Il Battaglione Val Camonica e il Tenente Ubaldo Ingravalle

Tra le pieghe di una vitaSpesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra. Qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio. La storia di oggi nasce così, per caso. Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale, condivisa da un’intera generazioni di giovani: la Prima Guerra Mondiale. L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità. Il giovane Tenente Ingravalle giunge al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon. Sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio il Val Camonica prende parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache, prima di vedere concesso un periodo di riposo. Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ha il duro impatto dell vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove sono asserragliati gli Austriaci. E Tra le pieghe di una vita, accanto ai fatti personali, narra con scorrevolezza proprio gli eventi di cui fu protagonista il nonno dell’autore, passando per i giorni di Caporetto e delle offensive finali del novembre 1918. Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917,  in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite (il Val Camonica perse oltre 450 uomini), messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini, riuscì ad arginare un assalto austriaco. La motivazione, seppur breve, ricorda efficacemente quell’evento: “Addetto al comando di battaglione, inviato sulla linea quale informatore, di propria iniziativa assumeva il comando di un reparto rimasto senza ufficiali, guidandolo al contrattacco e proteggendo così il regolare ripiegamento di altre truppe. Fontanasecca 21 novembre 1917″. 

1. Intanto una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Da dove nasce questo libro?

Il libro, che mai avrei pensato potesse nascere dalla mia mano, è stato necessario per dare una risposta ai dubbi della famiglia di mia madre, che mai  aveva potuto conoscere il cammino in guerra del loro genitore: Ubaldo Ingravalle. A parte il nome del reparto, nulla da lui era mai trapelato circa quei tre anni di patimenti al fronte. Qualsiasi domanda trovava una risposta sbarrata, “ho visto morire troppi ragazzi”, diceva e nessun’altro racconto, svelava il suo passato.

2. Tra le pieghe di una vita ripercorre una storia personale, che si intreccia con i grandi sconvolgimenti dell’intero Novecento. Non è cosi?

Monte RombonE’ stato doveroso ricordare, dopo una faticosa ricerca circa quel reparto dimenticato e quegli uomini, il cammino successivo del nonno, che fu talmente colpito e affascinato dalla tempra dei suoi montanari che decise al termine del conflitto, di raffermarsi nel Regio Esercito Italiano, pur non avendo mai nemmeno svolto il servizio di leva nella sua gioventù. Abbiamo così seguito i suoi passi negli anni successivi, peregrinando tra caserme e incarichi alpini fino ad arrivare al secondo conflitto mondiale e ai tragici scontri con gli Slavi sul confine orientale, su quel confine travagliato, e ai massacri a cui scampò miracolosamente.

3. Entriamo adesso nel “vivo” del libro, ovvero il reparto alpino di “dimenticati”. Qual è la loro storia, in breve?

Ubaldo IngravalleIl racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alti valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi. Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917, dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte. Li definiamo così “dimenticati” perché di quella sofferta compagine questo è il primo testo che ne parla, e di loro non esiste un saggio, un monumento, una via o un’aula pubblica e nemmeno nelle valli da dove partirono e dove non ritornarono. La figura del nonno, Ufficiale del Reparto, passa così presto in seconda linea per fare emergere le misere storie di altri nonni, abituati alle privazioni e fatiche ma che non videro mai coronato il loro ricordo e valutate le loro incredibili sofferenze.

4. C’è un evento in particolare che suo nonno ricordava con maggior interesse?

Raccontò pochissimo di quegli anni, e solo il ritrovamento del Diario Storico del Reparto a Roma, ci ha permesso di ricostruirne la storia, ma dava giustificazione della sua calvizie, non alla ferita patita sul Grappa, ma al fatto che vide imbiancare e cadere tutta la sua capigliatura, in quelle tre settimane di orrori, su di quella montagna. Momenti in cui si videro contrastare le baldanzose truppe di Rommel, e che avevano ormai solo quel  baluardo che li separava dalla pianura veneta, e per sbucare poi, alle spalle del Piave.

