Il Sacrario di Andrea Bafile a Bocca di Valle

Andrea_Bafile“Comandante di un Battaglione di Marinai, mentre preparavasi una operazione sull’estrema bassura del Piave, volle personalmente osare un’arrischiata ricognizione tra i canneti e i pantani della sponda sinistra perché, dallo strappato segreto delle difese nemiche, traesse maggiore sicurezza la sua gente. Tutto vide e frugò, e sventato l’allarme, già trovava riparo, quando notò la mancanza di uno dei suoi Arditi. Rifece allora da solo la via perigliosa per ricercarlo e, scoperto poi dal nemico mentre ripassava il fiume, e fatto segno a vivo fuoco, veniva mortalmente ferito. Guadagnata la sponda destra in gravissime condizioni, conscio della fine imminente, con mirabile forza d’animo e completa lucidità di mente, riferiva anzitutto quanto aveva osservato nella sua ricognizione, e dirigendo ai suoi infiammate parole, atteggiato il volto a lieve sorriso che gli era abituale, si diceva lieto che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. E passò sereno qual visse, fulgido esempio delle più elette virtù militari, coronando con gloriosa morte una vita intessuta di luminoso coraggio, di fredda, consapevole e fruttuosa audacia, del più puro eroismo. Basso Piave, 12 marzo 1918”. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria conferita al Tenente di Vascello Andrea Bafile, caduto alla testa di un gruppo di quattro marinai nei pressi di Cortellazzo, vicino Jesolo, durante una missione di ricognizione sul Basso Piave.

Andrea Bafile1Vita avventurosa ed eroica, quella di Andrea Bafile. Già decorato nel corso del primo conflitto mondiale con una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per aver eseguito un’importante missione aerea sulle Bocche di Cattaro (a cui partecipò, tra l’altro, anche Gabriele D’Annunzio), nel corso della guerra arrivò a rifiutare l’avanzamento al grado di Capitano di Corvetta, in quanto lo avrebbe distolto dalle navi e dagli equipagi, a cui era da sempre legato anche da fraterna e sincera amicizia, per destinarlo ad un incarico a terra allo Stato Maggiore. Continuò, così, la sua carriera tra le onde e le fredde paratie delle navi della Regia Marina, imbarcando sul Cacciatorpediniere Audace e poi sulla Torpediniera Ardea. Ma la sua grande capacità di comando emerse quando, alla fine del 1917 e a seguito della disfatta di Caporetto, chiese ed ottenne di essere destinato presso i reparti della Fanteria di Marina, comandando il Battaglione Fucilieri Monfalcone e quello d’Assalto Caorle. La sua morte, avvenuta in azione, destò profonda emozione in tutta l’opinione pubblica italiana, e non soltanto tra i militari che ebbero l’onore di essere al suo comando.

Andrea BafileSe, dapprima, venne sepolto all’interno del cimitero di Ca’ Gamba nei pressi di Jesolo, dal 20 settembre 1923 i suoi resti riposano ai piedi del massiccio della Majella, in Abruzzo, la terra che gli aveva dato i natali il 7 ottobre 1878. In località Bocca di Valle, poco fuori il centro abitato di Guardiagrele, è stato ricavato all’interno di una grotta naturale il Sepolcro dove il Tenente di Vascello Andrea Bafile ha trovato la sua ultima dimora. Da un cancello in ferro battuto, si sale una piccola scalinata in roccia grezza, che accede all’interno dell’antro della grotta, al cui centro, in marmo bianco, si trova la tomba, coperta da una grande bandiera Tricolore. Tutto attorno, dei pannelli in ceramica decorata rievocano i drammi del conflitto mondiale, unitamente ai cimeli appartenenti ai reparti e alle unità navali della Marina Militare Italiana. In alto, un quadro posizionato nelle vicinanze dell’altare, riporta la solenne motivazione dell’onorificenza al Valor Militare alla Memoria. Tante, le testimonianze degli equipaggi che nel corso dei decenni si sono recati in visita alla tomba dell’Eroe, simboleggiate dai caratteristici nastri dei berretti dei marinai, con su scritto il nome dell’unità di appartenza: Nave Etna, Nave Ebano, Nave Spinone, Nave Gabbiano, Nave Aviere, Nave Impavido, Nave Urania, Nave Fenice, Nave Artigliere, Nave San Giorgio, Nave Danaide, quasi a simboleggiare un passaggio ideale di testimone tra Andrea Bafile e gli appartenenti della Marina Militare di oggi.

