Plutonio. Le navi a perdere

PlutonioQuella di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin è stata una morte che non ha mai convinto, neanche all’inizio. La Giornalista del TG3 inviata nella Somalia degli Anni Novanta martoriata dalla guerra civile non fu vittima di un semplice tentativo di rapina o di sequestro andato male: fu invece una vera e propria esecuzione, i cui mandanti, tutt’ora ignoti, andrebbero ricercati tra coloro che trafficavano con i signori della guerra locali, tra armi, fiumi di miliardi e rifiuti tossici da smaltire sotto terra. E forse anche nucleari. Una morte, forse annunciata, che fece seguito ad un’altra uccisione, quella del Maresciallo Vincenzo Li Causi, del SISMI, ufficialmente caduto in un’imboscata, ma a detta di tanti informatore dei due giornalisti italiani. Quello di Ilaria e Miran è un mistero che si lega poi ad un’altra morte strana, quella del Capitano di Corvetta Natale De Grazia, ufficiale della Capitaneria di Porto incaricato di indagare su misteriosi affondamenti avvenuti nei mari italiani di vecchie carrette, le cosiddette navi a perdere, colate a picco con i loro carichi: bidoni di scorie e rifiuti. Una giornalista, Monica Mistretta, autrice di Plutonio, ha cercato di fare luce su anni di inchieste, scoop giornalistici e commissioni d’inchiesta.

Navi dei veleni1. Da dove nasce l’idea di scrivere questo libro? Plutonio come può rappresentare un punto di svolta nella risoluzione di alcuni tra i più oscuri misteri italiani?
In realtà, il libro non nasce da un’idea. Non mi sarei mai sognata di affrontare da sola un tema così spinoso e rischioso. Stavo lavorando già da alcuni anni con l’ex Magistrato Carlo Palermo. Insieme seguivamo le vecchie piste dei traffici internazionali di armi, droga e denaro sporco. Palermo mi aveva scelto come collaboratrice perché per sei anni avevo studiato arabo e dottrina islamica in una moschea di Milano: la direttrice principale di tutti i traffici sporchi parte dall’Europa e porta dritto proprio al Medio Oriente. Due anni fa Palermo decide di presentarmi Carlo Sarzana di Sant’Ippolito, Presidente Aggiunto Onorario della Corte di Cassazione: Sarzana si stava occupando della morte del Capitano di Corvetta Natale De Grazia. Sulla sua controversa fine a bordo di una macchina in compagnia di due Carabinieri era stato detto di tutto: dall’infarto la Commissione d’inchiesta sui rifiuti era recentemente passata a parlare di avvelenamento. Nei progetti di Sarzana e anche nei miei avremmo dovuto “solamente” scrivere un libro per fare chiarezza sulla morte di De Grazia. Nessuno di noi due pensava al plutonio o alle armi nucleari. E invece, seguendo il coraggioso lavoro investigativo del Capitano sulle navi a perdere, siamo arrivati a scoprire un colossale traffico di materiali nucleari gestito nel cuore della nostra Europa da controversi personaggi, mai toccati dalla giustizia italiana o internazionale. Il paese destinatario di questi traffici era l’Iran, quello di cui oggi tutti parlano perché ormai prossimo a sviluppare la bomba atomica. Le indagini del Capitano De Grazia, protagoniste di Plutonio, avevano toccato alcuni dei più oscuri misteri italiani: le navi a perdere, la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la strage di Ustica. Nel libro non ne abbiamo parlato, ma perfino la morte di Graziella De Palo e Italo Toni, i giornalisti scomparsi in Libano nel settembre del 1980, potrebbe essere spiegata con i traffici sui quali De Grazia aveva tentato di fare luce. Sì, Plutonio apre nuove, imbarazzanti prospettive.

Ilaria-Alpi_Miran-Hrovatin2. Ustica, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la morte del Capitano De Grazia. Qual è il file rouge che lega tutti questi fatti?
Il file rouge sono i traffici di materiale nucleare diretti prima all’Iraq di Saddam Hussein e poi, a partire dalla metà degli Anni Ottanta, all’Iran degli Ayatollah. Fino a oggi abbiamo parlato e straparlato di traffici di rifiuti: li abbiamo inseguiti lungo le coste italiane e nell’entroterra di regioni come la Sicilia, la Calabria, la Basilicata. In realtà, i materiali nucleari, anche quelli di scarto, come l’uranio impoverito, si possono riprocessare e riutilizzare per costruire bombe atomiche. Più che rifiuti, dovremmo cercare depositi di materiali pronti per essere venduti. Ilaria, Miran e Natale sono morti perché l’hanno capito prima di tutti gli altri.

