Il Generale De Carolis, dalla Libia alla Russia

Ugo De CarolisPochi sono quei Generali che, nonostante il grado rivestito, hanno sempre tenuto un comportamento degno ai pari dei loro uomini. Ma la storia, a ben vedere, ne è piena. Luigi Reverberi, in terra di Russia, condivise tutto con i suoi Alpini, dall’avanzata alla drammatica ritirata. Così come Ugo De Carolis, che cadde alla testa dei propri uomini durante un’azione a Chazepetowka, nel Donez: era un uomo, prima che un ufficiale. Non impartiva soltanto ordini, ma li eseguiva con i suoi uomini. Tanto che il 12 dicembre 1941 prese parte ad un pattugliamento alla testa di un gruppo esplorante, dopo una settimana di accesi combattimenti. Destò molta ammirazione la sua morte, tanto che La Domenica del Corriere scrisse: “L’eroica morte del Generale Ugo De Carolis. Sui campi del Donez, mentre procede in primissima linea, alla testa di una pattuglia di punta, il Comandante le Fanterie della Divisione Torino viene colpito al petto da una pallottola. I soldati lo chiamavano il Generale Avanti perché, sempre, nel corso dei combattimenti avanti all’artiglieria, avanti ai mortai, avanti alle squadre di mitraglieri, avanti alle pattuglie di esploratori, andava lui. Andava a vedere, andava a vedere dove sarebbe passata la sua truppa”. Fu un ufficiale che si formò direttamente sui campi di battaglia: nato a Capua nel 1887, dopo aver frequentato la Regia Accademia di Modena ed esserne uscito con il grado di Sottotenente, Ugo De Carolis prese parte alla guerra di Libia con il 15º Reggimento Cavalleggeri di Lodi, restando ferito nei combattimenti attorno a Zuetina nel marzo 1914. Dopo un periodo di convalescenza, riprese ancora una volta a servire nel teatro libico, questa volta aggregato al 18° Reggimento Cavalleggeri di Piacenza, dove si distinse particolarmente nei combattimenti del luglio 1915 di Gabr Abdalla, meritandosi una Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Per la bella prova di prontezza di decisione data nel combattimento. Gabr Abdalla, 16 luglio 1915″.

Ugo De CarolisL’Italia, nel frattempo, da un mese era nuovamente impegnata in un sanguinoso conflitto: la guerra contro l’Austria-Ungheria era appena iniziata e con la promozione al grado di Capitano, De Carolis venne messo al comando della 19a Batteria Bombarde del 30° Reggimento Artiglieria da Campo. Anche in questo nuovo conflitto, diede la massima prova di sé stesso, mai anteponendo il grado e il suo status di ufficiale a quello dei suoi subalterni. Sempre in prima linea, sempre al comando degli uomini che gli erano stati affidati, colleghi e superiori rimasero spesso colpiti dalla sua astuzia e dal suo coraggio. Finì la Prima Guerra Mondiale e Ugo De Carolis poté vantarsi di altrettante decorazioni al valore. Sul Monte San Michele, aspramente conteso, nell’agosto 1916 si guadagnò una seconda Medaglia di Bronzo: “Comandante di batteria abile e coraggioso, sempre primo nel rischio, dava ai propri dipendenti, in ogni circostanza, ottimo esempio di virtù militari. Per scegliere le nuove postazioni delle sue bombarde, seguiva, di sua iniziativa, l’assalto della prima ondata di fanteria, rimanendo ferito e assolvendo brillantemente il suo compito. San Michele, 6 agosto 1916″. Tra i mesi di ottobre e novembre, poi, schierato il suo reparto sul Veliki, dove pagine di grande eroismo furono scritte dal 77° e dal 78° Reggimento Fanteria, i celebri Lupi di Toscana, fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare: Con intelligente operosità, dimostrando grande ascendente sui propri dipendenti, metteva la propria batteria in condizioni di far fuoco in poco tempo, nonostante le gravi difficoltà causate dalle cattive condizioni atmosferiche e dalla natura del terreno, ed assolveva poi pienamente, col tiro efficace della sua batteria il compito affidatogli. Durante il tiro rimaneva nell’osservatorio, sebbene molto prossimo alla linea nemica e fortemente battuto, finchè fu ridotto un cumulo di macerie. Veliki Kribac-Pecinka, 18 ottobre-1º novembre 1916″.

