I decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare dal secondo dopoguerra ad oggi

35c8d04c03d5440e808fb75563046f9b-1Così recita l’Articolo 1412 del Decreto Legislativo n. 66 del 15 marzo 2010, che prende il nome di Codice dell’Ordinamento Militare: “Le decorazioni al Valor Militare sono concesse a coloro i quali, per compiere un atto di ardimento che avrebbe potuto omettersi senza mancare al dovere e all’onore, hanno affrontato scientemente, con insigne coraggio e con felice iniziativa, un grave e manifesto rischio personale in imprese belliche”. E la Medaglia d’Oro al Valor Militare è la massima onorificenza che la nostra Repubblica riconosce per atti ed imprese militari fin da quando venne istituita nell’ormai lontano 21 maggio 1793 per volere del Re Vittorio Amedeo III di Savoia: da allora, in tanti ne sono stati decorati, spesso alla Memoria, perché caduti in quelle azioni compiute con estremo coraggio. Dalle guerre risorgimentali, passando per le imprese coloniali e i due conflitti mondiali, ma anche dopo, in tempo di pace, in quelle missioni umanitarie, di peace-keeping, condotte sotto le insegne degli organismi internazionali, quali le Nazioni Unite, i nostri militari hanno spesso sacrificato la propria vita in nome di qualcosa di più grande: la pace e la fraternità tra i popoli.

Strage di NassiryaMa siamo un popolo strano, noi Italiani. Invece di scrivere canzoni su di loro, invece di raccontare le loro storie, invece di parlarne nelle scuole, ai più più giovani, siamo stati spesso capaci di bistrattarli, di offenderli con odiose manifestazioni e insultarli con cori dei più vergognosi (10, 100, 1000 Nassirya per esempio). In certi casi, anche le stesse istituzioni sembrano dimenticarsi di loro, come se fossero dei morti scomodi di cui occuparsi, salvo per comparire nelle foto in prima pagina sui quotidiani quando qualcuno di loro salta per aria in Iraq o in Afghanistan: a tal proposito, come non ricordarsi che proprio ai funerali dei caduti di Nassirya del 12 novembre 2003 nelle prime file sedettero non i parenti dei Carabinieri e dei militari ma bensì i nostri politici in giacca e cravatta.

Kindu bareMa non certo dimenticati da chi scrive, perché quelle Medaglie d’Oro al Valor Militare in tempo di pace, sono l’immagine più bella e più pura della nostra Italia migliore. Il primo caduto a venirne insignito fu il Caporale Raffaele Soru, del Corpo Militare della Croce Rossa, ucciso il 25 settembre 1961 ad Alberteville, in Congo, durante un attacco al locale centro ospedaliero. Ma fu quanto accadde poco meno di un mese dopo a sconvolgere, per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, le coscienze degli Italiani: il 12 novembre, a Kindu, si consumava il massacro di tredici Aviatori1 in servizio alla 46a Aereo Brigata di Pisa, inviati nel paese africano con le Nazioni Unite per svolgere attività di rifornimento alla popolazione stremata dalla guerra. Presi prigionieri, picchiati, torturati e fatti a pezzi, pagarono con la vita la causa della pace.

Nuovi conflitti e nuove guerre scoppiarono in più parti del mondo e le nostre Forze Armate hanno sempre dimostrato non comune senso del dovere. E in tanti non sono tornati. Il 7 gennaio 1992, a bordo di un AB205 quattro militari2 dell’Aviazione dell’Esercito rimasero uccisi nell’abbattimento del loro elicottero nei cieli di Podrute, mentre in terra di Somalia, il 2 luglio 1993, tre furono i militari uccisi in duri combattimenti a Mogadiscio dai miliziani somali (ed un quarto, l’allora Sottotenente Gianfranco Paglia, gravemente ferito). E poi di nuovo nei Balcani, quando ad essere abbattuto fu un G222 con aiuti umanitari nei cieli di Sarajevo, il 3 settembre 1993: a perdere la vita, quattro militari3 dell’Arma Azzurra. E infine i teatri lontani di Afghanistan e Iraq: il Tenente Colonnello Carmine Calò restava ucciso il 27 agosto 1998 a Kabul in un agguato ad un convoglio ONU, quando i Talebani e l’Afghanistan erano ancora un’eco lontana. E le guerre del nuovo millennio contro il terrorismo hanno visto tanti altri nostri soldati cadere. Tra questi, a venire decorati con la massima onorificenza al Valor Militare sono stati il Funzionario del SISMI Nicola Calipari, caduto a Baghdad il 4 marzo 2005, i militari del Genio Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis uccisi dallo scoppio di una mina che stavano disinnescando a Ingil, in Afghanistan, il 28 luglio 2010 e, infine, il Maggiore Giuseppe La Rosa, rimasto vittima di un’imboscata a Farah l’8 giugno 2013.

