La guerra di Libia e il Generale De Chaurand

La Guerra di LibiaLa nuova fatica di Leonardo Malatesta, storico, e già autore del saggio sulla Guerra Fredda dedicato ai comandi protetti della NATO del Monte Venda, di Back Yard e West Star, torna nuovamente in libreria, questa volta con uno studio sull’avventura italiana in Libia. La Guerra di Libia e l’azione del Generale De Chaurand, questo il titolo dell’opera, analizza l’impresa del 1911-1912 e la ricerca di quella “quarta sponda sul Mediterraneo” che portò il Regio Esercito, con Alpini e Artiglieri, a combattere tra le dune del deserto nordafricano. Giovanni Pascoli scrisse, nel novembre del 1911, che la grande proletaria si era mossa, pronta a dare ai suoi figli nuove terre da civilizzare e su cui risollevare le sorti economiche della Nazione. Assieme alle migliaia di soldati che si imbarcarono nella nuova impresa vi fu anche il Generale Felice De Chaurand De Saint-Eustache, originario di Chiavari, dove era nato nel 1857. Una carriera rapida e brillante, la sua: da giovane Sottotenente nell’Artiglieria, comandò con il grado di Colonnello il 39° Reggimento Fanteria, prima di passare allo Stato Maggiore del Regio Esercito e poi all’intelligence, gettando le basi della cifratura militare. Con la guerra di Libia, gli venne affidato il comando della 3a Divisione Speciale, un reparto misto composto da battaglioni provenienti dalla Fanteria, dagli Alpini e dai Granatieri, appoggiati da una batteria di artiglieria da 75 mm. Per le sue abilità di comando venne anche decorato con l’Ordine Militare di Savoia. Ed è su questo periodo che il volume di Leonardo Malatesta si concentra: con la sua azione, infatti, il Generale De Chaurand fu esempio per i suoi parigrado e per i suoi sottoposti, prendendo parte egli stesso a numerosi combattimenti.

Campagna di Libia1. Introduciamo il libro parlando per un attimo della Guerra di Libia. Come e perché l’Italia cercò la sua “quarta sponda sul Mediterraneo”? E, soprattutto, come nasce questo suo studio?

Questo libro è nato perché da anni conosco il pronipote del Generale De Chaurand, potendo così consultare l’archivio privato di famiglia. Nel volume, pertanto, utilizzo tutti i documenti del suo archivio privato, nonché le carte dell’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano di Roma. Per quanto riguarda la campagna libica, l’Italia diede inizio alla guerra in Libia perché, fino ad allora, non aveva nessuna dominazione in Africa Settentrionale. Allora la maggior parte delle potenze europee, tra cui Francia e Gran Bretagna, erano alla ricerca di nuovi possedimenti in Africa e l’Italia non poteva, e non voleva, essere da meno.

2. Il suo volume si concentra sulla figura del Generale Felice De Chaurand de Saint Eustache. Una carriera, la sua, che spaziò dall’Arma di Artiglieria fino all’intelligence…

Il mio volume parla del Generale De Chaurand, che nato a Chiavari, durante la sua carriera, si occupò di vari tematiche, sia del comando di alcune unità, ma anche fu uno dei padri fondatori dei servizi segreti nel Regio Esercito Italiano, creando un codice segreto per i messaggi cifrati.

Campagna di Libia13. Durante il conflitto libico, il Generale De Chaurand fu decorato con l’Ordine Militare di Savoia, distinguendosi nei combattimenti. Quali le sue azioni più meritorie?

Durante la guerra di Libia, fu il comandante della 3a Divisione Speciale ed operò in Tripolitania. Si distinse nelle battaglia dell’oasi di Zanzur del giugno 1912 e in quella di Sidi Bilal del settembre successivo. Leggendo il suo diario personale, e anche quello della Divisione, si può notare che giornalmente egli si recava in prima linea per visitare i presidi e si interessava anche delle condizioni di vita dei suoi uomini.

4. Cosa ne fu del Generale De Chaurand alla fine del conflitto?

Dopo la conclusione del conflitto in Africa, rientrò in Italia nel maggio del 1913, ritornando al comando della Divisione Militare di Firenze. Nel 1915, fu posto in ausiliaria e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, divenne il Comandante della 35a Divisione, fino al 16 maggio del 1916, quando fu silurato dal comando della grande unità e mandato a casa. Trascorse la restante parte della sua vita fino alla morte, avvenuta nel 1944 a Bergamo, scrivendo vari saggi di storia.