fanti-dello-csir.jpgPrima della fine del conflitto, arrivò anche una Croce di Guerra al Valor Militare durante i concitati combattimenti che seguirono la disfatta di Caporetto nei pressi di Dosso Faiti: “Sotto vivo bombardamento nemico, a scopo di ricognizione, di propria iniziativa si spingeva arditamente oltre le prime linee con due soli compagni mettendo in fuga pattuglie nemiche. Dosso Faiti, 27 ottobre 1917″. Terminata la guerra, promosso al grado di Maggiore  e poi di Tenente Colonnello, arrivarono per De Carolis nuovi e sempre più prestigiosi incarichi: dapprima Comandante del 9º Reggimento Cavalleggeri di Firenze e poi del 14º Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. A questo aggiunse poi il ruolo di giudice presso il Tribunale Militare di Firenze e, dal 1935, il comando del 19º Reggimento Cavallereggi Guide. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò, con il grado di Generale di Brigata, al comando della Scuola Truppe Celeri: ma con il nuovo sforzo bellico dell’Italia, il Generale Ugo De Carolis non sarebbe certo rimasto a dirigere una scuola. Sempre primo tra i suoi uomini, con l’inizio della campagna di Russia, nel giugno 1941 fu posto al comando della Divisione Fanteria Torino, facente parte dello CSIR, il Corpo di Spedizione voluto da Benito Mussolini a fianco delle armate tedesche. Ma furono le ultime battaglie. Quando cadde, era stato insignito dal comando germanico della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro. Per i fatti che portarono alla sua morte gli venne attribuita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Nobile ed eroica figura di soldato e di comandante, durante cinque mesi di guerra era di costante e luminoso esempio per ardimento e sprezzo del pericolo. Comandante della fanteria di una divisione, durante un’accanita battaglia, durata sette giorni, visse tutte le ore fra i suoi soldati. Alla settima giornata della strenua lotta, mentre, come sempre, in prima linea coi fanti li animava con l’esempio e con l’azione, una raffica di mitragliatrice ne troncava la vita. Suggellava col supremo sacrificio sul campo la sua nobile esistenza tutta dedicata al dovere ed all’ideale della Patria. Fronte russo, luglio-dicembre 1941″.

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Le Fiamme Gialle nel Basso Piave

La guerra nel Basso PiaveLeonardo Malatesta torna tra le nostre pagine con la sua ultima fatica. Dopo aver ospitato la storia dei Comandi Protetti della NATO in Italia e l’epopea del Generale De Chaurand durante la campagna di Libia del 1911-1912, tocca adesso ad un volume dedicato al contributo della Guardia di Finanza nel corso del primo conflitto mondiale e, in particolare, all’azione dei suoi Finanzieri durante la resistenza sul Fiume Piave e all’offensiva finale culminata con la vittoria di Vittorio Veneto. La guerra nel Basso Piave. L’azione delle Fiamme Gialle, questo il titolo, offre un nuovo spunto di ricerca sull’inesauribile storiografia dedicata alla Prima Guerra Mondiale: da quando l’Italia, quel 24 maggio 1915, entrò nel conflitto, innumerevoli furono i contributi che le Forze Armate e di Polizia vennero chiamate a offrire. E anche da parte di chi, come la Regia Guardia di Finanza, non era nata per combattere sui campi di battaglia: questo Corpo, adibito per lo più alla lotta a tutti i reati tributari e finanziari nel Regno, svolse un ruolo da protagonista, anche se spesso ignorato dalla grande storiografia, non fosse altro per il tributo di sangue pagato. Furono due Finanzieri, Pietro Dall’Acqua e Costantino Carta, a esplodere i primi colpi di fucile della nuova guerra. E fu grazie all’ostinazione reiterata delle Fiamme Gialle se venne espugnato, dopo altrettanti tentativi falliti, il Monte Cimone. E anche dopo la disfatta di Caporetto, nell’ottobre 1917, la Guardia di Finanza dimostrò tutto il suo valore, combattendo assieme ai Fanti in grigio-verde sulle rive del Piave, riuscendo a ricacciare al di là delle sponde di partenza il nemico. E proprio di questa vera epopea ci parla La guerra nel Basso Piave. L’azione delle Fiamme Gialle dello Storico Leonardo Malatesta.

1. La Guerra nel Basso Piave analizza gli anni dal 1917 al 1918, dalla resistenza italiana dopo Caporetto fino alla vittoria finale. Da dove nasce l’idea di incentrare la ricerca sullo sforzo della Regia Guardia di Finanza?

L’idea di scrivere un volume sulla storia della Guardia di Finanza nel basso Piave dal 1917 fino al termine del conflitto nasce dalla constatazione che fino ad ora, non esisteva nessun libro specifico sul tema ed anche perchè ad oggi, pochi conoscono che le Fiamme Gialle parteciparono al primo conflitto mondiale e che non svolsero solamente compiti di polizia tributaria ma andarono in prima linea a combattere assieme ai fanti.

