Dietro il giovine Randaccio che all’assalto ognor ti chiama…

Giovanni RandaccioOggi i Lupi non esistono più. Sciolti a seguito delle varie riorganizzazioni che hanno visto coinvolto l’esercito Italiano. Le loro insegne, le loro Bandiere, decorate al Valore dal sangue dei soldati, sono custodite a Roma, presso il Sacrario delle Bandiere. I Lupi, però, non sono scomparsi dalla Memoria e dalla Storia. Una storia che parte dalla Val Daone, passa dalle cime del Sabotino e del Melino, per giungere fino a Gorizia e al Veliki. E che si lega indissolubilmente ad un nome: Giovanni Randaccio. Giovane ufficiale di origini torinesi, entrò nell’Arma di Fanteria, prendendo fin da subito parte alla Prima Guerra Mondiale con i gradi di Capitano: Randaccio verrà assegnato alla Brigata Toscana, con i celebri Lupi che si copriranno di gloria del 77° Reggimento Fanteria. Ed è fin dalle prime battaglie che videro coinvolto l’Ufficiale che venne messo in luce tutto il suo valore ed il suo coraggio. Durante la Prima Battaglia dell’Isonzo, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915, si guadagnò la sua prima onorificenza al Valor Militare, una Medaglia d’Argento per gli scontri sostenuti per la conquista del Monte Sei Busi: “Diede ripetute prove di arditezza nel condurre la propria Compagnia all’attacco di posizioni nemiche. In una di queste occasioni, riuniti gli uomini di altra Compagnia del Battaglione rimasta senza ufficiali, respingeva un contrattacco. Monte Sei Busi, 1-6 luglio 1915”. Nell’ottobre 1915, schierato il suo reparto nei dintorni di Polazzo, nel corso della Terza Battaglia dell’Isonzo, ricevette la sua seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Lo scontro, che costerà agli Italiani non meno di 67.000 perdite (tra morti, feriti e dispersi) aveva lo scopo di avanzare, negli intendimenti del Generale Luigi Cadorna, verso il Podgora e Gorizia: alla fine, però, furono ottenuti soltanto dei modesti risultati, in direzione di Plava e di Tolmino.

Fanteria-78°-Reggimento-Lupi-Di-Toscana-Ob2-S38248Nei numerosi assalti che ne seguirono, il Capitano Randaccio, “ferito per ben due volte manteneva, ciò nonostante, il comando. Ferito una terza volta gravemente, non si faceva trasportare al riparo, ma rimaneva ancora al suo posto per incoraggiare e mantenere i soldati sulla posizione, dando mirabile esempio di alta virtù militare. Alture di Polazzo, 21 ottobre 1915”. Con il secondo anno di guerra, il 1916, il nome della Brigata Toscana si legò indissolubilmente all’appellativo di Lupi: a partire dal 5 agosto, i suoi Reggimenti presero parte alla fulminea conquista del Monte Sabotino, che aprì la strada alla successiva occupazione della città di Gorizia. A causa delle numerose perdite, gli uomini di Giovanni Randaccio si riorganizzarono, in vista della nuova offensiva in preparazione, questa volta in direzione delle posizioni austriache attestate sul Monte Veliki, saldamente tenute dai Fanti della 55a Brigata austro-ungarica. Nella pubblicazione del Ministero della Guerra della seconda metà degli Anni Trenta, dedicata alle Brigate di Fanteria che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, si narrano le gesta dei Lupi e di come il 1° novembre la Brigata Toscana, “con un impetuoso attacco, ne conquista la cima; il giorno 2, mentre procede all’attacco del Fajti, un poderoso contrattacco austriaco tenta la riconquista del Veliki; ma i Fanti della Toscana con brillante manovra, circondano i reparti nemici catturandoli e, proseguendo quindi nell’avanzata vittoriosa, conquistano il Fajti. Circa 1500 prigionieri sono rimasti nelle mani dei due Reggimenti della Toscana fra i quali il Comandante della 55a Brigata austroungarica con tutto il suo stato maggiore. Il mattino del 3 un poderoso bombardamento si abbatte sulle posizioni del Fajti, arrecando sensibili perdite, ma i reparti della Brigata rimangono serenamente al loro posto, respingendo i reiterati tentativi di avanzata delle fanterie nemiche”.

122 - Giovanni RandaccioA Giovanni Randaccio, venne conferita le terza Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Pur comandando truppe di immediato rincalzo a quelle costituenti le prime ondate di attacco, superava parte di queste e spingevasi arditamente innanzi per riconoscere il terreno. Guidava quindi all’assalto reparti già duramente provati e rimasti pressoché privi di ufficiali, riuscendo a fugare il nemico e a raggiungere l’obiettivo assegnatogli, nel quale stabilmente affermavasi. Veliki Kribak, 11-12 ottobre 1916”. Intanto, una solida amicizia era nata tra l’Ufficiale, nel frattempo promosso al grado di Maggiore, e Gabriele D’Annunzio, allora Ufficiale di Collegamento tra la Brigata Toscana e la 45a Divisione, da cui i Lupi dipendevano. E fu su ispirazione del Poeta, che il 77° Reggimento Fanteria tentò un assalto verso le foci del Timavo, nei pressi dell’abitato di Bratina e la Quota 28 del Monte Hermada, dove le difese austriache risultavano alquanto forti. Il 27 maggio 1917, balzati i fanti all’assalto, con il Maggiore Randaccio in testa, la quota venne raggiunta a costo di gravi perdite. L’obiettivo era raggiungere il Castello di Duino, visibile dalla città di Trieste, e di issarvi il Tricolore. I rinforzi, però, non giunsero mai: gli Austriaci si riorganizzarono e, posizionate alcune mitragliatrici, fecero strage dei soldati italiani. Una raffica colpì anche Giovanni Randaccio in pieno petto, che si spense poche ore dopo. Il suo corpo, avvolto in una bandiera, venne poi traslato nel Cimitero degli Eroi di Aquileia, dove riposa tutt’ora. Alla sua Memoria, venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista di importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso fermo e l’occhio asciutto, finché fu portato alla sezione di sanità, dove soccombette, mantenendo, anche di fronte alla morte, quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’attacco. Fonti del Timavo, Quota 28, 28 maggio 1917”. Giovanni Randaccio cadde così, alla testa dei Fanti, balzati fuori all’assalto come i lupi dalle tane.