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Un mondo senza vaccini?

5ff888_e0868d2aa7b24ba7bf343283c59cf06c_mv2Dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Tanto è il periodo analizzato nello studio compiuto da Francesco Galassi, Paleopatologo, che ripercorre la storia dell’umanità attraverso le sue malattie e le sue epidemie, giungendo fino alle scoperte che hanno permesso all’essere umano di sopravvivere: i vaccini. Non sono neanche trascorsi tre secoli da quando, nel 1796, un medico di campagna britannico, Edward Jenner, mise a punto il vaccino contro il vaiolo, somministrando in un bambino di otto anni del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino. Il risultato fu che al ragazzo, dopo alcuni mesi dal trattamento iniziale, fu inoculato il ceppo umano, ben più aggressivo di quello animale, senza che contraesse la malattia. A Jenner, oltre all’importanza del vaccino, si deve anche il primo tentativo di controllare e debellare una malattia infettiva. Da allora, tanti sono i passi in avanti fatti, ma anche da fare. Nel 1881, il chimico e microbiologo francese Louis Pasteur mise a punto il primo vaccino contro il carbonchio che colpiva bovini, ovini ed equini, utilizzando per la vaccinazione lo stesso batterio portatore della malattia indebolito con acido fenico. Dopo appena altri quattro anni, al chimico francese si deve l’ulteriore scoperta, assieme al medico Emile Roux, del vaccino contro la rabbia, dopo aver indebolito il virus prelevato da materiale nervoso da conigli affetti da rabbia. E come non ricordare Jonas Salk e la sua opera instancabile per trovare un rimedio contro la poliomelite: quando, nel 1955, in un’intervista gli domandarono chi possedesse il brevetto del vaccino, rispose semplicemente: “La gente, suppongo. Non c’è brevetto. Si puó brevettare il sole?” . Su tutto questo è incentrato il volume del Dottor Galassi: la storia dietro allo sviluppo e alla nascita dei vaccini, passando da Jenner, Pasteur, Salk e ai tanti medici e scienziati che hanno speso un’intera esistenza per il futuro dell’umanità.

1. Partiamo dal titolo del libro. Come sarebbe stato il mondo senza i vaccini e le scoperte che ne sono derivate?
Edward JennerIl mondo senza vaccini è stato quello che conosciamo tramite lo studio delle fonti storiche e l’analisi multidisciplinare dei resti mortali, scheletri o mummie che siano. Spesso crediamo che quel mondo sia qualcosa di lontanissimo, risalente a migliaia di anni fa. In realtà è sufficiente tornare indietro nel tempo di qualche decennio per accorgersi di quanto diversa e privilegiata sia la nostra realtà attuale. De facto l’introduzione delle vaccinazioni, assieme al all’introduzione degli antibiotici, ha rappresentato una cesura tra il mondo antico e il mondo moderno, almeno quello occidentale, come lo conosciamo noi. Solo per fare un esempio, sul finire dell’Ottocento, un numero altissimo di bambini ospedalizzati per difterite moriva. Fu grazie a pionieri della scienza, quali Emil von Behring, che la situazione mutò radicalmente, prima grazie alla sieroterapia, poi con l’evoluzione della tecnica nella pratica della vaccinazione.

