Don Giovanni Mazzoni, il sacerdote guerriero decorato al Valore

Don MazzoniDue Medaglie d’Oro al Valor Militare, di cui una alla Memoria, guadagnate sul campo nel corso dei due conflitti mondiali, unitamente ad altre ricompense al valore ed encomi. Nulla di strano se il destinatario fosse un soldato, distintosi nei combattimenti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: ma Giovanni Mazzoni, originario di una piccola frazione del comune di Arezzo, Chiassa Superiore, che gli aveva dato i natali il 17 ottobre 1886, era un uomo di chiesa, in quanto ordinato sacerdote nel 1909. Lui, però, la sua missione apostolare la voleva svolgere tra i soldati, tra coloro che, secondo il suo modo di vedere, avevano più bisogno di assistenza spirituale perché a contatto in ogni momento con la morte e con il dolore. Fu così che, non appena l’Italia si imbarcò nell’impresa coloniale per la conquista della Libia, prese parte alla campagna militare in qualità di Cappellano Militare, seguendo le truppe nell’occupazione di Rodi e delle isole dell’Arcipelago Egeo: ricevette, per la sua opera assistenziale, un encomio solenne e, al termine del conflitto, per un breve periodo si recò in Siria, dove diresse le scuole italiane di Alessandretta. Lo scoppiò della Grande Guerra lo riportò in Italia e a vestire, sull’abito talare, le stellette del Regio Esercito. Assegnato inizialmente, con il grado di Tenente, ad un ospedale militare, nel 1916 chiese ed ottenne il trasferimento in prima linea sull’Altipiano di Asiago, seguendo il 228° Reggimento Fanteria della Brigata Arezzo. Durante le operazioni sul Monte Zebio, venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare per essere riuscito a recuperare un ferito e portarlo in zona sicura, nonostante il crepitare della fucileria nemica: “In una zona assai battuta dalla fucileria nemica, si cacciava sulle spalle un ferito, raccogliendolo tra i cadaveri di altri quattro militari che, prima di lui ne avevano tentato il recupero, e riusciva a portarlo al sicuro, confortandolo come Sacerdote ed assistendolo come infermiere. Monte Zebio, 6 luglio 1916”.

Don MazzoniLa sua opera di sacerdote lo portò a rischiare più volte la vita, svolgendo il compito di barelliere, spingendosi nella terra di nessuno alla ricerca dei commilitoni feriti o morti. Per questo suo coraggio, gli fu conferita una seconda onorificenza, questa volta di bronzo: “Spontaneamente in due sere successive, con pericolo di vita, si spingeva, unitamente ad altri, sotto il fuoco nemico, sino ai reticolati avversari, per raccogliere numerosi feriti e morti, che riportava nelle nostre trincee. Monfalcone, 10 novembre 1916”. Il 30 agosto 1917, durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo, rimase ferito sul costone del Selo: durante un assalto, resosi conto che un gruppo di soldati era rimasto senza guida e senza ordini, ne assunse direttamente il comando, proseguendo l’offensiva contro il nemico. L’azione gli valse la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Quantunque dispensato dal presentarsi alle armi, allo scoppio della guerra vi accorse volontariamente dalla Siria dove stava esercitando apostolato di religione e di Italianità e fu nel proprio reggimento costante e fulgido esempio del più puro amor di patria e del più straordinario coraggio. Già due volte premiato per distinte azioni di valore, primo fra i suoi soldati nel compimento della sua opera, non conobbe ostacoli e tenne il dovere mai come un limite da raggiungere, sempre come una meta da oltrepassare. In una speciale circostanza messosi risolutamente alla testa di un manipolo di militari privo di comandante, nel momento più grave della dura lotta li trascinò arditamente contro il nemico più forte di uomini e di armi e con irresistibile impeto lo debellò e lo costrinse alla resa facendo prigionieri e catturando materiale. Ferito rimase al combattimento finché non ebbe assicurata la vittoria. Già distintosi per elette virtù militari in numerosi combattimenti, sempre impavido nelle zone più fortemente battute dal fuoco avversario, sempre intrepido di fronte ai più gravi pericoli. Carso, 23 maggio-5 giugno, Comarie, 30 agosto 1917”. Fu solo nel gennaio 1918 che riuscì a riprendersi dalle ferite e tornare nuovamente tra i suoi soldati: terminò la guerra come Cappellano del Reggimento Cavalleggeri di Treviso, venendo definitivamente congedato nel 1919.