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Chiarle e Cerboni, due Medaglie d’Oro della Strafexpedition

Strafexpedition“Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli Austriaci attaccavano. Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte”. Così scriveva Emilio Lussi nel suo celebre romanzo-diario Un anno sull’Altipiano. Era il 15 maggio 1916 quando trecento battaglioni e oltre duemila pezzi di artiglieria si riversarono e aprirono il fuoco sulle posizioni italiane lungo l’Altipiano di Asiago e il Monte Pasubio, difese da appena 170 battaglioni e poco più di 850 cannoni. Era l’inizio della spedizione punitiva contro l’Italia, la Strafexpedition, per punire il tradimento italiano alla Triplice Alleanza e l’entrata nel conflitto, un anno prima, a fianco delle potenze dell’intesa. L’intento dei soldati di Vienna era quello di rompere lo schieramento italiano e dilagare nella pianura veneta, costringendo l’ormai ex alleato ad una rapida resa. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1916, le artiglierie austriache riversarono sulle posizioni italiane centinaia di granate, lungo un settore di fronte ampio circa 70 km: ciò avrebbe permesso, una volta sfondato, di dilagare in Veneto. Per contro, le poche artiglierie italiane non risposero prontamente all’attacco, a causa di ordini da parte del Comando Supremo che non giunsero mai. Fu solo per l’iniziativa di alcuni valorosi ufficiali se qualche pezzo fece tuonare la sua bocca da fuoco.

Lapide_commemorativa_del_magggiore_Felice_ChiarleFelice Chiarle, una vita passata in Artiglieria, era stato destinato nel settore di Vallarsa, di fronte Rovereto, alle dipendenze del 79° Reggimento Fanteria, inquadrato nella Brigata Roma. Prima del conflitto, era stato destinato alla Scuola di Artiglieria, periodo durante il quale aveva personalmente curato l’addestramento di numerosi soldati e ufficiali, che sarebbero poi stati ai suoi ordini. Promosso Maggiore, dopo averlo formato egli stesso, partì per il fronte del Trentino al seguito del XVII Gruppo Artiglieria da Montagna. Travolto in pieno il suo settore fin dagli inizi della Strafexpedition, diede ordini ai suoi uomini di fare fuoco sulle truppe austriache avanzanti, anche solo per rallentarne il cammino e permettere alle retroguardie di organizzare una difesa maggiore. Spararono senza sosta, gli Artiglieri del Maggiore Chiarle. Continuarono fino a quando non furono esaurite le munizioni e tutti i pezzi messi fuori uso. Radunati i pochi superstiti dagli avamposti vicini, assieme a quello che restava del 79° Reggimento Fanteria, diede ordine di inastare le baionette e balzare fuori dalle trincee attaccando frontalmente il nemico. Cadde alla testa degli uomini al suo comando, anche se il suo rango di Ufficiale gli avrebbe permesso di restare a dirigere il contrattacco dalle linee più arretrate. Per il suo gesto eroico venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un gruppo di artiglieria da montagna in sussidio alle Fanterie, mancando il Capitano di una delle batterie più esposte, ne assumeva personalmente il comando che tenne per quattro giorni sotto intenso bombardamento nemico e fino a quando gli vennero distrutti tutti i pezzi. Ferito nei primi due giorni alla spalla ed alla testa si rifiutava di lasciare i suoi uomini e la posizione che concorreva poi, con i superstiti, all’assalto alla baionetta con le Fanterie, cadendo eroicamente sul campo. Trambileno, 15-18 maggio 1916″.

