni, trovò la morte nello schianto di elicottero Black Hawk, assieme ad altri quattordici soldati, dopo che il velivolo aveva accusato un guasto tecnico ai motori, durante un’operazione notturna.

Jason HubbardEppure, Nathan Hubbard, prima di partire per il fronte, rilasciò una dichiarazione che, forse, suonò molto come una premonizione: “La gente che va sa di rischiare, sa che può essere uccisa. E’ un realtà che devi accettare e sulla quale non c’è da dilungarsi”. Jason, quando vide arruolare il fratello Nathan, decise di seguirlo e lasciare la promettente carriera di Vice Sceriffo nella polizia locale, tanto da essere assegnati entrambi alla 3a Brigata, 25a Divisione. Da fratello maggiore, lo voleva proteggere, riportarlo da mamma e papà sano e salvo. Ma la guerra si portato lo stesso via Nathan: così, in base ad una disposizione del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, l’ultimo superstite di una famiglia che si trovi in zona di combattimento, deve essere rimpatriato dalla famiglia. Questa politica, definita in gergo dell’ultimo superstite, venne introdotta dopo che il 13 novembre 1942, cinque fratelli (i Fratelli Sullivan), rimasero uccisi nell’affondamento dell’Incrociatore Leggero USS Juneau ad opera di un sommergibile giapponese durante la battaglia di Guadalcanal. Per questo, nell’agosto 2007, la guerra più impopolare dai tempi del Vietnam scosse le coscienze di molti cittadini americani: sullo sfondo il conflitto in Iraq, sulla scena principale il dramma di una famiglia che ha visto morire due dei suoi tre figli. Sulla scena principale della vita, non di un film.

Quando i francobolli raccontano la storia

FrancobolliSono decine di migliaia, se non milioni, le persone che in Italia collezionano francobolli, dai collezionisti più semplici, che si “accontentano” dei valori bollati raccolti con la posta in arrivo, come cartoline e buste affrancate, fino ai filatelici di “professione”, che arrivano a smuovere letteralmente “mari e monti” per accaparrarsi i pezzi più rari. Guardando al nostro Paese, e ad un settore in particolare, quello storico-celebrativo, ripercorriamo con essi la nostra storia, raccontata nei decenni e anche nei secoli da questi “piccoli” ma pregevoli valori del nostro sistema postale. E allora ecco le emissioni dedicate all’età risorgimentale, alla memoria dei personaggi che contribuirono all’unità nazionale, come Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso Conte di Cavour e il Re Vittorio Emanuele II, ma anche a Giuseppe Mazzini, Ciro Menotti e Pietro Micca, il militare sabaudo che consentì alla città di Torino di resistere, con la sua morte, all’assedio portato dai Francesi nel 1706. E, accanto agli uomini che fecero l’Italia, le loro gesta: le Cinque Giornate di Milano del 1848, la Spedizione dei Mille che salparono da Quarto e giunsero a Marsala, le guerre di indipendenza e le Battaglie di Bezzecca del 1866 e di Mentana del 1867.

FrancobolliA narrarci la nostra storia, la storia della nostra Italia, continuano poi le emissioni dedicate alla Prima Guerra Mondiale: ecco i francobolli dedicati ai Ragazzi del ’99, a Francesco Baracca, a Fabio Filzi, Cesare Battisti, Damiano Chiesa e Nazario Sauro. E poi le serie: una, datata 1958, per il 40° Anniversario della Vittoria, e la seconda, composta da sei francobolli, del 1968, per il cinquantesimo. Ma è il secondo conflitto mondiale e i suoi drammi uno dei periodi storici più ricordati: la battaglia di Nikolajewka sul fronte russo del 1943, la distruzione della secolare Abbazia di Montecassino nel febbraio 1944 e le stragi compiute dalle forze tedesche in Italia: le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto; e ancora, l’insurrezione della città di Napoli e l’uccisione del filosofo Giovanni Gentile a Firenze, il sacrificio del Vice Brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto e le tragedie delle deportazioni nei lager in Germania, delle foibe triestine e dell’esodo giuliano-dalmata.