Don MazzoniSebbene inizialmente attratto dal nascente movimento fascista di Benito Mussolini, divenendo, nel 1927, responsabile dell’Ufficio di Assistenza della Federazione di Arezzo, il successivo fallimento della Banca di Credito e Risparmio di Arezzo, della quale era consigliere, lo portò ad un forte contrasto con i fascisti locali, venendo dapprima espulso dal partito e poi condannato a tre anni di confino, fino alla completa assoluzione da qualsiasi accusa. Nuovi venti di guerra, però, iniziarono a soffiare: con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non passò molto tempo prima che Don Giovanni Mazzoni partisse nuovamente per il fronte. Assegnato alla 52a Divisione Fanteria Torino in partenza per il fronte russo, passò volontariamente nel 3° Reggimento Bersaglieri. Affiancò così i fanti piumati per tutto il ciclo di operazioni del 1941, fino alla dura battaglia di Natale. Chiamato nuovamente ad operare in prima linea, mentre si prodigava a soccorrere un ferito, venne colpito in pieno da una raffica di mitragliatrice che ne stroncava la vita. Per il suo coraggio, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Medaglia d’Oro per la Guerra 1915-1918, dopo aver fieramente chiesto ed ottenuto l’assegnazione ad una unità di prima linea impegnata in aspra lotta, dava continua e chiara testimonianza del suo fervore di apostolo e della sua tempra di soldato fuse nella esplicazione più nobile delle attribuzioni sacerdotali e nell’ascendente del più schietto ardimento e di ineguagliabile abnegazione. In giornate di cruenti combattimenti divideva con raro spirito di sacrificio gli eroismi di un Reggimento Bersaglieri portando a tutti, pur tra i maggiori pericoli, le parole infiammate della fede e la voce trascinante del suo coraggio. In una alterna vicenda dell’accanita lotta accortosi che un ferito rimasto isolato invocava aiuto, e nonostante che altri tentativi fossero rimasti soffocati nel sangue, con ammirevole temerità e consapevolezza si lanciava per soccorrere il dipendente né desisteva dal suo nobile intento pur quando il piombo lo colpiva ad un fianco. Ferito di nuovo e mortalmente, alle estreme risorse vitali affidava la sublimità mistica della sua intrepidezza raggiungendo l’agonizzante e spirando al suo fianco. Esempio mirabile delle più elette virtù e di sublime coscienza dell’ideale patrio. Rassypnaja, Petropawlowka, Fronte Russo, 1-26 dicembre 1941”.

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La guerra di Libia e il Generale De Chaurand

La Guerra di LibiaLa nuova fatica di Leonardo Malatesta, storico, e già autore del saggio sulla Guerra Fredda dedicato ai comandi protetti della NATO del Monte Venda, di Back Yard e West Star, torna nuovamente in libreria, questa volta con uno studio sull’avventura italiana in Libia. La Guerra di Libia e l’azione del Generale De Chaurand, questo il titolo dell’opera, analizza l’impresa del 1911-1912 e la ricerca di quella “quarta sponda sul Mediterraneo” che portò il Regio Esercito, con Alpini e Artiglieri, a combattere tra le dune del deserto nordafricano. Giovanni Pascoli scrisse, nel novembre del 1911, che la grande proletaria si era mossa, pronta a dare ai suoi figli nuove terre da civilizzare e su cui risollevare le sorti economiche della Nazione. Assieme alle migliaia di soldati che si imbarcarono nella nuova impresa vi fu anche il Generale Felice De Chaurand De Saint-Eustache, originario di Chiavari, dove era nato nel 1857. Una carriera rapida e brillante, la sua: da giovane Sottotenente nell’Artiglieria, comandò con il grado di Colonnello il 39° Reggimento Fanteria, prima di passare allo Stato Maggiore del Regio Esercito e poi all’intelligence, gettando le basi della cifratura militare. Con la guerra di Libia, gli venne affidato il comando della 3a Divisione Speciale, un reparto misto composto da battaglioni provenienti dalla Fanteria, dagli Alpini e dai Granatieri, appoggiati da una batteria di artiglieria da 75 mm. Per le sue abilità di comando venne anche decorato con l’Ordine Militare di Savoia. Ed è su questo periodo che il volume di Leonardo Malatesta si concentra: con la sua azione, infatti, il Generale De Chaurand fu esempio per i suoi parigrado e per i suoi sottoposti, prendendo parte egli stesso a numerosi combattimenti.

