L’eroico atto del Carabiniere Ricotti

Soldati italiani in trinceaL’Italia era entrata nel conflitto da pochi mesi, cinque per la precisione, e fin da subito, quella che doveva essere una rapida avanzata verso le posizioni contese all’Austria-Ungheria si impantanò ben presto nella logorante guerra di trincea. Le rapide avanzate lasciarono presto il campo a brevi sortite, a colpi di mano da tentare contro le postazioni trincerate avversarie, spesso al costo di innumerevoli vittime. Molto più frequentemente, lungo il corso del Fiume Isonzo vi furono scontri isolati tra pattuglie in ricognizione, lungo i crinali attraversati da stretti sentieri serpeggianti tra i boschi. Con le prime due battaglie dell’Isonzo che videro l’offensiva italiana respinta, il Comando Supremo ne pianificò una terza, il cui inizio era stato fissato per il 18 ottobre 1915: nei giorni precedenti, pertanto, ebbero inizio i consueti lavori di rinforzo delle postazioni, gli spostamenti di truppe di prima linea con elementi più riposati e sortite di pattuglie. Il giorno 7, in località Peteano, a ridosso di Cima 2, alcuni elementi austriaci iniziarono a battere con il fuoco di fucileria e mitragliatrici le posizioni italiane. I soldati italiani, però, non si lasciarono impressionare e, anzi, passarono decisamente al contrattacco. E fu in questo momento che si compì il sacrificio di un giovane ufficiale del 156° Reggimento Fanteria e l’atto eroico di un Carabiniere che lo seguiva.

Guido RicottiFrancesco Campo, originario di Marsala, dove era nato nel 1888, con il grado di Sottotenente era partito con la Brigata Alessandria per il fronte isontino dove si scontrò subito con la dura realtà della guerra. Anni dopo, nell’opera Le undici offensive dell’Isonzo, il Generale Pietro Maravigna scriveva ricordando quei tragici giorni: “se noi possedevamo un’inconstrastabile, forte superiorità numerica, ci trovavamo in condizioni di inferiorità numerica nei riguardi dell’armamento e dei mezzi per distruggere l’ostacolo passivo. Altissimo era lo spirito offensivo delle truppe, ma in guerra di posizione questo non basta se i mezzi materiali di lotta non sono in quantità e qualità sufficienti a spianare la via al combattente ed i nostri, nell’autunno del 1915, non raggiungevano tale sufficienza”. Ma gli ordini vennero dati e la nuova offensiva era in preparazione. Così, quando la postazione del Sottotenente Campo venne investita dal fuoco austriaco, balzò fuori dai trinceramenti, contrattaccando a sua volta: gli attaccanti, sorpresi da tale reazione, si ritirarono, non prima di aver lasciato nelle mani degli Italiani una quarantina di prigionieri. Sulla strada di ritorno verso le postazioni che aveva lasciato per l’attacco, però, la pattuglia italiana venne fatta segno nuovamente di scariche di fucileria: una pallottola colpì in pieno Francesco Campo, stroncandogli la vita. Si meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Avendo scorto una grossa pattuglia nemica che cercava approssimarsi alle nostre trincee, l’attaccava con una squadra riuscendo a fare 40 prigionieri. Fatto a segno a vivo fuoco proveniente da un trincerone  nemico, mentre con fermezza e calma ammirevoli, provvedeva a spingere indietro i prigionieri e a fare inseguire col fuoco i nemici sfuggiti alla cattura cadeva colpito a morte. Fronte Boschini, 7 Ottobre 1915”.

Fanti italianiFu allora che un Carabiniere Reale, membro della pattuglia, Guido Ricotti, originario di un piccolo paese dell’entroterra pisano, nonostante fosse già al sicuro con il resto degli uomini all’interno dei trinceramenti italiani, corse fuori, quando ancora era in corso il fuoco austriaco, per recuperare il corpo esanime del Sottotenente Campo e riportarlo indietro. Un’impresa, questa, che gli valse la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Al seguito del comandante del reggimento, che ispezionava la linea del fuoco, contribuiva a catturare 40 soldati nemici e a respingere un attacco. Visto, poi che uno dei nostri era caduto sul posto di combattimento, spontaneamente e da solo, sotto vivo fuoco, si slanciava a raccogliere il cadavere e lo trasportava indietro. Boschini, 7 Ottobre 1915”. Pochi giorni dopo, il 18 ottobre, aveva inizio la Terza Battaglia dell’Isonzo: quasi 11.000 vittime tra i Fanti italiani, tanto che alcuni Reggimenti protagonisti dell’offensiva subirono il 50% di perdite, tra caduti, feriti e dispersi. La spinta offensiva si spense già il 4 novembre, senza che fossero conseguiti grandi avanzamenti del fronte: “a malgrado di tanto valore, i vantaggi territoriali conseguiti furono e, non poteva essere altrimenti, assai modesti: Peteano rimase nelle nostre mani e così il bosco a ferro di cavallo, il ridottino e altre brevi trincee tra San Michele e San Martino”, ricordava ancora una volta il Generale Maravigna.

