Il Battaglione Val Camonica e il Tenente Ubaldo Ingravalle

Tra le pieghe di una vitaSpesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra. Qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio. La storia di oggi nasce così, per caso. Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale, condivisa da un’intera generazioni di giovani: la Prima Guerra Mondiale. L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità. Il giovane Tenente Ingravalle giunge al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon. Sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio il Val Camonica prende parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache, prima di vedere concesso un periodo di riposo. Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ha il duro impatto dell vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove sono asserragliati gli Austriaci. E Tra le pieghe di una vita, accanto ai fatti personali, narra con scorrevolezza proprio gli eventi di cui fu protagonista il nonno dell’autore, passando per i giorni di Caporetto e delle offensive finali del novembre 1918. Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917,  in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite (il Val Camonica perse oltre 450 uomini), messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini, riuscì ad arginare un assalto austriaco. La motivazione, seppur breve, ricorda efficacemente quell’evento: “Addetto al comando di battaglione, inviato sulla linea quale informatore, di propria iniziativa assumeva il comando di un reparto rimasto senza ufficiali, guidandolo al contrattacco e proteggendo così il regolare ripiegamento di altre truppe. Fontanasecca 21 novembre 1917″. 

1. Intanto una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Da dove nasce questo libro?

Il libro, che mai avrei pensato potesse nascere dalla mia mano, è stato necessario per dare una risposta ai dubbi della famiglia di mia madre, che mai  aveva potuto conoscere il cammino in guerra del loro genitore: Ubaldo Ingravalle. A parte il nome del reparto, nulla da lui era mai trapelato circa quei tre anni di patimenti al fronte. Qualsiasi domanda trovava una risposta sbarrata, “ho visto morire troppi ragazzi”, diceva e nessun’altro racconto, svelava il suo passato.

2. Tra le pieghe di una vita ripercorre una storia personale, che si intreccia con i grandi sconvolgimenti dell’intero Novecento. Non è cosi?

Monte RombonE’ stato doveroso ricordare, dopo una faticosa ricerca circa quel reparto dimenticato e quegli uomini, il cammino successivo del nonno, che fu talmente colpito e affascinato dalla tempra dei suoi montanari che decise al termine del conflitto, di raffermarsi nel Regio Esercito Italiano, pur non avendo mai nemmeno svolto il servizio di leva nella sua gioventù. Abbiamo così seguito i suoi passi negli anni successivi, peregrinando tra caserme e incarichi alpini fino ad arrivare al secondo conflitto mondiale e ai tragici scontri con gli Slavi sul confine orientale, su quel confine travagliato, e ai massacri a cui scampò miracolosamente.

3. Entriamo adesso nel “vivo” del libro, ovvero il reparto alpino di “dimenticati”. Qual è la loro storia, in breve?

Ubaldo IngravalleIl racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alti valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi. Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917, dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte. Li definiamo così “dimenticati” perché di quella sofferta compagine questo è il primo testo che ne parla, e di loro non esiste un saggio, un monumento, una via o un’aula pubblica e nemmeno nelle valli da dove partirono e dove non ritornarono. La figura del nonno, Ufficiale del Reparto, passa così presto in seconda linea per fare emergere le misere storie di altri nonni, abituati alle privazioni e fatiche ma che non videro mai coronato il loro ricordo e valutate le loro incredibili sofferenze.

4. C’è un evento in particolare che suo nonno ricordava con maggior interesse?

Raccontò pochissimo di quegli anni, e solo il ritrovamento del Diario Storico del Reparto a Roma, ci ha permesso di ricostruirne la storia, ma dava giustificazione della sua calvizie, non alla ferita patita sul Grappa, ma al fatto che vide imbiancare e cadere tutta la sua capigliatura, in quelle tre settimane di orrori, su di quella montagna. Momenti in cui si videro contrastare le baldanzose truppe di Rommel, e che avevano ormai solo quel  baluardo che li separava dalla pianura veneta, e per sbucare poi, alle spalle del Piave.