Campagna di Libia1. Introduciamo il libro parlando per un attimo della Guerra di Libia. Come e perché l’Italia cercò la sua “quarta sponda sul Mediterraneo”? E, soprattutto, come nasce questo suo studio?

Questo libro è nato perché da anni conosco il pronipote del Generale De Chaurand, potendo così consultare l’archivio privato di famiglia. Nel volume, pertanto, utilizzo tutti i documenti del suo archivio privato, nonché le carte dell’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano di Roma. Per quanto riguarda la campagna libica, l’Italia diede inizio alla guerra in Libia perché, fino ad allora, non aveva nessuna dominazione in Africa Settentrionale. Allora la maggior parte delle potenze europee, tra cui Francia e Gran Bretagna, erano alla ricerca di nuovi possedimenti in Africa e l’Italia non poteva, e non voleva, essere da meno.

2. Il suo volume si concentra sulla figura del Generale Felice De Chaurand de Saint Eustache. Una carriera, la sua, che spaziò dall’Arma di Artiglieria fino all’intelligence…

Il mio volume parla del Generale De Chaurand, che nato a Chiavari, durante la sua carriera, si occupò di vari tematiche, sia del comando di alcune unità, ma anche fu uno dei padri fondatori dei servizi segreti nel Regio Esercito Italiano, creando un codice segreto per i messaggi cifrati.

Campagna di Libia13. Durante il conflitto libico, il Generale De Chaurand fu decorato con l’Ordine Militare di Savoia, distinguendosi nei combattimenti. Quali le sue azioni più meritorie?

Durante la guerra di Libia, fu il comandante della 3a Divisione Speciale ed operò in Tripolitania. Si distinse nelle battaglia dell’oasi di Zanzur del giugno 1912 e in quella di Sidi Bilal del settembre successivo. Leggendo il suo diario personale, e anche quello della Divisione, si può notare che giornalmente egli si recava in prima linea per visitare i presidi e si interessava anche delle condizioni di vita dei suoi uomini.

4. Cosa ne fu del Generale De Chaurand alla fine del conflitto?

Dopo la conclusione del conflitto in Africa, rientrò in Italia nel maggio del 1913, ritornando al comando della Divisione Militare di Firenze. Nel 1915, fu posto in ausiliaria e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, divenne il Comandante della 35a Divisione, fino al 16 maggio del 1916, quando fu silurato dal comando della grande unità e mandato a casa. Trascorse la restante parte della sua vita fino alla morte, avvenuta nel 1944 a Bergamo, scrivendo vari saggi di storia.