Fanterie italianePoco distante dalle posizioni tenute dal Maggiore Chiarle e dai suoi uomini, era dislocato l’altro Reggimento della Brigata Roma, l’80° Fanteria. Il Tenente Umberto Cerboni, dell’8 Compagnia, aveva il compito di presidiare la valle del torrente Leno di Vallarsa, nei pressi di Rovereto. Appena entrata in guerra l’Italia, il 24 maggio 1915, l’allora Sottotenente Cerboni prese parte all’occupazione di vaste aree del Trentino, già abbandonate dagli Austriaci, in cui gli Italiani poterono realizzare osservatori e capisaldi. Quando, nella notte del 14 maggio 1916, si scatenò il fuoco nemico, i Fanti dell’80° Reggimento resistettero per due giorni agli assalti avversari: il Tenente Cerboni, ripiegando ordinatamente, occupò una trincea alle pendici del Col Santo, prima di essere accerchiato in una sacca. Sebbene da più parti provenissero intimazioni di resa, continuò ad incitare i suoi uomini a resistere ad oltranza, fino a quando, esaurite le munizioni, assaltò all’arma bianca gli attaccanti. Fu solo allora che, ferito, cadde durante l’ennesimo assalto. Dopo la guerra, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “In giornate che misero a dura prova il valore e la resistenza dei nostri, seppe con la Compagnia al suo comando, mercè il grande ascendente morale e l’esempio del valore personale, costituire una linea di petti irremovibili. Ricevuto l’ordine di abbandonare la sua insostenibile posizione, ripiegava coi resti del valoroso reparto, riportandolo al fuoco su altro punto del fronte. Successivamente, avuto il compito di guarnire una posizione avanzata, dalla quale si sarebbe poi dovuto sferrare un contrattacco, vi si portava alla testa di un manipolo dei suoi. Accerchiato da un nugolo di nemici che gli intimarono la resa, benché conscio dell’impossibilità di compiere il suo mandato, si lanciava eroicamente nella lotta, abbattendo i più audaci col calcio del moschetto. Percosso, ferito, stretto più da vicino, neppure si arrese ed altri nemici uccideva all’arma bianca finché, sopraffatto dal numero, cadeva da eroe, fulgido esempio del più alto valore, spinto fino al consapevole sacrificio di se stesso, nel compimento del dovere. Altipiano di Pozza, Trentino, 15-17 maggio 1916″.

Paolo Thaon di Revel, l’Ammiraglio della Vittoria

Thaon di Revel. Il grande ammiraglioVenne insignito del titolo onorifico di Duca del Mare e di quello di Grande Ammiraglio, unico alto ufficiale della Regia Marina ad averlo mai ricevuto. Paolo Thaon di Revel, una vita passata sul mare, rappresentò, per i marinai italiani, quello che fu il Generale Armando Diaz per il Regio Esercito. Anche l’Ammiraglio Revel, quel 4 novembre 1918, scrisse il Bollettino della Vittoria, indirizzato a quella flotta che guidò abilmente nel corso del conflitto mondiale contro l’Austria-Ungheria e che tante epiche pagine di storia (e di gloria) scrisse grazie al valore dei suoi uomini. Non è passato alla storia come quello del Generale Diaz, ma in esso traspare ugualmente tutto il sacrificio dei Marinai d’Italia: “Tutti gli italiani conoscono i nomi dei singoli eroi e delle vittorie fulminee, ma non a tutti è nota l’opera silenziosa, aspra, generosa, compiuta in ogni ora, in ogni evento, in ogni fortuna, quando solamente una assoluta dedizione al dovere poteva superare l’imparità delle condizioni e la durezza degli ostacoli. Sappia oggi la Patria, di quanti sforzi ed eroismi ignoti è fatta questa sua immensa Gloria”. E oggi, grazie al saggio dedicato proprio alla figura di Paolo Thaon di Revel, scritto con grande cura dal Giornalista Pier Paolo Cervone, la vita e l’operato del Grande Ammiraglio della Regia Marina Italiana.

Paolo_Emilio_Thaon_di_Revel1. Thaon di Revel rappresenta, per la Regia Marina, ciò che fu Armando Diaz per i fanti del Regio Esercito. Non è così?
Direi di sì. Tutti e due hanno saputo innovare e ridare fiducia ai loro uomini. La pagina nera di Caporetto doveva essere cancellata. E loro lo hanno fatto. Come? Con tutta una serie di misure. L’Ammiraglio fa sbarcare in totale cinque battaglioni di artigliera e di fucilieri. Quando i marinai vivono la tragica esperienza delle trincee, in particolare nella difesa di Venezia che viene attaccata a più riprese dagli Austriaci, Thaon fa trasferire a terra quanti più cannoni è possibile, togliendoli addirittura dalle navi. Gli strenui combattenti si svolgono alle foci del Piave dove il nemico viene fermato. Il Reggimento Marina, con i Battaglioni Grado, Caorle, Golametto e Monfalcone, paga un altissimo tributo di sangue: 384 morti e più di 1500 tra feriti e mutilati. E’ il primo reparto di Fanteria di Marina, forse il primo reggimento di marines che si sia visto in Europa. Nel maggio del 1918 riceve la Bandiera di Combattimento. Un anno dopo, il 17 marzo 1919, un Regio Decreto sancisce ufficialmente la nascita della Fanteria di Marina. Venezia fa di più: il Sindaco Filippo Grimani, il 5 marzo 1919, dona al reparto il nome di San Marco, Patrono della città, e il proprio stemma, il leone alato. Nei drammatici giorni di Caporetto, mentre i Fanti di Marina combattono sulla improvvisata linea (dalle foci del Tagliamento a Latisana, a Casa Cornoldi e alle Fornaci di Brazzà sul basso Piave) Revel ritiene opportuno lasciare Roma e tornare a Venezia, diventata il fulcro della resistenza italiana. Venezia dev’essere difesa dagli uomini e dai cannoni della Marina.