Finanzieri sul Piave2. Quanto importante fu, ai fini della resistenza alle forze austriache sul Piave, il contributo offerto dalle Fiamme Gialle?

I tre Battaglioni impiegati nel basso Piave dal 1917 fino a Vittorio Veneto, furono molto importanti perché presidiarono la linea di massima resistenza nel Basso Piave ogni giorno, riuscendo sempre a respingere i vari attacchi tentati dagli Imperiali. Non dobbiamo dimenticare che la Bandiera del Corpo, è decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare per l’azione della Guardia di Finanza durante l’intero conflitto e la stessa decorazione ottenne il 7° Battaglione proprio con la motivazione di aver operato nel Basso Piave dal novembre 1917 e durante la battaglia del Solstizio del giugno 1918.

Fiamme Gialle sul Piave3. Tra i tanti episodi narrati nel volume, ve ne è uno in particolare che sintetizza tutto il valore che questo Corpo fu chiamato a svolgere sul Piave?

Non si può citare un solo episodio, ma fu l’azione compiuta giorno per giorno dai Finanzieri dei tre Battaglioni dislocati nel Basso Piave di presidio delle linee, ma anche impegnati in azioni d’attacco e difensive, affinché il nemico non potesse avanzare in direzione di Venezia. A tal proposito, basta leggere le motivazioni dei molti decorati al Valor Militare dei tre battaglioni che si trovano nel libro.

4. Dopo la conclusione della guerra, cosa accadde ai tanti Finanzieri mobilitati?

Con la conclusione del conflitto e il lungo processo di smobilitazione, si dovette passare da uno strumento militare bellico, molto numeroso, ad uno ristretto e perciò anche i molti Finanzieri che servirono la Patria con le Fiamme Gialle furono congedati per ritornare alla vita civile ma sempre conservarono l’esperienza ed il ricordo del conflitto mondiale che li segnarono per tutto il resto della vita.

Da sbirro a investigatore. L’evoluzione della Polizia di Stato

Da sbirro a investigatoreTorniamo a parlare di libri. E questa volta lo facciamo con Giulio Quintavalli, addetto all’Ufficio Storico della Polizia di Stato, autore del volume Da sbirro a investigatore, opera di fatto unica nel suo genere, in quanto interamente dedicata all’evoluzione dei metodi di indagine della Polizia di Stato italiana, attraverso uno studio attento e meticoloso che parte dal 1880 per arrivare all’indomani della Prima Guerra Mondiale, al 1919. Quest’ultima data, poi, come sarà lo stesso autore a confermarlo, segnerà uno spartiacque significativo nella storia dell’organismo principe adibito alla pubblica sicurezza: la nascita del Corpo degli Agenti di Investigazione, un reparto altamente specializzato, composto da uomini che operavano esclusivamente in borghese, con metodi di indagine innovativi per l’epoca. Importante fu anche il contributo che la Polizia di Stato fornì durante tutta la Prima Guerra Mondiale, tutelando sia l’ordine pubblico, sopperendo molte volte alla mancanza degli uomini dell’Arma dei Carabinieri mobilitati per il fronte, sia vigilando le frontiere italiane, le strutture militari, ma anche il grande numero di prigionieri austriaci.

1. Da sbirro a investigatore. Dove nasce l’idea di scrivere un libro dedicato ai sistemi di indagine della Polizia di Stato?
Dall’appartenenza alla Polizia di Stato. Una professione diversa da tante altre, contraddistinta da generose dosi di coraggio e altruismo e da un profondo rispetto della legalità.  Più che mai oggi, per diverse ragioni: si avverte ovunque uno sfaldamento tra Paese reale e legalità e il perseguire di falsi modelli culturali e valoriali che stanno sovvertendo regole, contenuti, principii. E, come ogni professione, quella del poliziotto, chiamata in prima linea contro le degenerazioni più accese di questi tempi, è puntellata da saperi e competenze specifiche che, come studioso, ho cercato di descrivere nella loro genesi.