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La guerra tradita: le memorie di un ufficiale della Divisione Littorio

La guerra traditaLuciano Berti, allo scoppio della guerra, quel 10 giugno 1940, è ancora uno studente universitario, allegro, con i suoi vent’anni ed un futuro davanti. Ma, anche se ancora giovane, in lui si fa strada una sola convinzione: partire volontario. Decide così di arruolarsi, venendo mandato, per il periodo di addestramento, a Lucca, dove ha sede la Scuola per Allievi Ufficiali di Complemento per l’Artiglieria. Tra un addestramento ed un altro, in Luciano Berti si fa strada la voglia di raccontare, testimone in prima persona degli anni che sconvolsero il mondo intero per cinque lunghi anni. Ed ecco il suo diario, La guerra tradita, venuto alla luce ormai postumo, curato con attenzione da Cristina De Giorgi, giornalista romana. In esso, si ripercorrono gli altri passati al fronte, in Albania e in Jugoslavia, e il servizio prestato nel 41° Reggimento Artiglieria.  E poi le drammatiche giornate dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e la scelta finale: continuare a combattere aderendo alla Repubblica Sociale Italiana al nord, tra le fila della Divisione Littorio, una delle quattro grandi unità volute da Mussolini (assieme alla Monterosa, alla San Marco e all’Italia), addestrata in Germania e schierata sul fronte italiano. Abbiamo, pertanto, incontrato Cristina De Giorgi.

1. La Guerra Tradita nasce come diario personale di Luciano Berti, Ufficiale di Artiglieria che ha combattuto il secondo conflitto mondiale nel Regio Esercito prima e con l’Esercito Repubblicano di Salò poi. Da dove è nata l’idea di curare questo libro?

Luciano BertiUn pomeriggio di diversi anni fa, insieme alla mia famiglia, andai a trovare Luciano Berti. Ci andavamo ogni volta che potevamo, era un piacere parlare con lui ed ascoltare i suoi racconti di guerra e di vita. Quella volta in particolare, la ricordo molto bene, gli chiesi se per caso non avesse voglia di scrivere i suoi ricordi, perché ritenevo che la sua esperienza meritasse di essere letta e conosciuta. Lui allora sorrise e tirò fuori un pacco di fogli di carta vergati a mano. Erano il suo diario militare. Me li affidò e chiese di occuparmene, di curarne con la massima libertà la pubblicazione. Cominciai dunque con il trascrivere tutto al computer per poi editare il testo in modo da chiarire meglio alcuni passaggi, sempre nel rispetto del concetto espresso dall’autore, ed inserire note ove fosse necessario. Un lavoro lungo ma anche entusiasmante, perché l’autore scrive in modo da far sembrare di essere a tua volta dentro il suo racconto. E così anche quando ho avuto in mano il volume fresco di stampa, pubblicato nella prestigiosa Collana Storica di Mursia. Ho un unico rimpianto: il fatto che Luciano, lo chiamo per nome perché lo considero un po’ come il nonno che non ho mai conosciuto, sia venuto a mancare prima dell’uscita del suo La Guerra Tradita. Avrei voluto renderlo soddisfatto e orgoglioso.

2. Che tipo di Ufficiale era Luciano Berti? Cosa ti ha colpito di più della sua figura, prima di tutto come uomo e poi come militare?

Luciano BertiDel Luciano uomo, dalle sue pagine emerge una personalità precisa, curiosa, che non si dà mai per vinto anche nelle difficoltà, che ama primeggiare in tutto quello che fa. Che ha un fortissimo senso del dovere, che adora la sua famiglia e la sua Patria. Quanto al tipo di Ufficiale che è stato, basterebbe dire che non pretendeva mai dai suoi soldati nulla che non facesse lui per primo. Era ligio al regolamento militare, ma sapeva anche interpretarlo in modo da tenere conto delle esigenze personali dei suoi sottoposti, che anche per questo lo tenevano in grande considerazione. Una volta, per esempio, durante un trasferimento in treno, consentì ad un soldato di scendere per andare a trovare i suoi, che abitavano in una cittadina attraversata durante il tragitto, col patto di farsi trovare l’indomani alla stazione successiva. Se non fosse tornato, i guai li avrebbe passati lui che era l’Ufficiale e che l’aveva autorizzato ad andare. Il soldato, comunque, grato per la possibilità ricevuta, tornò. In un’altra occasione, quando era ufficiale di picchetto, riportò in caserma un gruppo di Camice Nere che si erano attardate ben oltre l’orario di rientro per festeggiare un compleanno, e disse che li aveva precettati lui per un servizio, evitando loro punizioni e rigore. Di episodi come questi, nel diario di Luciano, ce ne sono tanti. E secondo me sono molto indicativi per comprendere la sua essenza di militare graduato.