2. In un’epoca di passaggio tra Ottocento e Novecento, Thaon di Revel fu un grande riformatore e uomo di ampie vedute per la forza navale. A cosa si deve questo spirito e questa capacità?
Si deve alla sua lunga esperienza di uomo di mare, ancorchè torinese di nascita ed erede di una famiglia feudataria originaria della Savoia e sempre al servizio dei Savoia. Ma nello stemma del casato è anche raffigurato il mare. Dopo cinque anni di studio (due a Napoli, tre a Genova) il giovane Thaon sale a bordo della Nave Scuola dell’epoca, il Vittoro Emanuele, per la sua prima crociera. Dura dal 15 luglio al 2 novembre 1873. E quando sbarca non è così convinto di fare quella vita. Lontano da casa, dagli affetti della famiglia (il padre è già morto), terrà un lungo epistolario prima con la madre e poi con la moglie, le due donne della sua lunga vita. Lettera da Lisbona alla mamma: “La Marina per il navigare mi piace, ma quando si va in paesi e città stranieri il pensare che, sopra cento giorni di viaggio, settanta sono di navigazione, è una vita così monotona che mi piace nulla”. Cambierà idea. E dopo aver comandato numerose unità, parteciperà alla campagna per la conquista della Libia (1911-1912) e con il grado di Contrammiraglio sarà al comando della Seconda Divisione della Seconda Squadra. Nel 1913 è Capo di Stato Maggiore della Marina. E’ stato un grande riformatore perchè conosceva a fondo i problemi che doveva affrontare.

MAS3. Come affronto Thaon di Revel l’ingresso nel conflitto mondiale? Quali innovazioni apportó per la Regia Marina?
All’improvviso, con la firma del Patto di Londra, di cui non sanno nulla e non conoscono nulla, Esercito e Marina scoprono che il nemico non è più lo stesso. Dopo aver costruito per trent’anni una flotta destinata a combattere unità francesi e inglesi, all’improvviso il nemico torna ad essere quello vecchio, ovvero l’Imperiale Regia Marina austro-ungarica. Piccola, ma ben organizzata con un ottimo arsenale, la base di Pola. E buoni cantieri navali a Monfalcone, Trieste e Fiume. Basi a Sebenico, Spalato e Cattaro. Una costa piena di isole e insenature. Per noi la guerra nell’Adriatico non doveva avere carattere risolutivo. Le sorti del conflitto si sarebbero decise nello scontro tra gli eserciti. Mentre sugli scali italiani erano in costruzione cinque corazzate da 25 mila tonnellate (enteranno in servizio tra il maggio 1914 e il marzo del 1916) il nuovo Capo di Stato Maggiore punta sul naviglio leggero. Nel luglio del 1913 presenta un programma basato su 64 cacciatorpediniere e altrettanti sommergibili. Quando la guerra va ad incominciare non abbiamo a disposizione nel navi impostate nel 1912 (Caio Duilio e Andrea Doria) e le quattro grandi unità da battaglia della Classe Caracciolo (Morosini, Colonna, Colombo e appunto Caracciolo). L’Adriatico può essere paragonato a un gigantesco fosso pieno d’acqua, limitato da una parte da una sponda bassa, dall’altra da un muro a picco. La sponda bassa è quella italiana, il muro è rappresentato dal nemico. Il conflitto, nelle vedute di Revel, doveva garantire il dominio italiano sull’Adriatrico e liberare una volta per tutte la Marina italiana dalla sindrome di doversi preparare a condurre contemporaneamente una guerra a levante e una a ponente e meridione. Ovvero: una guerra a Est in Adriatico, contro un nemico in possesso di una netta superiorità geostrategica e una guerra a ovest e a sud per assicurare la libertà delle comunicazioni marittime nel Mediterraneo. Bastano cinque mesi per far scoppiare un altro conflitto. Quello tra Revel e Luigi Amedeo di Savoia, capo della flotta. I due concepiscono la guerra in modo diametralmente opposto. Il Duca vorrebbe affrontare la squadra navale nemica in mare aperto e vendicae l’onta della battaglia di Lissa. Thaon è più prudente e pensa piuttosto alla difesa delle nostre coste. Nel mirino di Vienna, nei primi mesi del conflitto, ci sono Porto Corsini, Senigallia, Ancona, Vieste, Manfredonia e Barletta. Numerose le vittime tra la popolazione. Il 1° ottobre 1915 l’Ammiraglio torinese si dimette e va a dirigere il Dipartimento di Venezia. Ma prima comunica la propria insindacabile decisione a Vittorio Emanuele III con queste parole: “Maestà devo combattere e guardarmi dagli Austriaci, dagli Alleati e dagli Ammiragli italiani. Le assicuro che i primi mi danno meno da fare degli altri due”. Ma quando torna in sella, a discapito del Principe costretto alle dimissioni a causa delle ingenti perdite (due incrociatori e tre corazzate, di cui due per atti di presunto sabotaggio), Thaon imprime la svolta. Per difendere la costa punta sui treni armati, per attaccare il nemico ecco i MAS. Con Revel ne entreranno in servizio ben 320. Si potenzia anche l’aviazione navale. Partiamo con 25 idrovolanti, due dirigibili e una nave appoggio. Concludiamo il conflitto con diciassette dirigibili e 675 aerei. Non a caso l’Ammiraglio di Torino è sì considerato il “papà” dei MAS, ma anche dell’aviazione navale.