2. Oggi, i vaccini sono alla portata di tutti e in pochi conoscono veramente i decenni di studi, a volte tutta una vita, spesi dietro a ricerche e sperimentazioni. Quanto ancora manca da scoprire?
Louis PasteurLa ricerca immunologica è in continuo progresso, sia per malattie già ben note sia per altre emergenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato una serie di test vaccinali in Africa contro la malaria. Questa potrebbe rappresentare una svolta epocale. Allo stesso tempo sono fallite le scadenze prefissate, anche a causa degli scenari di guerra recenti, di obiettivi molto concreti quali l’eradicazione della poliomielite. Uno dei problemi fondamentali al giorno d’oggi è che molte persone non si rendono conto che, vaiolo a parte, malattie infettive come il morbillo e la poliomielite non sono affatto sconfitte. Certo, sono grandemente “indebolite” rispetto ad alcuni anni fa, ma nel momento in cui non ci vacciniamo, queste possono tornare. Un paragone che amo fare è quello della natura selvaggia che cresce sulle rovine delle mirabili costruzioni dell’Impero Romano dopo la sua caduta e il conseguente abbandono della manutenzione delle sue infrastrutture. Quel che la scienza e la ricerca biomedica hanno sottratto alla natura, imponendo per la prima volta nella storia la nostra supremazia su di essa, la natura, con i suoi patogeni, è pronta a riprendersi esattamente nel momento in cui abbassiamo la guardia. Inoltre, uno scenario che fa rabbrividire è quello di un mondo in cui se, alla già presente fortissima resistenza agli antibiotici (pensiamo solo alla tubercolosi) da parte dei batteri, si sommasse al contempo il ritorno di malattie infettive oggi tenute sotto controllo tramite le vaccinazioni, spalancheremmo di certo nuovamente le porte del mondo prevaccinale. La situazione sarebbe disperata. Per di più, spesso noi consideriamo i patogeni e le malattie da essi causate, come entità eterne, stabili e immutabili. Tuttavia, questo è un grave errore. Gli agenti patogeni (virus, batteri, ecc.) evolvono nel corso della storia, esattamente come noi evolviamo. Un caso classico è quello della Bordetella pertussis, responsabile della pertosse, la cui evoluzione, inclusa la transizione da forma non epidemica ad epidemica, è avvenuta essenzialmente negli ultimi 500 anni della storia umana (i dati paleomolecolari e storici sono concordi su questo punto) e tuttora continua ad evolvere, causandoci problemi di efficacia dell’immunizzazione. La ricerca deve continuare, deve investigare il passato, rianalizzare le fonti storiche, combinare le evidenze biologiche con il dato paleopatografico. Solo una comprensione olistica della evoluzione delle malattie infettive ci può fornire indicazioni sullo sviluppo futuro delle stesse.

3. Il volume parte da lontano, dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Da Paleopatologo, come vengono studiate le malattie e le epidemie del passato?
Jonas SalkLa paleopatologia classica studia i resti mortali individuando tracce di malattia attraverso varie analisi medico-antropologiche tradizionali: esame morfologico, esame radiologico (RX convenzionale o TAC), analisi chimiche, analisi isotopiche, analisi molecolari. L’obiettivo è quello di ricostruire il fenotipo delle malattie, ossia come esse si sono effettivamente presentate in un determinato periodo storico, ma anche il genotipo, ossia l’insieme delle informazioni genetiche di un individuo o di un patogeno. Inoltre, la paleopatografia, sottobranca della paleopatologia, riesamina la documentazione storiografica ed archivistica, spesso utilizzando le biografie meglio documentate, quali quelli di personaggi illustri del passato, per ottenere informazioni sulla paleo-sintomatologia. Non ci si ferma, quindi, al solo riscontro di lesioni a livello osseo o dei tessuti molli preservati, ma si esegue uno studio globale di un caso clinico antico o, come nel caso delle epidemie, un insieme di casi. A livello delle epidemie del passato, si pensi al vaiolo, alla peste, i risultati migliori ci sono stati forniti negli ultimi anni dalle tecniche paleomolecolari, ossia del DNA antico, che ha permesso di ricostruire l’informazione genetica di questi antichi patogeni. Oltre ai singoli aspetti storiografici e paleopatologici per le singole malattie che tratto, nel mio libro sottolineo spesso la necessità di un approccio multidisciplinare alla medicina e all’importanza del ritorno alle fonti storiche, come chiave interpretativa del presente.

