L’Africa mineraria rivive in un libro

L'Africa di mio padreTorniamo a parlare di libri, questa volta recensendo una novità editoriale. L’Africa di mio padre, di cui è autore il ricercatore Aurelio Fadda, si concentra su un periodo storico dell’Italia spesso rimosso dalla memoria collettiva, ovvero il colonialismo in Africa Orientale e la proclamazione dell’Impero da parte di Benito Mussolini dopo la guerra e la conquista dell’Etiopia. Il volume ripercorre oltre dieci anni di storia, catapultando gli eventi personali di una famiglia nel grande calderone del Novecento: una storia privata, quindi, che diventa di pubblico dominio. A corredo delle ricerche svolte in tal senso da Fadda, si uniscono le oltre duecento fotografie, originali e per lo più inedite al grande pubblico, scattate proprio dal padre dell’autore e da suoi conoscenti e colleghi di lavoro: infatti, il volume è un omaggio a tutti quegli Italiani che in terra d’Africa prestarono il proprio servizio per le industrie minerarie della regione, come la SMIT (Società Mineraria Italo-Tedesca), la Prasso (fondata da Alberto Prasso e che fin dal 1905 scoprì importanti giacimenti auriferi) e la SAPIE (Società Anonima per le Imprese Etiopiche).

1. Partiamo con una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori: da dove nasce questo libro?

Oltre duecento negativi, riportati a casa rocambolescamente da mio padre Angelo, dopo la guerra e, soprattutto, dopo cinque anni di prigionia in India a Yol, alle pendici dell’Himalaya. Nasce dal rimpianto di un figlio per non aver parlato a sufficienza, non aver approfondito col padre questa parte della sua vita.

2. Il volume da lei pubblicato ripercorre dieci anni di storia italiana, intrecciandosi con la storia di suo padre. Una memoria privata che diventa pubblica quindi…

Certamente una memoria privata fatta di pochi dati, documenti e tantissime immagini, che dopo decennale ricerca atta a completare un difficile puzzle diventa pubblica. Le cose lasciate in un cassetto poi vanno inesorabilmente perse.

3. Oltre che un libro di ricordi e di memorie, il volume è ricchissimo di fotografie originali, del tutto inedite, perché scattate da suo padre. E’ stato arduo metterle tutte assieme?

Mio padre è morto abbastanza giovane (68 anni) lasciandomi questo suo “tesoro” di negativi 6×6 e pochi documenti; non è stato arduo mettere assieme le foto, ho avuto un ottimo grafico (Antonio Figus della CSC Umanitaria di Carbonia). E’ stato arduo ricercare i dati sulla attività mineraria italiana in Africa Orientale. Ho visitato  tanti archivi italiani ed esteri, tanto Internet. E’ stato arduo ritrovare i parenti dei colleghi di mio padre ma ci sono riuscito in diversi casi. Altri continuerò a cercarli… Con il libro!

4. Come amava ricordare gli anni passati in terra d’Africa suo padre?

Ne parlava ma non troppo. Noi ragazzi di allora, Anni Settanta e Ottanta, non eravamo interessati, anzi commettemmo, o commisi, l’errore storico di accomunare la vita dei nostri cari e le loro tragiche esperienze con il “male assoluto”, il Fascismo. Fu a mio parere un grave errore ed ho voluto fare questo libro alla memoria (come dice Antonella Natucci di Viareggio, ritrovata figlia del Sergente Maggiore Alfredo, collega militare di mio padre) di quei giovani che come lui dedicarono dieci anni di vita alla patria.

Gli Angeli Sterminatori. L’epopea delle tiratrici scelte sovietiche

Dopo la storia delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Gian Piero Milanetti torna in libreria con un nuovo volume. Gli Angeli sterminatori, questo il titolo della nuova “fatica, ci racconta un’altra epopea quasi sconosciuta (anche in Russia se ne sa veramente poco): quella delle tiratrici scelte dell’Armata Rossa, soldatesse che inflissero gravi perdite tra le fila dell’esercito tedesco. Abbiamo incontrato l’autore e scambiato qualche parola in merito al volume.

1. Dopo Le Streghe della Notte, ovvero la fantastica epopea delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la nuova fatica esplora un altro capitolo poco conosciuto del conflitto: quelle delle cecchine, veri e propri “Angeli Sterminatori”. Da dove nasce questo libro?