Morte sotto la neve

guerra-biancaAl fuoco delle mitragliatrici e delle artiglierie, allo scoppio delle mine e al pericolo dei gas tossici, i soldati sul fronte della Grande Guerra, fossero essi Italiani o Austriaci, si trovarono a combattere contro un nemico comune, silenzioso, implacabile, da sempre presente sui luoghi in cui si ritrovarono a combattere: la potenza della natura. In molti, infatti, furono i giovani che caddero a causa del freddo e delle sue conseguenze, precipitati in canaloni e dirupi, sepolti sotto metri di neve a seguito di valanghe e slavine. Se le drammatiche immagini della tragedia che ha colpito l’Abruzzo a gennaio 2017 sono state trasmesse in diretta televisiva, cento anni prima, nel gennaio 1917 una tragedia identica si consumava in piena guerra mondiale. A partire dal giorno 9, e per tutto il mese, almeno fino al 20, furono oltre 125 i soldati italiani che trovarono la morte a causa delle valanghe, nei settori operativi del Monte Lastroni, a Casera Pramosio e sulla Stretta Fleons, sul Monte Forame e a Cima Selvata e sui Monti Cukla e Rombon.

mario-cicconeMa fra tutti coloro che furono stroncati dalla potenza della natura, vi fu un soldato in particolare, il Capitano Mario Ciccone, che merita di essere ricordato. Originario di Ariano di Puglia, venne arruolato nella 4ª Compagnia del V Battaglione dell’8° Reggimento Bersaglieri. Informato che il 9 gennaio 1917 una valanga si era riversata sulle posizioni italiane seppellendo baracche e alloggiamenti, partì con una spedizione di soccorso, guidando i suoi uomini in una corsa contro il tempo. Giunto a San Blasius, in attesa di raggiungere le posizioni colpite, una nuova valanga, staccatasi dal Monte Forame, seppellì il Capitano Ciccone e i suoi uomini. In tutto rimasero uccisi quattordici militari, per la maggior parte appartenenti proprio all’8° Reggimento Bersaglieri. In segno di riconoscenza per il suo sacrificio, al Capitano Mario Ciccone è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria: “Sfidando serenamente il grave pericolo, accorreva in soccorso di un drappello della propria compagnia travolta da valanga, ma mentre attendeva al salvataggio, investito a sua volta da una nuova valanga, vi trovava la morte. Esempio costante di coraggio, di abnegazione, di alto sentimento del dovere. San Blasius Cortina d’Ampezzo, 9 gennaio 1917”.

Gennaro Sora, l’Eroe del Polo

dirigibile-italia“Dal finestrino guardo il pack, vedo che si avvicina, ritengo l’urto inevitabile. Il mio istinto aviatorio si risveglia. Vedo la poppa e gli impennaggi puntati sul ghiaccio, vedo il ghiaccio che si solleva e che ci investe di traverso. Sento un immane scroscio, come di un enorme fascio di canne infranto, e poi non vedo più niente: tutto è diventato buio. Vedo il dirigibile che va via di traverso. Lo vedo in aria per la prima e ultima volta. Ne pendono numerose corde, sulla fiancata spicca la scritta Italia. Sono le 10:33 del 25 maggio”. Così ricorda il drammatico schianto al Polo Nord Felice Trojani, il timoniere della spedizione guidata dal Generale Umberto Nobile nel 1928 a bordo del Dirigibile Italia: nello schianto sulla calotta polare dell’Artide, rimase ucciso Vincenzo Pomella, motorista, mentre altri sei membri dell’equipaggio (i motoristi Calisto Ciocca, Attilio Caratti, Ettore Arduino e Renato Alessandrini, il fisico Aldo Pontremoli ed il giornalista del Popolo d’Italia Ugo Lago) scomparvero per sempre a bordo dell’aeronave che, alleggerita dal peso della cabina di pilotaggio rimasta sui ghiacci, si alzò nuovamente in aria per continuare il volo ormai senza alcun controllo. Quando in Italia , e nel resto del mondo, fu chiara la tragedia che era avvenuta al Polo Nord, subito si mise in moto una eccezionale catena di soccorso: Norvegesi, Russi, Americani, Finlandesi, offrirono prontamente il loro aiuto, mettendo a disposizione navi, aerei e cani da slitta attrezzati per la ricerca. Ovviamente anche l’Italia fece la sua parte, mobilitando quegli uomini da sempre abituati ad operare tra il ghiaccio e le nevi: gli Alpini. E a capo della spedizione delle Penne Nere fu chiamato il Capitano Gennaro Sora, già eroe della Grande Guerra.