4. In Italia, ma non solo, monta la polemica, a volte più politica che scientifica, su presunte malattie legate ai vaccini. Studiando e analizzando le malattie del passato, cosa si sente di dire in proposito?
IMG-20171117-WA0002La polemica prospera laddove la pseudoscienza ha preso ormai da molti anni il sopravvento nelle dinamiche della comunicazione. Molti oggi discettano sulla natura della scienza, se essa sia o meno democratica. Pochissimi invece prendono in esame la natura autoritaria della pseudoscienza. Nei commenti ad un mio recente post, ho parlato di “tirannide della pseudoscienza”. Sì, si tratta di una tirannide, perché, prosperando in un humus culturale in cui anche i fondamenti stessi della storia e della scienza vengono messi in discussione, in cui viene promossa l’idea che la verità sia un qualcosa di recondito che solo pochi “veri sapienti”, in realtà niente più che modesti imbonitori della rete, possono dispensare alle masse, in cui è percepibile un clima di odio, di sospetto, di delazione, si determina il quadro di un relazione carismatica tra un leader e la massa di seguaci che lo segue acriticamente. La scienza, invece, si basa sui fatti. Le scoperte restano, gli scienziati e i loro nomi passano. Per fortuna, negli ultimi tempi alcuni colleghi si stanno energicamente battendo per “riconquistare” la rete, sottraendo spazio ai propugnatori delle teorie più assurde, spesso fantasiose elucubrazioni, molto più spesso pericoli veri e propri per la salute delle persone. Adesso quel che occorre è spostare l’attenzione sul tema della memoria: credo che sia la vera chiave di volta nel dibattito. Le persone rifiutano di vaccinarsi non solo perché finiscono per dare credito ai falsi profeti o perché inondati da cattiva informazione. Lo fanno anche perché non hanno ben chiara la lezione della storia, non riescono a rendersi conto del rischio che le nostre società correrebbero se noi abbandonassimo la via della ragione. Si tornerebbe ad un mondo che non solo è possibile, ma è molto concreto, reale: c’è già stato. Il mio libro è, quindi, un contributo di memoria e anche, in seconda battuta, una riflessione sulla necessità di una comunicazione diretta tra accademia e società civile, per prevenire appunto l’instaurarsi della tirannide della pseudoscienza.

Il padrone del vento

Il padrone del ventoFu un’impresa senza precedenti, tanto che nessuno fino ad allora aveva tentato. Eppure lui, l’Ammiraglio Agostino Straulino, considerato dopo quel giorno il Signore dei Mari, non credeva in cuor suo ad un insuccesso. E così, il 21 novembre 1964, di fronte ai vertici della Marina Militare e ad una città intera a bocca aperta, condusse la Nave Scuola Amerigo Vespucci a vele spiegate, lungo il canale che unisce il Mar Piccolo al Mar Grande, sfruttando a pieno le sue conoscenze marinaresche e la sua esperienza. E la sua storia, la sua epopea, la sua vita, rivivono oggi in un libro, Il padrone del vento, di Giuliano Gallo, non solo giornalista e inviato sui fronti caldi dei recenti conflitti, ma anche grande appassionato del mare e della vela. Perché, dopotutto, l’Ammiraglio Agostino Straulino, nato a Lussimpiccolo, in Dalmazia, fu anche un eroe decorato al Valor Militare nel corso del secondo conflitto mondiale e un campione olimpico di sport velici. A tal proposito, da esperto uomo di mare qual era, era solito ripetere: “Non smettiamo mai di guardarlo, il vento: dobbiamo sapere da dove arriva, come cambia, cosa ci vuol dire con le onde. E’ come se tanti messaggi si intrecciassero insieme e noi dobbiamo ogni volta decifrarli. E l’umore del vento influenza quello del marinaio. Il marinaio è contento quando c’è il vento, si diverte, non aspetta altro. Ed è sempre lì che oscilla tra i limiti estremi della bonaccia e dell’uragano”.

1. Una domanda di rito rivolta a tutti gli autori. Perché questo libro? Da dove è nata l’idea di un volume dedicato all’Ammiraglio Straulino?

Perché sono istriano, perché mio padre era un ufficiale di Marina durante la guerra, perché ho imparato a navigare in quelle acque (sono cresciuto a Venezia), perché Straulino è sempre stato un mito per chi va per mare. E poi perché il mio editore mi ha chiesto di scriverlo.