Gli Angeli SterminatoriQuando iniziai a interessarmi alle aviatrici sovietiche della Seconda Guerra Mondiale, scoprii  presto, consultando le fonti, che a combattere contro i Tedeschi, durante quella che i Russi chiamavano la Grande Guerra Patriottica, non erano state soltanto donne pilota, ma anche delle tiratrici scelte. E non erano dei casi isolati. Si calcola che fossero più o meno duemila. Era un fatto assolutamente straordinario, senza precedenti e in pratica senza seguito. Fui molto colpito perché la vita sui campi di battaglia del fronte orientale erano particolarmente dure: condizioni meteo e ambientali proibitive,  combattimenti anche corpo a corpo di estrema ferocia, privazioni e scomodità al di là dell’immaginabile. In seguito scoprii che queste eroine  non dovevano vedersela solo con la Wehrmacht, ma anche combattere i pregiudizi, il maschilismo e gli abusi dei propri commilitoni. Così, mentre raccoglievo dati, foto e informazioni sulle aviatrici sovietiche, lavoravo anche sul progetto di una storia delle cecchine sovietiche. Ma è stata una ricerca per certi versi più difficile perché il materiale, testi e soprattutto fotografie, su di loro è molto più scarso. Non a caso Gli Angeli Sterminatori è il primo libro mai pubblicato in Italia sulle cecchine sovietiche ed il secondo mai pubblicato in Occidente.  Nell’ex URSS queste eroine sono quasi del tutto dimenticate. Ho voluto onorarne la memoria almeno in Italia.

2. Tra le tante storie, una in particolari ci ha colpiti: quella di Lyudmila Pavlichenko che, oltre ad essere stata la più abile, si fece portatrice e divenne la voce oltreoceano per l’apertura di un secondo fronte. Ci parli brevemente di lei?

Lyudmila PavlichenkoLyudmila Pavlichenko è stata la più grande tiratrice scelta della storia e uno dei più grandi cecchini in assoluto. In un solo anno di combattimenti, ha colpito più nemici lei della stragrande maggioranza di franchi tiratori, non solo sovietici, di tutta la Seconda Guerra Mondiale: 309, molti dei quali tiratori scelti di grande abilità. Se non fosse stata “ritirata” dopo solo un anno e destinata da Stalin in persona all’addestramento di altri tiratori scelti, e fosse sopravvissuta, ovviamente, la Pavichenko sarebbe diventata probabilmente  il più grande cecchino di tutti i tempi. Oltre a possedere le qualità di tutti i franchi tiratori di successo, era una persona straordinaria, di grande intelligenza, cultura e personalità. Prima di arruolarsi aveva lavorato come arrotino in un arsenale di Kiev, mentre nel tempo libero praticava il tiro a segno in un’associazione paramilitare della fabbrica, e aveva studiato storia all’università della capitale ucraina per quattro anni.  In questo ricorda le aviatrici sovietiche, che prima e dopo essere delle straordinarie combattenti dell’aria, erano delle ragazze molto intelligenti, spesso molto colte, e multitasking come si dice oggi, capaci di cimentarsi con  successo in campi di attività molto diversi.

3. Celebre è il film Il nemico alle porte, con l’epico scontro tra due cecchini tra le rovine di Stalingrado. Quanto influirono queste donne nel morale dei soldati al fronte?

C’è anche un film del 2015 dedicato a Lyudmila Pavlichenko, La battaglia di Sebastopoli, purtroppo del tutto sconosciuto da noi, perché di produzione russo-ucraina. Comunque, per rispondere alla sua domanda, le cecchine al fronte rincuorarono, anche solo con la loro presenza, i soldati dell’Armata Rossa. Li motivarono, a volte li trascinarono in attacchi vittoriosi.  E, bisogna dire, risvegliarono in loro anche passioni e sentimenti che la guerra aveva sepolto.

4. Dopo le Streghe e gli Angeli ha in serbo qualche altra sorpresa per gli appassionati di storia? C’è qualche altra storia poco raccontata del secondo conflitto mondiale in terra russa che vorrebbe narrare?

Lyudmila Paulichenka with Maria Aleksejevna KoskinaunaCi sono molte storie ancora seppellite in parte o totalmente negli archivi ex-sovietici che purtroppo con l’avvento di Putin sono stati chiusi agli stranieri. Ma anche delle storie già raccontate, come quelle delle Streghe della Notte in realtà c’è molto ancora da dire e da scrivere perché ci sono tanti aspetti non strettamente militari o operativi che non sono stati raccontati. Stavo pensando di scrivere un romanzo storico su di loro basato rigorosamente su personaggi reali fatti realmente accaduti e ambientazioni precise. Un romanzo corale, che racconti le emozioni non solo del combattimento, le relazioni strette tra quelle ragazze, i loro pensieri, i loro sogni. Perché erano grandi emozioni e passioni che e spingevano a compiere le loro grandi imprese.