gennaro-sora-2Ma chi era Gennaro Sora, da allora ricordato come l’Eroe del Polo? Originario di Foresto Sparso, nel bergamasco, dove era nato nel 1892, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale fece molto parlare di sé: riuscì a meritarsi ben tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, ottenute in successivi scontri al comando della 52a Compagnia del Battaglione Alpini Edolo. Tra i suoi uomini, con i quali strinse un forte legame, vi era anche Cesare Battisti, che lo soprannominò Muscoletti, per la sua bassa statura e la sua forza fisica impressionante. Gennario Sora, con i suoi Alpini, operò per tutta la durata della guerra nei settori di Cima Albiolo, sul Mandrone, sul Montozzo e ai Monticelli, dove, ad una quota di oltre 2430 metri, conquistò un caposaldo austriaco il 28 maggio 1918. E proprio per la grande esperienza acquisita durante il conflitto contro l’Austria, il Capitano Sora venne scelto per guidare una pattugli di Alpini tra il pack dell’Artide alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio scomparso. Giunto con nell’area di ricerca con quella che passerà alla storia come la Pattuglia Artica, composta da altre otto Penne Nere, il 3 giugno 1928, Gennaro Sora decise di iniziare subito le ricerche, purtroppo infruttuose. Soltanto tre giorni dopo, il 6 giugno, la Nave Soccorso Città di Milano, riuscì a captare dei flebili segnali di soccorso, provenienti da una radio da campo miracolosamente salvatasi nello schianto.

sora-e-van-dongenIntanto, il giorno 17, Sora poté riprendere le ricerche, ma questa volta non c’erano più i suoi fidati Alpini: con lui, si affiacarono un ingegnere danese, Ludwig Warming, ed un conducente di cani da slitta, il norvegese Sjef Van Dongen. In realtà, già il 13 giugno l’ufficiale italiano aveva ripreso, senza autorizzazione e rasentando l’insubordinazione, le operazioni di ricerca: fu solo in un secondo momento raggiunto dall’ordine di ricerca di tre naufraghi in cerca di aiuto: i navigatori Filippo Zappi e Adalberto Mariano e il fisico norvegese Finn Malgrem, si erano avventurati sui ghiacci alla ricerca anch’essi dei soccorsi. Nella marcia, Malgrem, stremato dalla fatica e dal freddo, non sopravvisse, mentre gli altri due uomini furono in seguito tratti in salvo. Intanto, Sora e Van Dongen proseguivano la ricerca (Warming desistette per la fatica rientrando alla base di partenza): ma anche per i due soccorritori i viveri iniziarono a scarseggiare. Solo dopo 350 km percorsi tra mille difficoltà, Sora e Van Dongen vennero recuperati da due idrovolanti: era il 13 luglio 1928 e i sopravvissuti del Dirigibile Italia erano già stati recuperati dal Rompighiaccio Krassin, battente bandiera russa. Da ricordare anche la scomparsa del più grande esploratore polare: il 18 giugno, Roald Amudesn scomparve con il suo aereo nel Mar Glaciale Artico, nel vano tentativo di individuare la Tenda Rossa, il Generale Nobile e i suoi uomini. La determinazione dell’ufficiale alpino, però, fu ancora più forte: si offrì, infatti, volontario per guidare una nuova spedizione per ricercare i resti del dirigibile e gli uomini dispersi.