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Ernest Shackleton, un esploratore all’ombra della Grande Guerra

Ernest Shackleton“La pressione dei ghiacci andava crescendo continuamente e le ore che passavano non davano né sollievo né  tregua alla nave. La pressione ha sollevato la poppa della nave e il banco in movimento ha spaccato il timone strappando la controruota e il dritto di poppa. I ponti cedevano sollevandosi in alto mentre al di sotto l’acqua si precipitava all’interno. Era doloroso sentire i ponti che si spezzavano sotto di noi, mentre i grossi bagli si flettevano e si frantumavano con il rumore di un colpo di cannone. Con una forza di milioni di tonnellate i banchi, spinti dai ghiacci che avevano alle spalle, stavano annientando lo scafo”. La fine di una nave è sempre qualcosa che tocca nel profondo del cuore ogni comandante. E questo è il racconto della morte dell’Endurance, veliero tre alberi stritolato dai ghiacci tra l’ottobre e il novembre 1915, dopo oltre 280 giorni essere rimasta bloccata dal pack dell’Antartide. Salpata nell’agosto 1914, mentre il mondo intero era già sconvolto dal dramma disumano della Prima Guerra Mondiale, diresse verso i mari del sud agli ordini di Ernest Henry Shackleton, valido ed esperto marinaio, nonché veterano delle spedizioni polari: a bordo della Discovery e poi  della Nimrod, tra il 1901 e il 1907, affrontò le insidie dei ghiacci e delle temperature proibitive del Polo Sud.

Nave EnduranceLa nuova spedizione, fortemente voluta da Shackleton stesso, finanziata in parte da privati, a cui si aggiunsero il Governo inglese e la Royal Geographical Society, si era prefissata di attraversare a piedi, da un capo all’altro, il Polo Sud: gli uomini della spedizione avrebbero raggiunto l’Antartide a bordo dell’Endurance e, una volta sbarcati, avrebbero dovuto raggiungere il Mar di Ross, dove sarebbero stati recuperati da una seconda nave in forza alla spedizione, l’Aurora. Ambiziosi anche gli obiettivi scientifici che la missione si era prefissata: compiere rilievi idrografici sulle profondità dei mari attraversati, studiare in maniera approfondita la formazione del continente antartico, studiare la fauna terrestre e marina incontrata lungo il percorso ed effettuare studi meteorologici in tutta l’area. Salpata dal porto di Plymouth il 9 agosto 1914, la prima tratta del viaggio vide la nave raggiungere Buenos Aires e poi Grytviken, nella Georgia del Sud:  dovettero aspettare fino ai primi di dicembre prima di potersi spingere ancora più a sud, a causa del pack antartico insolitamente esteso. Il 12 gennaio 1915, la spedizione affronta, per la prima volta, territori inesplorati, giungendo, tra l’euforia generale, 74° di latitudine sud. Muri di ghiaccio alti oltre trenta metri accompagnano il lento navigare dell’Endurance, mentre gli uomini compiono frenetici rilievi e studi geografici, realizzando carte e mappe di terre fino ad allora ignote. Passa appena una settimana e nella posizione 76° 34′ S – 31° 30′  O il tre alberi resta imprigionato dai ghiacci, strettisi attorno alla chiglia in una morsa fatale. In realtà, almeno all’inizio, Shackleton non è molto preoccupato, confortato che tanti altri esploratori prima di lui, in condizioni anche peggiori, riuscirono a liberare la propria nave semplicemente aspettando i movimenti della banchisa, in continuo movimento e in continua trasformazione.

L'Endurance intrappolata nei ghiacciNelle settimane successive, la nave è alla deriva, costretta a muoversi seguendo i movimenti dei ghiacci, senza una rotta precisa: scendendo sul pack, gli uomini, con l’ausilio di badili, spale e piccone, tentano invano di liberare l’Endurance dalla morsa fatale. A partire dal 1° maggio 1915, con l’arrivo del lungo inverno australe si fa strada in Shackleton che la nave sia ormai irrimediabilmente perduta. In realtà, la nave, una delle meglio costruite, in grado di reggere pressioni elevate sullo scafo, non da segni di cedimento fino alla metà di ottobre, quando ogni tentativo di liberarla viene abbandonato: grossi blocchi di ghiaccio alla deriva si infrangono su di essa, contribuendo ad aumentare la pressione sul fasciame. Il 24 ottobre 1915, dopo essere stata stretta all’interno di una fessura, il ponte dell’Endurance inizia a torcersi: solo allora, d’accordo con i suoi uomini, Shackleton da l’ordine di abbandonare la nave. Inizia così l’odissea dei 28 uomini della spedizione: accampati sul ghiaccio, riescono a recuperare provviste e materiali, stipati su tre scialuppe, tirate a forza di braccia e dagli instancabili cani da slitta. Con una temperatura di quasi -25°, il 15 novembre la nave si spezza e si inabissa definitivamente.