3. Dopo l’8 settembre 1943, Berti ha compiuto una scelta decisa, coraggiosa. Cosa lo ha spinto ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana?

Divisione LittorioNei giorni successivi all’armistizio, Luciano Berti è al fronte, in Albania, dove assiste allo sbandamento dell’Esercito Italiano, che da alleato, per i Tedeschi, diventava nemico. Ne derivò, per molti, l’internamento nei campi di prigionia in Germania. Altri invece, tra cui Luciano, entrarono nel Gruppo Volontari Rodolfo Graziani, formato nel campo in cui erano stati portati i nostri soldati in attesa di ordini dal costituendo Governo della Repubblica Sociale. Per capire cosa lo ha spinto, bastano queste sue poche parole: “Inevitabile per me non schierarmi con gli Anglo-Americani, che continuavano a bombardare il mio Paese, ma andare avanti con dignità a combattere a fianco del vecchio alleato tedesco, prendendo posizione contro il tradimento”. Fu amor di Patria, dunque. E volontà di difendere l’onore dell’Italia. Ideali, questi, che Luciano vive fino in fondo, prima tra le fila della Divisione Littorio nella guerra sul fronte alpino e poi in prigionia in Francia.

4. C’è un episodio del diario che ritieni particolarmente importante non sia andato perduto?

A dir la verità  non saprei sceglierne uno solo. Ritengo, infatti, che la storia di Luciano, raccontata attraverso le sue parole, meriti di essere conosciuta da tutti. Personalmente, e l’ho anche scritto nella postfazione, ritengo che la Storia,  quella con l’iniziale maiuscola, quella vera, la facciano gli Uomini. Se si vuole veramente capirla e comprendere anche i grandi eventi, è  dai singoli, dalle loro scelte, dalle loro vite che bisogna partire. E la vita di Luciano fornisce senz’altro più di qualche spunto di riflessione. Utile e stimolante non solo per chi condivide i suoi ideali ma per tutti.

24 ottobre 1917: Caporetto

Breve storia di CaporettoSebbene siano passati ormai cento anni da quel tragico 24 ottobre 1917, quando le forze austro-tedesche sfondarono il fronte italiano lungo il fiume Isonzo nei pressi di Caporetto, e nonostante i fiumi di inchiostro che già all’indomani della fine del conflitto iniziarono a essere scritti, tra memoriali e diari, sulla più grave sconfitta subita fino ad allora dal Regio Esercito Italiano, la saggistica di storia contemporanea e militare continua a fornire al grande pubblico nuovi testi su quei tragici anni Ed è quello che ha fatto recentemente Giacomo Properzj, giornalista e scrittore, appassionato del primo conflitto mondiale. La sua opera, Breve storia di Caporetto, ricostruisce in maniera precisa e scrupolosa quanto avvenne alla fine di ottobre 1917, quando le forze italiane furono sopraffatte nel cuore della notte da quelle tedesche e austriache.

1. Perché scrivere un libro su Caporetto e la tragedia che seguì, una delle disfatte più significative subite dall’Italia nel primo conflitto mondiale? Cento anni dopo esiste ancora qualcosa di non raccontato?

Si, esiste ancora qualcosa di non raccontato, o meglio, di raccontato in modo diverso dalla verità storica, come hanno fatto alcuni quotidiani nel ricordarne il centenario. Le responsabilità militari, per esempio, non furono tutte del Generale Luigi Cadorna, che anzi aveva predisposto già da tempo, insieme al Generale Felice Porro, una seconda linea di difesa e di resistenza, la linea del Piave, ai fini di un’eventualità negativa.

Luigi Cadorna2. Secondo le sue ricerche, perché il Comando Supremo italiano non presto ascolto ai tanti disertori autro-tedeschi in merito ad un imminente attacco lungo l’Isonzo?

Secondo la mia idea, i comandi italiani che ebbero moltissime notizie, in parte confuse e provenienti da semplici militari non sempre affidabili, trovarono una loro difficoltà di interpretazione attiva in due elementi: il primo, più importante, la mentalità burocratica del nostro Regio Esercito e i lunghi “passaggi di carte”. Secondo, le differenti interpretazioni dei più importanti generali, in particolare il Generale Capello, che voleva reagire con un contrattacco.