colonnello-gennaro-soraRientrato in Italia, venne promosso Maggiore nel 1934, in ritardo, a causa della sua insubordinazione durante i soccorsi e l’istituzione di una commissione di inchiesta sul suo comportamento. Con l’inizio delle operazioni in Africa Orientale, che poi porteranno alla conquista dell’Etiopia, Gennaro Sora fu chiamato al comando del Battaglione Alpini Speciale Uork Amba, con compiti di presidio, protezione e polizia: nell’aprile 1939, durante un’operazione volta alla repressione della resistenza abissina nei confronti dei soldati italiani, il suo reparto partecipò a quello che è passato alla storia come massacro di Gaia Zeret, nel corso del quale le forze italiane utilizzarono anche armi chimiche contro la popolazione etiope. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò ancora in Africa Orientale, dove, al comando del XX Battaglione si rese protagonista della conquista del Somaliland inglese: il 12 aprile 1941, dopo la capitolazione italiana, fu fatto prigioniero dalle truppe sudafricane ed internato in un campo di prigionia in Kenya. Liberato a fine guerra, il 12 maggio 1945, rientrò in Italia, dove, con le nuove Forze Armate repubblicane e con il grado di Colonnello, fu destinato al comando del Distretto Militare di Como. Nel 1949, fu stroncato da un attacco cardiaco: per tutte le Penne Nere, però, restò l’Eroe del Polo.

Il canto degli inquieti spiriti. Un romanzo sulla Grande Guerra

Il canto degli inquieti spiritiIl canto degli inquieti spiriti: un romanzo storico ambientato immediatamente dopo la Prima Guerra Mondiale ed un soldato, Alessandro Bonforte, che tenta a fatica di reinserirsi nel mondo civile, dopo quattro anni passati al fronte, nel fondo di una trincea, tra filo spinato, assalti alla baionetta contro le postazioni avversarie e bombardamenti continui. Quello di Alessio Fabbri, originario di Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna, docente di lingua inglese, vuole essere un viaggio dentro la storia, ma anche dentro sé stessi. Tanti giovani partirono appena maggiorenni per il fronte: tantissimi non tornarono alle proprie case, uccisi da una pallottola di fucile, da una scarica di mitragliatrici, colpiti da una scheggia durante un bombardamento o gassati durante gli attacchi chimici. Ma coloro che tornarono, furono davvero fortunati? Quanti di loro, anche se non feriti nel corpo, si portarono invisibili cicatrici di dolore, nell’animo e nella mente? Non lo sapremo mai…

1. Nelle nostre interviste agli autori partiamo, quasi sempre, con la stessa domanda che, secondo noi, è invece fondamentale per capire cosa c’è dietro ad ogni opera. Perché questo libro?

L’idea del libro è data da diversi fattori. Da un lato sentivo la necessità di studiare quel contesto storico, di analizzare il lato emotivo e morale di un evento così importante come fu la Grande Guerra, e dall’altro trovavo quasi necessario dedicare un’opera ad una generazione che, per quanto se ne parli, sembra ancora non avere abbastanza voce nel panorama culturale e creativo della letteratura di oggi. Credo che ci sia un debito ancora da colmare in questo senso, ed ho voluto giocare la mia piccola parte.

2. Questo è un libro sulla Grande Guerra sui “generis”. Non è un saggio né un diario di reduci, bensì un vero e proprio romanzo. Scelta certamente coraggiosa, visto il dilagare, nel mercato librario, di ben altri generi…

Corriere della Sera - Grande GuerraEsattamente. Si tratta di un romanzo storico, ed è stato composto in base ai documenti storici dell’epoca. Le lettere dal fronte ed ogni risorsa di ricerca sono stati preziosissimi per creare un’atmosfera realistica, un vero viaggio nel tempo. Per quanto riguarda il genere storico, è vero che altri generi possono apparire più semplici e leggeri, ma io credo che per un’esperienza di lettura si debba attingere da diversi generi, che siano costituiti da profondità diverse. Ogni genere è un arricchimento. In qualità di scrittore non è stata una scelta ragionata, ma la traduzione pratica di una mia inclinazione alla conoscenza della storia.