Ilaria Alpi3. A proposito di Ilaria e Miran. Dalle ricerche condotto per Plutonio, quanto vicino arrivarono alla verità sui traffici nella ex colonia italiana? C’è davvero qualcosa sotto la strada Garoe-Bosaso?
Ilaria e Miran stavano indagando nel paese chiave dei traffici di materiale nucleare diretti all’Iran: la Somalia. E per giunta prima di essere uccisi erano stati nel porto più importante per i trasferimenti delle barre di plutonio e delle componenti per le centrifughe nucleari: quello di Bosaso. I materiali viaggiavano via mare su pescherecci e Ilaria indagava su quelli della Shifco. Su una società legata alla Shifco, un anno dopo la morte di Ilaria e Miran, si ritroverà a indagare anche il Capitano De Grazia. La differenza tra De Grazia e Ilaria sta nel fatto che il Capitano, prima di morire, è riuscito a mettere in salvo alcuni documenti: le bolle delle navi su cui stava indagando. Venti anni dopo la sua morte quelle carte nascoste sono riemerse: me le ha consegnate una fonte a lui vicina che le ha custodite per tutti questi anni. Ecco perché Sarzana ed io abbiamo capito. Non sappiamo cosa ci sia sotto la strada Garoe-Bosaso. Depositi? Ma una cosa è certa: è il tratto di mare che separa la Somalia dal Golfo Persico e dall’Iran a nascondere la pista più importante. È sui materiali che sono stati consegnati nei porti dell’Iran nelle ore in cui Ilaria veniva uccisa che dobbiamo fare luce adesso.

Rifiuti4. E le navi a perdere? De Grazia aveva davvero trovato il relitto della Rigel poco prima di morire?
Quello del possibile ritrovamento della Rigel è un altro nodo che sarebbe da dipanare. Il problema è che mentre fino ad oggi ci siamo spaccati la testa sulla Rigel, De Grazia prima di morire stava indagando anche su altre navi, perfino più interessanti della Rigel. Una, la Coraline, di cui nessuno ha mai parlato, affonda un mese prima della sua morte, nel novembre del 1995. De Grazia scopre che era carica di torio: un altro componente, come il plutonio, delle armi nucleari. E sapete dove affonda? Beh, al largo di Ustica… Vi dice niente?

5. Quanto è importante continuare la ricerca su questi misteri (anche se poi non lo sono più di tanto) del tutto italiani?
In questi traffici letali di materiale nucleare diretti in Medio Oriente non c’è solo l’Italia. Il nostro Paese era, e forse è, solo un punto di passaggio prima di Malta, della Libia, del Sudan e della Somalia. I traffici toccano tutti i paesi NATO. Indagare su affari sporchi come questo è importante per tutti: per noi e per i nostri figli. Non è possibile stare a guardare con indifferenza mentre dall’Europa i materiali per la costruzione di bombe atomiche vanno nelle mani di instabili teocrazie mediorientali.

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Il SIM di Cesare Amé nella Seconda Guerra Mondiale

Dalla Prefazione, scritta dalla Giornalista Cristina Di Giorgi

IMG_20190513_120428“Spie, segreti, avventure, imprese militari, sabotaggi, sconfitte evitate, ambasciate straniere, telegrammi, cifrari, stazioni radio in territorio nemico. Nel libro che state per leggere c’è tutto questo. E anche molto altro. Gabriele Bagnoli ha voluto infatti raccontare una pagina di storia d’Italia piuttosto poco conosciuta. Avvolta nel mistero insomma. Una definizione quanto mai appropriata, visto che il protagonista, o meglio, i protagonisti, sono Cesare Amé e gli uomini che, ai suoi ordini, hanno operato in qualità di agenti dell’intelligence tricolore su tutti i fronti in cui le truppe del nostro Paese hanno dato prova di sé nel corso del secondo conflitto mondiale. Uomini coraggiosi che, guidati da un Generale tanto astuto quanto lungimirante, si sono resi attori degni delle migliori spy stories. Eppure le loro vicende non sono il frutto della mente geniale di qualche romanziere. Sono storie vere di rischi corsi, scommesse vinte, battaglie perse. E in alcuni casi anche di sangue versato. E di decorazioni al Valore più che meritate. L’autore di Cesare Amé e i suoi agenti ha letto, ricercato e studiato una immensa mole di documenti e materiale. Che ha riordinato e sintetizzato seguendo un ordine sia geografico sia cronologico: le storie delle spie italiane, infatti, sono raccolte per scenario di operazioni e per data. L’intenzione di Gabriele Bagnoli, in tutta evidenza, è quella di fornire al lettore la possibilità di avvicinarsi a questi uomini i cui nomi non sono stati quasi mai sotto la luce dei riflettori. Anche se ne avrebbero avuto, storicamente, militarmente ed eticamente parlando, tutti i diritti. Grazie a questo volume verrete forse per la prima volta a conoscenza di nomi che non avevate ancora incontrato sui libri di storia”.