Agostino Straulino2. L’Ammiraglio Straulino è noto per avere, durante il comando della Nave Scuola Amerigo Vespucci, navigato a vele spiegate il canale navigabile a Taranto. Una grandissima abilità marinaresca, non c’è che dire…

Quell’impresa era stata favorita dalla tramontana, vento raro da quelle parti e utilissimo per tentare quell’audace manovra. Ma la perizia dell’Ammiraglio Straulino nel corso della sua lunga vita era emersa un’infinità di volte. Nel portare il Corsaro II fino a Honolulu, nel disalberare in parte l’Amerigo Vespucci per entrare nel porto di Kiel, nell’affrontare la più terribile burrasca che la nave avesse mai affrontato. Ma soprattutto nel vincere tutto quello che ha vinto.

3. L’Ammiraglio Straulino non fu solo Nave Vespucci, fu anche eroe decorato della Seconda Guerra Mondiale, nonché campione di sport velici…

Quando gli chiedevano come avrebbe voluto essere ricordato, lui rispondeva sempre: come un Ufficiale della Marina Militare. Quello era il suo vanto. Più che la medaglia olimpica e tutte le altre medaglie che aveva conquistato. Nella sua modesta casa di Roma non c’era traccia del suo immenso medagliere: solo una foto del Vespucci  e una del Corsaro.

4. Della sua epopea, della sua storia, cosa resta oggi in eredità ai nuovi marinai della Marina Militare Italiana?

Nave Scuola Amerigo VespucciPurtroppo molto poco. Qualche anno fa mi è capitato di raccontare la sua storia agli equipaggi delle Navi Scuola Stella Polare, Corsaro II e Caroly. Non ne avevano mai sentito parlare, e alla fine mi hanno ringraziato commossi per quello che avevo detto di lui. Anche all’Accademia Navale di Livorno ci sono solo poche tracce del suo passaggio: il suo busto è stato messo in un angolo fuori mano, vicino allo scalo delle derive. Insomma, la Marina Militare lo ha poco amato quando era vivo, sicuramente molto meno di quanto lui abbia amato la Marina. E non è stata capace di trasmettere la sua lezione alle giovani generazioni. Non c’è nemmeno una minuscola nave militare che porti il suo nome.

 

Il Battaglione Val Camonica e il Tenente Ubaldo Ingravalle

Tra le pieghe di una vitaSpesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra. Qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio. La storia di oggi nasce così, per caso. Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale, condivisa da un’intera generazioni di giovani: la Prima Guerra Mondiale. L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità. Il giovane Tenente Ingravalle giunge al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon. Sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio il Val Camonica prende parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache, prima di vedere concesso un periodo di riposo. Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ha il duro impatto dell vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove sono asserragliati gli Austriaci. E Tra le pieghe di una vita, accanto ai fatti personali, narra con scorrevolezza proprio gli eventi di cui fu protagonista il nonno dell’autore, passando per i giorni di Caporetto e delle offensive finali del novembre 1918. Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917,  in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite (il Val Camonica perse oltre 450 uomini), messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini, riuscì ad arginare un assalto austriaco. La motivazione, seppur breve, ricorda efficacemente quell’evento: “Addetto al comando di battaglione, inviato sulla linea quale informatore, di propria iniziativa assumeva il comando di un reparto rimasto senza ufficiali, guidandolo al contrattacco e proteggendo così il regolare ripiegamento di altre truppe. Fontanasecca 21 novembre 1917″. 

1. Intanto una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Da dove nasce questo libro?

Il libro, che mai avrei pensato potesse nascere dalla mia mano, è stato necessario per dare una risposta ai dubbi della famiglia di mia madre, che mai  aveva potuto conoscere il cammino in guerra del loro genitore: Ubaldo Ingravalle. A parte il nome del reparto, nulla da lui era mai trapelato circa quei tre anni di patimenti al fronte. Qualsiasi domanda trovava una risposta sbarrata, “ho visto morire troppi ragazzi”, diceva e nessun’altro racconto, svelava il suo passato.

2. Tra le pieghe di una vita ripercorre una storia personale, che si intreccia con i grandi sconvolgimenti dell’intero Novecento. Non è cosi?

Monte RombonE’ stato doveroso ricordare, dopo una faticosa ricerca circa quel reparto dimenticato e quegli uomini, il cammino successivo del nonno, che fu talmente colpito e affascinato dalla tempra dei suoi montanari che decise al termine del conflitto, di raffermarsi nel Regio Esercito Italiano, pur non avendo mai nemmeno svolto il servizio di leva nella sua gioventù. Abbiamo così seguito i suoi passi negli anni successivi, peregrinando tra caserme e incarichi alpini fino ad arrivare al secondo conflitto mondiale e ai tragici scontri con gli Slavi sul confine orientale, su quel confine travagliato, e ai massacri a cui scampò miracolosamente.