3. La disfatta di Caporetto, più che per lo sfondamento del fronte, ha fatto parlare di sé anche per la rotta che ne seguì. A cosa fu dovuto il caos che ne derivò?

Il caos che derivò fu dovuto principalmente all’enorme numero di uomini che si accumulavano per varie ragioni ai margini delle prime linee pur avendo da svolgere dei ruoli non combattenti. Questi uomini ingombrarono le strade rendendo difficile il passaggio alle truppe di riserva che si  dovevano schierare su di una seconda linea, peraltro non prevista chiaramente. Anche le artiglierie tenute in posizioni molto avanzate furono rapidamente superate dall’avanzata tedesca e gran parte del nostro esercito fu scavalcato e lasciato inoperoso sulle alture.

4. A cosa si deve il “miracolo del Piave”? Davvero, per la prima volta da quel 24 maggio 1915, i soldati italiani si trovarono a combattere per le proprie case? E’ vero, come più volte raccontato, che fino a quel momento la guerra era ancora “sentita” lontani dai soldati al fronte?

O il Piave o tutti accoppati!Militarmente la linea del Piave prevista ancora nel 1916 soprattutto dal Generale Porro era una linea che accorciava il fronte di più di un terzo ed era già organizzata con depositi, in alcuni punti addirittura trincee e quant’altro. Dal punto di vista morale i reggimenti che riuscirono ad arrivare inquadrati dietro il Piave erano decisi a combattere e i trecentomila e più prigionieri che gli austriaci avevano fatto rappresentavano un ingombro e un rallentamento dell’avanzata austro-tedesca. Il Paese, sulle prime, non si rese conto del pericolo che correva e quindi si evitò il panico dei civili nelle zone arretrate, poi tenne, malgrado tutto, duro, grazie all’attitudine del Governo e della stampa. La diversità con quanto accadeva quasi negli stessi giorni in Russia sta proprio qui: le nostre truppe non erano in rivolta ma abbandonavano posti di combattimento spesso avendo come aspirazione finale quella di ritornare a casa.

Le donne medico nella Grande Guerra: una pagina ancora sconosciuta

Dottoresse al fronteTorniamo anche questa volta a parlare di libri. E di un argomento poco conosciuto, anche agli addetti del settore. Un argomento dimenticato e rimosso già all’indomani della fine del primo conflitto mondiale e tornato alla luce grazie all’interessamento di Elena Branca, membro dell’Associazione Nazionale Sanità Militare e della Croce Rossa Italiana, di cui ne è una cultrice e una studiosa: quello delle donne al fronte, o meglio delle “donne con le stellette”, che vestirono il panno grigio verde prestando la loro opera come medici e farmacisti al fronte.

1. Con il suo libro Dottoresse al fronte? La CRI e le donne medico nella Grande Guerra ha scritto un nuovo capitolo per quanto riguarda la Grande Guerra. Da dove nasce l’idea?

Mi occupo da molti anni di storia della Croce Rossa e partecipo ad un progetto che sta pubblicando diversi tomi. Durante una riunione si discuteva di preparare un lavoro sui Medici della Croce Rossa impegnati durante la Prima Guerra Mondiale: professori e storici di rango erano fermi al “maschile”. Con un vago ricordo a due casi di cui avevo notizia, Anna Dado e Maria Montessori, feci presente che anche loro potevano essere aggiunte. La serena, quanto ferma, negazione da parte dei presenti mi ha spinto ad approfondire e iniziare le ricerche: queste donne hanno diritto ad essere ricordate, onorate e rispettate come i loro colleghi.

2. Queste erano vere e proprie “donne con le stellette” o anche “donne in grigio-verde”. Cosa le differenziava dall’essere delle normali Infermiere Volontarie?