James CairdLa lunga marcia sul pack ha inizio: convinti di poter raggiungere l’Isola Paulet, distante quasi 450 km, l’arrivo della primavera e della bella stagione complica, in realtà, i movimenti. Il pack inizia a rompersi e a sciogliersi, rendendo difficoltoso e assai difficoltoso il cammino. Se, poi, Shackleton diede ordine di conservare le provviste per eventuali emergenze, cacciando, invece, foche e pinguini, la progressiva scomparsa degli animali antartici pose gli uomini di fronte a scelte spesso drammatiche e difficili: i cani da slitta, fino ad allora inseparabili compagni della lunga traversata a piedi, dovettero essere uccisi per salvare la vita agli uomini della spedizione. Il 9 aprile 1916, con i ghiacci in continua frantumazione, grazie alle  scialuppe recuperate, inizia la navigazioneverso l’Isola Elephant, raggiunta il successivo giorno 14. Ma Schackleton capisce ben presto che il luogo appena raggiunto non è il posto ideale per attendere i soccorsi: a bordo della James Caird, una delle scialuppe salvate dal naufragio dell’Endurance, decide di attraversare l’oceano per raggiungere la Georgia del Sud, distante oltre 1500 km. Con un equipaggio di cinque persone, composto dal Secondo Ufficiale Thomas Crean, dal Navigatore Frank Worsley, dal Carpentiere Harry McNisch e dai Marinai Tim McCarthy e John Vincent, la piccola scialuppa, rinforzata e dotata di un ponte coperto e di una vela, prende il mare il 24 aprile.

30 agosto 1916“La bianca schiuma del mare era tutta intorno a noi. Abbiamo sentito la nostra barca sollevarsi e vacillare come un sughero sulla cresta dell’onda. Eravamo in balia del mare, ma in qualche modo la barca è riuscita a resistere mezza piena d’acqua incurvandosi sotto il peso e fremendo al colpo. Abbiamo utilizzato l’energia degli uomini che combattono per la vita, lanciando l’acqua fuoribordo con ogni mezzo e dopo dieci minuti di incertezza abbiamo sentito la barca ritornare alla vita”: così  Ernest Shackleton narra quella incerta traversata. E il 10 maggio 1916, contro ogni previsione, la piccola scialuppa di salvataggio tocca terra nella Georgia del Sud. Ma la salvezza è tutt’altro che certa, soprattutto per i ventidue membri dell’equipaggio rimasti sull’Isola Elephant. Soltanto il 19 maggio, infatti, Shackleton e i cinque uomini che sono con lui, raggiungono le stazioni delle baleniere sull’altro capo dell’isola. Saputo della tragedia, inizia subito la spedizione di soccorso: dopo un tentativo fallito di salvataggio ad opera di pescatori locali e vista l’impossibilità da parte della Gran Bretagna di inviare navi a causa della guerra, Shackleton giunge in Uruguay dove, grazie anche all’interessamento del finanziere Allan McDonald, organizza i soccorsi. Ben quattro mesi dopo, il 30 agosto 1916, gli uomini dell’Isola Elephant vengono tratti in salvo e con grande stupore e gioia di Shackleton stessi: sono tutti salvi.

24 ottobre 1917: Caporetto

Breve storia di CaporettoSebbene siano passati ormai cento anni da quel tragico 24 ottobre 1917, quando le forze austro-tedesche sfondarono il fronte italiano lungo il fiume Isonzo nei pressi di Caporetto, e nonostante i fiumi di inchiostro che già all’indomani della fine del conflitto iniziarono a essere scritti, tra memoriali e diari, sulla più grave sconfitta subita fino ad allora dal Regio Esercito Italiano, la saggistica di storia contemporanea e militare continua a fornire al grande pubblico nuovi testi su quei tragici anni Ed è quello che ha fatto recentemente Giacomo Properzj, giornalista e scrittore, appassionato del primo conflitto mondiale. La sua opera, Breve storia di Caporetto, ricostruisce in maniera precisa e scrupolosa quanto avvenne alla fine di ottobre 1917, quando le forze italiane furono sopraffatte nel cuore della notte da quelle tedesche e austriache.