2. Il volume attraversa quasi quarant’anni, dal 1880 al 1919. Come si sono evoluti i sistemi di indagine?
Cartolina storica PoliziaIl positivismo, che ha comportato fiducia nella scienza e nella tecnica, ha influenzato non poco le scienze sociali, come la nascente criminologia, e proiettato la criminalistica verso i risultati di laboratorio e modelli di detection certi, normativamente definiti, efficaci e riconosciuti nei tribunali. Mi riferisco, a esempio,  alla classificazione delle impronte  coniata da Giovanni Gasti, funzionario della Scuola di Polizia scientifica che, nel 1903 riuscì a districare la classificazione delle impronte digitali, problema che fino ad allora aveva impegnato in diverse nazioni non solo poliziotti d’eccellenza con il piglio della ricerca, ma anche uomini di scienza “pura”, come medici e antropologi.  A lui si deve la classifica dattiloscopica  che ha reso per decenni pratica ed efficace la ricerca e la classificazione dei cartellini segnaletici. Dal 1903 questi erano compilati dal Gabinetto della Scuola o confluivano dagli Uffici di Pubblica Sicurezza del Regno, ma anche dall’estero. La scoperta (classificazione  pentadattilare) utilizzata da moltissime polizie, avrà vita lunga, fino al 1997, allorquando è subentrato il Sistema AFIS (Automated Fingerprint Identification System), tutt’ora in uso. Penso a Umberto Ellero, altro funzionario della Polizia scientifica con il piglio della fotografia, che nel 1920 circa brevettò la teleiconotipia, o trasmissione a distanza delle immagine, in pratica il “papà” del fax. Poter risalire al volto di un individuo (identificato negli archivi dalle sue impronte ricavate dalla scena del crimine, o riconosciuto dalla vittima o dai testimoni dalla consultazione di album fotografici organizzati per caratteristiche della persona, come il colore degli occhi o della pelle, la statura, o ricostruito da esperti ritrattisti, ovvero elaborato dai primi rudimentali identi-kit) era una novità di rilievo. Poter inviare in pochi minuti in tutto il Regno, e anche all’estero, quella foto, disegno o elaborazione fu una svolta apicale nei mezzi di ricerca che, con altre innovazioni, dilatò notevolmente le prospettive della Polizia. Anche l’elettronica rinnovò i “ferri del mestiere” del poliziotto. Penso alle intercettazioni telegrafie e radiotelegrafiche, sperimentate al fronte tra eserciti avversari, e a quelle telefoniche, formidabile assist all’investigazione. Queste e tante altre novità comportarono un diverso approccio nelle indagini e riscrissero la mentalità collettiva del poliziotto che, da sbirro, animato quindi dalla cultura del sospetto e  della prevaricazione, si trasformò in investigatore, capace professionista  che ben sapeva porre a rendita i nuovi mezzi di detection,  come le cronache dell’epoca ampiamente dimostrano.