Ludovico De Filippi, esempio di onore e altruismo

Ludovico_De_FilippiLa storia della Prima Guerra Mondiale, così come tutti i periodi che hanno segnato intere  epoche, è fatta di tanti piccoli episodi, spesso sconosciuti, ma che sono altrettanti importanti e il cui ricordo rischia di andare perso per sempre, essendo ormai scomparsi i diretti testimoni. E tanti sono gli episodi che rischiano di fare questa fine, come quello che vide per protagonista il Capitano di Vascello Ludovico De Filippi, comandante del Regio Esploratore Cesare Rossarol, nonché dell’Incrociatore Elba, trasformato poi in Nave Appoggio Idrovolanti. Nato a Torino nel 1872 e dopo essere entrato alla Regia Accademia Navale di Livorno, completò gli studi uscendo dal prestigioso istituto militare con il grado di Sottotenente di Vascello. Valido ufficiale, determinato e sempre pronto ad eseguire al meglio gli ordini ricevuti, Ludovico De Filippi cominciò ad appassionarsi alla nuova invenzione che anche la Regia Marina aveva deciso di sperimentare: l’aeroplano. Divenne così un pioniere, risultando il suo brevetto il numero 5, conseguito il 4 luglio 1910 presso la scuola di volo francese di Mourmelon Le Grand.

Incrociatore ElbaMa il pregio maggiore di De Filippi fu lo sguardo rivolto al futuro. Fu uno dei primi, se non il primo in assoluto, a capire le grandi potenzialità che avrebbe potuto sviluppare l’ala fissa al servizio della flotta italiana. Divenne così il promotore principale, dopo un intenso periodo di addestramento in territorio francese a bordo di idrovolanti, dell’organizzazione di una sezione idroplani posta a difesa della rada antistante Venezia. Grazie alla sua forte determinazione, nel febbraio 1913 si costituì, presso l’Arsenale della Serenissima, la prima scuola di idroaviazione, inizialmente dotata di soli sette velivoli. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e l’entrata dell’Italia nel conflitto, per Ludovico De Filippi si aprirono le porte del comando: promosso al grado di Capitano di Fregata, imbarcò sull’Incrociatore Elba, che la Regia Marina trasformò in Nave Appoggio per idrovolanti, trasferendolo da Venezia a Brindisi con compiti di pattugliamento nel Basso Adriatico. Ma la passione del volo non cessò: a Taranto, infatti, il Comandante De Filippi diede avvio alla costituzione di una forza aerea per la difesa del porto militare e commerciale, mentre nel dicembre 1917 prese accordi con le forze armate americane per la formazione dei piloti americani alla Scuola per Idrovolanti stanziata sul lago di Bolsena.

Esploratore RossarolIntanto, la guerra stava per volgere al termine. Dopo la nomina a Capo dell’Ispettorato dei Sommergibili e dell’Aeronautica della Regia Marina, alla fine dell’ottobre-novembre 1918 assunse il comando dell’Esploratore Cesare Rossarol, resosi protagonista, nel corso della guerra, di numerose e ardite azioni in Mare Adriatico, dalla posa di campi minati alla scorta di convogli navali. Il 16 novembre 1918, al Capitano di Vascello De Filippi fu affidato un compito delicato e difficile: imbarcare nel porto di Pola, direzione Fiume, un ufficiale jugoslavo, che avrebbe dovuto convincere le milizie serbo-croate a non osteggiare l’occupazione italiana della città dalmata. Salpata alle ore 11.40 da Pola, la nave diresse verso Punta Patera: un’ora dopo, alle 12.45, mentre l’equipaggio pranzava, una violenta esplosione fece tremare l’intero Esploratore. Il Cesare Rossarol era spacciato: spezzato in due da una mina austriaca, la poppa affondò quasi all’istante, mentre la prora, spinta dall’abbrivio, affondò qualche centinaio di metri più avanti. Il naufragio causò la morte di cento marinai, tra cui il Comandante De Filippi: abbandonata la nave, si gettò in mare, ma avendo visto un suo sottoposto in procinto di annegare, gli offrì il suo salvagente, scomparendo tra i flutti. Per il suo gesto di grande generosità, con Decreto Luogotenenziale del 17 maggio 1919, alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare: Comandante del Regio Esploratore Cesare Rossarol dimostrava bella serenità di animo nell’incoraggiare l’equipaggio della nave che stava affondando. Mirabile esempio di sublime sacrificio, cedeva il suo salvagente ad un marinaio che non sapeva nuotare e nell’atto generoso perdeva la vita”.