Bollettino Vittoria Navale4. Thaon di Revel fu anche Ministro di Mussolini, ma per pochi mesi. Gli andava stretto il ruolo del politico dopo una vita passata per mare?
Diciamo subito una cosa. Revel aderisce subito al Fascismo. Lo fa in modo convinto. Alla vigilia della marcia su Roma si trova a Napoli, proprio nei giorni dell’adunata di Camicie Nere nel campo sportivo dell’Arenaccia. E il 31 ottobre 1922, a salutare i reparti di Mussolini che sfilano sotto il balcone del Quirinale, a fianco del sovrano, ci sono lui e Diaz. Vittorio Emanuele III vuole i due vincitori della Grande Guerra (per terra e per mare) al suo fianco. Non solo sul terrazzo, anche al Governo. Devono essere i suoi “sorveglianti” dell’esperimento di governo fascista. Rappresentano la garanzia del presente e del futuro. Simboli di una continuità dinastica e democratica. Non andrà proprio così. Dopo la crisi di Corfù, dopo il delitto Matteotti, le strade del Grande Ammiraglio e del Duce si dividono. Thaon non accetta la decisione del Capo del Governo di modificare l’ordinamento del comando supremo e collocare al vertice, in via definitiva, un Generale dell’Esercito. Non può condividere un disegno che umilia e mortifica la Marina. A cui presto si si aggiungono i contrasti derivanti dalla costituzione dell’Aeronautica quale Arma a sè stante. Nella primavera del 1925 ad abbandonare l’incarico non è solo Revel ma anche il Generale Antonino Di Giorgio che vede bocciato il proprio progetto di riordino dell’Esercito. Dal Sud America rientra in Italia il Generale Pietro Badoglio, perdonato da Mussolini. Da qui in poi Tahon sparisce. E diventa il monumento di se stesso. Senatore del Regno, Collare dell’Annunziata, più un lungo elenco di titoli e onorificenze. Il Sovrano, all’indomani della caduta del Fascismo, lo nomina Presidente del Senato. Ma senza Senatori. Non avrà mai il piacere di presiedere una seduta. Dopo l’8 settembre 1943 crolla l’Italia e il suo mondo.

I Decorati al Valore del Cimitero di Lecce

Sacrario Militare di Lecce (3)Ogni città italiana ha, all’interno dei propri cimiteri cittadini, ricavato uno spazio per la realizzazione di più o meno grandi sacrari e riquadri militari. E, spesso, rivelano storie sconosciute ai più, anche a quegli stessi concittadini che tante volte si saranno trovati a passarvi davanti. Francesco De SimoneCapita, infatti, che quei soldati che sono li sepolti non ricevano quegli onori roboanti che sono riservati, invece, ai grandi Sacrari mantenuti e curati direttamente dal Ministero della Difesa, come Redipulia, Oslavia, Mignano Montelungo, i Caduti d’Oltremare di Bari. A Lecce sono sepolti quasi 250 militari caduti sui fronti di guerra, di cui quattordici ignoti: numerosi sono i decorati al Valor Militare che, spiace dirlo, sono stati dimenticati. Tra i riquadri che ospitano i loculi del Sacrario Militare, vegliato da due pezzi d’artiglieria rivolti verso l’ingresso, è sepolto il Sottotenente Carlo Pranzo Zaccaria, originario di Lecce, in servizio presso il 21° Reggimento Artiglieria Motorizzata Trieste, caduto il 15 giugno 1942 in Africa Settentrionale, mentre, allo scoperto, dirigeva il fuoco dei suoi uomini contro un gruppo di velivoli nemici. Ferito mortalmente, venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di Sezione Mitragliera da 20 mm durante venti giorni di asperrima lotta, interveniva efficacemente con le sue armi contro numerose incursioni aeree dell’avversario, infliggendogli notevoli perdite e riuscendo sempre ad allontanare l’offesa dal cielo della battaglia. Durante un violento mitragliamento e spezzonamento nemico da bassa quota, rimaneva allo scoperto, per meglio dirigere il fuoco delle sue armi ed abbatteva uno degli aerei aggressori. Ferito mortalmente, cadeva tra i suoi valorosi Artiglieri. Sghifet es Sidra, Africa Settentrionale, 15 giugno 1942”.

Francesco MontinariCarlo Pranzo non è il solo decorato sepolto a Lecce. Al di fuori dei riquadri militari, sparsi per le varie zone del cimitero cittadino, camminando tra i viali e tra i cipressi, un monumento ricorda un altro giovane ufficiale originario della città, il Sottotenente Francesco De Simone, caduto nel corso del primo conflitto mondiale. Effettivo nel 13° Reggimento Fanteria della Brigata Pinerolo, restava ucciso il 30 giugno 1915 durante la conquista di un caposaldo austriaco a Selz. Durante l’assalto, come recita la motivazione della Medaglia d’Argento alla Memoria, “conquistò, per primo, la sommità di una collina incitando con l’esempio il proprio reparto che lo seguiva con slancio entusiasta e, sebbene si trovasse di fronte ad un nemico superiore di forze, ne sostenne con mirabile coraggio il contrattacco, lasciandovi gloriosamente la vita. Selz, 30 giugno 1915”. Poco distante, è ricordato un cittadino di Francavilla Fontana, il Sergente Francesco Montinari, del 26° Reggimento Fanteria, ucciso a Derna nel corso della fasi iniziali della campagna libica. Cadde durante un sanguinoso scontro avvenuto nei pressi della città libica, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Coadiuvava efficacemente il suo Comandante di Plotone sotto l’intenso fuoco nemico, dando esempio di coraggio e di sprezzo del pericolo ai dipendenti, finché cadde colpito a morte. Derna, 7 dicembre 1911”.