Donne al fronteNon erano Infermiere, né normali né speciali, ma una cosa completamente diversa: facevano parte del Ruolo Direttivo, a pari livello con i colleghi maschi, in quanto Medici o Farmaciste. Se si legge il Regolamento pel tempo di guerra del 1915 della Croce Rossa, viene ben precisata la differenza tra personale sanitario direttivo (medici e farmacisti, con ruolo direttivo e stipendiati) e Infermiere Volontarie (non stipendiate e con ruolo subordinato). Unica particolarità, le donne medico e farmaciste erano arruolate come personale senza obbligo di leva, come i Cappellani, e portavano stellette a otto punte, ma per il resto erano totalmente parificate ai colleghi maschi, anche se, inizialmente, la loro attività era limitata agli ospedali territoriali e solo le necessità reali ne portarono diverse in zona di guerra. Il grado era correlato all’anzianità di laurea: per questo abbiamo sottotenenti e tenenti e, dai documenti oggi in nostro possesso, una Capitano Medico, in quanto da poco le donne accedevano alle Facoltà di Medicina e Chirurgia. Erano sottoposte al Codice Penale Militare e al Regolamento di Disciplina Militare del Regio Esercito e obbligate all’uso dell’uniforme. I primi arruolamenti risalgono al 1904, poi un picco nel 1911 ed infine il grosso dal 1915, anche se l’effettivo utilizzo derivò da una circolare della Sanità Militare del gennaio 1916, che obbligava la Croce Rossa ad assumerle effettivamente in servizio. Molte di loro transitarono nei ruoli della Sanità Militare durante gli anni di guerra per poi tornare alla Croce Rossa prima del congedo. Per quanto attiene alle Infermiere Volontarie, ed alle Religiose Suore Infermiere, invece, il Regolamento stabiliva che “nessuna competenza spetta alle medesime” salvo le spese di viaggio, alloggio e vitto. A loro competono “quelle mansioni che al letto dell’ammalato richiedono una cura speciale, amorevole e delicata propria del loro sesso. Possono eventualmente disimpegnare funzioni pari all’Aiutante di Sanità”, essere impiegate nel servizio di cucina, dispensa, biancheria e scritturazione.

Anna Dado Saffiotti3. Tra le tante “donne con le stellette”, la più famosa per chi compie studi sulla Grande Guerra fu Anna Dado Saffiotti. Ma quante furono, in realtà, le donne al fronte?

Che oggi la Dottoressa Anna Dado Saffiotti sia famosa mi fa piacere: significa che il mio lavoro di recupero della memoria cui ho lavorato in questi pochi anni sta funzionando, perché quando ho iniziato la negazione era totale. Ad oggi, ne abbiamo individuate una quarantina, ma periodicamente compaiono nomi nuovi e la ricerca continua.

4. Vi furono altri eserciti che, nel corso del primo conflitto mondiale, mobilitarono le donne come narrato nel suo libro? Come si organizzarono le altre Nazioni impegnate nella guerra?

Nel resto del mondo le cose non erano molto diverse: ricordiamo una dottoressa arruolata per errore in Francia, ad esempio. Il rifiuto iniziale del Ministero della Guerra britannico portò all’istituzione degli Scottish Women’s Hospitals (SWH), diretti da Elsie Inglis nel 1914, accolti a braccia aperte in Francia: solo un anno dopo, le donne medico britanniche che lo chiedevano furono ammesse al Royal Army Medical Corps (RAMC) britannico a pieno titolo. Alcune delle australiane inserite negli SWH passarono al RAMC britannico, mentre il pari RAMC australiano le ammise solo con la Seconda Guerra Mondiale. Più accorti gli Americani, dove la Croce Rossa, e non solo, fecero ampio uso delle loro laureate in medicina, mentre la Russia, dopo aver loro vietato l’accesso alle università, richiamava in Patria le dottoresse laureate all’estero.

L’Africa mineraria rivive in un libro

L'Africa di mio padreTorniamo a parlare di libri, questa volta recensendo una novità editoriale. L’Africa di mio padre, di cui è autore il ricercatore Aurelio Fadda, si concentra su un periodo storico dell’Italia spesso rimosso dalla memoria collettiva, ovvero il colonialismo in Africa Orientale e la proclamazione dell’Impero da parte di Benito Mussolini dopo la guerra e la conquista dell’Etiopia. Il volume ripercorre oltre dieci anni di storia, catapultando gli eventi personali di una famiglia nel grande calderone del Novecento: una storia privata, quindi, che diventa di pubblico dominio. A corredo delle ricerche svolte in tal senso da Fadda, si uniscono le oltre duecento fotografie, originali e per lo più inedite al grande pubblico, scattate proprio dal padre dell’autore e da suoi conoscenti e colleghi di lavoro: infatti, il volume è un omaggio a tutti quegli Italiani che in terra d’Africa prestarono il proprio servizio per le industrie minerarie della regione, come la SMIT (Società Mineraria Italo-Tedesca), la Prasso (fondata da Alberto Prasso e che fin dal 1905 scoprì importanti giacimenti auriferi) e la SAPIE (Società Anonima per le Imprese Etiopiche).