3. Il protagonista, Alessandro Bonforte, terminata la guerra, cerca di riprendere la sua vita normale. Inizia invece un ricerca dentro di sé, di interrogativi e di incertezze. Quelle incertezze che, forse, la guerra gli ha fatto perdere…

Assalto di un Reparto di ArditiAlessandro Bonforte ha già una vita complicata alla vigilia della guerra. La storia presentata nel romanzo non è lineare, perché si segue il ragionamento, il filo logico (ma anche illogico) dell’ex-soldato e di tutti i suoi traumi emotivi. Grazie a questo avanti e indietro si scopre piano piano cosa c’è dietro alla personalità di Bonforte. Ciò che invece è lineare è il viaggio in treno di Alessandro, ed è l’ambientazione di base che ha inizio nel capitolo primo e si conclude nelle ultime fasi del racconto. Non ha un mondo nuovo in cui tornare a vivere, forse credeva di non farvi ritorno, e quindi a quel punto cerca l’unico che conosce, quello che non esiste più, quello costellato dagli inquieti spiriti, dai ricordi incancellabili e dai traumi subiti che non gli permettono di evolvere. Vive costantemente nel rimorso di aver gestito male i rapporti personali, sia in famiglia che al fronte. Mi piace pensare a questo romanzo come ad un puzzle che viene composto tassello dopo tassello: alla fine il quadro è completo, è tutto chiaro.

4. Il primo conflitto mondiale ha davvero segnato le coscienze dei combattenti, lasciando ferite sul corpo dei reduci ma anche nella mente. Quanto di vero troviamo nel tuo romanzo?

Shock da trinceaCredo che la frammentazione della realtà sia una delle conseguenze più lampanti attraverso le quali si manifesta lo smarrimento di Alessandro Bonforte e della sua generazione. Si tratta di un elemento narrativo che troviamo nella letteratura scritta fra le due guerre, in particolare nel mondo anglosassone, quindi possiamo trattarlo sì come una conseguenza sulla percezione della realtà da parte della società del primo dopoguerra, ma anche come una condizione individuale di molti soldati, che oltre a questo quadro mentale complesso hanno anche ereditato dal conflitto una serie di traumi fisici. Nel libro ho dato più spazio al pensiero ed alle conseguenze del conflitto sulla mente di Alessandro, principalmente per via della sua esperienza individuale. Mi sono documentato il più possibile circa le battaglie, le date, gli eventi della guerra, così come sull’impatto che questi anni difficili hanno avuto sui soldati al fronte e sulle loro famiglie. Tutto è reso in maniera realistica ed attinente ai fatti storici, ben inteso che però lo scopo stesso del libro è dare l’idea di questa frammentazione personale della realtà vista attraverso gli occhi del protagonista.

Death or Glory, il Barone Rosso degli Iron Maiden

The book of soulsSi intitola The book of souls, letteralmente “il libro delle anime”, l’ultimo lavoro del gruppo metal Iron Maiden uscito il 4 settembre 2015, tanto da riscuotere, in tutto il mondo, un grande successo tra il pubblico e i critici musicali, scalando rapidamente le classifiche, arrivando rapidamente ai primi posti in ben ventiquattro paesie. Un testo, in particolare, tra gli undici inediti realizzati, è risultato, per gli amanti della storia, particolarmente interessante: si tratta di Death or Glory, tributo della band britannica al celebre Barone Rosso, l’asso degli assi tra le aviazioni del primo conflitto mondiale. Con un ritmo incalzante, duro, veloce, come la caccia adrenalinica tra le nuvole ai piloti nemici, il testo ricalca l’epopea dell’aviazione della Grande Guerra: e anche le parole sottolineano, con il ritornello che batte come un tamburo, la precarietà di chi sedeva ai comandi dei primi aerei, di legno e tela. Death or Glory, morte o gloria, questo ripete ossessivamente Manfred von Richtofen, mentre a bordo del suo triplano rosso sbuca dal sole per colpire l’avversario (“Turn like the devil, shoot straight from the sun”).