IMG_20190319_170251Nascosta all’ombra dei cipressi, una tomba racchiude tutto il dramma dei due conflitti mondiali: Luigi Falco, Sottotenente nel 33° Reggimento Artiglieria da Campagna, il 25 ottobre 1918 rimase ucciso nelle fasi finali della guerra, cadendo in combattimento sul Monte Grappa. Sopravvisse al conflitto il fratello Carlo, che proseguì una prestigiosa carriera nel Regio Esercito. Già durante la Prima Guerra Mondiale, nel luglio 1918, servendo nella 1423 Compagnia Mitraglieri in Albania, si guadagnò una Croce di Guerra al Valor Militare: “Comandante di una Compagnia Mitragliatrici, in tre giorni di aspri combattimenti, la guidava in modo esemplare esplicando encomiabilmente i vari e successivi compiti affidatigli. Dava costante esempio ai suoi dipendenti, specie nei momenti più critici, di coraggio, di calma, di sprezzo del pericolo, curando solo e sempre l’esatto e completo adempimento del proprio dovere. Kuci, Albania, 26-30 luglio 1918”. Promosso al grado di Maggiore, con il 139° Reggimento Fanteria prese parte al secondo conflitto mondiale, venendo nuovamente dislocato nei Balcani. Qui, durante l’offensiva contro la Grecia, il 25 gennaio 1941 guidando un contrattacco restava ucciso dallo scoppio di una granata nemica. Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Malgrado le sue menomate condizioni fisiche, rimaneva al comando del Battaglione, rifiutando di essere ricoverato in ospedale. Attaccato da forze preponderanti, guidava e incitava i propri reparti al combattimento, finché, colpito da granata nemica, cadeva gloriosamente sul campo. Bubesi, Fronte Greco, 24-25 gennaio 1941”.

IMG_20190319_165634Il Maggiore Carlo Frasca, i Sottotenenti Carlo Pranzo Zaccaria, Luigi Frasca e Francesco De Simone, il Sergente Francesco Montinari sono Eroi sconosciuti ai più, anche a coloro che si recano in visita ad un proprio caro defunto. Ma non sono soli, tra i viali del cimitero di Lecce. Tra le altre tombe presenti, vi sono quelle di due Ufficiali Piloti della Regia Aeronautica: il Capitano Antonio Ramirez, tragicamente scomparso durante un volo di addestramento nei pressi di Capua il 28 aprile 1930, a cui è stato intitolato l’Aeroporto Militare di Gioia del Colle, e il Tenente Pilota Giorgio Zichella caduto nei cieli dell’Africa Settentrionale il 14 agosto 1942 nei presi di Abu Aggag, in Egitto. Abbiamo detto che sono Eroi sconosciuti. Da oggi, ci auguriamo che lo siano di meno.

Tito Acerbo e gli intrepidi Sassarini

Tito AcerboEra il Comandante della 4a Compagnia del 152° Reggimento Fanteria, Brigata Sassari. Quei Dimonios, come ricorda il loro inno cantato a squarciagola ogni 2 giugno durante la Parata ai Fori Imperiali, che dalle trincee del Carso hanno scritto la storia d’Italia a prezzo di innumerevoli sacrifici. Come il Capitano Tito Acerbo, tre volte decorato al Valor Militare e caduto alla testa dei suoi Sassarini quando, passato il Piave, i Fanti del Regio Esercito affrontarono le truppe austro-ungariche nella Battaglia del Solstizio. Così lo ricorda Leonardo Motzo, pluridecorato Generale di Brigata, combattente di due guerre mondiale, nel suo volume Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari: Tito Acerbo fu una “figura mirabile di gentiluomo e di Ufficiale, uno dei vecchi della Brigata”. Originario di Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, la sua appartenenza ad un reparto che arruolava prevalentemente a livello regionale fu quasi un’anomalia: ma non per questo non seppe conquistarsi la fiducia dei suoi sottoposti. Uomo di cultura, conseguì, nel 1914, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, la Laurea in Scienze Sociali presso l’Università di Firenze: l’anno seguente decise di arruolarsi nel Regio Esercito, conseguendo i gradi di Sottotenente. Inviato sul Carso e sull’Ortigara, non passò molto tempo prima che il giovane Tito Acerbo desse prova del suo grande valore: sempre alla testa dei suoi uomini, tra i primi a balzare fuori dalla trincee e dai rifugi, per ben due volte ottenne la promozione “sul campo”, prima al grado di Tenente e poi a quella di Capitano.