Tacete! Il nemico vi ascoltaL’autore stesso, in più parti del volume, ricorda come, “in altre parti del mondo, di tali eventi ne avrebbero tratto pellicole cinematografiche e film di successo: il Maggiore Manfredi Talamo, il Capitano Francesco De Martini, il Tenente Colonnello Fettarappa Sandri e i loro uomini, portarono a termine azioni segrete che sembrano, oggi, uscite dalla penna di Jan Fleming”. Vinicio Araldi, giornalista e scrittore, nel 1969, anno buio nella storia d’Italia, a cui si fa risalire l’inizio della strategia della tensione con l’orribile attentato stragista del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, scriveva in Guerra segreta in tempo di pace: “I nostri servizi di sicurezza, nati praticamente con lo Stato, sono stati considerati sempre tra i più efficienti. Raramente le loro gesta sono arrivate fino alla cronaca dei giornali e questo non certo per la loro inerzia, ma per la discrezione che ne ha circondato le gesta e per la quasi assoluta mancanza, nella loro storia, di clamorosi smacchi. Ciò anche in periodi, come quello bellico, nei quali l’attività istituzionale si è rivelata particolarmente impegnativa e si è svolta in condizioni di marcato svantaggio rispetto a quella di potenze tanto più forti e ricche”. Noi Italiani, purtroppo, abbiamo la memoria corta e tendiamo a dimenticarci, a scordarci, della nostra storia e di coloro che fecero grande questa nostra Italia. Gli uomini guidati dal Generale Cesare Amé, operarono e agirono nell’ombra e, spesso, nell’ombra sono rimasti. Nel libro Cesare Amé e i suoi uomini sono narrate le loro storie e le loro avventure oltre le linee nemiche, tra i vicoli di Roma, dove avevano sede le ambasciate straniere, e nelle zone più remote del pianeta, passando dal Medio Oriente e arrivando fino a Shangai. Molti furono coloro che restarono uccisi e che vennero fatti prigionieri. Tanti altri, infine, assistettero impotenti alla sconfitta dell’Italia nel conflitto.

Paolo Thaon di Revel, l’Ammiraglio della Vittoria

Thaon di Revel. Il grande ammiraglioVenne insignito del titolo onorifico di Duca del Mare e di quello di Grande Ammiraglio, unico alto ufficiale della Regia Marina ad averlo mai ricevuto. Paolo Thaon di Revel, una vita passata sul mare, rappresentò, per i marinai italiani, quello che fu il Generale Armando Diaz per il Regio Esercito. Anche l’Ammiraglio Revel, quel 4 novembre 1918, scrisse il Bollettino della Vittoria, indirizzato a quella flotta che guidò abilmente nel corso del conflitto mondiale contro l’Austria-Ungheria e che tante epiche pagine di storia (e di gloria) scrisse grazie al valore dei suoi uomini. Non è passato alla storia come quello del Generale Diaz, ma in esso traspare ugualmente tutto il sacrificio dei Marinai d’Italia: “Tutti gli italiani conoscono i nomi dei singoli eroi e delle vittorie fulminee, ma non a tutti è nota l’opera silenziosa, aspra, generosa, compiuta in ogni ora, in ogni evento, in ogni fortuna, quando solamente una assoluta dedizione al dovere poteva superare l’imparità delle condizioni e la durezza degli ostacoli. Sappia oggi la Patria, di quanti sforzi ed eroismi ignoti è fatta questa sua immensa Gloria”. E oggi, grazie al saggio dedicato proprio alla figura di Paolo Thaon di Revel, scritto con grande cura dal Giornalista Pier Paolo Cervone, la vita e l’operato del Grande Ammiraglio della Regia Marina Italiana.

Paolo_Emilio_Thaon_di_Revel1. Thaon di Revel rappresenta, per la Regia Marina, ciò che fu Armando Diaz per i fanti del Regio Esercito. Non è così?
Direi di sì. Tutti e due hanno saputo innovare e ridare fiducia ai loro uomini. La pagina nera di Caporetto doveva essere cancellata. E loro lo hanno fatto. Come? Con tutta una serie di misure. L’Ammiraglio fa sbarcare in totale cinque battaglioni di artigliera e di fucilieri. Quando i marinai vivono la tragica esperienza delle trincee, in particolare nella difesa di Venezia che viene attaccata a più riprese dagli Austriaci, Thaon fa trasferire a terra quanti più cannoni è possibile, togliendoli addirittura dalle navi. Gli strenui combattenti si svolgono alle foci del Piave dove il nemico viene fermato. Il Reggimento Marina, con i Battaglioni Grado, Caorle, Golametto e Monfalcone, paga un altissimo tributo di sangue: 384 morti e più di 1500 tra feriti e mutilati. E’ il primo reparto di Fanteria di Marina, forse il primo reggimento di marines che si sia visto in Europa. Nel maggio del 1918 riceve la Bandiera di Combattimento. Un anno dopo, il 17 marzo 1919, un Regio Decreto sancisce ufficialmente la nascita della Fanteria di Marina. Venezia fa di più: il Sindaco Filippo Grimani, il 5 marzo 1919, dona al reparto il nome di San Marco, Patrono della città, e il proprio stemma, il leone alato. Nei drammatici giorni di Caporetto, mentre i Fanti di Marina combattono sulla improvvisata linea (dalle foci del Tagliamento a Latisana, a Casa Cornoldi e alle Fornaci di Brazzà sul basso Piave) Revel ritiene opportuno lasciare Roma e tornare a Venezia, diventata il fulcro della resistenza italiana. Venezia dev’essere difesa dagli uomini e dai cannoni della Marina.