3. Entriamo adesso nel “vivo” del libro, ovvero il reparto alpino di “dimenticati”. Qual è la loro storia, in breve?

Ubaldo IngravalleIl racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alti valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi. Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917, dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte. Li definiamo così “dimenticati” perché di quella sofferta compagine questo è il primo testo che ne parla, e di loro non esiste un saggio, un monumento, una via o un’aula pubblica e nemmeno nelle valli da dove partirono e dove non ritornarono. La figura del nonno, Ufficiale del Reparto, passa così presto in seconda linea per fare emergere le misere storie di altri nonni, abituati alle privazioni e fatiche ma che non videro mai coronato il loro ricordo e valutate le loro incredibili sofferenze.

4. C’è un evento in particolare che suo nonno ricordava con maggior interesse?

Raccontò pochissimo di quegli anni, e solo il ritrovamento del Diario Storico del Reparto a Roma, ci ha permesso di ricostruirne la storia, ma dava giustificazione della sua calvizie, non alla ferita patita sul Grappa, ma al fatto che vide imbiancare e cadere tutta la sua capigliatura, in quelle tre settimane di orrori, su di quella montagna. Momenti in cui si videro contrastare le baldanzose truppe di Rommel, e che avevano ormai solo quel  baluardo che li separava dalla pianura veneta, e per sbucare poi, alle spalle del Piave.

La guerra tradita: le memorie di un ufficiale della Divisione Littorio

La guerra traditaLuciano Berti, allo scoppio della guerra, quel 10 giugno 1940, è ancora uno studente universitario, allegro, con i suoi vent’anni ed un futuro davanti. Ma, anche se ancora giovane, in lui si fa strada una sola convinzione: partire volontario. Decide così di arruolarsi, venendo mandato, per il periodo di addestramento, a Lucca, dove ha sede la Scuola per Allievi Ufficiali di Complemento per l’Artiglieria. Tra un addestramento ed un altro, in Luciano Berti si fa strada la voglia di raccontare, testimone in prima persona degli anni che sconvolsero il mondo intero per cinque lunghi anni. Ed ecco il suo diario, La guerra tradita, venuto alla luce ormai postumo, curato con attenzione da Cristina De Giorgi, giornalista romana. In esso, si ripercorrono gli altri passati al fronte, in Albania e in Jugoslavia, e il servizio prestato nel 41° Reggimento Artiglieria.  E poi le drammatiche giornate dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e la scelta finale: continuare a combattere aderendo alla Repubblica Sociale Italiana al nord, tra le fila della Divisione Littorio, una delle quattro grandi unità volute da Mussolini (assieme alla Monterosa, alla San Marco e all’Italia), addestrata in Germania e schierata sul fronte italiano. Abbiamo, pertanto, incontrato Cristina De Giorgi.

1. La Guerra Tradita nasce come diario personale di Luciano Berti, Ufficiale di Artiglieria che ha combattuto il secondo conflitto mondiale nel Regio Esercito prima e con l’Esercito Repubblicano di Salò poi. Da dove è nata l’idea di curare questo libro?

Luciano BertiUn pomeriggio di diversi anni fa, insieme alla mia famiglia, andai a trovare Luciano Berti. Ci andavamo ogni volta che potevamo, era un piacere parlare con lui ed ascoltare i suoi racconti di guerra e di vita. Quella volta in particolare, la ricordo molto bene, gli chiesi se per caso non avesse voglia di scrivere i suoi ricordi, perché ritenevo che la sua esperienza meritasse di essere letta e conosciuta. Lui allora sorrise e tirò fuori un pacco di fogli di carta vergati a mano. Erano il suo diario militare. Me li affidò e chiese di occuparmene, di curarne con la massima libertà la pubblicazione. Cominciai dunque con il trascrivere tutto al computer per poi editare il testo in modo da chiarire meglio alcuni passaggi, sempre nel rispetto del concetto espresso dall’autore, ed inserire note ove fosse necessario. Un lavoro lungo ma anche entusiasmante, perché l’autore scrive in modo da far sembrare di essere a tua volta dentro il suo racconto. E così anche quando ho avuto in mano il volume fresco di stampa, pubblicato nella prestigiosa Collana Storica di Mursia. Ho un unico rimpianto: il fatto che Luciano, lo chiamo per nome perché lo considero un po’ come il nonno che non ho mai conosciuto, sia venuto a mancare prima dell’uscita del suo La Guerra Tradita. Avrei voluto renderlo soddisfatto e orgoglioso.