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Vittorio Bellipanni, Carabiniere tre volte decorato al Valore

Carabinieri a GoriziaI Carabinieri Reali, durante la campagna di guerra 1915-1918, complice anche una certa filmografia, sono stati spesso ritratti come semplici esecutori di ordini, membri di quei plotoni di esecuzione che decimavano i Fanti colpevoli, a detta dei loro superiori, di codardia di fronte al nemico. E’ vero: svolsero anche questo ingrato compito, quello di spegnere per sempre la vita di giovani ragazzi poco più che ventenni, ma moltissimi di loro, inquadrati nei battaglioni mobilitati, condivisero le sorti delle migliaia di soldati ammassati nelle trincee del Carso e dell’Isonzo, gioendo per le vittorie e soffrendo per le sconfitte. I Carabinieri, nel corso della Prima Guerra Mondiale, scrissero pagine altrettanto eroiche e celebri sul Podgora, le cui Medaglie al Valor Militare, spesso conferite alla memoria, ne sono la prova più viva e reale. Altrettante eroiche furono le gesta di un Ufficiale dell’Arma, originario della città di Napoli, tre volte decorato al Valor Militare: il Tenente Vittorio Bellipanni. Aveva trent’anni quando, nel maggio 1915, partì per il fronte a combattere in quella che è stata definita l’ultima guerra d’indipendenza italiana.

Carabinieri in trinceaE alla testa dei suoi uomini, schierato il suo reparto tra le alture del Monte Sabotino, volgeva lo sguardo verso Gorizia, prendendo ripetutamente parte alle battaglie che avrebbero, nel 1916, portato alla conquista della città. E fu qui, tra le pendici del Monte, che Vittorio Bellipanni si guadagnò la sua prima Medaglia di Bronzo al Valor Militare, quando, nell’aprile 1916, nonostante il fuoco avversario, si offrì volontario quale porta ordini: “Diresse con intelligenza, attività e zelo non comuni, speciali e faticosi servizi di vigilanza d’informazioni in zona di prima linea. In giornata di azione si offerse, volontariamente a portare ordini, compito che eseguì attraversando, zone intensamente battute dal fuoco nemico. Monte Sabotino, Campagna 1915-1916, 5 aprile 1916”. Promosso al grado di Capitano, Vittorio Bellipanni anche nei successivi combattimenti che portarono alla conquista di Gorizia in agosto dimostrò tutto il suo valore, ponendosi alla testa di un gruppo di militari italiani rimasti senza ordini e senza ufficiali e guidandoli personalmente all’attacco. La seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ricevuta in quelle drammatiche ed eroiche giornate, è l’esempio del valore di tutti i Carabinieri in trincea: “Diede bell’esempio di ardimento e di alto spirito militare nell’adempimento dei propri doveri, dimostrandosi costantemente sereno nei pericoli. Con lodevole fermezza, sotto il vivo fuoco nemico, ricondusse anche in combattimento delle truppe che ripiegavano in seguito ad un violento contrattacco avversario. Monte Sabotino-Gorizia, 6 agosto 1916”.

Capitano Vittorio BellipanniCon il successivo anno di guerra, il 1917, Vittorio Bellipanni si trovava nuovamente schierato al fronte, nel teatro d’operazioni antistante Monfalcone. La cittadina, occupata dagli Italiani già all’indomani dell’entrata in guerra, il 9 giugno 1915, si trovò per tutta la durata del conflitto costantemente sulla linea del fronte, venendo poi rioccupata dagli Austriaci dopo la battaglia di Caporetto dell’ottobre 1917. Il 24 maggio, durante un violento assalto ad alcune postazioni nemiche, portandosi ripetutamente alla testa dei suoi uomini, venne ferito a morte nel momento in cui la battaglia si era fatta più accesa. Per il suo coraggio e il suo valore venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante dei Carabinieri Reali di una Divisione di Fanteria, durante i combattimenti soleva portarsi in prima linea, sempre dando mirabile esempio di coraggio personale e d’infaticabile attività e portando ai comandanti di truppe prezioso aiuto nell’adempimento del loro dovere. Il 24 maggio, ferito a morte continuò fino all’ultimo istante a dar prova di quell’altissimo spirito di sacrificio e d’amore di Patria, che furono culto di tutta la sua vita. Monfalcone, 24 maggio 1917”.