FrancobolliAnche la nascita della Repubblica Italiana è stata celebrata in varie emissioni, così come la stesura della Costituzione e l’adesione del nostro Paese alle istituzioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla NATO, passando dalle Comunità Europee che si sono succedute nei decenni a partire dalla prima, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA. Infine, due parole anche per chi l’Italia ha contribuito, forse più dei politici e dei regnanti, a costruirla: le Forze Armate. Numerose le emissioni a loro dedicate, dall’Esercito (con Alpini e Bersaglieri in primis) alla Marina, fino all’Aeronautica Militare e alle sue amate Frecce Tricolori, senza dimenticare anche i tanti altri uomini in divisa (e non) in prima fila per il nostro paese: Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Polizia, Corpo Forestale e Croce Rossa, ma anche a chi ha pagato con la vita affinché nascesse, ogni giorno, un’Italia più giusta e migliore: dagli Avieri trucidati a Kindu e ai Carabinieri di Nassirya, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino alle vittime del terrorismo e delle stragi. Un pezzo di storia raccontata in piccoli francobolli, per ricordarci, ancora una volta, mentre magari spediamo una cartolina da una vacanza o una lettera, la nostra storia e coloro che hanno contribuito a costruire il nostro Paese.

Ai comandi del Tornado: quando i piloti non hanno fatto ritorno alla base

TornadoLa tragedia che ha coinvolto il 6° Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana di stanza a Ghedi, in provincia di Brescia, ha riaperto dolorose ferite che sembravano ormai rimarginate. L’incidente del 19 agosto 2014  nei cieli di Ascoli Piceno, dove hanno trovato la morte il Capitano Pilota Mariangela Valentini, il Capitano Pilota Alessandro Dotto, il Capitano Navigatore Paolo Piero Franzese e il Capitano Navigatore Giuseppe Palminteri, è solo l’ultimo di una lunga serie che hanno visto coinvolti i militari dell’Arma Azzurra mentre si trovavano a bordo di velivoli Tornado. Entrato in servizio nel lontano 1982, si tratta di un velivolo da combattimento bireattore, con ali a geometria variabile ed una velocità massima di oltre 1400 km/h; dotato di un equipaggio di due persone (pilota e navigatore), è armato con due cannoni calibro 27 mm e fino a 9000 chilogrammi di carichi esterni, tra cui i missili aria-aria AIM-9L Sidewinder. Ma nonostante l’elevata professionalità e l’eccellente addestramento dei piloti, purtroppo, non si sono potute evitare alcune gravi tragedie.

Tornado IDS del 6 StormoIl 20 ottobre 1992, durante lo svolgimento di un’importante esercitazione internazionale nella base aerea di Nellis, in Nevada, negli Stati Uniti, avveniva il primo incidente mortale. Un velivolo italiano stava compiendo un’attività notturna quando, per cause che non vennero mai del tutto chiarite, andò a schiantarsi tra le creste brulle del deserto americano, determinando, al contempo, la morte dei due componenti dell’equipaggio: si trattava del Tenente Colonnello Pilota Francesco Petruzziello, 37 anni, originario della provincia di Foggia, e del Capitano Navigatore Nicola Barini, viareggino di 31 anni. I due ufficiali facevano parte di una missione addestrativa composta da otto velivoli Tornado e un aereo da trasporto C130 Hercules, appartenenti al 6° Stormo di Ghedi. Ancora, il 21 gennaio 1999, nei cieli sopra Everton, nell’Inghilterra Centrale, il Sottotenente Pilota Matteo Di Carlo, impegnato in un’esercitazione congiunta con la RAF britannica, non faceva rientro alla base dopo che il suo Tornado ebbe una collisione in volo con un piccolo aereo da turismo, un Cessna. Pochi mesi dopo, il 20 agosto, sopra Porto Empedocle, era un Tornado del 156° Stormo di Goia del Colle a precipitare e a inabissarsi in mare: persero la vita il Maggiore Pilota Marco Co e il Maggiore Navigatore Giuseppe Cornacchia.

TornadoSeguirono altri incidenti, in cui fortunatamente i piloti riuscirono ad eiettarsi con il paracadute e a salvarsi, riportando solo lievi ferite ed escoriazioni, come quello occorso nel giugno 2007 nei cieli di Migliarino, non lontano da Ferrara. Tutti i piloti, prima di mettersi ai comandi, sanno che quella potrebbe essere la loro ultima missione: non esistono voli di routine e nessuno è uguale all’altro. A centinaia, se non migliaia metri di quota, ci sono mille cose che possono andare storto: il meteo, il vento, il carburante. In qualsiasi momento può accendersi una spia luminosa che segnala qualche problema. Ma nessuno ci pensa, concentrandosi invece sull’ordine di missione. Anche quella del 19 agosto 2014 era una “solo” una missione di addestramento: i quattro ufficiali erano veterani di missioni all’estero con ore e ore accumulate ai comandi dei Tornado e nei simulatori. Ma questa volta qualcosa è andato storto. Qualcosa non ha funzionato e Mariangela, Alessandro, Paolo e Giuseppe non hanno fatto ritorno alla base di partenza.