1 Gli Avieri trucidati a Kindu sono: Maggiore Amedeo Parmeggiani, Capitano Giorgio Gonelli, Tenente Onorio De Luca, Tenente Francesco Paolo Remotti, Sottotenente Giulio Garbati, Maresciallo Filippo Di Giovanni, Maresciallo Nazareno Quadrumani, Sergente Maggiore Nicola Stigliani, Sergente Maggiore Silvestro Possenti, Sergente Armando Fabi, Sergente Martano Marcacci, Sergente Antonio Mamone, Sergente Francesco Paga

2 L’equipaggio di volo era così composto: Tenente Colonnello Enzo Venturini, Sergente Maggiore Marco Matta, Maresciallo Capo Silvano Natale, Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci, Tenente di Vascello della Marina Francese Jean Loup Eychenne

3 L’equipaggio di volo era così composto: Maggiore Marco Betti, Capitano Marco Rigliaco, Maresciallo Giuliano Velardi, Maresciallo Giuseppe Buttaglieri

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Quando i francobolli raccontano la storia

FrancobolliSono decine di migliaia, se non milioni, le persone che in Italia collezionano francobolli, dai collezionisti più semplici, che si “accontentano” dei valori bollati raccolti con la posta in arrivo, come cartoline e buste affrancate, fino ai filatelici di “professione”, che arrivano a smuovere letteralmente “mari e monti” per accaparrarsi i pezzi più rari. Guardando al nostro Paese, e ad un settore in particolare, quello storico-celebrativo, ripercorriamo con essi la nostra storia, raccontata nei decenni e anche nei secoli da questi “piccoli” ma pregevoli valori del nostro sistema postale. E allora ecco le emissioni dedicate all’età risorgimentale, alla memoria dei personaggi che contribuirono all’unità nazionale, come Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso Conte di Cavour e il Re Vittorio Emanuele II, ma anche a Giuseppe Mazzini, Ciro Menotti e Pietro Micca, il militare sabaudo che consentì alla città di Torino di resistere, con la sua morte, all’assedio portato dai Francesi nel 1706. E, accanto agli uomini che fecero l’Italia, le loro gesta: le Cinque Giornate di Milano del 1848, la Spedizione dei Mille che salparono da Quarto e giunsero a Marsala, le guerre di indipendenza e le Battaglie di Bezzecca del 1866 e di Mentana del 1867.

FrancobolliA narrarci la nostra storia, la storia della nostra Italia, continuano poi le emissioni dedicate alla Prima Guerra Mondiale: ecco i francobolli dedicati ai Ragazzi del ’99, a Francesco Baracca, a Fabio Filzi, Cesare Battisti, Damiano Chiesa e Nazario Sauro. E poi le serie: una, datata 1958, per il 40° Anniversario della Vittoria, e la seconda, composta da sei francobolli, del 1968, per il cinquantesimo. Ma è il secondo conflitto mondiale e i suoi drammi uno dei periodi storici più ricordati: la battaglia di Nikolajewka sul fronte russo del 1943, la distruzione della secolare Abbazia di Montecassino nel febbraio 1944 e le stragi compiute dalle forze tedesche in Italia: le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto; e ancora, l’insurrezione della città di Napoli e l’uccisione del filosofo Giovanni Gentile a Firenze, il sacrificio del Vice Brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto e le tragedie delle deportazioni nei lager in Germania, delle foibe triestine e dell’esodo giuliano-dalmata.