In Libia la morte dei Tenenti Solaroli e Granafei

davEra il 26 ottobre 1911 quando alcuni reparti appartenenti all’84° e all’85° Reggimento Fanteria Venezia, schierati in Libia fin dall’inizio delle operazioni in terra africana, furono attaccati da bande irregolari di arabi. Questi, in numero maggiore rispetti agli Italiani, riuscirono ad accerchiare i Fanti del Regio Esercito, accampati nei pressi di Sciara Zauia: molti furono quelli che caddero armi in pugno, tra cui il Comandante della 7ª Compagnia dell’84° Reggimento, il Tenente Giuseppe Orsi che, al grido “Questo è il nostro posto, stringetevi attorno al vostro Tenente; qui dobbiamo sostenere l’onore del nostro Reggimento!”, riuscì a contenere l’offensiva avversaria, anche se al costo di gravi perdite. L’attacco arabo iniziò alle prime luci dell’alba e fu soltanto grazie al pronto aiuto portato dal 15° Reggimento Cavalleggeri di Lodi se i Fanti nelle trincee poterono ribaltare le sorti della battaglia. Battaglia che durò per oltre quattro ore, durante le quali si succedettero cariche a cavallo, alla baionetta e furiosi combattimenti corpo a corpo. E fu in questi istanti che il destino di due Ufficiali dei Cavalleggeri si legò a quello di Giuseppe Orsi e degli altri Caduti.

Tenenti Solaroli e GranafeiGiovani rampolli della Nobiltà, Paolo Solaroli di Briona e Ugo Granafei erano partiti alla testa dei Cavalleggeri di Lodi nella nuova impresa coloniale italiana, sbarcati assieme al primo contingente italiano di 55.000 militari. In quella che Sergio Romano ha definito la quarta sponda italiana, “i Turchi e gli Arabi riapparvero di fronte a Tripoli all’alba del 26 ottobre. Il grosso attaccò il fronte meridionale fra Bu Meliana e Messri. Sbucarono dalle dune correndo con un gran svolazzare di barracani e di stracci e agitando per la prima volta la bandiera verde del Profeta, simbolo di guerra santa. Gli Italiani, protetti dalle trincee, risposero con i cannoni delle batterie e fitte scariche di fucileria”. Quando risuonarono gli squilli di tromba che annunciavano l’attacco turco-arabo, dall’acquartieramento dei Cavalleggeri, distante appena duecento metri, si udirono un misto di urla e scariche di fucileria. Subito gli Squadroni accorsero in difesa dei Fanti assediati nelle trincee, alla cui testa si posero i Tenenti Solaroli e Granafei. Solo dopo la fine dei combattimenti, i loro commilitoni seppero della morte dei due Ufficiali, caduti uno a poca distanza dall’altro.

Alla Memoria del Tenente Paolo Solaroli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Guidava con energica intrepidezza il suo plotone appiedato contro il nemico che attraversando le trincee aveva fatto irruzione verso la casa di Giamal Bey. Ferito, una prima volta ad un polso, ed una seconda ad un ginocchio, seguitava a tenere il comando dei suoi con esemplare valore e, ferito una terza volta mortalmente, lasciava la vita sul campo. Sciara Zauia, Tripoli, 26 ottobre 1911″. Al Tenente Ugo Granafei, invece, venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandò un Plotone di Cavalleggeri appiedato, incaricato di recarsi a sostenere truppa in trincea fortemente impegnata; vinse la resistenza di orde di arabi ribelli appostati, raggiunto l’obbiettivo prefissogli sotto vivo fuoco di fucileria, prese posizione e sostenne con fermezza ed ardire le altre truppe impegnate, sino al momento in cui fu colpito a morte. Sciara Zauia, 26 ottobre 1911”.