1. Perché scrivere un libro su Caporetto e la tragedia che seguì, una delle disfatte più significative subite dall’Italia nel primo conflitto mondiale? Cento anni dopo esiste ancora qualcosa di non raccontato?

Si, esiste ancora qualcosa di non raccontato, o meglio, di raccontato in modo diverso dalla verità storica, come hanno fatto alcuni quotidiani nel ricordarne il centenario. Le responsabilità militari, per esempio, non furono tutte del Generale Luigi Cadorna, che anzi aveva predisposto già da tempo, insieme al Generale Felice Porro, una seconda linea di difesa e di resistenza, la linea del Piave, ai fini di un’eventualità negativa.

Luigi Cadorna2. Secondo le sue ricerche, perché il Comando Supremo italiano non presto ascolto ai tanti disertori autro-tedeschi in merito ad un imminente attacco lungo l’Isonzo?

Secondo la mia idea, i comandi italiani che ebbero moltissime notizie, in parte confuse e provenienti da semplici militari non sempre affidabili, trovarono una loro difficoltà di interpretazione attiva in due elementi: il primo, più importante, la mentalità burocratica del nostro Regio Esercito e i lunghi “passaggi di carte”. Secondo, le differenti interpretazioni dei più importanti generali, in particolare il Generale Capello, che voleva reagire con un contrattacco.

3. La disfatta di Caporetto, più che per lo sfondamento del fronte, ha fatto parlare di sé anche per la rotta che ne seguì. A cosa fu dovuto il caos che ne derivò?

Il caos che derivò fu dovuto principalmente all’enorme numero di uomini che si accumulavano per varie ragioni ai margini delle prime linee pur avendo da svolgere dei ruoli non combattenti. Questi uomini ingombrarono le strade rendendo difficile il passaggio alle truppe di riserva che si  dovevano schierare su di una seconda linea, peraltro non prevista chiaramente. Anche le artiglierie tenute in posizioni molto avanzate furono rapidamente superate dall’avanzata tedesca e gran parte del nostro esercito fu scavalcato e lasciato inoperoso sulle alture.

4. A cosa si deve il “miracolo del Piave”? Davvero, per la prima volta da quel 24 maggio 1915, i soldati italiani si trovarono a combattere per le proprie case? E’ vero, come più volte raccontato, che fino a quel momento la guerra era ancora “sentita” lontani dai soldati al fronte?

O il Piave o tutti accoppati!Militarmente la linea del Piave prevista ancora nel 1916 soprattutto dal Generale Porro era una linea che accorciava il fronte di più di un terzo ed era già organizzata con depositi, in alcuni punti addirittura trincee e quant’altro. Dal punto di vista morale i reggimenti che riuscirono ad arrivare inquadrati dietro il Piave erano decisi a combattere e i trecentomila e più prigionieri che gli austriaci avevano fatto rappresentavano un ingombro e un rallentamento dell’avanzata austro-tedesca. Il Paese, sulle prime, non si rese conto del pericolo che correva e quindi si evitò il panico dei civili nelle zone arretrate, poi tenne, malgrado tutto, duro, grazie all’attitudine del Governo e della stampa. La diversità con quanto accadeva quasi negli stessi giorni in Russia sta proprio qui: le nostre truppe non erano in rivolta ma abbandonavano posti di combattimento spesso avendo come aspirazione finale quella di ritornare a casa.

Le donne medico nella Grande Guerra: una pagina ancora sconosciuta

Dottoresse al fronteTorniamo anche questa volta a parlare di libri. E di un argomento poco conosciuto, anche agli addetti del settore. Un argomento dimenticato e rimosso già all’indomani della fine del primo conflitto mondiale e tornato alla luce grazie all’interessamento di Elena Branca, membro dell’Associazione Nazionale Sanità Militare e della Croce Rossa Italiana, di cui ne è una cultrice e una studiosa: quello delle donne al fronte, o meglio delle “donne con le stellette”, che vestirono il panno grigio verde prestando la loro opera come medici e farmacisti al fronte.