2. In un’epoca di passaggio tra Ottocento e Novecento, Thaon di Revel fu un grande riformatore e uomo di ampie vedute per la forza navale. A cosa si deve questo spirito e questa capacità?
Si deve alla sua lunga esperienza di uomo di mare, ancorchè torinese di nascita ed erede di una famiglia feudataria originaria della Savoia e sempre al servizio dei Savoia. Ma nello stemma del casato è anche raffigurato il mare. Dopo cinque anni di studio (due a Napoli, tre a Genova) il giovane Thaon sale a bordo della Nave Scuola dell’epoca, il Vittoro Emanuele, per la sua prima crociera. Dura dal 15 luglio al 2 novembre 1873. E quando sbarca non è così convinto di fare quella vita. Lontano da casa, dagli affetti della famiglia (il padre è già morto), terrà un lungo epistolario prima con la madre e poi con la moglie, le due donne della sua lunga vita. Lettera da Lisbona alla mamma: “La Marina per il navigare mi piace, ma quando si va in paesi e città stranieri il pensare che, sopra cento giorni di viaggio, settanta sono di navigazione, è una vita così monotona che mi piace nulla”. Cambierà idea. E dopo aver comandato numerose unità, parteciperà alla campagna per la conquista della Libia (1911-1912) e con il grado di Contrammiraglio sarà al comando della Seconda Divisione della Seconda Squadra. Nel 1913 è Capo di Stato Maggiore della Marina. E’ stato un grande riformatore perchè conosceva a fondo i problemi che doveva affrontare.

MAS3. Come affronto Thaon di Revel l’ingresso nel conflitto mondiale? Quali innovazioni apportó per la Regia Marina?
All’improvviso, con la firma del Patto di Londra, di cui non sanno nulla e non conoscono nulla, Esercito e Marina scoprono che il nemico non è più lo stesso. Dopo aver costruito per trent’anni una flotta destinata a combattere unità francesi e inglesi, all’improvviso il nemico torna ad essere quello vecchio, ovvero l’Imperiale Regia Marina austro-ungarica. Piccola, ma ben organizzata con un ottimo arsenale, la base di Pola. E buoni cantieri navali a Monfalcone, Trieste e Fiume. Basi a Sebenico, Spalato e Cattaro. Una costa piena di isole e insenature. Per noi la guerra nell’Adriatico non doveva avere carattere risolutivo. Le sorti del conflitto si sarebbero decise nello scontro tra gli eserciti. Mentre sugli scali italiani erano in costruzione cinque corazzate da 25 mila tonnellate (enteranno in servizio tra il maggio 1914 e il marzo del 1916) il nuovo Capo di Stato Maggiore punta sul naviglio leggero. Nel luglio del 1913 presenta un programma basato su 64 cacciatorpediniere e altrettanti sommergibili. Quando la guerra va ad incominciare non abbiamo a disposizione nel navi impostate nel 1912 (Caio Duilio e Andrea Doria) e le quattro grandi unità da battaglia della Classe Caracciolo (Morosini, Colonna, Colombo e appunto Caracciolo). L’Adriatico può essere paragonato a un gigantesco fosso pieno d’acqua, limitato da una parte da una sponda bassa, dall’altra da un muro a picco. La sponda bassa è quella italiana, il muro è rappresentato dal nemico. Il conflitto, nelle vedute di Revel, doveva garantire il dominio italiano sull’Adriatrico e liberare una volta per tutte la Marina italiana dalla sindrome di doversi preparare a condurre contemporaneamente una guerra a levante e una a ponente e meridione. Ovvero: una guerra a Est in Adriatico, contro un nemico in possesso di una netta superiorità geostrategica e una guerra a ovest e a sud per assicurare la libertà delle comunicazioni marittime nel Mediterraneo. Bastano cinque mesi per far scoppiare un altro conflitto. Quello tra Revel e Luigi Amedeo di Savoia, capo della flotta. I due concepiscono la guerra in modo diametralmente opposto. Il Duca vorrebbe affrontare la squadra navale nemica in mare aperto e vendicae l’onta della battaglia di Lissa. Thaon è più prudente e pensa piuttosto alla difesa delle nostre coste. Nel mirino di Vienna, nei primi mesi del conflitto, ci sono Porto Corsini, Senigallia, Ancona, Vieste, Manfredonia e Barletta. Numerose le vittime tra la popolazione. Il 1° ottobre 1915 l’Ammiraglio torinese si dimette e va a dirigere il Dipartimento di Venezia. Ma prima comunica la propria insindacabile decisione a Vittorio Emanuele III con queste parole: “Maestà devo combattere e guardarmi dagli Austriaci, dagli Alleati e dagli Ammiragli italiani. Le assicuro che i primi mi danno meno da fare degli altri due”. Ma quando torna in sella, a discapito del Principe costretto alle dimissioni a causa delle ingenti perdite (due incrociatori e tre corazzate, di cui due per atti di presunto sabotaggio), Thaon imprime la svolta. Per difendere la costa punta sui treni armati, per attaccare il nemico ecco i MAS. Con Revel ne entreranno in servizio ben 320. Si potenzia anche l’aviazione navale. Partiamo con 25 idrovolanti, due dirigibili e una nave appoggio. Concludiamo il conflitto con diciassette dirigibili e 675 aerei. Non a caso l’Ammiraglio di Torino è sì considerato il “papà” dei MAS, ma anche dell’aviazione navale.