FrancobolliAnche la nascita della Repubblica Italiana è stata celebrata in varie emissioni, così come la stesura della Costituzione e l’adesione del nostro Paese alle istituzioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla NATO, passando dalle Comunità Europee che si sono succedute nei decenni a partire dalla prima, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA. Infine, due parole anche per chi l’Italia ha contribuito, forse più dei politici e dei regnanti, a costruirla: le Forze Armate. Numerose le emissioni a loro dedicate, dall’Esercito (con Alpini e Bersaglieri in primis) alla Marina, fino all’Aeronautica Militare e alle sue amate Frecce Tricolori, senza dimenticare anche i tanti altri uomini in divisa (e non) in prima fila per il nostro paese: Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Polizia, Corpo Forestale e Croce Rossa, ma anche a chi ha pagato con la vita affinché nascesse, ogni giorno, un’Italia più giusta e migliore: dagli Avieri trucidati a Kindu e ai Carabinieri di Nassirya, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino alle vittime del terrorismo e delle stragi. Un pezzo di storia raccontata in piccoli francobolli, per ricordarci, ancora una volta, mentre magari spediamo una cartolina da una vacanza o una lettera, la nostra storia e coloro che hanno contribuito a costruire il nostro Paese.

Cadere in terra di Somalia: la battaglia del pastificio

Battaglia del Pastificio“Si è rotto l’incantesimo” titolarono i quotidiani italiani il 3 luglio 1993: all’improvviso, in una calda estate come quella di oggi, la guerra civile in Somalia entrò prepotentemente nelle case degli Italiani. Il giorno precedente, infatti, tre soldati, il Sottotenente Andrea Millevoi, il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi e il Paracadutista Pasquale Baccaro erano rimasti uccisi a Mogadiscio, durante i combattimenti tra il Contingente Italiano Ibis, inserito all’interno dell’Operazione UNOSOM delle Nazioni Unite, e i miliziani del “signore della guerra” Mohamed Farah Aidid. I feriti furono 36, tra cui i più gravi risultarono essere il Sottotenente Gianfranco Paglia, che riportò gravi lesioni spinali, e il Sergente Maggiore Giampiero Monti, ferito seriamente all’addome. Quella mattina tutto si sarebbe dovuto svolgere secondo una routine quotidiana: l’Operazione Canguro 11, decisa dal Comando ITALFOR, avrebbe condotto nel centro della capitale somala due colonne blindate, denominate Alfa e Bravo, incaricate di rastrellare vie e quartieri alla ricerca di armi di vario genere. Ma qualcosa non funzionò. Forse venne sequestrato un grande deposito di armamenti; forse, come qualcuno vociferò in seguito, il “canguro” aveva nel suo marsupio una sorpresa: la cattura dello stesso Generale Aidid. Comunque sia, quella mattina, a Mogadiscio, si scatenò l’inferno. Tra l’altro, meno di un mese prima, 5 giugno, ben ventitré soldati pakistani della forza delle Nazioni Unite erano rimasti uccisi nel tentativo di catturare la stazione radio da dove la fazione di Aidid trasmetteva gli incitamenti a continuare la guerra civile.