1. Partiamo con una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori: da dove nasce questo libro?

Oltre duecento negativi, riportati a casa rocambolescamente da mio padre Angelo, dopo la guerra e, soprattutto, dopo cinque anni di prigionia in India a Yol, alle pendici dell’Himalaya. Nasce dal rimpianto di un figlio per non aver parlato a sufficienza, non aver approfondito col padre questa parte della sua vita.

2. Il volume da lei pubblicato ripercorre dieci anni di storia italiana, intrecciandosi con la storia di suo padre. Una memoria privata che diventa pubblica quindi…

Certamente una memoria privata fatta di pochi dati, documenti e tantissime immagini, che dopo decennale ricerca atta a completare un difficile puzzle diventa pubblica. Le cose lasciate in un cassetto poi vanno inesorabilmente perse.

3. Oltre che un libro di ricordi e di memorie, il volume è ricchissimo di fotografie originali, del tutto inedite, perché scattate da suo padre. E’ stato arduo metterle tutte assieme?

Mio padre è morto abbastanza giovane (68 anni) lasciandomi questo suo “tesoro” di negativi 6×6 e pochi documenti; non è stato arduo mettere assieme le foto, ho avuto un ottimo grafico (Antonio Figus della CSC Umanitaria di Carbonia). E’ stato arduo ricercare i dati sulla attività mineraria italiana in Africa Orientale. Ho visitato  tanti archivi italiani ed esteri, tanto Internet. E’ stato arduo ritrovare i parenti dei colleghi di mio padre ma ci sono riuscito in diversi casi. Altri continuerò a cercarli… Con il libro!

4. Come amava ricordare gli anni passati in terra d’Africa suo padre?

Ne parlava ma non troppo. Noi ragazzi di allora, Anni Settanta e Ottanta, non eravamo interessati, anzi commettemmo, o commisi, l’errore storico di accomunare la vita dei nostri cari e le loro tragiche esperienze con il “male assoluto”, il Fascismo. Fu a mio parere un grave errore ed ho voluto fare questo libro alla memoria (come dice Antonella Natucci di Viareggio, ritrovata figlia del Sergente Maggiore Alfredo, collega militare di mio padre) di quei giovani che come lui dedicarono dieci anni di vita alla patria.

Gli Angeli Sterminatori. L’epopea delle tiratrici scelte sovietiche

Dopo la storia delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Gian Piero Milanetti torna in libreria con un nuovo volume. Gli Angeli sterminatori, questo il titolo della nuova “fatica, ci racconta un’altra epopea quasi sconosciuta (anche in Russia se ne sa veramente poco): quella delle tiratrici scelte dell’Armata Rossa, soldatesse che inflissero gravi perdite tra le fila dell’esercito tedesco. Abbiamo incontrato l’autore e scambiato qualche parola in merito al volume.

1. Dopo Le Streghe della Notte, ovvero la fantastica epopea delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la nuova fatica esplora un altro capitolo poco conosciuto del conflitto: quelle delle cecchine, veri e propri “Angeli Sterminatori”. Da dove nasce questo libro?