3. La Polizia di Stato ha contribuito anche al primo conflitto mondiale. Come avvenne questo suo sforzo in termini di uomini?
Guardie di P.S. a CavalloDistinguiamo due fasi: nella prima, che si conclude con i primi dodici mesi di guerra, la Polizia rimase sola a presidiare i maggiori centri urbani visto che i Carabinieri vennero subissati dagli impegni di natura militare. Tutelò l’ordine pubblico, i beni delle numerosissime aree sfollate e lasciate frettolosamente incustodite, curò la vigilanza a siti di interesse militare, il presidio delle frontiere, della rete ferroviaria e dei porti su persone e commerci, l’esecuzione di provvedimenti dei tribunali militari e civili, di autorità amministrative e sanitarie, il sostegno alle popolazioni colpite da incursioni aeree o navali in località lontane dal fronte e nelle zone costiere, la polizia politica (tema storiograficamente poco esplorato), e Atti eroici Poliziaaltri  numerosi ed eterogenei  servizi di natura riservata o militare. Importante fu l’anagrafe e vigilanza degli stranieri sospetti (ricordiamo che alla dichiarazione di guerra con l’Austria in Italia vi erano oltre 50.000 sudditi austroungarici, molti dei quali possidenti di beni, terreni, case e ville anche a ridosso di obbiettivi strategici, come porti, siti industriali, centrali idroelettriche, miniere, scali ferroviari, tutti sospettti di spionaggio). Alla Polizia fu affidata la vigilanza dei prigionieri di guerra-lavoratori, l’acquisizione e il riscontro di informazioni su persone, gruppi, associazioni e partiti politici, imprenditori, industriali e finanzieri, agenzie di stampa, giornali e giornalisti. Dopo il 1917, con il deterioramento Polizia e brigantaggiodello spirito pubblico, anche sugli imboscati, un tema particolarmente “caldo” per la stampa sensazionalista e gli uomini al fronte. Tra settembre del 1916 e febbraio del 1917 il Governo Boselli, con agli Interni Orlando creò due innovativi organi centrali di polizia invocando la capacità investigativa, silente e professionalizzata dell’Istituzione, recentemente maturata e pertanto definitivamente riconosciuta: l’Ufficio Centrale per la repressione dell’abigeato e del pascolo abusivo nelle provincie dell’Italia meridionale e della Sicilia, e l’Ufficio Centrale Investigazione per l’intelligence militare. Questi sono aspetti decisamente meno noti e che, spero, possano attirare ancora di più l’attenzione del lettore. Orlando, cito le sue Memorie, studiò come superare la “preoccupazione” del momento con la creazione di un istituto centrale di polizia “che io destinai soprattutto a controbattere il fenomeno nello stesso tempo spionistico e politico dell’anteguerra. Io, arrivato a Palazzo Braschi, ebbi la sensazione che il fondamentale difetto della polizia italiana derivasse dal fatto dell’essere  estremamente burocratizzata, mal pagata e circoscritta male. Ora vi sono delle forme di delinquenza che proprio prescindono dalla circoscrizione territoriale e la cui specialità è di agire indipendentemente, cioè per rapporti, per contatti. Or l’organizzazione territoriale fa sì che il funzionario di Pubblica Sicurezza, magari esemplare, quando ha assicurato il funzionamento del suo territorio, non si occupa del resto. Vi sono invece i reati di preparazione politica, di movimenti o di complotti, come dovrebbero essere quelli che fanno i soldati verso l’Esercito e il fenomeno spionistico altresì, che hanno proprio per caratteristica di agire fuori del territorio”. Orlando era certo che dietro inspiegabili “incidenti” a navigli militari nei porti, a siti e obiettivi militari, vi fosse lo zampino del servizio segreto austroungarico, rimpinguato dalla massiccia comunità austriaca e tedesca in Italia, dagli anarchici, dai pacifisti, da nemici interni e da alcuni elementi della cura vaticana. E a ben ragione. Gasti, che si rivelò acchiappaspie con pedigree, riuscì a incastrare con poche decine di selezionatissimi collaboratori centinaia di spie e fiancheggiatori, e perfino Rudolf Gerlach, alto prelato tedesco cameriere partecipante del pontefice Benedetto XV. Secondo i sospetti, il monsignore riceva dall’Austria tramite illecite triangolazioni cospicue somme in denaro con cui pagava profumatamente confidenti e “soffioni”, e faceva la bella vita. L’Ufficio Centrale abigeato dovette risolvere una gravissima emergenza: la carenza di bestiame per traino, trasporto e soma, fondamentali nella guerra di montagna per un esercito affatto meccanizzato, come il nostro. La guerra dei mari aveva bloccato l’importazione (prevalentemente da Francia e Argentina) e la mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini, tra loro molti allevatori, avevano sottratto all’allevamento braccia utili. L’Esercito stava chiedendo ingentissime quantità di cuoio e pellame (per calzature e finimenti) e di carne, fresca o in scatolame. Orlando puntò per rimpiazzare il deficit di bestiame sulla Sicilia che (novità), divenne subito teatro d’azione della mafia, che organizzò il furto sistematico di bestiame (abigeato). Lo vendeva, lo rubava dai recinti e stalle, cambiava la marcatura (a fuoco) e lo rivendeva ancora all’Esercito. Oppure lo macellava clandestinamente con grave rischio per la salute pubblica e l’economica pubblica. Dirà il giudice Giovanni Falcone negli Anni Ottanta riguardo Cosa Nostra: “Segui i soldi e troverai la mafia!”. Insomma, la lotta alla mafia divenne una componente importante ma taciuta del fronte interno per le inevitabili ripercussioni sul morale dell’Esercito. I soldati siciliani erano allarmati per quello che stava accadendo nelle loro terre; anche per questo il Governo mise a disposizione di Augusto Battioni mille tra Poliziotti e Carabinieri per la sola Sicilia, più del 10% dell’organico di tutta la Polizia del Regno. L’isola si trasformò in un far west con morti e feriti tra uomini di legge e bande di criminali.

4. C’è un momento in particolare che segna, diciamo così, il passaggio da “sbirro a investigatore”, da passato a presente?
L’istituzione nell’agosto del 1919 del Corpo degli Agenti di Investigazione. Una realtà assolutamente esclusa dalla storiografa nonostante a esso si deve una Polizia moderna. Era composto da 8000  uomini,  adibiti ai soli servizi di indagine e di polizia tecnica, non era prevista l’uniforme (quindi operavano solo in borghese), erano civili, come la Polizia di oggi, e articolati in due sole qualifiche: agente e ispettore. In pratica degli Starsky & Hutch nostrani, i due noti investigatori  della serie televisiva degli Anni Settanta andata in onda su Rai 2 per poi essere replicata nel corso degli anni anche da altre emittenti. Gli agenti investigativi saranno assorbiti nell’Arma dei Carabinieri nel 1923.