Bollettino Vittoria Navale4. Thaon di Revel fu anche Ministro di Mussolini, ma per pochi mesi. Gli andava stretto il ruolo del politico dopo una vita passata per mare?
Diciamo subito una cosa. Revel aderisce subito al Fascismo. Lo fa in modo convinto. Alla vigilia della marcia su Roma si trova a Napoli, proprio nei giorni dell’adunata di Camicie Nere nel campo sportivo dell’Arenaccia. E il 31 ottobre 1922, a salutare i reparti di Mussolini che sfilano sotto il balcone del Quirinale, a fianco del sovrano, ci sono lui e Diaz. Vittorio Emanuele III vuole i due vincitori della Grande Guerra (per terra e per mare) al suo fianco. Non solo sul terrazzo, anche al Governo. Devono essere i suoi “sorveglianti” dell’esperimento di governo fascista. Rappresentano la garanzia del presente e del futuro. Simboli di una continuità dinastica e democratica. Non andrà proprio così. Dopo la crisi di Corfù, dopo il delitto Matteotti, le strade del Grande Ammiraglio e del Duce si dividono. Thaon non accetta la decisione del Capo del Governo di modificare l’ordinamento del comando supremo e collocare al vertice, in via definitiva, un Generale dell’Esercito. Non può condividere un disegno che umilia e mortifica la Marina. A cui presto si si aggiungono i contrasti derivanti dalla costituzione dell’Aeronautica quale Arma a sè stante. Nella primavera del 1925 ad abbandonare l’incarico non è solo Revel ma anche il Generale Antonino Di Giorgio che vede bocciato il proprio progetto di riordino dell’Esercito. Dal Sud America rientra in Italia il Generale Pietro Badoglio, perdonato da Mussolini. Da qui in poi Tahon sparisce. E diventa il monumento di se stesso. Senatore del Regno, Collare dell’Annunziata, più un lungo elenco di titoli e onorificenze. Il Sovrano, all’indomani della caduta del Fascismo, lo nomina Presidente del Senato. Ma senza Senatori. Non avrà mai il piacere di presiedere una seduta. Dopo l’8 settembre 1943 crolla l’Italia e il suo mondo.

Teseo Tesei, all’assalto della Gloria

tesei copertinaLe guerre, oltre ai drammi che inevitabilmente portano con sé, consegnano alla storia anche figure estremamente forti di Uomini (la maiuscola è più che mai voluta) che riescono a farsi esempio per tutti coloro che, personalmente o indirettamente, entrano in contatto con loro. Tra costoro, quanto all’Italia, c’è sicuramente Teseo Tesei. Un personaggio il cui nome rappresenta quanto di più grandioso il genio tricolore è riuscito ad esprimere nel corso della pur lunghissima storia militare dello Stivale. A lui, Cristina Di Giorgi, giornalista e appassionata di storia, ha dedicato una biografia intitolata Teseo Tesei. All’assalto della gloria (Idrovolante edizioni, dicembre 2018), in cui viene ripercorsa la parabola del giovane Eroe non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello umano. Originario dell’Isola d’Elba, il nome di Teseo Tesei ancora oggi resta indissolubilmente legato ad imprese leggendarie, passate e future. Passate perché legate al mito della Decima Flottiglia MAS, agli assaltatori della Regia Marina che violarono munitissime basi nemiche e futura perché nel COMSUBIN, il Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare Italiana ne porta più che degnamente il nome.

Il tuo libro racconta di una delle figure senz’altro più celebri di tutto il secondo conflitto mondiale. Quali sono le radici di questo “mito”?
teseo tesei2E’ una domanda per rispondere alla quale potrei parlare ore e ore… Per essere sintetica, cito parole dello stesso Tesei: “Occorre che tutto il mondo sappia che ci sono degli Italiani che si recano a Malta nel modo più temerario. Se affonderemo qualche nave o no poco importa. Quel che conta è che si sia capaci di saltare in aria con il nostro apparecchio sotto gli occhi degli Inglesi. Avremo così indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serve il proprio ideale e loro ne trarranno l’esempio e la forza per vincere”. Parole queste che rappresentano pienamente il mito di un giovanissimo Eroe (quando si sacrificò aveva appena 32 anni), che nel mio lavoro ho cercato anche, riportando testimonianze di persone che lo hanno conosciuto, di raccontare in quanto persona dotata di incredibile capacità di suscitare entusiasmi ed energie. Elemento questo che lo ha reso una figura eccezionale ed amatissima.

Tesei e la Decima Mas. Come nasce questo sodalizio tra l’Eroe elbano e gli assaltatori della Regia Marina?
teseo tesei3Teseo Tesei è stato il cervello e il cuore del primo nucleo dei Reparti d’Assalto della Marina Militare Italiana: si deve infatti al suo ingegno (che mise a frutto grazie anche alla collaborazione con il collega Toschi) l’invenzione del Siluro a Lenta Corsa, passato alla storia con il nomignolo di “Maiale”. Un mezzo che, insieme ai barchini esplosivi e all’abilità degli Uomini Gamma, costituì la base dei successi bellici della Decima Mas (che iniziò a chiamarsi così, in omaggio alla fedelissima Decima Legio di Giulio Cesare, dal marzo 1941, sotto il comando del Capitano di Fregata Vittorio Moccagatta). Non solo: fu infatti proprio Teseo, con la sua costanza e con la sua forza d’animo e di carattere, a coagulare le energie di Uomini che, anche grazie allo spirito da lui alimentato (lo chiamavano “spirito del Serchio”, dal luogo – Bocca di Serchio – in cui era installato il centro di addestramento degli operatori dei mezzi subacquei della Flottiglia) riuscirono a superare difficoltà e fallimenti, portando a termine imprese che a priori sembravano impossibili.