Dietro il giovine Randaccio che all’assalto ognor ti chiama…

Giovanni RandaccioOggi i Lupi non esistono più. Sciolti a seguito delle varie riorganizzazioni che hanno visto coinvolto l’esercito Italiano. Le loro insegne, le loro Bandiere, decorate al Valore dal sangue dei soldati, sono custodite a Roma, presso il Sacrario delle Bandiere. I Lupi, però, non sono scomparsi dalla Memoria e dalla Storia. Una storia che parte dalla Val Daone, passa dalle cime del Sabotino e del Melino, per giungere fino a Gorizia e al Veliki. E che si lega indissolubilmente ad un nome: Giovanni Randaccio. Giovane ufficiale di origini torinesi, entrò nell’Arma di Fanteria, prendendo fin da subito parte alla Prima Guerra Mondiale con i gradi di Capitano: Randaccio verrà assegnato alla Brigata Toscana, con i celebri Lupi che si copriranno di gloria del 77° Reggimento Fanteria. Ed è fin dalle prime battaglie che videro coinvolto l’Ufficiale che venne messo in luce tutto il suo valore ed il suo coraggio. Durante la Prima Battaglia dell’Isonzo, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915, si guadagnò la sua prima onorificenza al Valor Militare, una Medaglia d’Argento per gli scontri sostenuti per la conquista del Monte Sei Busi: “Diede ripetute prove di arditezza nel condurre la propria Compagnia all’attacco di posizioni nemiche. In una di queste occasioni, riuniti gli uomini di altra Compagnia del Battaglione rimasta senza ufficiali, respingeva un contrattacco. Monte Sei Busi, 1-6 luglio 1915”. Nell’ottobre 1915, schierato il suo reparto nei dintorni di Polazzo, nel corso della Terza Battaglia dell’Isonzo, ricevette la sua seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Lo scontro, che costerà agli Italiani non meno di 67.000 perdite (tra morti, feriti e dispersi) aveva lo scopo di avanzare, negli intendimenti del Generale Luigi Cadorna, verso il Podgora e Gorizia: alla fine, però, furono ottenuti soltanto dei modesti risultati, in direzione di Plava e di Tolmino.

Fanteria-78°-Reggimento-Lupi-Di-Toscana-Ob2-S38248Nei numerosi assalti che ne seguirono, il Capitano Randaccio, “ferito per ben due volte manteneva, ciò nonostante, il comando. Ferito una terza volta gravemente, non si faceva trasportare al riparo, ma rimaneva ancora al suo posto per incoraggiare e mantenere i soldati sulla posizione, dando mirabile esempio di alta virtù militare. Alture di Polazzo, 21 ottobre 1915”. Con il secondo anno di guerra, il 1916, il nome della Brigata Toscana si legò indissolubilmente all’appellativo di Lupi: a partire dal 5 agosto, i suoi Reggimenti presero parte alla fulminea conquista del Monte Sabotino, che aprì la strada alla successiva occupazione della città di Gorizia. A causa delle numerose perdite, gli uomini di Giovanni Randaccio si riorganizzarono, in vista della nuova offensiva in preparazione, questa volta in direzione delle posizioni austriache attestate sul Monte Veliki, saldamente tenute dai Fanti della 55a Brigata austro-ungarica. Nella pubblicazione del Ministero della Guerra della seconda metà degli Anni Trenta, dedicata alle Brigate di Fanteria che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, si narrano le gesta dei Lupi e di come il 1° novembre la Brigata Toscana, “con un impetuoso attacco, ne conquista la cima; il giorno 2, mentre procede all’attacco del Fajti, un poderoso contrattacco austriaco tenta la riconquista del Veliki; ma i Fanti della Toscana con brillante manovra, circondano i reparti nemici catturandoli e, proseguendo quindi nell’avanzata vittoriosa, conquistano il Fajti. Circa 1500 prigionieri sono rimasti nelle mani dei due Reggimenti della Toscana fra i quali il Comandante della 55a Brigata austroungarica con tutto il suo stato maggiore. Il mattino del 3 un poderoso bombardamento si abbatte sulle posizioni del Fajti, arrecando sensibili perdite, ma i reparti della Brigata rimangono serenamente al loro posto, respingendo i reiterati tentativi di avanzata delle fanterie nemiche”.