Brigata SassariNel settembre 1917, sulla Bainsizza, lo stesso altipiano che vide Emilio Lussu chiudere il suo Un anno sull’altipiano, riusciva a conquistare un’importante caposaldo alla testa della sua Compagnia, dopo un duro scontro a fuoco, al termine del quale riusciva a fare anche dei prigionieri. Per questa azione, venne poi decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Comandante di una Compagnia, con la parola e con l’esempio trascinava i suoi dipendenti alla conquista di una importante posizione, giungendovi tra i primi e facendovi numerosi prigionieri. Altipiano di Bainsizza, 15 settembre 1917”. Quando vennero i giorni di Caporetto, i fanti della Brigata Sassari vennero investiti in pieno dall’offensiva austriaca: ma non si disorientarono, anzi. In più punti del fronte tennero le posizioni e continuarono a combattere. Come ricorda il Generale Motzo, “la resistenza della Sassari a Codroipo disorientò il nemico e lo trattenne fino al 31, dando così modo a una grande quantità di truppa e di materiale di passare nelle ventiquattro ore il Tagliamento per i ponti di Madrisio e di Latisana”. Arrestata l’avanzata austriaca, la 4a Compagnia del Capitano Acerbo diede battaglia sull’Altipiano di Asiago, nella battaglia conosciuta come “dei Tre Monti”: il Col d’Echele, il Monte Valbella e il Col del Rosso. Fu per la conquista di queste cime che Tito Acerbo si guadagnò la sua seconda Medaglia al Valor Militare, questa volta d’Argento: “Alla testa della sua Compagnia, accorreva prontamente sulla linea del fuoco, respingendo un contrattacco nemico e catturando molti prigionieri. Col del Rosso, 28 gennaio 1918”.

O il Piave o tutti accoppati!Quando, poi, si scatenò la Battaglia del Solstizio nel giugno 1918, dove in un primo momento gli Austriaci riuscirono a oltrepassare in più punti il Fiume Piave, la Compagnia comandata da Tito Acerbo si trovò fin dalle prime ore investita in pieno dall’offensiva. E’ sempre Leonardo Motzo a narrare quei drammatici istanti: “Ricevuto l’ordine, dispone: a squadre, a gruppi, combattendo, si retroceda a cominciare dalla sinistra. Il nemico circonda la Compagnia che deve aprirsi il varco con la baionetta. Tito Acerbo è colpito a morte mentre arditamente percorre la fronte per dare ordini alla sua Compagnia. La Medaglia al Valor Militare dice il suo valore, niente varrà a farne dimenticare la perdita al suo Reggimento”. Era la mattina del 16 giugno 1918: sebbene ferito, il Capitano Acerbo continuò a incitare i suoi uomini a combattere contro il nemico avanzante. Insignito in un primo momento della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, gli verrà poi mutuata nel 1924 in quella d’Oro: “Valoroso fra i valorosi di una gloriosa Brigata, animatore impareggiabile, fulgido esempio di bravura, di abnegazione e di fede incrollabile, eccezionalmente dotato di capacità e di slancio, sempre e dovunque eroicamente condusse il suo reparto nelle più sanguinose azioni, sul Carso, sugli altipiani e sul Piave. Quivi nella turbinosa battaglia, benché ferito, alla testa dei suoi reparti proseguiva nel violento attacco contro preponderanti forze avversarie. Impegnata una accanitissima mischia, minacciato di accerchiamento, con impeto travolgente riusciva ad aprirsi un varco, liberandosi dalla stretta nemica e trascinando seco numerosi prigionieri. Poco dopo, colpito a morte da proiettile nemico incitava ancora i dipendenti a persistere nella lotta e spirava sul campo, inneggiando alla Patria. Croce di Piave, 16 giugno 1918”.

Revine Lago e la Grande Guerra

Revine Lago e la Grande GuerraRevine Lago oggi conta poco più di duemila abitanti. Il nome deriva dall’unione di due frazioni che compongono il piccolo comune, Revine e Lago appunto. Incastonato tra le vallate e le cime della Prealpi Bellunesi, raggiunge un’altitudine massima di oltre 1340 metri, anche se la maggior parte degli abitati sono concentrati nella valle sottostante. Ma Revine Lago, così come i comuni confinanti di Vittorio Veneto, Cison di Valmarino e Limana, vide da vicino i drammi e le distruzioni della Prima Guerra Mondiale. Specialmente dopo la rottura del fronte italiano a Caporetto, a seguito della disastrosa sconfitta dell’ottobre 1917, Revine Lago venne nuovamente occupata dalle truppe austro-ungariche (nel 1866 era stato annesso al Regno d’Italia assieme al Veneto). Quando si combatté la Battaglia del Solstizio, nel giugno 1918, Revine Lago si trovò praticamente a ridosso della linea del fronte: fino al novembre successivo, quando i fanti del Regio Esercito riportarono la definitiva vittoria a Vittorio Veneto, questo piccolo comune si ritrovò catapultato al centro della storia. Oggi, a cento anni dalla fine di quella inutile strage, Lucio Tarzariol ha voluto raccontare, affinché la memoria non vada perduta, quanto costò a Revine Lago e ai suoi abitanti la Grande Guerra.

1. Il piccolo abitato di Revine Lago nel corso della Prima Guerra Mondiale si trovava a ridosso della linea del fronte. Di quali eventi fu testimone?

Bersaglieri a RevineA Revine Lago, il 30 ottobre 1918,  l’11° Battaglione Bersaglieri Ciclisti s’arroccò in località Col de la Spina presso la chiesetta di S. Marco ed impegnò una battaglia di retroguardia che si prolungò per circa dodici ore (dalle 09 del mattino alle 21), con grande accanimento da entrambe le parti (gli Austriaci erano armati di mitragliatrici). Alle truppe italiane s’affiancarono anche alcuni civili revinesi che ebbero alcuni feriti e la morte del Capitano Ettore Colombino al quale fu riconosciuta la Medaglia d’Argento assieme a Luigi Grava, diciassettenne, che lo seguiva, mentre un encomio fu riconosciuto a Marcello Spigolon per la sua tenacia nella protezione del suo Capitano ferito. Fino a poco tempo fa, l’11° Battaglione a Zoppola ancora gridava Revine Lago al loro alza bandiera. Sempre a Revine il 27 ottobre cadde il trimotore di Colleman de Witt con il suo secondo James Bahl e due mitraglieri, il Tenente Cutello ed il Sergente Cantarutti, attaccato da 5 aerei austriaci.