Il Famedio della Marina Militare di Taranto

Famedio della Marina Militare di Taranto (1)La città di Taranto ha da sempre rivestito, assieme alla vicina Brindisi, per la Regia Marina prima e per la Marina Militare della Repubblica Italiana poi, la base principale per la propria flotta, sia di superficie che subacquea. Nella Città dei Due Mari, contraddistinta dal caratteristico Ponte Girevole, fatto aprire ogni qualvolta una nave battente il Tricolore solca il canale navigabile, le unità della flotta hanno sempre trovato il loro principale punto di ancoraggio. Divise, oggi, tra la Stazione Navale del Mar Grande, in località San Vito, e il centralissimo Arsenale Militare, base dei sommergibili e luogo per le navi durante le soste lavori, il capoluogo tarantino ospita il Famedio della Marina Militare, ultimo luogo di sepoltura per oltre mille uomini con le stellette. Ricostruito nel 1945, immediatamente subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale a causa degli ingenti danni subiti durante le incursioni aeree che colpirono la città tarantina nell’agosto 1943, si compone di una parte centrale, con annessa una piccola cappella per le funzioni religiose, e quattro grandi aree laterali dove sono ubicati i loculi, singoli o collettivi, in cui riposano le spoglie mortali dei soldati.

Famedio della Marina Militare di Taranto (3)Nel piazzaletto antistante, a cui si accede da un piccolo vialetto alberato circondato da cespugli contornatoi da ancore e catene, sono stati posti due monumenti in pietra. Il primo ricorda i nomi dei 183 caduti che erano inizialmente tumulati nello stesso luogo e caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale: i loro miseri resti furono estratti e pietosamente ricomposti soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo che il precedente Famedio della Regia Marina era stato, come ricordato all’inizio, stato colpito e praticamente distrutto dalle incursioni aeree alleate del 1943. Il secondo monumento, invece, ricorda l’equipaggio della Nave da Battaglia Leonardo Da Vinci. Il 2 agosto 1916, mentre si trovava all’ormeggio nel Mar Piccolo, una violenta esplosione squarciò l’unità: nella deflagrazione, attribuita inizialmente ad un sabotaggio austriaco e poi ad uno scoppio accidentale avvenuto all’interno di un deposito di cordite, rimasero uccisi 21 ufficiali e 228 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Comandante della nave, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi, a causa delle gravi ustioni riportate nel tentativo di spegnere gli incendi scoppiati a bordo e, per questo, decorato di Medaglia d’Oro al Valor di Marina alla Memoria.

Lapide equipaggio UC12Poco distante dal Famedio della Marina Militare Italiana, un piccolo luogo di sepoltura ricorda altri marinai caduti: in un grande tombone sono stati sepolti gli uomini dell’equipaggio del Sommergibile UC12battente bandiera tedesca, che trovarono la morte davanti il Golfo di Taranto il 16 marzo 1916, mentre il battello era intento a posare un campo minato per contrastare il naviglio italiano e alleato. Forse fu lo scoppio accidentale di una mina la causa dell’affondamento, spezzandolo prima in due tronconi. E proprio la vicinanza tra i caduti italiani raccolti nel Famedio e quelli tedeschi, ricorda, all’eventuale visitatore che si trovi a transitare da questi luoghi, l’unica certezza della gente di mare: anche se nemici per una divisa di colore diverso, se avversari per una Bandiera differente, il grande e immenso blu è sempre pronto ad accogliere, come un grande sudario, tutti coloro che si perdono tra i suoi flutti e le sue onde, senza alcuna distinzione di nazionalità, senza guardare agli amici o ai nemici, unendo tutti i marinai caduti come un ultimo, grande, equipaggio.