122 - Giovanni RandaccioA Giovanni Randaccio, venne conferita le terza Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Pur comandando truppe di immediato rincalzo a quelle costituenti le prime ondate di attacco, superava parte di queste e spingevasi arditamente innanzi per riconoscere il terreno. Guidava quindi all’assalto reparti già duramente provati e rimasti pressoché privi di ufficiali, riuscendo a fugare il nemico e a raggiungere l’obiettivo assegnatogli, nel quale stabilmente affermavasi. Veliki Kribak, 11-12 ottobre 1916”. Intanto, una solida amicizia era nata tra l’Ufficiale, nel frattempo promosso al grado di Maggiore, e Gabriele D’Annunzio, allora Ufficiale di Collegamento tra la Brigata Toscana e la 45a Divisione, da cui i Lupi dipendevano. E fu su ispirazione del Poeta, che il 77° Reggimento Fanteria tentò un assalto verso le foci del Timavo, nei pressi dell’abitato di Bratina e la Quota 28 del Monte Hermada, dove le difese austriache risultavano alquanto forti. Il 27 maggio 1917, balzati i fanti all’assalto, con il Maggiore Randaccio in testa, la quota venne raggiunta a costo di gravi perdite. L’obiettivo era raggiungere il Castello di Duino, visibile dalla città di Trieste, e di issarvi il Tricolore. I rinforzi, però, non giunsero mai: gli Austriaci si riorganizzarono e, posizionate alcune mitragliatrici, fecero strage dei soldati italiani. Una raffica colpì anche Giovanni Randaccio in pieno petto, che si spense poche ore dopo. Il suo corpo, avvolto in una bandiera, venne poi traslato nel Cimitero degli Eroi di Aquileia, dove riposa tutt’ora. Alla sua Memoria, venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista di importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso fermo e l’occhio asciutto, finché fu portato alla sezione di sanità, dove soccombette, mantenendo, anche di fronte alla morte, quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’attacco. Fonti del Timavo, Quota 28, 28 maggio 1917”. Giovanni Randaccio cadde così, alla testa dei Fanti, balzati fuori all’assalto come i lupi dalle tane.

Chiarle e Cerboni, due Medaglie d’Oro della Strafexpedition

Strafexpedition“Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli Austriaci attaccavano. Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte”. Così scriveva Emilio Lussi nel suo celebre romanzo-diario Un anno sull’Altipiano. Era il 15 maggio 1916 quando trecento battaglioni e oltre duemila pezzi di artiglieria si riversarono e aprirono il fuoco sulle posizioni italiane lungo l’Altipiano di Asiago e il Monte Pasubio, difese da appena 170 battaglioni e poco più di 850 cannoni. Era l’inizio della spedizione punitiva contro l’Italia, la Strafexpedition, per punire il tradimento italiano alla Triplice Alleanza e l’entrata nel conflitto, un anno prima, a fianco delle potenze dell’intesa. L’intento dei soldati di Vienna era quello di rompere lo schieramento italiano e dilagare nella pianura veneta, costringendo l’ormai ex alleato ad una rapida resa. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1916, le artiglierie austriache riversarono sulle posizioni italiane centinaia di granate, lungo un settore di fronte ampio circa 70 km: ciò avrebbe permesso, una volta sfondato, di dilagare in Veneto. Per contro, le poche artiglierie italiane non risposero prontamente all’attacco, a causa di ordini da parte del Comando Supremo che non giunsero mai. Fu solo per l’iniziativa di alcuni valorosi ufficiali se qualche pezzo fece tuonare la sua bocca da fuoco.

Lapide_commemorativa_del_magggiore_Felice_ChiarleFelice Chiarle, una vita passata in Artiglieria, era stato destinato nel settore di Vallarsa, di fronte Rovereto, alle dipendenze del 79° Reggimento Fanteria, inquadrato nella Brigata Roma. Prima del conflitto, era stato destinato alla Scuola di Artiglieria, periodo durante il quale aveva personalmente curato l’addestramento di numerosi soldati e ufficiali, che sarebbero poi stati ai suoi ordini. Promosso Maggiore, dopo averlo formato egli stesso, partì per il fronte del Trentino al seguito del XVII Gruppo Artiglieria da Montagna. Travolto in pieno il suo settore fin dagli inizi della Strafexpedition, diede ordini ai suoi uomini di fare fuoco sulle truppe austriache avanzanti, anche solo per rallentarne il cammino e permettere alle retroguardie di organizzare una difesa maggiore. Spararono senza sosta, gli Artiglieri del Maggiore Chiarle. Continuarono fino a quando non furono esaurite le munizioni e tutti i pezzi messi fuori uso. Radunati i pochi superstiti dagli avamposti vicini, assieme a quello che restava del 79° Reggimento Fanteria, diede ordine di inastare le baionette e balzare fuori dalle trincee attaccando frontalmente il nemico. Cadde alla testa degli uomini al suo comando, anche se il suo rango di Ufficiale gli avrebbe permesso di restare a dirigere il contrattacco dalle linee più arretrate. Per il suo gesto eroico venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un gruppo di artiglieria da montagna in sussidio alle Fanterie, mancando il Capitano di una delle batterie più esposte, ne assumeva personalmente il comando che tenne per quattro giorni sotto intenso bombardamento nemico e fino a quando gli vennero distrutti tutti i pezzi. Ferito nei primi due giorni alla spalla ed alla testa si rifiutava di lasciare i suoi uomini e la posizione che concorreva poi, con i superstiti, all’assalto alla baionetta con le Fanterie, cadendo eroicamente sul campo. Trambileno, 15-18 maggio 1916″.