2. Quali e quante ferite produsse a Revine Lago il conflitto? Quanti suoi figli non tornarono più a casa?

O il Piave o tutti accoppati!Dopo la rotta di Caporetto. Suor Elettra nel suo diario scrive: “La chiesa diventa stalla per i cavalli, occupate le scuole. La gente muore di fame”. Nella vecchia chiesa si rifugiano i profughi di Col San Martino, Farra di Soligo, Colbertaldo, assistiti dai loro parroci. Lago ospita 4000 profughi anche nelle varie famiglie. Al fronte dal 1915-1918 muoiono circa 65 soldati laghesi e in un solo anno in paese i civili morti sono stati circa 115. Il curato, Don Giuseppe Bortoluzzi, si prodiga con attenzione e impegno intervenendo anche presso i comandanti austriaci per aiutare la popolazione. Le campane di Lago e Revine, salvate il 24 gennaio, vengono demolite e fatte a pezzi sono caricate sui camion e portate via. Qualche altra campana si salva nascosta nel lettame. Alla Prima Guerra Mondiale parteciparono anche molti Revinesi che ebbero complessivamente trentotto morti. La mortalità fu comunque altissima, ben 115 morti in quei dodici mesi, contro i circa venti morti degli anni precedenti.

3. Revine Lago fu, ed è ancora oggi, a cento anni dalla fine del conflitto, al centro di un “mistero”. Quello del treno in fondo al lago…

Battaglia del SolstizioDurante l’occupazione del 1918 venne costruita una teleferica a doppio filo portante che dal Castello di Serravalle arrivava a Con (frazione di Serravalle) e da qui al Masieron, poi al borgo Brido, ed infine alle Lame di Revine dove, per l’appunto, si trovava la stazione ferroviaria. Da qui partiva la ferrovia a scartamento ridotto che trasportava rifornimenti fino all’aeroporto militare di Cison e oltre, fino alla tranvia costruita a Pieve di Spligo nel 1913. Si racconta che durante la ritirata, gli Italiani affondarono il treno nel lago, dove, secondo alcune testimonianze, pare si trovi tutt’ora, sotto i sedimenti e la melma che si sono accumulati negli anni. Da alcune testimonianze pare che dopo la Battaglia del Solstizio, gli Austro-Ungarici non presidiavano la ferrovia, erano disorganizzati, per cui gli Italiani ne approfittarono con un attentato presso la linea ferroviaria, spostandone i binari e facendo deragliare alcuni vagoni in località Santa Maria. Altre voci parlano anche di un bottino affondato assieme al trenino, testimonianze che nel 2009 videro la convinzione univoca dei Comuni di Tarzo e Revine Lago a chiedere addirittura un contributo per verificare la veridicità del fatto. Peccato che il contributo allora non sia stato accolto e non se ne fece più nulla, come successe anni prima con i sommozzatori del Sile. Di questa ferrovia ci sono ancora le prove. Infatti, quando fu smantellata parte delle rotaie, vennero portate a Vittorio Veneto ed alcuni pezzi poi sono stati recuperati dagli abitanti del circondario per altri scopi. Detto ciò, le testimonianze sono abbastanza contraddittorie e tra le più rilevanti che credo possibili ne ho individuate tre che ricadono nel lago di Lago. Tra l’altro vi è anche testimonianza che alcuni vagoni siano stati deviati all’inizio del lago dopo lo stretto di comunicazione dei laghi, mentre la locomotiva sarebbe stata gettata nell’ansa verso la fine del lago, dove, dalle testimonianze, vi era anche una stazioncina che fungeva da officina e vi era un binario che si staccava dalla linea e arrivava al lago per attingere acqua.

4. A cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quanto è importante ricordare quel conflitto?

Alla serata di presentazione del mio libro, La Grande Guerra a Revine Lago, alla presenza delle autorità e del Colonello Lorenzo Cadeddu che ha introdotto la serata, ho fatto leggere questa mia poesia, intitolata Ai fanatici della guerra, che ho scritto venti anni fa: credo, però, che il messaggio valga ancora oggi: Sangue crudo il mio / giù per la valle bruciata dai roghi di fuoco / che bruciarono le mie capanne. / Alzerò domani gli occhi e guarderò il nero cielo di fumo / e li solo respirerò le ceneri dei miei fratelli bruciati. / Al potere di decidere ho posto il fine, / perché vane suppliche di pace ho gridato al vuoto. / Hanno voluto la Guerra / e ora conosceranno il dolore, / Hanno voluto uccidere e conosceranno la morte, / hanno voluto liberare il male, / e ora ce l’hanno contro. / Ignari si sono uccisi, ignari mi hanno addolorato il cuore. / Raggirate le menti dei deboli / Hanno gridato Guerra, / sotto il velo dell’ignoranza, / svegliati solo dopo all’ombra degli affanni. / Che potevo Io fare / Se non scrivere come gli avi / sperando che qualcuno ascoltasse, / perché solo il provare da il sapere: / Il sapere mai creduto, / ma sempre letto.