Don Pietro Giannuzzi, da Castellana Grotte al Carso

IMG_20171105_123804Tra i soldati impegnati al fronte, al pari dei medici, dei dottori e degli infermieri, una figura tra le più importanti per il morale e il conforto è senza dubbio quella del Cappellano militare, un sacerdote con le stellette sempre pronto ad ascoltare i dubbi, le paure, le speranze e i dolori che gli uomini in armi portano con sé. Celebre, nel corso del secondo conflitto mondiale, è Don Carlo Gnocchi, che seguì i suoi Alpini sul fronte greco e su quello russo poi, condividendo con loro la sacca del Don e la ritirata, fino alla battaglia finale di Nikolajewka. Nel corso della Grande Guerra, Don Annibale Carletti venne addirittura decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, dopo che guidò egli stesso un gruppo di militari all’assalto di una posizione austriaca. E parimenti al valore e all’ardimento di Don Carletti, un altro sacerdote si distinse per il coraggio, ma soprattutto per la sua opera spirituale portata tra le trincee ai tanti soldati in grigio-verde. Don Pietro Giannuzzi, originario di un piccolo comune in provincia di Bari, Castellana Grotte, dove era nato il 3 ottobre 1885, si distinse fin da giovane negli studi, tanto che, dopo le scuole elementari, prese la decisione che gli cambiò la vita: vestire l’abito talare. Prima frequentò il Seminario di Conversano, poi completò gli studi teologici a Lecce, dove venne consacrato Sacerdote il 3 agosto 1910.

Soldati italiani in trinceaLo scoppio della guerra e l’entrata nel conflitto dell’Italia vide partire anche dalla lontana Castellana giovani ragazzi per il fronte. Don Giannuzzi non volle essere da meno e, nonostante la direzione e l’insegnamento presso una scuola da lui fondata, seguì il destino dei giovani fanti. Venne così destinato al 47° Reggimento Fanteria, costituente, assieme al gemello 48°, la Brigata Ferrara, schierata fin dai primi giorni della guerra sul fronte del Carso, del Fiume Isonzo e di Sagrado. Fu, infatti, nel corso della prima battaglia d’Isonzo, combattuta tra il 23 giugno e il 7 luglio 1915, che il 47° Fanteria ebbe il suo primo, vero, battesimo del fuoco: oltre 15.000 furono le perdite italiane, tra morti, feriti e dispersi. Passarono pochi giorni e il 18 luglio ebbe inizio la seconda battaglia, che ebbe come unico risultato la conquista, spesso effimera, di qualche territorio in più rispetto alla prima offensiva, tanto che lo stesso Generale Luigi Cadorna, in una lettera al figlio Raffaele, scrisse: “Occupammo per una notte il San Michele, ma è più facile prenderlo che restarci perché, appena conquistate le creste, ci coprirono di proiettili e poi un contrattacco ce lo portò via”. Si contarono, alla fine della battaglia, il 3 agosto, quasi 10.000 tra morti e dispersi ed un numero quasi triplo di feriti.

Don Pietro GiannuzziAnche il reparto a cui apparteneva Pietro Giannuzzi prese parte ad entrambe le offensive: dopo la prima battaglia, il Reggimento si riorganizzò a Sagrado, per colmare i vuoti lasciati dai caduti. Affluirono i rimpiazzi, gli uomini poterono per un attimo riposarsi, magari confidare nel segreto della confessione le loro ansie e le loro paure a Don Pietro. Ma per poco, perché il 19 luglio il 47° Fanteria ebbe nuovamente l’ordine di raggiungere la prima linea, pronto a prendere parte alla nuova offensiva. Fu allora che, nel corso della notte mentre il Reggimento stava muovendo per le trincee, che un proiettile da 149, sparato dalle posizioni austriache, colpì la colonna in marcia. Don Pietro Giannuzzi, rimasto gravemente ferito, spirò poco dopo. Achille Beltrame, lo storico e celebre vignettista della Domenica del Corriere, gli dedicò, nell’edizione del 25 luglio 1915, la copertina, mostrando all’Italia tutta il sacrificio silenzioso degli uomini di chiesa tra il fango delle trincee. Oggi, il Cappellano che venne da un piccolo paese della Puglia, riposa assieme ai suoi soldati a Redipuglia, circondato dal calore dei suoi soldati e da quanti, cento anni dopo, si recano ancora in quei luoghi per ricordare un sacrificio che rischia di cadere nell’oblio della memoria e del tempo.