Fanterie italianePoco distante dalle posizioni tenute dal Maggiore Chiarle e dai suoi uomini, era dislocato l’altro Reggimento della Brigata Roma, l’80° Fanteria. Il Tenente Umberto Cerboni, dell’8 Compagnia, aveva il compito di presidiare la valle del torrente Leno di Vallarsa, nei pressi di Rovereto. Appena entrata in guerra l’Italia, il 24 maggio 1915, l’allora Sottotenente Cerboni prese parte all’occupazione di vaste aree del Trentino, già abbandonate dagli Austriaci, in cui gli Italiani poterono realizzare osservatori e capisaldi. Quando, nella notte del 14 maggio 1916, si scatenò il fuoco nemico, i Fanti dell’80° Reggimento resistettero per due giorni agli assalti avversari: il Tenente Cerboni, ripiegando ordinatamente, occupò una trincea alle pendici del Col Santo, prima di essere accerchiato in una sacca. Sebbene da più parti provenissero intimazioni di resa, continuò ad incitare i suoi uomini a resistere ad oltranza, fino a quando, esaurite le munizioni, assaltò all’arma bianca gli attaccanti. Fu solo allora che, ferito, cadde durante l’ennesimo assalto. Dopo la guerra, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “In giornate che misero a dura prova il valore e la resistenza dei nostri, seppe con la Compagnia al suo comando, mercè il grande ascendente morale e l’esempio del valore personale, costituire una linea di petti irremovibili. Ricevuto l’ordine di abbandonare la sua insostenibile posizione, ripiegava coi resti del valoroso reparto, riportandolo al fuoco su altro punto del fronte. Successivamente, avuto il compito di guarnire una posizione avanzata, dalla quale si sarebbe poi dovuto sferrare un contrattacco, vi si portava alla testa di un manipolo dei suoi. Accerchiato da un nugolo di nemici che gli intimarono la resa, benché conscio dell’impossibilità di compiere il suo mandato, si lanciava eroicamente nella lotta, abbattendo i più audaci col calcio del moschetto. Percosso, ferito, stretto più da vicino, neppure si arrese ed altri nemici uccideva all’arma bianca finché, sopraffatto dal numero, cadeva da eroe, fulgido esempio del più alto valore, spinto fino al consapevole sacrificio di se stesso, nel compimento del dovere. Altipiano di Pozza, Trentino, 15-17 maggio 1916″.

Paolo Thaon di Revel, l’Ammiraglio della Vittoria

Thaon di Revel. Il grande ammiraglioVenne insignito del titolo onorifico di Duca del Mare e di quello di Grande Ammiraglio, unico alto ufficiale della Regia Marina ad averlo mai ricevuto. Paolo Thaon di Revel, una vita passata sul mare, rappresentò, per i marinai italiani, quello che fu il Generale Armando Diaz per il Regio Esercito. Anche l’Ammiraglio Revel, quel 4 novembre 1918, scrisse il Bollettino della Vittoria, indirizzato a quella flotta che guidò abilmente nel corso del conflitto mondiale contro l’Austria-Ungheria e che tante epiche pagine di storia (e di gloria) scrisse grazie al valore dei suoi uomini. Non è passato alla storia come quello del Generale Diaz, ma in esso traspare ugualmente tutto il sacrificio dei Marinai d’Italia: “Tutti gli italiani conoscono i nomi dei singoli eroi e delle vittorie fulminee, ma non a tutti è nota l’opera silenziosa, aspra, generosa, compiuta in ogni ora, in ogni evento, in ogni fortuna, quando solamente una assoluta dedizione al dovere poteva superare l’imparità delle condizioni e la durezza degli ostacoli. Sappia oggi la Patria, di quanti sforzi ed eroismi ignoti è fatta questa sua immensa Gloria”. E oggi, grazie al saggio dedicato proprio alla figura di Paolo Thaon di Revel, scritto con grande cura dal Giornalista Pier Paolo Cervone, la vita e l’operato del Grande Ammiraglio della Regia Marina Italiana.