1. Con il suo libro Dottoresse al fronte? La CRI e le donne medico nella Grande Guerra ha scritto un nuovo capitolo per quanto riguarda la Grande Guerra. Da dove nasce l’idea?

Mi occupo da molti anni di storia della Croce Rossa e partecipo ad un progetto che sta pubblicando diversi tomi. Durante una riunione si discuteva di preparare un lavoro sui Medici della Croce Rossa impegnati durante la Prima Guerra Mondiale: professori e storici di rango erano fermi al “maschile”. Con un vago ricordo a due casi di cui avevo notizia, Anna Dado e Maria Montessori, feci presente che anche loro potevano essere aggiunte. La serena, quanto ferma, negazione da parte dei presenti mi ha spinto ad approfondire e iniziare le ricerche: queste donne hanno diritto ad essere ricordate, onorate e rispettate come i loro colleghi.

2. Queste erano vere e proprie “donne con le stellette” o anche “donne in grigio-verde”. Cosa le differenziava dall’essere delle normali Infermiere Volontarie?

Donne al fronteNon erano Infermiere, né normali né speciali, ma una cosa completamente diversa: facevano parte del Ruolo Direttivo, a pari livello con i colleghi maschi, in quanto Medici o Farmaciste. Se si legge il Regolamento pel tempo di guerra del 1915 della Croce Rossa, viene ben precisata la differenza tra personale sanitario direttivo (medici e farmacisti, con ruolo direttivo e stipendiati) e Infermiere Volontarie (non stipendiate e con ruolo subordinato). Unica particolarità, le donne medico e farmaciste erano arruolate come personale senza obbligo di leva, come i Cappellani, e portavano stellette a otto punte, ma per il resto erano totalmente parificate ai colleghi maschi, anche se, inizialmente, la loro attività era limitata agli ospedali territoriali e solo le necessità reali ne portarono diverse in zona di guerra. Il grado era correlato all’anzianità di laurea: per questo abbiamo sottotenenti e tenenti e, dai documenti oggi in nostro possesso, una Capitano Medico, in quanto da poco le donne accedevano alle Facoltà di Medicina e Chirurgia. Erano sottoposte al Codice Penale Militare e al Regolamento di Disciplina Militare del Regio Esercito e obbligate all’uso dell’uniforme. I primi arruolamenti risalgono al 1904, poi un picco nel 1911 ed infine il grosso dal 1915, anche se l’effettivo utilizzo derivò da una circolare della Sanità Militare del gennaio 1916, che obbligava la Croce Rossa ad assumerle effettivamente in servizio. Molte di loro transitarono nei ruoli della Sanità Militare durante gli anni di guerra per poi tornare alla Croce Rossa prima del congedo. Per quanto attiene alle Infermiere Volontarie, ed alle Religiose Suore Infermiere, invece, il Regolamento stabiliva che “nessuna competenza spetta alle medesime” salvo le spese di viaggio, alloggio e vitto. A loro competono “quelle mansioni che al letto dell’ammalato richiedono una cura speciale, amorevole e delicata propria del loro sesso. Possono eventualmente disimpegnare funzioni pari all’Aiutante di Sanità”, essere impiegate nel servizio di cucina, dispensa, biancheria e scritturazione.

Anna Dado Saffiotti3. Tra le tante “donne con le stellette”, la più famosa per chi compie studi sulla Grande Guerra fu Anna Dado Saffiotti. Ma quante furono, in realtà, le donne al fronte?

Che oggi la Dottoressa Anna Dado Saffiotti sia famosa mi fa piacere: significa che il mio lavoro di recupero della memoria cui ho lavorato in questi pochi anni sta funzionando, perché quando ho iniziato la negazione era totale. Ad oggi, ne abbiamo individuate una quarantina, ma periodicamente compaiono nomi nuovi e la ricerca continua.

4. Vi furono altri eserciti che, nel corso del primo conflitto mondiale, mobilitarono le donne come narrato nel suo libro? Come si organizzarono le altre Nazioni impegnate nella guerra?