Manfred Von RichthofenÈ, in realtà, l’anima del Barone Rosso che ci parla, riprendendo il titolo dello sesso album. E ricorda anche la sua morte: un colpo, verosimilmente di fucile o di mitragliatrice, lo ha ucciso, ma chi verrà dopo ricorderà il suo nome, per sempre, con rispetto e anche terrore: Took a bullet in my brain, inside I’m the king of pain, outside you will fear my name”. Con ben ottanta vittorie aeree accreditate, von Richtfofen continuò a giocare la sua partita con la morte fino al 21 aprile 1918, giorno in cui, durante una missione nei cieli di Vaux sur Somme, venne presumibilmente centrato da un proiettile sparato da terra, mentre sorvolava le trincee nemiche cercando di disimpegnarsi da un caccia pilotato dal Capitano Arthur Roy Brown, di nazionalità canadese. Da quel giorno, terminata la sua partita con la morte, cantata dagli Iron Maiden, iniziò la gloria di Manfred von Richtofen, tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione: perché, in fin dei conti, come gli stessi Inglesi riconobbero tributandogli gli onori militari quando venne seppellito, la morte e gloria sono un treno di sola andata (“Death or glory, a one way train”).

Voci della Grande Guerra

Voci della Grande GuerraOggi continuiamo con le nostre recensioni di libri: abbiamo rivolto qualche domanda a Valido Capodarca, autore del saggio Voci della Grande Guerra, una raccolta testimonianze dirette della guerra di trincea combattuta dai nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Una testimonianza in grado di restituire la voce a quei soldati partiti per il fronte ormai più di un secolo fa, per andare a combattere una guerra lontana centinaia di chilometri dalle proprie case, lasciando nell’incertezza del ritorno i propri affetti e le proprie famiglie. E allora, questi racconti, narrati direttamente dagli ultimi protagonisti di quella guerra insensata, di quella inutile strage nelle parole di Papa Benedetto XV, restano l’ultima testimonianza di questi soldati, partiti ragazzi poco più che ventenni e, una volta finita la guerra, tornati uomini. Ciò che più colpisce, infine, come anche l’autore ricorda, la mancanza di odio e rancore verso il nemico, verso i soldati austriaci. Ed è proprio la testimonianza di uno di loro a dirci il perché: “erano dei poveri ragazzi come noi, e come noi mandati al macello da ordini superiori”.

1. Iniziamo con una domanda di rito, per niente scontata. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Soldati italiani in trincea