Oreste Salomone, primo Aviatore Medaglia d’Oro al Valor Militare

Salomone a bordo di un Bleriot XIDivenne il primo Aviatore italiano ad essere decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare nel corso della Prima Guerra Mondiale: Oreste Salomone, originario di Capua, dove vi era nato nel 1879, decise di vestire i panni del Regio Esercito fin da giovanissimo, ad appena diciotto anni, venendo assegnato al 76° Reggimento Fanteria Napoli, con il quale, poco prima del congedo, chiese di restare di servizio effettivo. Ammesso nel 1902 a frequentare l’Accademia di Modena, Oreste Salomone ne uscì rivestendo il grado di Sottotenente, venendo assegnato al 7° Reggimento Fanteria Cuneo. Ma è con lo scoppio della guerra italo-turca per la conquista della Libia, che il giovane ufficiale (frattanto era stato promosso Tenente) intraprenderà la strada definitiva per la sua carriera con le stellette: fare domanda, inizialmente come Osservatore, nel Nucleo Aeronautico di Tripoli. Da questo momento in poi, la scalata verso il suo sogno fu rapidissima: rientrato in Italia, in appena due anni, tra il 1912 e il 1913, riuscì ad ottenere il brevetto di pilota, sia civile che militare, tornando nuovamente a prestare servizio tra le sabbie del deserto libico. In Libia, il Tenente Salomone prenderà parte a numerose azioni di combattimento, riuscendo a meritarsi, tra il plauso di colleghi e superiori, la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Con intelligente e ponderata audacia, nelle più svariate e sfavorevoli condizioni di navigazione aerea, pilotò per ben 25 volte il proprio aeroplano sul campo di Madmar. Durante i voli fu fatto, quasi sempre, segno a vivissime scariche di fucileria nemica, dalle quali l’apparecchio fu una volta colpito. Tobruk, marzo-agosto 1913″.

Oreste SalomoneSebbene ufficialmente il conflitto libico fosse concluso, la guerriglia portata avanti dai ribelli rimase più viva che mai, cosa che richiese uno sforzo non indifferente al neonato corpo aeronautico in cui lo stesso Oreste prestava servizio. Rientrato nuovamente in Italia, fu inviato in Francia per valutare dei nuovi velivoli, ma i nuovi venti di guerra richiesero immediatamente una sua presenza presso i reparti di volo del Corpo Aeronautico del Regio Esercito: promosso Capitano, fu dapprima assegnato all’8a Squadriglia e in seguito alla 2a Squadraglia da Ricognizione e Combattimento. Abilitatosi a volare sui velivoli Neuport-Macchi 10 e sui Caproni Ca.33, al seguito della 1a Squadriglia da Bombardamento prese parte all’ardita azione del 18 febbraio 1916 su Lubiana. L’obiettivo era quello di colpire un’importante città nel cuore dell’Impero Austro-Ungarico, sede del Quartier Generale, nonché come atto di ritorsione dopo i continui raid nemici sulle città di Udine, Venezia, Vicenza, Padova, Monza, Milano, Brescia e Ancona. Una missione senza dubbio rischiosa e ardita, vista anche la poca manovrabilità dei lenti e pesanti Caproni: nonostante tutto, però, i velivoli decollarono dalle piste di Aviano e della Comina e raggiunsero l’obiettivo.

aquilaA compimento della missione, sul velivolo del Capitano Salomone si scatenò l’inferno. Intercettato il Caproni da due Fokker, più veloci e maneggevoli, rimasero uccisi il Tenente Colonnello Alfredo Barbieri e il Capitano Luigi Bailo. E’ in questo frangente che Oreste Salomone, una volta rientrato alla base, con il velivolo danneggiato e ferito si meritò la Medaglia d’Oro al Valor Militare, divenendo così il primo Aviatore del conflitto ad essere decorato con la massima onorificenza: “Ferito al capo in una lotta aerea, benché il sangue gli offuscasse la vista e il corpo inerte d’uno dei suoi compagni uccisi gli rendesse difficile il governo del velivolo, rifiutava sdegnosamente di arrendersi alle intimazioni degli aviatori nemici e proseguiva, imperterrito, la lotta, mentre le pallottole di mitragliatrice dell’aeroplano avversario gli grandinavano attorno. Col motore funzionante irregolarmente, manovrando a bassa quota in mezzo alle raffiche di artiglierie antiaeree nemiche, riusciva a discendere in uno dei nostri campi, ove, con sentimento elevatissimo di cameratismo e con profonda coscienza del dovere, si occupava dei compagni e delle bombe inesplose, ancora sospese all’apparecchio. Ajdussina, 18 febbraio 1916″. Promosso per meriti al grado di Maggiore rischiò di non volare più, a causa delle sue condizioni di salute a seguito delle ferite riportate sui cieli di Lubiana: solo dopo la battaglia di Caporetto riuscì a tornare ai comandi di un aereo, venendo al contempo nominato comandante del XIV Gruppo di stanza ad Arquà Petrarca: il 2 febbraio 1918, mentre rientrava da una missione di bombardamento, a causa della nebbia presente sulla pista dell’aeroporto di Padova, sbagliò la manovra, schiantandosi al suolo. Assieme al Maggiore Oreste Salomone rimasero uccisi il Tenente Osservatore Mariano D’Ayala Godoy, anch’egli pluridecorato del conflitto, e il Sergente Pilota Antonio Porta.