Nel resto del mondo le cose non erano molto diverse: ricordiamo una dottoressa arruolata per errore in Francia, ad esempio. Il rifiuto iniziale del Ministero della Guerra britannico portò all’istituzione degli Scottish Women’s Hospitals (SWH), diretti da Elsie Inglis nel 1914, accolti a braccia aperte in Francia: solo un anno dopo, le donne medico britanniche che lo chiedevano furono ammesse al Royal Army Medical Corps (RAMC) britannico a pieno titolo. Alcune delle australiane inserite negli SWH passarono al RAMC britannico, mentre il pari RAMC australiano le ammise solo con la Seconda Guerra Mondiale. Più accorti gli Americani, dove la Croce Rossa, e non solo, fecero ampio uso delle loro laureate in medicina, mentre la Russia, dopo aver loro vietato l’accesso alle università, richiamava in Patria le dottoresse laureate all’estero.

Charles Lightoller, una vita per mare

Charles LightollerSono pochi gli uomini di mare a poter vantare quasi un’intera vita passata a solcare i mari e gli oceani. E se questa vecchia tempra di lupi di mare sono una rarità, soltanto uno può vantare una carriera iniziata come semplice mozzo, aver scalato, grado dopo grado, gradino dopo gradino, un’intera linea gerarchica, fino ad arrivare a rivestire il ruolo di Secondo Ufficiale di Coperta a bordo dei grandi transatlantici oceanici di inizio Novecento, per una delle più prestigiose compagnie di navigazione: la White Star Line. Se poi aggiungiamo l’essere sopravvissuto ad uno dei più disastrosi naufragi, quello del Titanic, e l’essere considerato un eroe della Prima Guerra Mondiale, è sufficiente dirne il nome: Charles Herbert Lightoller. Ma per un vero marinaio, il richiamo del grande blu è troppo forte: scoppiato il secondo conflitto mondiale, si offrì volontario per assumere il comando di una nave impegnata nell’Operazione Dinamo, il salvataggio del Corpo di Spedizione inglese a Dunkerque.

LightollerNato nella cittadina di Chorley, nella contea del Lancashire, il 30 marzo 1874, fin da ragazzo entrò in contatto con la dura realtà di tutti i giorni: abbandonato dal padre, che fuggì in cerca di fortuna in Nuova Zelanda, la madre morì a causa di alcune complicanze avvenute durante il parto. Fu così che, ad appena tredici anni, si arruolò nella marina mercantile: imbarcato sulla Pimrose Hill e poi sulla Holt Hill, passò i primi anni tra le vastità degli oceani, tra l’Atlantico ed il Pacifico. Capì, anche, che la vita del marinaio poteva essere altrettanto dura di quella sulla terraferma: a seguito di due violente tempeste, infatti, la piccola Holt Hill dovette trovare riparo a Rio de Janeiro, proprio quando una violenta epidemia di vaiolo imperversava nella città. La seconda burrasca causò l’arenamento della nave e lo sbarco dell’equipaggio sull’Isola di Saint Paul, in Oceano Indiano: era il 13 novembre 1889 e ad appena quindici anni poteva già vantare una notevole esperienza.

SS MedicDa questo momento in poi, per il giovane Lightoller ebbe inizio una brillante carriera nella marina mercantile di Sua Maestà britannica: notato dai suoi comandanti, tornò a servire sulla Pimrose Hill, dove ottenne la qualifica di Secondo Ufficiale di Coperta. Una nuova promozione arrivò poco dopo quando, a bordo della Knight of St. Michael, si distinse per il coraggio nello spegnimento di un pericoloso incendio scoppiato nella stiva. Nonostante una brillante carriera, dopo la promozione a Primo Ufficiale, lasciò la marina e le navi per tentare la fortuna oltreoceano: attratto dalla corsa all’oro, nel 1898 si recò nello Yukon, ma senza successo. Il mare, però, era la sua vita. Superò brillantemente gli esami di Capitano di Lungo Corso: nel 1900 iniziò a lavorare per la White Star Line, come quarto ufficiale a bordo della Medic. A bordo di questa nave si rese protagonista di una vicenda che avrebbe potuto compromettere la sua carriera: approdato il mercantile a Port Jackson, nel Sud Africa sconvolto dalle guerre boere, rubò una scialuppa assieme ad altri quattro marinai, raggiunse la fortezza di Fort Deninson e, dopo aver caricato un cannone con una palla piena di sabbia e cotone ed aver issato la bandiera boera sul forte, fece fuoco. La White Star Line si fece carico del pagamento dei danni, per lo più vetri rotti: l’impresa, però, piacque ai suoi superiori, che ne apprezzarono l’umorismo. Promosso Terzo Ufficiale, imbarcò sul Majestic e sulla Oceanic, dove conobbe il celebre Comandante Edward John Smith: nel marzo 1912 lo volle con sé come Secondo Ufficiale di Coperta per il viaggio inaugurale del Titanic.