Alla prima domanda posso rispondere raccontando la circostanza nella quale nacque in me l’idea di raccogliere le testimonianze degli ultimi superstiti viventi della Prima Guerra Mondiale. Era l’estate del 1987. Nel corso della stesura del mio Abruzzo, sessanta alberi da salvare, mi ero recato a Torricella Peligna, località Brecciarola, dove avrei dovuto trovare una grande quercia. Arrivai sull’aia di una casa colonica dove la famiglia Di Paolo stava per mettersi a tavola per una festa simpaticissima: tutti e sette i fratelli Di Paolo, tutti maschi, provenienti da ogni parte d’Abruzzo, si erano dati convegno per festeggiare i 95 anni del loro padre, Mariano. Un personaggio eccezionale, Mariano. Confesso che feci fatica a riconoscere subito chi fosse il festeggiato, in quanto egli rivaleggiava in baldanza con i più anziani dei suoi figli. Mi dicevano che alla sua età egli coltivava ancora il suo campicello e accudiva i suoi animali. Appena seppe che ero capitano dell’Esercito, il signor Mariano cominciò a tirare fuori i suoi ricordi di guerra, dicendomi di essere stato Caporalmaggiore dei bersaglieri durante la Prima Guerra Mondiale. Ma a me premeva la quercia, e non stetti ad ascoltarlo. Con uno dei suoi figli più giovani, Franco, mi diressi verso la quercia, distante alcune centinaia di metri. Franco alla guida del trattore, io in piedi, in equilibrio sulla stanga che collegava il trattore al rimorchio. Sobbalzando per cunette, fossi, greppi, raggiungemmo la Quercia: un vero monumento che, ovviamente, aggiunsi al libro. Salutata la cordialissima famiglia, mi incamminai verso casa. Durante il viaggio di ritorno, non pensavo alla quercia, ma a Mariano, e provavo rimorso per non essere stato ad ascoltarlo di più. “Quanti saranno rimasti,ancora vivi, di quella guerra?, mi domandavo, i più giovani hanno quasi novanta anni. Quante storie ci potrebbero raccontare? Perché nessuno raccoglie le loro memorie e le pubblica, prima che l’ultimo di essi sia scomparso?”. Fino ad allora avevo scritto 3 libri dedicati agli alberi monumentali di Toscana (1983), Marche (1984), Emilia Romagna (1986), tutti pubblicati da Vallecchi Editore. Quando nel 1988 pubblicavo il quarto libro della serie Abruzzo, sessanta alberi da salvare, parlando della quercia di Torricella Peligna, lanciavo l’idea affinché qualcuno raccogliesse queste testimonianze e un editore le pubblicasse, ma non pensavo ancora di essere io a farlo. Nel 1989 Il Corpo Forestale pubblicava il Primo volume di Gli Alberi Monumentali d’Italia e nel 1990 il Secondo. A questo punto Vallecchi, forse conscio di non poter reggere la concorrenza con il Corpo Forestale, decideva di interrompere la collana Alberi da salvare, rinunciando a pubblicare il quinto libro della serie, già praticamente pronto per la stampa, sul Lazio. Trovandomi “disoccupato” come scrittore (nella vita lavorativa ero invece ufficiale dell’Esercito, con il grado di maggiore), ripensai a quella mia idea di tre anni prima e mi dissi: “Perché devo aspettare che qualcuno scriva quel libro di memorie? La penna la so tenere anche io; perché non dovrei essere io questo qualcuno? Proviamo!”. Nella primavera del 1990, trovandomi a Tolentino per una serie di 15 giorni di cure idropiniche e avendo perciò molto tempo a disposizione, mi recai presso il comune e chiesi l’elenco di tutti i cittadini maschi nati prima del 1900. Il fatto che, su una città di 20 mila abitanti, ci fossero solo 10 ultranovantenni maschi, mi diede la misura di quanto fosse necessario far presto. Avuto l’elenco, e trovati i numeri sull’elenco, cominciai a telefonare, iniziando dai più giovani, ritenendoli, ovviamente, i più idonei, per ragioni psicofisiche, a ricordare e rispondere. Le prime telefonate furono disarmanti: al telefono rispondeva sempre un familiare dichiarando che il congiunto o era paralizzato, o era incapace di intendere,o altro. Scoraggiato, decisi di puntare sul più vecchio, Ottone Origlia, 95 anni. A sorpresa, al telefono rispose lo stesso Ottone, con voce ferma e mente molto vigile. Mi precipitai subito da lui e realizzai la prima intervista,molto, molto coinvolgente.
Uomini Contro2. Nelle lettere, nelle cartoline e nei racconti che ha avuto modo di leggere, quali erano i sentimenti maggiori che i nostri soldati, tra le trincee, narravano e raccontavano agli amici e alle famiglie lontane?