RESTORE HOPEAd operazione quasi ultimata, mentre le prima colonne di mezzi corazzati stavano rientrando alla base, un convoglio composto da alcuni VCC-1, veicoli da trasporto truppe, si imbatté in una serie di barricate erette dai Somali, da cui cominciarono a piovere proiettili da tutte le direzioni: i miliziani, usando donne e bambini per proteggersi, aprirono il fuoco sui soldati italiani anche con mezzi anticarro, i famigerati RPG. Un razzo centrò in pieno un VCC uccidendo sul colpo il Paracadutista Baccaro, effettivo del 186° Reggimento Folgore, e ferendo all’addome, aprendo una profonda ferita, il Sergente Maggiore Monti. Con la battaglia che si faceva sempre più cruenta, la colonna Alfa venne deviata in soccorso delle colonne rimaste bloccate, facendo decollare in supporto anche gli elicotteri A129 Mangusta e AB205. Non potendo fare uso dei cannoni delle blindo Centauro e dei carri M60, inizialmente solo le mitragliatrici di bordo aprirono il fuoco, proteggendo le truppe a terra che tentavano di rimettere in moto il veicolo colpito: in questo frangente rimase ucciso il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi, del 9° Reggimento d’Assalto Col Moschin. Frattanto, giunse sul posto il grosso della colonna Alfa, di cui facevano parte i Sottotenenti Millevoi e Paglia: sportisi fuori per meglio coordinare le azioni dei loro uomini e dirigere il fuoco delle mitragliatrici di bordo, furono raggiunti dai colpi sparati dai cecchini, che uccisero quasi all’istante Andrea Millevoi, del Reggimento Lancieri di Montebello, e ferirono gravemente Gianfranco Paglia.

Battaglia del PastificioIl bilancio della battaglia fu assai grave per le forze italiane, impegnate nel primo vero combattimento fuori dai confini nazionali dalla fine del secondo conflitto mondiale. Negli anni e decenni precedenti, già altri soldati erano caduti: gli Avieri a Kindu, il Fuciliere del San Marco Filippo Montesi in Libano, Carlo Olivieri in Sinai, gli elicotteristi delle Nazioni Unite a Podrute, solo per citarne alcuni. Ma i fatti del 2 luglio 1993 furono diversi: portarono la guerra nelle case degli Italiani, con i servizi dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. Si era rotto l’incantesimo e, da quel momento, il nostro Paese dovrà pagare un alto tributo di sangue in terra somala: dodici caduti tra i militari (compresa l’Infermiera della Croce Rossa Maria Cristina Luinetti) e due civili, i giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in un agguato per le vie di Mogadiscio dopo le loro inchieste e indagini sui traffici di armi e rifiuti tossici. E la guerra civile, mai sedata e placata, è ancora in atto.

Vi faccio vedere come muore un Italiano

Fabrizio Quattrocchi“Vi faccio vedere come muore un Italiano…”. Queste le ultime parole pronunciate da Fabrizio Quattrocchi dieci anni fa, prima che un gruppo di guerriglieri gli sparasse due colpi di pistola alla schiena, dopo averlo bendato e fatto inginocchiare dentro una fossa in un luogo imprecisato dell’Iraq. Non era un militare, ma una guardia privata di una società di sicurezza che operava nella capitale Baghdad, assieme ad altri tre nostri connazionali, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio: il gruppo dei quattro Italiani venne sequestrato il 13 aprile 2004 dalla formazione terrorista Falangi Verdi di Maometto, i cui membri non sono mai stati identificati; a seguito del rapimento, il gruppo di sequestratori inviò all’ora Governo Italiano un ultimatum, secondo cui gli ostaggi sarebbero stati uccisi se l’Italia non avesse ritirato il proprio contingente dall’Iraq, il grosso del quale era dislocato nella regione di Dhi Qar, nella città di Nassirya, teatro del grave attentato terroristico compiuto il 12 novembre 2003 contro la Base Maestrale dei Carabinieri (che costò la vita a diciannove Italiani e nove civili iracheni). Il Governo, presieduto allora da Silvio Berlusconi (con Franco Frattini al Ministero degli Affari Esteri e Antonio Martino a quello della Difesa), rifiutarono l’ultimatum: il giorno successivo, 14 aprile, Fabrizio Quattrocchi veniva giustiziato.