Ufficiali del TitanicLa tragica notte del disastro, quella del 14 aprile 1912, svolse il servizio di guardia in plancia per la condotta della navigazione fino alle 22.00, preoccupato del mare piatto: se sulla rotta del Titanic si fosse trovato un iceberg, le vedette sulla coffa non avrebbero potuto sentire il classico sciabordio delle onde sulla grande massa di ghiaccio. Ritiratosi nella sua cuccetta dopo essere stato rilevato dal Primo Ufficiale William Murdoch, poco dopo le 23.40 venne fatto chiamare per raggiungere il Comandante Smith e gli altri ufficiali in plancia: informato dell’impatto, e resosi consapevole che la nave era ormai perduta, venne incaricato di calare le scialuppe del lato sinistro. Si attenne così scrupolosamente agli ordini di far imbarcare inizialmente soltanto donne e bambini, che rimandò indietro anche il passeggero più facoltoso a bordo, il milionario statunitense John Jacob Astor IV. Solo quando il Comandante diede l’ordine generale di abbandonare la nave, e assicuratosi che tutte le scialuppe fossero in mare, saltò nel nero oceano ghiacciato: raggiunse a nuoto una scialuppa rovesciata assieme ad una trentina di naufraghi. Quando, la mattina seguente, sebbene quasi congelato e in uno stato di profonda ipotermia, giunse sul luogo del disastro il Carpathia, volle essere l’ultimo a venire tratto in salvo, preoccupato prima di tutto dello stato dei superstiti.

HMS GarryPassarono due anni dalla tragedia del Titanic che subito un’altra, ben peggiore, sconvolse il mondo: la Prima Guerra Mondiale. Come ufficiale della riserva, fu dapprima imbarcato sulla Torpediniera HTMB 117, per poi assumere il comando del Cacciatorpediniere HMS Garry. E fu durante una missione di guerra, che si distinse nuovamente per il suo coraggio e la sua abilità marinaresca: individuato, il 1° settembre 1917, un sommergibile tedesco, l’UB-110, lo costrinse all’emersione grazie all’utilizzo di cariche di profondità, per poi affondarlo dirigendosi a tutta velocità contro di esso e speronandolo. Questa azione gli valse il conferimento della Distinguished Service Cross, una delle più alte onorificenze britanniche concesse per atti di coraggio di fronte al nemico. Ritiratosi dal servizio dopo la fine del conflitto, si diede all’edilizia, settore in cui ottenne un discreto successo: quando, però, la sua Inghilterra ebbe nuovamente bisogno di lui, non si tirò indietro. Utilizzando il suo yacht a motore, partecipò alle operazioni di soccorso per evacuare il British Expeditionary Force dalle spiagge attorno Dunkerque, ormai accerchiato dall’esercito tedesco. Morì l’8 dicembre 1952 a causa di un infarto: nel 1903 aveva sposato Sylvia Hawley-Wilson, conosciuta durante il servizio a bordo della Suevic e dalla quale ebbe ben cinque figli. Due di essi, purtroppo, morirono nel corso della Seconda Guerra Mondiale: Herbert Brian, pilota della RAF, venne abbattuto nei cieli della Germania la prima notte dell’entrata in guerra della Gran Bretagna, mentre Frederick Roger, arruolato nella Royal Navy, morì in Francia l’ultimo mese di guerra.