Il monumento ai Caduti di Ostuni

IMG_20180130_135347Le pietre raccontano la storia. E la preservano, nonostante la poca memoria che spesso caratterizza l’uomo. Già, quello stesso uomo capace di erigere e innalzare monumenti, colonne, chiese e templi, ma che con il passare dei secoli, e a volte anche di una sola generazione, sembra dimenticarsene. Ed è quello che rischia di accadere un po’ dappertutto in Italia a proposito dei Monumenti ai Caduti delle guerre mondiali (ma non solo): incisioni venute via, iscrizioni che non si leggono più, marmi ingialliti. Un po’ colpa del passare inesorabile del tempo, un po’ l’incuria delle tante amministrazioni comunali, un po’ i continui e numerosi tagli ai bilanci. Ma ci sono realtà in cui questi Monumenti sono inseriti all’interno delle guide e cartine turistiche e raccontata la loro storia. E’ quello che ha fatto la città di Ostuni, la famosa città bianca in provincia di Brindisi. Situato nella centrale Piazza Matteotti, il Monumento ai Caduti è composto da un’alta colonna di undici metri, sormontata da una grande aquila. Progettato dall’Ingegnere Carlo Rodio nel 1920, fu solennemente inaugurato il 31 dicembre 1922 alla presenza di oltre 10.000 persone, tra cui Monsignor Francesco Tamborrino, Vicario Generale, che lo benedisse.

IMG_20180130_135408Carlo Rodio, in realtà, donò gratuitamente la sua opera per onorare e ricordare la figura del fratello Giuseppe, Capitano del Regio Esercito decorato per ben tre volte con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che non fece mai più ritorno a Ostuni, essendo caduto il 25 aprile 1916 sul fronte isontino prestando servizio nel 43° Reggimento Fanteria, inquadrato nella Brigata Forlì. All’opera originaria, ispirata alle colonne brindisine di epoca romana che concludevano la Via Appia, si sono aggiunte nel 1996, per iniziativa del Sindaco Lorenzo Cirasino, due ulteriori lastre, con incisi i nomi dei cittadini di Ostuni che caddero nel secondo conflitto mondiale. Infine, da giugno 2015, alla base della Colonna dell’Ingegnere Rodio, ha trovato la sua collocazione finale un cannone risalente alla Grande Guerra, che già era stato posizionato, in epoca fascista, dinanzi alla sede locale della Gioventù Italiana del Littorio.

Dal Tevere al Piave. Gli atleti della SS Lazio al fronte

Dal Tevere al PiavePartirono per il conflitto mondiale poeti come Giuseppe Ungaretti e Gabriele D’Annunzio, scrittori e letterati come Carlo Emilio Gadda e Umberto Saba, artisti come Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni. Ma nel corso della Prima Guerra Mondiale vestirono il panno grigio-verde anche sportivi e atleti: come quelli raccontati nel libro Dal Tevere al Piave, curato da Fabrizio Munno e Fabio Bellisario, dove sono ricordati gli atleti della SS Lazio partiti per combattere al fronte, sotto il fuoco incessante dei bombardamenti nemici, il crepitare delle mitragliatrici e della fucileria e i reticolati invalicabili. Ben trenta di loro, in quasi quattro anni di guerra, dal maggio 1915 al novembre 1918, caddero sui campi di battaglia, distinguendosi per coraggio e valore e ricevendo anche decorazioni al valore. Una storia in più, quella degli sportivi della SS Lazio, recuperata da due attenti ricercatori e studiosi, riscoperta per le nuove generazioni, adesso custodi della nostra memoria.