Poi venne il 26 luglio 1941, l’assalto della Gloria per Teseo Tesei, Alcide Pedretti e altri tredici militari italiani. Cosa accadde quella notte?
slcLa missione per il forzamento di Malta (nome in codice “Malta due”) del 25-26 luglio 1941, pur dettagliatamente preparata, si risolse in un drammatico ma glorioso olocausto (i Caduti, tra cui Teseo Tesei e Alcide Pedretti, furono quindici), dovuto principalmente al fatto che i difensori di La Valletta avevano a disposizione il radar, un mezzo che aveva consentito loro di individuare fin dall’inizio il pericolo rappresentato dagli uomini della Decima. Gli storici ricordano anche che mancò parzialmente il richiesto appoggio dell’Aeronautica Italiana, che avrebbe dovuto effettuare, nel corso delle operazioni, tre bombardamenti mentre invece ne fu portato a termine soltanto uno e non massiccio come previsto. A fronte di tutto questo, va comunque a mio avviso sottolineato che i partecipanti all’azione, Tesei in primis (che tra l’altro insistette con il Comandante Moccagatta per prendere parte all’operazione: il piano iniziale infatti non prevedeva l’impiego dei “maiali” ma solo dei barchini esplosivi) erano fin dall’inizio consapevoli dei rischi che avrebbero corso. E li affrontarono con estremo coraggio. Un coraggio peraltro riconosciuto loro anche dagli Inglesi. Il Vice Governatore di Malta, Sir Edward Jackson, in un articolo pubblicato sul Daily Mirror il 4 ottobre del 1941, scrisse infatti che “nel luglio scorso gli Italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto. Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale”.

Cosa resta, oggi, delle gesta e dei fatti d’arme di cui furono protagonisti gli uomini della Decima?
slc1Nella memoria collettiva degli Italiani purtroppo non molto. E questo perché siamo un popolo che presta pochissima attenzione alle sue radici, anche e soprattutto quando le stesse sono fatte di sangue e patriottismo. Come, appunto, nel caso della Decima e degli Assaltatori della Marina Militare. Questo accade perché la cultura in questi nostri tempi dominante mira a relegare nella soffitta della Storia tutto ciò che ha a che fare con l’ideale dell’amore di Patria. Quasi che il solo parlarne – figuriamoci l’andarne orgogliosi! – rappresenti lo stantio retaggio di un passato che si vuol fare di tutto per dimenticare. Ci sono però ancora, per fortuna, persone che ammirano ed apprezzano il valore. E fanno di tutto affinché chi lo ha espresso, spesso e volentieri sacrificando all’Italia il suo bene più prezioso (la vita), sia ricordato. Io, nel mio piccolo e con la massima umiltà, ho cercato di fare proprio questo: ho messo il mio impegno nello studio e nella scrittura al servizio di figure come Teseo Tesei. Ho raccontato la sua storia e quella dei suoi commilitoni (della Decima e non solo) cercando di utilizzare un linguaggio semplice e – spero – coinvolgente, per fare in modo che nomi come quello dell’Eroe elbano, dei violatori di Gibilterra, della baia di Suda, del porto di Alessandria, siano conosciuti e ricordati da quanta più gente possibile. Mi auguro con tutta me stessa di esserci riuscita. Sento di doverlo loro. Come un debito d’onore.

Le operazioni segrete che cambiarono le sorti della guerra

le dieci operazioni segreteDieci operazioni segrete. Dieci operazioni che cambiarono inesorabilmente le sorti del secondo conflitto mondiale. Le ha raccontate, nel suo ultimo lavoro, Domenico Vecchioni, diplomatico e scrittore, autore di numerosi libri incentrati sullo spionaggio. Ma è la sua ultima fatica a raccontare un lato forse ancora poco noto del conflitto 1939-1945: Le dieci operazioni che hanno cambiato la Seconda Guerra Mondiale (Edizioni del Capricorno, Torino) porta il lettore direttamente dietro le quinte della politica e della strategia bellica. Non sono narrate battaglie e scontri tra carri armati e grandi corazzate: quella di Domenico Vecchioni è una guerra nascosta, svolta da agenti segreti dei diversi servizi di intelligence che operarono in Francia e in Italia, in Nord Africa e in Unione Sovietica, fino al cuore della Germania. E non meno importante fu il contributo che essi offrirono ai rispettivi schieramenti: spesso, anzi, fu la loro capacità di scoprire codici e cifrari, piani per operazioni e di attacco che vennero vinte battaglie o furono compiute rapide avanzate nel deserto o nella steppa russa.