Non sono in grado di rispondere in quanto per scrivere il mio libro non ho fatto ricorso a lettere, cartoline o racconti già scritti, ma solo a racconti diretti resi da persone ultranovantenni a 75 anni di distanza dagli avvenimenti raccontati. Ci tengo invece a dire qual era il sentimento che, a 75 anni di distanza, ancora viveva nel cuore dei protagonisti. Fu proprio la domanda che rivolsi a Ottone Origlia, il primo intervistato, al termine del suo racconto. Ottone, bersagliere, era stato ferito a una gamba nel corso di un combattimento, con il ginocchio trapassato; una ferita che l’avrebbe reso zoppo per tutta la vita e per la quale non era riuscito a formarsi una famiglia. Alla domanda: “Cosa provi ora, nei confronti di coloro che ti hanno reso zoppo per tutta la vita?”, la sua risposta, a sorpresa, fu: “Erano dei poveri ragazzi come noi, e come noi mandati al macello da ordini superiori”. Questo sentimento di assenza di odio, anzi di autentico rispetto,verso il nemico, l’ho trovato in tutti gli intervistati. Li ho sentiti parlare male della guerra, del Re, di Cadorna, dei disagi, della fame, ma mai del nemico.
Uomini contro3. Oggi ci pare quasi scontato, per avere una qualsiasi notizia, inviare una mail, un messaggio sul cellulare o fare anche una videochiamata. Cento anni fa tutto questo era più che fantascienza. Quanto era importante per i soldati, e di riflesso anche per le famiglie, ricevere e scrivere queste lettere?
Diversi protagonisti mi hanno parlato del momento emozionante dell’arrivo della posta. Arturo Radici Valenti, presidente dell’Associazione Ragazzi del ’99 parla della distribuzione, a reparto schierato, con buste che volavano sopra le teste in direzione del destinatario. La maggior parte, essendo analfabeti, erano costretti a farsi scrivere le lettere da qualcuno (pochi) che sapeva scrivere, ma il Marinaio Pasquale Capriotti, intervistato a 99 anni e 9 mesi, mi raccontò che, dopo essersi fatto scrivere le prime lettere da un certo Antonio, volle e pretese che questi gli insegnasse a scrivere, fino a che, a un certo punto e con grande sorpresa della fidanzata, le poté scrivere la prima lettera da solo. In diversi parlavano del blocco di cartoline postali sulle quali non si potevano scrivere notizie negative, perché c’era la censura. L’uso più stravagante di una cartolina fu quello del sanseverinate Ubaldo Panichelli. Trovandosi a far la guardia presso una stazione dove era parcheggiato un carro cisterna carico di vino, non avendo modo di raggiungere l’invitante liquido, ebbe l’idea di fare una cannuccia con una cartolina, infilarla in una fessura del coperchio e… ubriacarsi.
O il Piave o tutti accoppati!4. Tra tutte le testimonianze raccolte, ce ne è una in particolare che l’ha maggiormente colpita e rimasta impressa?
Quasi tutti i racconti sono stati molto emozionanti. Fra i più coinvolgenti, quello del grande architetto Giovanni Michelucci, un genio della cultura del Novecento, intervistato a 99 anni e mezzo. Era già laureato quando venne mandato, Sottotenente, a comandare un plotone del Genio Pionieri a Caporetto (prima che avvenisse la famosa “rotta”). Dovendo raggiungere a piedi il suo plotone in cima a una montagna, venne sorpreso dal buio. Lontano, vide un fuoco, si avvicinò: erano Austriaci. Aveva sbagliato strada! Salutò, spiegò la situazione e domandò informazioni su dove dovesse andare per raggiungere i suoi uomini e quelli, gentilissimi, gliele diedero; educatamente, ringraziò, salutò e se ne andò verso la parte italiana. Alla mia domanda su come mai non gli avessero sparato o almeno fatto prigioniero, mi rispose: “Ma, secondo lei, quali erano i reciproci sentimenti fra noi e quelli che ci erano stati messi di fronte come nemici? Le trincee erano spesso vicinissime e, se non arrivavano ordini appositi, nessuno avrebbe preso l’iniziativa di attaccar briga. Spesso, anzi, si usciva e si fraternizzava. Da lontano, nella valle, i nostri superiori però osservavano e, sembrava lo facessero apposta, quando si accorgevano che facevamo troppa comunella, davano un ordine di attacco. Una volta venni sorpreso proprio mentre ero tra le due trincee, in sereno colloquio con un sottufficiale austriaco. Ci salutammo con una stretta di mano e ce ne tornammo ognuno verso la propria trincea”. Certamente non dappertutto era così; però, che talvolta si scambiavano lunghe chiacchierate fra le due trincee mi venne confermato anche da Joseph Eichner, l’unico austriaco del mio libro, intervistato a 96 anni.