Il Sacrario di Andrea Bafile a Bocca di Valle

Andrea_Bafile“Comandante di un Battaglione di Marinai, mentre preparavasi una operazione sull’estrema bassura del Piave, volle personalmente osare un’arrischiata ricognizione tra i canneti e i pantani della sponda sinistra perché, dallo strappato segreto delle difese nemiche, traesse maggiore sicurezza la sua gente. Tutto vide e frugò, e sventato l’allarme, già trovava riparo, quando notò la mancanza di uno dei suoi Arditi. Rifece allora da solo la via perigliosa per ricercarlo e, scoperto poi dal nemico mentre ripassava il fiume, e fatto segno a vivo fuoco, veniva mortalmente ferito. Guadagnata la sponda destra in gravissime condizioni, conscio della fine imminente, con mirabile forza d’animo e completa lucidità di mente, riferiva anzitutto quanto aveva osservato nella sua ricognizione, e dirigendo ai suoi infiammate parole, atteggiato il volto a lieve sorriso che gli era abituale, si diceva lieto che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. E passò sereno qual visse, fulgido esempio delle più elette virtù militari, coronando con gloriosa morte una vita intessuta di luminoso coraggio, di fredda, consapevole e fruttuosa audacia, del più puro eroismo. Basso Piave, 12 marzo 1918”. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria conferita al Tenente di Vascello Andrea Bafile, caduto alla testa di un gruppo di quattro marinai nei pressi di Cortellazzo, vicino Jesolo, durante una missione di ricognizione sul Basso Piave.

Andrea Bafile1Vita avventurosa ed eroica, quella di Andrea Bafile. Già decorato nel corso del primo conflitto mondiale con una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per aver eseguito un’importante missione aerea sulle Bocche di Cattaro (a cui partecipò, tra l’altro, anche Gabriele D’Annunzio), nel corso della guerra arrivò a rifiutare l’avanzamento al grado di Capitano di Corvetta, in quanto lo avrebbe distolto dalle navi e dagli equipagi, a cui era da sempre legato anche da fraterna e sincera amicizia, per destinarlo ad un incarico a terra allo Stato Maggiore. Continuò, così, la sua carriera tra le onde e le fredde paratie delle navi della Regia Marina, imbarcando sul Cacciatorpediniere Audace e poi sulla Torpediniera Ardea. Ma la sua grande capacità di comando emerse quando, alla fine del 1917 e a seguito della disfatta di Caporetto, chiese ed ottenne di essere destinato presso i reparti della Fanteria di Marina, comandando il Battaglione Fucilieri Monfalcone e quello d’Assalto Caorle. La sua morte, avvenuta in azione, destò profonda emozione in tutta l’opinione pubblica italiana, e non soltanto tra i militari che ebbero l’onore di essere al suo comando.

Andrea BafileSe, dapprima, venne sepolto all’interno del cimitero di Ca’ Gamba nei pressi di Jesolo, dal 20 settembre 1923 i suoi resti riposano ai piedi del massiccio della Majella, in Abruzzo, la terra che gli aveva dato i natali il 7 ottobre 1878. In località Bocca di Valle, poco fuori il centro abitato di Guardiagrele, è stato ricavato all’interno di una grotta naturale il Sepolcro dove il Tenente di Vascello Andrea Bafile ha trovato la sua ultima dimora. Da un cancello in ferro battuto, si sale una piccola scalinata in roccia grezza, che accede all’interno dell’antro della grotta, al cui centro, in marmo bianco, si trova la tomba, coperta da una grande bandiera Tricolore. Tutto attorno, dei pannelli in ceramica decorata rievocano i drammi del conflitto mondiale, unitamente ai cimeli appartenenti ai reparti e alle unità navali della Marina Militare Italiana. In alto, un quadro posizionato nelle vicinanze dell’altare, riporta la solenne motivazione dell’onorificenza al Valor Militare alla Memoria. Tante, le testimonianze degli equipaggi che nel corso dei decenni si sono recati in visita alla tomba dell’Eroe, simboleggiate dai caratteristici nastri dei berretti dei marinai, con su scritto il nome dell’unità di appartenza: Nave Etna, Nave Ebano, Nave Spinone, Nave Gabbiano, Nave Aviere, Nave Impavido, Nave Urania, Nave Fenice, Nave Artigliere, Nave San Giorgio, Nave Danaide, quasi a simboleggiare un passaggio ideale di testimone tra Andrea Bafile e gli appartenenti della Marina Militare di oggi.