Dieci operazioni segrete che hanno cambiato le sorti della Seconda Guerra Mondiale. Quanto hanno davvero influito sugli esiti del conflitto?

macchina enigmaCredo moltissimo. Senza voler esagerare il ruolo dello spionaggio, che certo non può incidere oltre un certo limite sui reali rapporti di forza tra i contendenti, si può tuttavia ritenere che se le democrazie ebbero alla fine ragione sul Nazi-Fascismo, ciò fu dovuto anche alla maggiore efficienza dei loro servizi segreti. La Seconda Guerra Mondiale fu del resto una guerra “totale”, che impegnò i paesi in guerra con tutte le loro risorse e le loro capacità, una guerra che, per la prima volta, vide anche il coinvolgimento dei civili nelle lotte di resistenza alle truppe di occupazione. Di conseguenza anche i servizi segreti furono obbligati ad adattarsi rapidamente alle nuove esigenze belliche, aprendosi a strategie inedite e diversificate: dallo spionaggio economico-industriale alla propaganda politica “finalizzata”, dalla guerra psicologica alla disinformazione (deception), dalle intercettazioni dei messaggi nemici alle tecniche per poterli decifrare, dalla guerriglia ai sabotaggi, dalle infiltrazioni alle azioni di commandos. Le dieci operazioni segrete di cui parlo nel libro sono in qualche modo emblematiche di questo cambiamento di pelle dei servizi segreti.

Nel suo libro si parla non solo di operazioni ma anche di agenti segreti, di coloro che svolsero nell’ombra un lavoro importantissimo…

richard sorgeCome sempre “l’elemento umano” si rivelò fondamentale. Molte operazioni probabilmente non avrebbero avuto successo senza la partecipazione di personaggi fuori del comune, dalle variegate motivazioni e dai modus operandi differenziati, ma tutti animati dallo stesso desiderio di confondere il nemico per meglio preparare e accompagnare le operazioni militari sul terreno. Come, ad esempio, non pensare al ruolo svolto da Juan García Pujol (Garbo) per favorire lo sbarco in Normandia? O a Richard Sorge (Ramsay), che con le sue stupefacenti anticipazioni consentì a Stalin di salvare l’Unione Sovietica? O a Michel Hollard, il francese che con le sue precise indicazioni consentì alla RAF di distruggere le basi di lancio dei micidiali V1 e V2 tedeschi che si apprestavano a distruggere Londra? O a Elisabeth Thorpe (Cynthia) che fornì agli americani preziose informazioni in vista dello sbarco alleato in Nord Africa? O alle giovani donne del SOE (la sezione più rischiosa e operativa dei servizi segreti inglesi) che si facevano paracadutare nei territori occupati dai tedeschi per aiutare i partigiani, pur sapendo che solo una su due sarebbe sopravvissuta?

Tra le operazioni da lei raccontate, quale, probabilmente, ha davvero cambiato il corso della guerra?

Sbarco in SiciliaDifficile rispondere con esattezza. Si può tuttavia ritenere che due operazioni abbiano maggiormente influito sul corso della guerra: Mincemeat e Fortitude . La prima aiutò gli Alleati nello sbarco in Sicilia, facendo credere ai Tedeschi che gli Anglo-Americani sarebbero sbarcati in Grecia, nel Peloponneso, con qualche iniziativa di diversione in Sicilia e Sardegna. Su questa convinzione, i Tedeschi sguarnirono in parte le difese che avevano concentrato a difesa della Sicilia. La seconda, uno spettacolare successo dei servizi segreti inglesi, convinse i Tedeschi che il grande sbarco alleato per l’apertura del secondo fronte in Europa sarebbe avvenuto nei pressi Calais, nel Nord della Francia, e che in Normandia ci sarebbe stato solo uno sbarco di diversione. I Tedeschi di conseguenza, in attesa del fantomatico arrivo delle truppe alleate a Calais, non spostarono la XV Armata, posizionata appunto nel nord e tardarono ad inviare rinforzi in Normandia. Ciò permise agli Alleati di stabilizzare le teste di ponte sulle spiagge normanne, facendo affluire in grande quantità uomini e mezzi per avviare la liberazione dell’Europa. Quando i Nazisti lo capirono, era troppo tardi. Il Generale Eisenhower avanzava inesorabilmente verso Parigi!

Perché, a settant’anni dalla fine del conflitto, è importante ricordare chi lavorò nell’ombra?

Perché non si dimentichi o si conosca meglio (soprattutto tra i giovani) quanto la “guerra segreta” abbia orientato in diverse e importanti occasioni, la “guerra palese” sul terreno. Quanto i servizi segreti alleati abbiano concorso alla vittoria delle democrazie sui regimi dittatoriali, in una guerra diventata anche “ideologica”, dove si affrontavano due diversi modi di concepire la politica e il modo di vivere, dove era in gioco la libertà dei popoli. Quanto significativo insomma sia stato il contributo degli uomini dell’ombra alla sconfitta del Nazi-Fascismo.