1. Partiamo dall’inizio, con una domanda forse scontata ma non certo banale: perché e da dove nasce questo libro?

Dal Tevere al PiavePartiamo da un antefatto: LazioWiki, il sito creato nel 2007 da uno gruppo qualificato di appassionati studiosi della storia della Lazio, aveva come obiettivo l’approfondimento di tutti gli aspetti relativi alla Polisportiva. La ricerca si è sviluppata con un impegno continuo e metodico tenendo in considerazione che sulle vicende bianco-celesti si conosceva pochissimo e spesso esse si basavano su racconti trasmessi oralmente in maniera approssimativa, erronea e stereotipata con molti elementi leggendari o addirittura inventati. In particolare, esisteva una lacuna connessa al periodo della Grande Guerra, in cui la storiografia ufficiale, per mancanza di volontà di indagine e scarsità dei dati, aveva scelto di non approfondire. Noi abbiamo voluto colmare tale vulnus con cinque anni di studi in emeroteche, archivi privati e pubblici, biblioteche, distretti militari di Roma e di altre località, seguiti da accurate visite a cimiteri e luoghi dove si svolsero gli eventi. Le interviste e i colloqui avuti con i discendenti di coloro che furono atleti e soldati ha di fatto completato l’opera con l’acquisizione di materiale prezioso e fino ad allora non noto. L’opera, scritta insieme con il Presidente di LazioWiki, Fabio Bellisario, ha finalmente portato alla luce tutte le inedite vicende tragiche, esaltanti, commoventi dei nostri ragazzi al fronte. E’ stato dato finalmente un nome ai Caduti e appurato minuziosamente le circostanze della loro morte. Inoltre è stato accertato il reale numero di coloro che non fecero ritorno che ammonta, purtroppo, a trenta, contro gli otto della storiografia ufficiale  Alla fine il duro lavoro ci ha ripagato perché il libro ha venduto oltre ogni più ottimistica previsione, fino ad arrivare a quattro ristampe. Un dato significativo è costituito dal fatto che i lettori non sono solo di Roma ma sono sparsi in tutta Italia e che il libro è stato acquistato sia da appassionati di sport che di storia.

2. Quando l’Italia entra nel conflitto mondiale, molti si mobilitarono tra intellettuali, giornalisti, poeti. Come risposero i professionisti del pallone?

Ci risulta che non vi fu, salvo qualche caso, un particolare entusiasmo nel passare dai campi sportivi ai campi di battaglia. Dalle loro lettere ai propri cari emerge fortemente la nostalgia di Roma, delle famiglie e dello sport praticato. Qualcuno rivela con intima e desolata sorpresa come la violenza e l’indifferenza nei riguardi della morte abbia “contaminato” cinicamente il loro animo. Comunque tutti agirono con coraggio e mai si sottrassero al loro dovere.

3. Sono stati soprannominati gli Eroi della Lazio. Dove vennero inquadrati, dove combatterono e, soprattutto, quanti non tornarono a casa?

7124A9sTUwLAbbiamo calcolato che partirono tra i 150 e i 300 tesserati tra atleti, soci e dirigenti della Polisportiva. Ben trenta, come accennato, caddero sul campo dell’onore, mentre tredici furono feriti gravemente. Le tante medaglie al valore ottenute, oltre settanta complessive, sono testimonianza del loro alto senso patrio. Vi è da considerare che gli sportivi praticanti venivano inviati subito in prima linea in virtù della loro prestanza fisica. Nel libro, naturalmente, non vi sono soltanto le vicende di coloro che caddero, ma di pressoché tutti gli atleti bianco-celesti che parteciparono alla guerra. La maggior parte venne inquadrata in reparti di terra. Molti di essi fecero parte della gloriosa Divisione Torino che, a dispetto del nome, era formata da coscritti nativi della Capitale, tanto da essere chiamata popolarmente la Divisione dei Romani.

4. Il calcio ha giocato un ruolo da “protagonista” nella Grande Guerra. Nel dicembre 1914 inglesi, francesi e tedeschi improvvisarono anche una partita tra le trincee…

La dura e spesso inumana disciplina imposta da Cadorna ai soldati italiani lasciò poco spazio alla vita ricreativa e sportiva dietro le linee. Addirittura le alte sfere militari vedevano di cattivo occhio chi praticava lo sport, perché ritenevano che esso togliesse energie alle attività guerresche. Dopo Caporetto e con Diaz al comando, furono invece incoraggiate partite fra brigate, battaglioni e plotoni e furono organizzati numerosi cimenti sportivi di varie specialità. Sicuramente queste gare contribuirono ad alzare il morale della truppa.