Paolo_Emilio_Thaon_di_Revel1. Thaon di Revel rappresenta, per la Regia Marina, ciò che fu Armando Diaz per i fanti del Regio Esercito. Non è così?
Direi di sì. Tutti e due hanno saputo innovare e ridare fiducia ai loro uomini. La pagina nera di Caporetto doveva essere cancellata. E loro lo hanno fatto. Come? Con tutta una serie di misure. L’Ammiraglio fa sbarcare in totale cinque battaglioni di artigliera e di fucilieri. Quando i marinai vivono la tragica esperienza delle trincee, in particolare nella difesa di Venezia che viene attaccata a più riprese dagli Austriaci, Thaon fa trasferire a terra quanti più cannoni è possibile, togliendoli addirittura dalle navi. Gli strenui combattenti si svolgono alle foci del Piave dove il nemico viene fermato. Il Reggimento Marina, con i Battaglioni Grado, Caorle, Golametto e Monfalcone, paga un altissimo tributo di sangue: 384 morti e più di 1500 tra feriti e mutilati. E’ il primo reparto di Fanteria di Marina, forse il primo reggimento di marines che si sia visto in Europa. Nel maggio del 1918 riceve la Bandiera di Combattimento. Un anno dopo, il 17 marzo 1919, un Regio Decreto sancisce ufficialmente la nascita della Fanteria di Marina. Venezia fa di più: il Sindaco Filippo Grimani, il 5 marzo 1919, dona al reparto il nome di San Marco, Patrono della città, e il proprio stemma, il leone alato. Nei drammatici giorni di Caporetto, mentre i Fanti di Marina combattono sulla improvvisata linea (dalle foci del Tagliamento a Latisana, a Casa Cornoldi e alle Fornaci di Brazzà sul basso Piave) Revel ritiene opportuno lasciare Roma e tornare a Venezia, diventata il fulcro della resistenza italiana. Venezia dev’essere difesa dagli uomini e dai cannoni della Marina.

2. In un’epoca di passaggio tra Ottocento e Novecento, Thaon di Revel fu un grande riformatore e uomo di ampie vedute per la forza navale. A cosa si deve questo spirito e questa capacità?
Si deve alla sua lunga esperienza di uomo di mare, ancorchè torinese di nascita ed erede di una famiglia feudataria originaria della Savoia e sempre al servizio dei Savoia. Ma nello stemma del casato è anche raffigurato il mare. Dopo cinque anni di studio (due a Napoli, tre a Genova) il giovane Thaon sale a bordo della Nave Scuola dell’epoca, il Vittoro Emanuele, per la sua prima crociera. Dura dal 15 luglio al 2 novembre 1873. E quando sbarca non è così convinto di fare quella vita. Lontano da casa, dagli affetti della famiglia (il padre è già morto), terrà un lungo epistolario prima con la madre e poi con la moglie, le due donne della sua lunga vita. Lettera da Lisbona alla mamma: “La Marina per il navigare mi piace, ma quando si va in paesi e città stranieri il pensare che, sopra cento giorni di viaggio, settanta sono di navigazione, è una vita così monotona che mi piace nulla”. Cambierà idea. E dopo aver comandato numerose unità, parteciperà alla campagna per la conquista della Libia (1911-1912) e con il grado di Contrammiraglio sarà al comando della Seconda Divisione della Seconda Squadra. Nel 1913 è Capo di Stato Maggiore della Marina. E’ stato un grande riformatore perchè conosceva a fondo i problemi che doveva affrontare.