Gli Angeli SterminatoriQuando iniziai a interessarmi alle aviatrici sovietiche della Seconda Guerra Mondiale, scoprii  presto, consultando le fonti, che a combattere contro i Tedeschi, durante quella che i Russi chiamavano la Grande Guerra Patriottica, non erano state soltanto donne pilota, ma anche delle tiratrici scelte. E non erano dei casi isolati. Si calcola che fossero più o meno duemila. Era un fatto assolutamente straordinario, senza precedenti e in pratica senza seguito. Fui molto colpito perché la vita sui campi di battaglia del fronte orientale erano particolarmente dure: condizioni meteo e ambientali proibitive,  combattimenti anche corpo a corpo di estrema ferocia, privazioni e scomodità al di là dell’immaginabile. In seguito scoprii che queste eroine  non dovevano vedersela solo con la Wehrmacht, ma anche combattere i pregiudizi, il maschilismo e gli abusi dei propri commilitoni. Così, mentre raccoglievo dati, foto e informazioni sulle aviatrici sovietiche, lavoravo anche sul progetto di una storia delle cecchine sovietiche. Ma è stata una ricerca per certi versi più difficile perché il materiale, testi e soprattutto fotografie, su di loro è molto più scarso. Non a caso Gli Angeli Sterminatori è il primo libro mai pubblicato in Italia sulle cecchine sovietiche ed il secondo mai pubblicato in Occidente.  Nell’ex URSS queste eroine sono quasi del tutto dimenticate. Ho voluto onorarne la memoria almeno in Italia.

2. Tra le tante storie, una in particolari ci ha colpiti: quella di Lyudmila Pavlichenko che, oltre ad essere stata la più abile, si fece portatrice e divenne la voce oltreoceano per l’apertura di un secondo fronte. Ci parli brevemente di lei?

Lyudmila PavlichenkoLyudmila Pavlichenko è stata la più grande tiratrice scelta della storia e uno dei più grandi cecchini in assoluto. In un solo anno di combattimenti, ha colpito più nemici lei della stragrande maggioranza di franchi tiratori, non solo sovietici, di tutta la Seconda Guerra Mondiale: 309, molti dei quali tiratori scelti di grande abilità. Se non fosse stata “ritirata” dopo solo un anno e destinata da Stalin in persona all’addestramento di altri tiratori scelti, e fosse sopravvissuta, ovviamente, la Pavichenko sarebbe diventata probabilmente  il più grande cecchino di tutti i tempi. Oltre a possedere le qualità di tutti i franchi tiratori di successo, era una persona straordinaria, di grande intelligenza, cultura e personalità. Prima di arruolarsi aveva lavorato come arrotino in un arsenale di Kiev, mentre nel tempo libero praticava il tiro a segno in un’associazione paramilitare della fabbrica, e aveva studiato storia all’università della capitale ucraina per quattro anni.  In questo ricorda le aviatrici sovietiche, che prima e dopo essere delle straordinarie combattenti dell’aria, erano delle ragazze molto intelligenti, spesso molto colte, e multitasking come si dice oggi, capaci di cimentarsi con  successo in campi di attività molto diversi.

3. Celebre è il film Il nemico alle porte, con l’epico scontro tra due cecchini tra le rovine di Stalingrado. Quanto influirono queste donne nel morale dei soldati al fronte?

C’è anche un film del 2015 dedicato a Lyudmila Pavlichenko, La battaglia di Sebastopoli, purtroppo del tutto sconosciuto da noi, perché di produzione russo-ucraina. Comunque, per rispondere alla sua domanda, le cecchine al fronte rincuorarono, anche solo con la loro presenza, i soldati dell’Armata Rossa. Li motivarono, a volte li trascinarono in attacchi vittoriosi.  E, bisogna dire, risvegliarono in loro anche passioni e sentimenti che la guerra aveva sepolto.

4. Dopo le Streghe e gli Angeli ha in serbo qualche altra sorpresa per gli appassionati di storia? C’è qualche altra storia poco raccontata del secondo conflitto mondiale in terra russa che vorrebbe narrare?

Lyudmila Paulichenka with Maria Aleksejevna KoskinaunaCi sono molte storie ancora seppellite in parte o totalmente negli archivi ex-sovietici che purtroppo con l’avvento di Putin sono stati chiusi agli stranieri. Ma anche delle storie già raccontate, come quelle delle Streghe della Notte in realtà c’è molto ancora da dire e da scrivere perché ci sono tanti aspetti non strettamente militari o operativi che non sono stati raccontati. Stavo pensando di scrivere un romanzo storico su di loro basato rigorosamente su personaggi reali fatti realmente accaduti e ambientazioni precise. Un romanzo corale, che racconti le emozioni non solo del combattimento, le relazioni strette tra quelle ragazze, i loro pensieri, i loro sogni. Perché erano grandi emozioni e passioni che e spingevano a compiere le loro grandi imprese.