2. Che tipo di Ufficiale era Luciano Berti? Cosa ti ha colpito di più della sua figura, prima di tutto come uomo e poi come militare?

Luciano BertiDel Luciano uomo, dalle sue pagine emerge una personalità precisa, curiosa, che non si dà mai per vinto anche nelle difficoltà, che ama primeggiare in tutto quello che fa. Che ha un fortissimo senso del dovere, che adora la sua famiglia e la sua Patria. Quanto al tipo di Ufficiale che è stato, basterebbe dire che non pretendeva mai dai suoi soldati nulla che non facesse lui per primo. Era ligio al regolamento militare, ma sapeva anche interpretarlo in modo da tenere conto delle esigenze personali dei suoi sottoposti, che anche per questo lo tenevano in grande considerazione. Una volta, per esempio, durante un trasferimento in treno, consentì ad un soldato di scendere per andare a trovare i suoi, che abitavano in una cittadina attraversata durante il tragitto, col patto di farsi trovare l’indomani alla stazione successiva. Se non fosse tornato, i guai li avrebbe passati lui che era l’Ufficiale e che l’aveva autorizzato ad andare. Il soldato, comunque, grato per la possibilità ricevuta, tornò. In un’altra occasione, quando era ufficiale di picchetto, riportò in caserma un gruppo di Camice Nere che si erano attardate ben oltre l’orario di rientro per festeggiare un compleanno, e disse che li aveva precettati lui per un servizio, evitando loro punizioni e rigore. Di episodi come questi, nel diario di Luciano, ce ne sono tanti. E secondo me sono molto indicativi per comprendere la sua essenza di militare graduato.

3. Dopo l’8 settembre 1943, Berti ha compiuto una scelta decisa, coraggiosa. Cosa lo ha spinto ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana?

Divisione LittorioNei giorni successivi all’armistizio, Luciano Berti è al fronte, in Albania, dove assiste allo sbandamento dell’Esercito Italiano, che da alleato, per i Tedeschi, diventava nemico. Ne derivò, per molti, l’internamento nei campi di prigionia in Germania. Altri invece, tra cui Luciano, entrarono nel Gruppo Volontari Rodolfo Graziani, formato nel campo in cui erano stati portati i nostri soldati in attesa di ordini dal costituendo Governo della Repubblica Sociale. Per capire cosa lo ha spinto, bastano queste sue poche parole: “Inevitabile per me non schierarmi con gli Anglo-Americani, che continuavano a bombardare il mio Paese, ma andare avanti con dignità a combattere a fianco del vecchio alleato tedesco, prendendo posizione contro il tradimento”. Fu amor di Patria, dunque. E volontà di difendere l’onore dell’Italia. Ideali, questi, che Luciano vive fino in fondo, prima tra le fila della Divisione Littorio nella guerra sul fronte alpino e poi in prigionia in Francia.

4. C’è un episodio del diario che ritieni particolarmente importante non sia andato perduto?

A dir la verità  non saprei sceglierne uno solo. Ritengo, infatti, che la storia di Luciano, raccontata attraverso le sue parole, meriti di essere conosciuta da tutti. Personalmente, e l’ho anche scritto nella postfazione, ritengo che la Storia,  quella con l’iniziale maiuscola, quella vera, la facciano gli Uomini. Se si vuole veramente capirla e comprendere anche i grandi eventi, è  dai singoli, dalle loro scelte, dalle loro vite che bisogna partire. E la vita di Luciano fornisce senz’altro più di qualche spunto di riflessione. Utile e stimolante non solo per chi condivide i suoi ideali ma per tutti.