L’evoluzione degli Assaltatori russi e sovietici

Assaltatori ed aerei da attacco al suoloLa storia dell’aviazione militare, da quando i Fratelli Wilbur e Orville Wright compirono il loro storico volo nel 1903, ha compiuto passi da gigante. Dai combattimenti aerei eredi di un’epoca cavalleresca ormai scomparsa nel corso della Prima Guerra Mondiale, passando dai primati e dalle lunghe trasvolate oceaniche e atlantiche di Charles Lindbergh, Amelia Earhart e Italo Balbo, tante furono le nazioni che svilupparono un nuovo concetto di aviazione, di supporto alle fanterie di terra, in grado di attaccare e colpire bersagli predefiniti con precisione quasi chirurgica, senza ricorrere alle grandi flotte di bombardieri: nasceva l’assaltatore, l’aereo da attacco al suolo. La Germania fu tra le prime ad attuare questa nuova teoria, sperimentandola durante la guerra civile spagnola, banco di prova per la blitzkrieg in Polonia nel settembre 1939. Anche la Regia Aeronautica teorizzò questa nuova tipologia di guerra aerea, ma furono i Sovietici, con il velivolo Ilyushin Il-2 Sturmovik a imprimere un nuovo passo in avanti: non solo l’assaltatore era armato con bombe esplosive in grado di distruggere postazioni in cemento armato, ma era anche dotato di cannoncini con un calibro sufficiente a oltrepassare la corazzatura di numeri carri armati e veicoli blindati. Alberto Trevisan, storico dell’aviazione e ricercatore aeronautico, ha condotto uno studio sulla loro evoluzione, con il volume Assaltatori ed aerei da attacco al suolo russi e sovietici.

1. Da dove nasce l’idea di dedicare un libro sull’evoluzione degli assaltatori e degli aerei da attacco al suolo in Unione Sovietica?
Pur essendo interessato alla storia dell’aeronautica in senso generale, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di raccogliere molto materiale (spesso inedito) relativo all’aviazione sovietica, da cui è scaturito il primo libro Storia ed Evoluzione dei Caccia Sovietici a Reazione 1945-55. Il programma prevedeva di dare un seguito alla prima pubblicazione e parallelamente di affrontare l’argomento bombardieri, ma, durante le ricerche, mi sono reso conto di quanto la storia degli aerei da attacco al suolo sovietici fosse contemporaneamente complessa, interessante e poco nota al pubblico. Da qui l’idea di preparare un lavoro dedicato, che mi ha impegnato molto più del previsto.

2. Come sono evoluti gli assaltatori sovietici tra le due guerre mondiali?
Il-2 SturmovikL’evoluzione degli assaltatori sovietici tra le due guerre è molto simile a quella intrapresa dalle maggiori potenze mondiali. Innanzitutto va chiarito che il concetto di aereo da attacco ha subito molte modifiche nel corso del tempo, pur mantenendo alcune connotazioni particolari riscontrabili in tutti gli esponenti della categoria. Inizialmente erano velivoli impiegati per attaccare le truppe di terra nemiche e bersagli mobili poco protetti. Poi, negli Anni Trenta, si è passati (un po’ tutti) per l’illusione dell’aereo multiruolo che potesse fare il ricognitore, il bombardiere leggero, l’assaltatore, l’anticarro, eccetera. Salvo poche eccezioni, questa fu una generazione di aerei che fecero tutto, ma male, probabilmente anche a causa di tecnologie non del tutto mature in campo aerodinamico e motoristico.

3. Quale fu il loro ruolo nel corso del secondo conflitto mondiale? E dopo, nel corso della Guerra Fredda?
Ilyushin Il-10Durante la Seconda Guerra Mondiale i sovietici ebbero senza dubbio il campione degli aerei da attacco al suolo, lo Il-2 Sturmovik, nato da un’intuizione di Ilyushin e gettato nella mischia a contrastare l’avanzata della Wehrmacht in sostituzione della succitata generazione di macchine inadeguate. Aereo non esente da difetti, ma comunque esaltato dalla propaganda e temuto dai propri nemici, lo Sturmovik si guadagnò un ruolo da assoluto protagonista, tanto che Josif Stalin lo definì “tanto importante per l’Armata Sovietica quanto l’aria che respira ed il pane che mangia”. Veniva impiegato a bassa quota, per attaccare mezzi e truppe nemiche, spesso affiancato da altri tipi di aerei allestiti con armamenti specifici per l’attacco al suolo. Per come veniva impiegato, lo Il-2 Sturmovik si potrebbe definire un aereo da appoggio tattico in ausilio alle truppe di terra. Dopo il conflitto i reggimenti di Sturmovik (Il-2 e Il-10) vennero frettolosamente smantellati, nella convinzione che potessero venire sostituiti dai cacciabombardieri supersonici. Nel 1955 l’Aviazione Sovietica poteva disporre di circa 1700 Il-10 schierati perlopiù nei paesi europei del Patto di Varsavia, ma un’ordinanza del Ministro della Difesa Zhukov ne decretò il ritiro dal servizio entro il 1956. Bisognerà attendere gli Anni Settanta per assistere ad un nuovo cambiamento di rotta, che porterà ai requisiti per un moderno velivolo da attacco al suolo e appoggio tattico.

4. Gli aerei da attacco al suolo possono avere ancora oggi un futuro operativo?
Per questa domanda non mi sento particolarmente competente, ci vorrebbe un esperto in tattiche militari. Mi limito ad osservare come l’USAF abbia deciso di radiare i suoi A-10, impiegati proficuamente in combattimento negli ultimi conflitti, per sostituirli con degli addestratori armati a turboelica, demandando molti compiti anche ai droni. Probabilmente è una questione di costo e se la minaccia dei potenziali avversari viene considerata “a bassa intensità”, non c’è l’esigenza di impiegare mezzi inutilmente costosi.