MAS3. Come affronto Thaon di Revel l’ingresso nel conflitto mondiale? Quali innovazioni apportó per la Regia Marina?
All’improvviso, con la firma del Patto di Londra, di cui non sanno nulla e non conoscono nulla, Esercito e Marina scoprono che il nemico non è più lo stesso. Dopo aver costruito per trent’anni una flotta destinata a combattere unità francesi e inglesi, all’improvviso il nemico torna ad essere quello vecchio, ovvero l’Imperiale Regia Marina austro-ungarica. Piccola, ma ben organizzata con un ottimo arsenale, la base di Pola. E buoni cantieri navali a Monfalcone, Trieste e Fiume. Basi a Sebenico, Spalato e Cattaro. Una costa piena di isole e insenature. Per noi la guerra nell’Adriatico non doveva avere carattere risolutivo. Le sorti del conflitto si sarebbero decise nello scontro tra gli eserciti. Mentre sugli scali italiani erano in costruzione cinque corazzate da 25 mila tonnellate (enteranno in servizio tra il maggio 1914 e il marzo del 1916) il nuovo Capo di Stato Maggiore punta sul naviglio leggero. Nel luglio del 1913 presenta un programma basato su 64 cacciatorpediniere e altrettanti sommergibili. Quando la guerra va ad incominciare non abbiamo a disposizione nel navi impostate nel 1912 (Caio Duilio e Andrea Doria) e le quattro grandi unità da battaglia della Classe Caracciolo (Morosini, Colonna, Colombo e appunto Caracciolo). L’Adriatico può essere paragonato a un gigantesco fosso pieno d’acqua, limitato da una parte da una sponda bassa, dall’altra da un muro a picco. La sponda bassa è quella italiana, il muro è rappresentato dal nemico. Il conflitto, nelle vedute di Revel, doveva garantire il dominio italiano sull’Adriatrico e liberare una volta per tutte la Marina italiana dalla sindrome di doversi preparare a condurre contemporaneamente una guerra a levante e una a ponente e meridione. Ovvero: una guerra a Est in Adriatico, contro un nemico in possesso di una netta superiorità geostrategica e una guerra a ovest e a sud per assicurare la libertà delle comunicazioni marittime nel Mediterraneo. Bastano cinque mesi per far scoppiare un altro conflitto. Quello tra Revel e Luigi Amedeo di Savoia, capo della flotta. I due concepiscono la guerra in modo diametralmente opposto. Il Duca vorrebbe affrontare la squadra navale nemica in mare aperto e vendicae l’onta della battaglia di Lissa. Thaon è più prudente e pensa piuttosto alla difesa delle nostre coste. Nel mirino di Vienna, nei primi mesi del conflitto, ci sono Porto Corsini, Senigallia, Ancona, Vieste, Manfredonia e Barletta. Numerose le vittime tra la popolazione. Il 1° ottobre 1915 l’Ammiraglio torinese si dimette e va a dirigere il Dipartimento di Venezia. Ma prima comunica la propria insindacabile decisione a Vittorio Emanuele III con queste parole: “Maestà devo combattere e guardarmi dagli Austriaci, dagli Alleati e dagli Ammiragli italiani. Le assicuro che i primi mi danno meno da fare degli altri due”. Ma quando torna in sella, a discapito del Principe costretto alle dimissioni a causa delle ingenti perdite (due incrociatori e tre corazzate, di cui due per atti di presunto sabotaggio), Thaon imprime la svolta. Per difendere la costa punta sui treni armati, per attaccare il nemico ecco i MAS. Con Revel ne entreranno in servizio ben 320. Si potenzia anche l’aviazione navale. Partiamo con 25 idrovolanti, due dirigibili e una nave appoggio. Concludiamo il conflitto con diciassette dirigibili e 675 aerei. Non a caso l’Ammiraglio di Torino è sì considerato il “papà” dei MAS, ma anche dell’aviazione navale.

Bollettino Vittoria Navale4. Thaon di Revel fu anche Ministro di Mussolini, ma per pochi mesi. Gli andava stretto il ruolo del politico dopo una vita passata per mare?
Diciamo subito una cosa. Revel aderisce subito al Fascismo. Lo fa in modo convinto. Alla vigilia della marcia su Roma si trova a Napoli, proprio nei giorni dell’adunata di Camicie Nere nel campo sportivo dell’Arenaccia. E il 31 ottobre 1922, a salutare i reparti di Mussolini che sfilano sotto il balcone del Quirinale, a fianco del sovrano, ci sono lui e Diaz. Vittorio Emanuele III vuole i due vincitori della Grande Guerra (per terra e per mare) al suo fianco. Non solo sul terrazzo, anche al Governo. Devono essere i suoi “sorveglianti” dell’esperimento di governo fascista. Rappresentano la garanzia del presente e del futuro. Simboli di una continuità dinastica e democratica. Non andrà proprio così. Dopo la crisi di Corfù, dopo il delitto Matteotti, le strade del Grande Ammiraglio e del Duce si dividono. Thaon non accetta la decisione del Capo del Governo di modificare l’ordinamento del comando supremo e collocare al vertice, in via definitiva, un Generale dell’Esercito. Non può condividere un disegno che umilia e mortifica la Marina. A cui presto si si aggiungono i contrasti derivanti dalla costituzione dell’Aeronautica quale Arma a sè stante. Nella primavera del 1925 ad abbandonare l’incarico non è solo Revel ma anche il Generale Antonino Di Giorgio che vede bocciato il proprio progetto di riordino dell’Esercito. Dal Sud America rientra in Italia il Generale Pietro Badoglio, perdonato da Mussolini. Da qui in poi Tahon sparisce. E diventa il monumento di se stesso. Senatore del Regno, Collare dell’Annunziata, più un lungo elenco di titoli e onorificenze. Il Sovrano, all’indomani della caduta del Fascismo, lo nomina Presidente del Senato. Ma senza Senatori. Non avrà mai il piacere di presiedere una seduta. Dopo l’8 settembre 1943 crolla l’Italia e il suo mondo.