24 ottobre 1917: Caporetto

Breve storia di CaporettoSebbene siano passati ormai cento anni da quel tragico 24 ottobre 1917, quando le forze austro-tedesche sfondarono il fronte italiano lungo il fiume Isonzo nei pressi di Caporetto, e nonostante i fiumi di inchiostro che già all’indomani della fine del conflitto iniziarono a essere scritti, tra memoriali e diari, sulla più grave sconfitta subita fino ad allora dal Regio Esercito Italiano, la saggistica di storia contemporanea e militare continua a fornire al grande pubblico nuovi testi su quei tragici anni Ed è quello che ha fatto recentemente Giacomo Properzj, giornalista e scrittore, appassionato del primo conflitto mondiale. La sua opera, Breve storia di Caporetto, ricostruisce in maniera precisa e scrupolosa quanto avvenne alla fine di ottobre 1917, quando le forze italiane furono sopraffatte nel cuore della notte da quelle tedesche e austriache.

1. Perché scrivere un libro su Caporetto e la tragedia che seguì, una delle disfatte più significative subite dall’Italia nel primo conflitto mondiale? Cento anni dopo esiste ancora qualcosa di non raccontato?

Si, esiste ancora qualcosa di non raccontato, o meglio, di raccontato in modo diverso dalla verità storica, come hanno fatto alcuni quotidiani nel ricordarne il centenario. Le responsabilità militari, per esempio, non furono tutte del Generale Luigi Cadorna, che anzi aveva predisposto già da tempo, insieme al Generale Felice Porro, una seconda linea di difesa e di resistenza, la linea del Piave, ai fini di un’eventualità negativa.

Luigi Cadorna2. Secondo le sue ricerche, perché il Comando Supremo italiano non presto ascolto ai tanti disertori autro-tedeschi in merito ad un imminente attacco lungo l’Isonzo?

Secondo la mia idea, i comandi italiani che ebbero moltissime notizie, in parte confuse e provenienti da semplici militari non sempre affidabili, trovarono una loro difficoltà di interpretazione attiva in due elementi: il primo, più importante, la mentalità burocratica del nostro Regio Esercito e i lunghi “passaggi di carte”. Secondo, le differenti interpretazioni dei più importanti generali, in particolare il Generale Capello, che voleva reagire con un contrattacco.

3. La disfatta di Caporetto, più che per lo sfondamento del fronte, ha fatto parlare di sé anche per la rotta che ne seguì. A cosa fu dovuto il caos che ne derivò?

Il caos che derivò fu dovuto principalmente all’enorme numero di uomini che si accumulavano per varie ragioni ai margini delle prime linee pur avendo da svolgere dei ruoli non combattenti. Questi uomini ingombrarono le strade rendendo difficile il passaggio alle truppe di riserva che si  dovevano schierare su di una seconda linea, peraltro non prevista chiaramente. Anche le artiglierie tenute in posizioni molto avanzate furono rapidamente superate dall’avanzata tedesca e gran parte del nostro esercito fu scavalcato e lasciato inoperoso sulle alture.

4. A cosa si deve il “miracolo del Piave”? Davvero, per la prima volta da quel 24 maggio 1915, i soldati italiani si trovarono a combattere per le proprie case? E’ vero, come più volte raccontato, che fino a quel momento la guerra era ancora “sentita” lontani dai soldati al fronte?

O il Piave o tutti accoppati!Militarmente la linea del Piave prevista ancora nel 1916 soprattutto dal Generale Porro era una linea che accorciava il fronte di più di un terzo ed era già organizzata con depositi, in alcuni punti addirittura trincee e quant’altro. Dal punto di vista morale i reggimenti che riuscirono ad arrivare inquadrati dietro il Piave erano decisi a combattere e i trecentomila e più prigionieri che gli austriaci avevano fatto rappresentavano un ingombro e un rallentamento dell’avanzata austro-tedesca. Il Paese, sulle prime, non si rese conto del pericolo che correva e quindi si evitò il panico dei civili nelle zone arretrate, poi tenne, malgrado tutto, duro, grazie all’attitudine del Governo e della stampa. La diversità con quanto accadeva quasi negli stessi giorni in Russia sta proprio qui: le nostre truppe non erano in rivolta ma abbandonavano posti di combattimento spesso avendo come aspirazione finale quella di ritornare a casa.