Fabrizio QuattrocchiGli altri tre rapiti, rimasti in vita, vennero liberati a seguito di un blitz, dopo 58 giorni di prigionia. Intanto, grazie alla mediazione della Croce Rossa Italiana, il 23 maggio 2004 le spoglie di Fabrizio Quattrocchi venivano rinvenute nei pressi dell’Ospedale di Baghdad: accertamenti dei RIS dell’Arma dei Carabinieri su campioni del DNA confermarono che il cadavere, presumibilmente abbandonato dagli stessi esecutori dell’assassinio, era quello di Quattrocchi. Rientrata la salma in Italia, il 29 maggio 2004, nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova, città nella quale Fabrizio risiedeva ormai da diversi anni, si svolsero i funerali solenni. Per quanto riguarda la sua morte, solo due anni dopo, nel gennaio 2006, la Rai entrava in possesso del video dell’uccisione, mandandolo in onda sui propri telegiornali ed interrompendolo solo pochi istanti prima che venissero sparati i colpi mortali nella schiena; Pino Scaccia, giornalista, così descrisse il 9 gennaio 2006 il filmato dopo averlo visionato: “Fabrizio Quattrocchi è inginocchiato, le mani legate, incappucciato. Dice con voce ferma: posso toglierla?, riferito alla kefiah. Qualcuno risponde no. E allora tenta di togliersi la benda e pronuncia: adesso vi faccio vedere come muore un Italiano. Passano secondi e gli sparano da dietro con una pistola. Tre colpi. Due vanno a segno, nella schiena. Quattrocchi cade a testa in giù. Lo rigirano, gli tolgono la kefiah, mostrano il volto alla telecamera, poi lo buttano dentro una fossa già preparata”. Moriva così in terra irachena Fabrizio Quattrocchi, 35 anni, che, come si legge nella motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Civile conferita dal Presidente della Repubblica alla sua memoria “vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese”.

Il tempo di fumare 20 sigarette

Locandina 20 sigaretteQuanto tempo occorre nella vita affaccendevolmente affaccendata di tutti i giorni per fumare venti sigarette? Poche ore. Forse anche meno. Per Aureliano Amadei, giovane regista, non c’è stato il tempo di chiederselo. Un semplice pacchetto da venti sigarette iniziato l’11 novembre 2003 a Tallil, in Iraq, e finito il giorno dopo, quel maledetto 12 novembre che spezzò per sempre la vita di diciannove italiani a Nassirya, nel più grave attentato contro militari italiani dal dopoguerra ad oggi. E 20 sigarette è stato il titolo del libro e poi del film scritto e diretto proprio da Aureliano Amadei, portato sul grande schermo, e che narra di quei drammatici momenti. Un film contro la guerra per testimoniare la guerra. O meglio, per raccontare di un dolore privato di diciannove famiglie catapultato all’improvviso in un dolore pubblico, dove politici di ogni razza, specie e sottospecie facevano a gara per rubare la prima serata o i titoli sui giornali. Ed anche le prime file in Chiesa ai funerali, dove i familiari furono relegati negli ultimi posti, nascosti, o addirittura in piedi. Un film da vedere, per comprendere la dura realtà delle cosiddette operazioni di pace o, all’inglese, di peace keeping, termine coniato dai politologi per vendere alle opinioni pubbliche una nuova tipologia di guerra, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da casa nostra, portata in televisione solo quando a rimetterci la pelle è un giovane di vent’anni con indosso una divisa.

20 sigaretteE, per una volta, non chiamiamoli eroi, ma con i loro nomi. Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Stefano Rolla… Perché? Perché nessuno di loro sarebbe voluto diventare un eroe morendo in terra irachena, ma avrebbe voluto diventarlo tornando a casa e riabbracciando le proprie mogli, i propri figli, le proprie fidanzate, i propri familiari ed amici. E nella nostra vita di tutti i giorni, fermiamoci per un attimo, anche per un solo secondo, a ricordare quelle diciannove vite spezzate da 3000 kg di tritolo: Tenente Massimo Ficuciello, Sottotenente Giovanni Cavallaro, Sottotenente Enzo Fregosi, Sottotenente Filippo Merlino, Sottotenente Alfonso Trincone, Maresciallo Aiutante Massimiliano Bruno, Maresciallo Aiutante Alfio Ragazzi, Maresciallo Capo Daniele Ghione, Maresciallo Silvio Olla, Caporalmaggiore Scelto Emanuele Ferraro, 1° Caporalmaggiore Alessandro Carrisi, Caporalmaggiore Pietro Petrucci, Brigadiere Ivan Ghitti,  Vicebrigadiere Domenico Intravaia, Appuntato Orazio Majorana, Appuntato Andrea Filippa, Regista Stefano Rolla, Funzionario della Cooperazione Internazionale Marco Beci.