Il Battaglione Val Camonica e il Tenente Ubaldo Ingravalle

Tra le pieghe di una vitaSpesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra. Qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio. La storia di oggi nasce così, per caso. Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale, condivisa da un’intera generazioni di giovani: la Prima Guerra Mondiale. L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità. Il giovane Tenente Ingravalle giunge al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon. Sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio il Val Camonica prende parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache, prima di vedere concesso un periodo di riposo. Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ha il duro impatto dell vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove sono asserragliati gli Austriaci. E Tra le pieghe di una vita, accanto ai fatti personali, narra con scorrevolezza proprio gli eventi di cui fu protagonista il nonno dell’autore, passando per i giorni di Caporetto e delle offensive finali del novembre 1918. Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917,  in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite (il Val Camonica perse oltre 450 uomini), messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini, riuscì ad arginare un assalto austriaco. La motivazione, seppur breve, ricorda efficacemente quell’evento: “Addetto al comando di battaglione, inviato sulla linea quale informatore, di propria iniziativa assumeva il comando di un reparto rimasto senza ufficiali, guidandolo al contrattacco e proteggendo così il regolare ripiegamento di altre truppe. Fontanasecca 21 novembre 1917″. 

1. Intanto una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Da dove nasce questo libro?

Il libro, che mai avrei pensato potesse nascere dalla mia mano, è stato necessario per dare una risposta ai dubbi della famiglia di mia madre, che mai  aveva potuto conoscere il cammino in guerra del loro genitore: Ubaldo Ingravalle. A parte il nome del reparto, nulla da lui era mai trapelato circa quei tre anni di patimenti al fronte. Qualsiasi domanda trovava una risposta sbarrata, “ho visto morire troppi ragazzi”, diceva e nessun’altro racconto, svelava il suo passato.

2. Tra le pieghe di una vita ripercorre una storia personale, che si intreccia con i grandi sconvolgimenti dell’intero Novecento. Non è cosi?

Monte RombonE’ stato doveroso ricordare, dopo una faticosa ricerca circa quel reparto dimenticato e quegli uomini, il cammino successivo del nonno, che fu talmente colpito e affascinato dalla tempra dei suoi montanari che decise al termine del conflitto, di raffermarsi nel Regio Esercito Italiano, pur non avendo mai nemmeno svolto il servizio di leva nella sua gioventù. Abbiamo così seguito i suoi passi negli anni successivi, peregrinando tra caserme e incarichi alpini fino ad arrivare al secondo conflitto mondiale e ai tragici scontri con gli Slavi sul confine orientale, su quel confine travagliato, e ai massacri a cui scampò miracolosamente.

3. Entriamo adesso nel “vivo” del libro, ovvero il reparto alpino di “dimenticati”. Qual è la loro storia, in breve?

Ubaldo IngravalleIl racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alti valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi. Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917, dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte. Li definiamo così “dimenticati” perché di quella sofferta compagine questo è il primo testo che ne parla, e di loro non esiste un saggio, un monumento, una via o un’aula pubblica e nemmeno nelle valli da dove partirono e dove non ritornarono. La figura del nonno, Ufficiale del Reparto, passa così presto in seconda linea per fare emergere le misere storie di altri nonni, abituati alle privazioni e fatiche ma che non videro mai coronato il loro ricordo e valutate le loro incredibili sofferenze.

4. C’è un evento in particolare che suo nonno ricordava con maggior interesse?

Raccontò pochissimo di quegli anni, e solo il ritrovamento del Diario Storico del Reparto a Roma, ci ha permesso di ricostruirne la storia, ma dava giustificazione della sua calvizie, non alla ferita patita sul Grappa, ma al fatto che vide imbiancare e cadere tutta la sua capigliatura, in quelle tre settimane di orrori, su di quella montagna. Momenti in cui si videro contrastare le baldanzose truppe di Rommel, e che avevano ormai solo quel  baluardo che li separava dalla pianura veneta, e per sbucare poi, alle spalle del Piave.