Gli Angeli di Nassirya

NassiryaSembrava una mattina come tante quella del 12 novembre 2003 a Nassirya, provincia del Dhi Qar, in Iraq. Era novembre, in Italia la vita proseguiva tranquilla come sempre, con la gente che andava a lavoro e i bambini a scuola. Ma a oltre duemila chilometri di distanza, alle ore 10.40 locali (circa le 08.30 in Italia) si scatenò l’inferno. Un camion bomba, riempito con quasi trecento chili di esplosivo ad alto potenziale, riuscì a sfondare le barriere di protezione della ex Camera di Commercio a Nassirya, utilizzata in quel momento quale sede della MSU (Multinational Specialized Unit) dei Carabinieri. Un lampo e una colonna di fuoco si alzarono verso l’alto, risuonando in tutta la città. L’esplosione fece esplodere la riservetta delle munizioni dei militari italiani, causando così danni ancora maggiori. In tutto le vittime di quel tragico giorno furono ventotto (diciannove Italiani e otto Iracheni), nonché oltre venti feriti.

Strage di NassiryaIn quel giorno, un’operazione di pace in territorio iracheno si trasformò di colpo in un incubo, riportando alla mente che laggiù, in Iraq, la guerra era tutt’altro che finita. In Italia non arrivavano le notizie degli innumerevoli scontri a fuoco già sostenuti dai nostri soldati, mantenendo così un basso profilo sull’intera situazione. Come l’11 novembre 1961 a Kindu, il popolo italiano si strinse attorno alle famiglie dei poveri militari straziati dall’esplosione: si era rotto una sorte di incantesimo, come si ruppe quel 2 luglio 1993 a Mogadiscio, negli scontri al Check Point Pasta, e come tante altre volte già si era spezzato quando le nostre Forze Armate avevano subito perdite in attentati e scontri a fuoco. Lontani dalla mente erano i ricordi dell’agguato mortale in Libano costato la vita al Marò Filippo Montesi o all’aereo e all’elicottero dalla bianca livrea delle Nazioni Unite abbattuti nei cieli della Bosnia e della Croazia durante le missioni nei Balcani e su Sarajevo. E mai era capitato, tranne che in Congo, che l’Italia dovesse piangere così tanti suoi figli in divisa. Ma il Congo era lontano e nessuno ci pensava più. E sicuramente, quel tragico mattino del 12 novembre 2003, alla missione in Congo finita quarantadue anni prima nella tragedia, non ci pensavano neanche i diciassette militari (dodici Carabinieri e cinque  soldati dell’Esercito), i due civili e gli otto Iracheni dilaniati dai trecento chili di tritolo. Ma, soprattutto, non ci pensavano le famiglie dei caduti e noi Italiani. E lo spettro della nuova guerra civile e di terrore portato avanti negli ultimi mesi dallo Stato Islamico dell’ISIS in Iraq e nei territori circostanti lascia presagire, nonostante tutte le dichiarazioni in senso opposto e contrario, un ritorno in terra irachena.

Capitano Massimo Ficuciello

Sottotenente Giovanni Cavallaro

Sottotenente Enzo Fregosi

Sottotenente Filippo Merlino

Sottotenente Alfonso Trincone

Maresciallo Aiutante Massimiliano Bruno

Maresciallo Aiutante Alfio Ragazzi

Maresciallo Capo Daniele Ghione

Maresciallo Silvio Olla

Caporalmaggiore Scelto Emanuele Ferraro

1° Caporalmaggiore Alessandro Carrisi

Brigadiere Ivan Ghitti

Vicebrigadiere Domenico Intravaia,

Appuntato Orazio Majorana

Appuntato Andrea Filippa

Regista Stefano Rolla

Cooperatore Internazionale Marco Beci