La guerra fredda al cinema

corea-in-fiammeIl primo ad utilizzare il termine guerra fredda fu lo scrittore statunitense George Orwell, l’autore di 1984 e La fattoria degli animali, con cui preconizzava l’egemonia delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, le quali, non potendo annientarsi a vicenda, avrebbero finito per soggiogare tutte le altre nazioni. Poi, fu la volta, nel 1947, del giornalista Walter Lippmann che descrisse, tra i primi, la Airdate: Saturday, November 4 (8-10:30 p.m. ET)tensione crescente tra i due ex alleati vincitori del secondo conflitto mondiale. E di quella guerra non guerreggiata direttamente parliamo oggi e, in particolare, della sua trasposizione sul grande schermo. Come già fatto per i film dedicati alla Grande Guerra, non pretendiamo di accontentare tutti quanti, soprattutto se ci dimentichiamo qualche film. Pertanto, partiamo con quelle pellicole che, secondo noi, hanno meglio rappresentato la scena internazionale almeno fino al 1991, anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. A onor del vero, già nel 1951 la cinematografia tentò di esplorare l’universo della guerra fredda: ci pensò Samuel Fueller che diresse Corea in fiamme, film crudo sul conflitto che, per certi versi, anticipò l’intervento americano in Vietnam.

uParticolare il filone dedicato alla guerra sottomarina, che rappresenta forse meglio di tutti la tensione sempre presente di un possibile conflitto combattuto con armi nucleari. Celebre, primo fra tutti, Caccia a Ottobre Rosso, del 1990 e diretto da John McTiernan, interpreatato magistralmente da Sean Connery, dove il comandante del sommergibile fiore all’occhiello della marina sovietica, defeziona negli Stati Uniti con un ristretto cerchio di fedeli ufficiali. Harrison Ford e Liam Neeson, poi, hanno fatto rivivere il dramma, reale, del K-19 (2002, regia di Kathryn Bigelow), sottomarino atomico della Classe Hotel che, a causa di una grave avaria al reattore nucleare di bordo, uccise e contaminò decine di uomini dell’equipaggio. Dal punto di vista americano, invece, abbiamo Allarme Rosso, per la regia di Tony Scott (1995), dove un anziano ufficiale, Gene Hackman, si scontra con il suo sottoposto, Denzel Washington, mettendo in luce la fallacità della catena di comando e di quanto potesse essere relativamente facile, per un comandante di un sommergibile statunitense, armare e lanciare i missili nucleari.

apollo-13Avvincente le pellicole dedicate alla corsa allo spazio. Se, infatti, recente è il film russo Gagarin. Primo nello spazio, diretto da Pavel Parkhomenko, con Yaroslav Zhalnin nei panni del giovane cosmonauta, l’antesignano fu senza dubbio The Right Stuff. Uomini veri, che ripercorse la corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica fin dal 1947 e dal volo a Mach 1 di Chuck Yeager fino al Progetto Mercury: girato nel 1983 da rocky-4Philip Kaufman vede come protagonisti, tra gli altri, Sam Shepard, Ed Harris, Dannis Quaied e Fred Ward. Tom Hanks, invece, diretto da Ron Howard nel 1995, riporta alla mente la tragedia sfiorata dell’Apollo 13, quando la navicella della NASA, in fase di avvicinamento alla Luna, subì una grave avaria. Anche lo sport ha avuto la “sua” guerra fredda. Indimenticabile, infatti, Sylvester Stallone nei panni di Rocky 4, volato in Unione Sovietica in un braccio di ferro contro il suo rivale Ivan Drago, responsabile della morte sul ring del vecchio rivale (e poi amico) dello Stallone Italiano, Apollo Creed.

The day afterMa la vera guerra fredda è stata raccontata anche in altre pellicole. Il regista Roger Donaldson, nel 2000, dietro la macchina da presa, ha girato Thirteen Days, i tredici giorni in cui il mondo rischiò veramente il conflitto nucleare, ovvero la crisi dei missili di Cuba. Bruce Greenwoord, nei panni del Presidente Kennedy, e Kevin Kostner, ponte-delle-spiesuo consigliere particolare, in un crescendo di suspance e tensione, hanno tentato di raccontare quanto il genere umano sia stato vicino all’annientamento. Annientamento, invece, avvenuto in due pellicole di enorme successo, ucroniche, ovvero narranti uno scenario mai accaduto ma altamente plausibile. Il Dottor Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la thirteen-daysbomba, di Stanley Kubrick (1964) e The day after di Nicholas Meyer (1983) dimostrano come la deterrenza nucleare e il clima di tensione tra i due blocchi scaturito fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto sfociare in un conflitto nucleare su larga scala, che avrebbe coinvolto non soltanto Stati Uniti e Unione Sovietica, ma bensì il mondo intero. Infine, Steven Spielberg, nel 2015 ha diretto Tom Hanks e Mark Rylance ne Il ponte delle spie, cronaca fedele della crisi dell’U2, quando il Capitano Gary Powers venne abbattutto nei cieli sovietici a bordo di un aereo spia: rilasciato, venne scambiato, assieme allo studente americano Frederic Pryor, arrestato a Berlino Est, per Rudolf Abel, spia sovietica del KGB. Lo scambio avvenne di notte sul Ponte di Glienicke, a Potsdam, nel più assoluto riserbo, grazie, e soprattutto, dell’instancabile opera di mediazione dell’avvocato James Donovan.

In guerra per amore, lo sbarco in Sicilia di Pif

in-guerra-per-amore“La condotta degli Alleati prima e dopo l’occupazione costituì un fattore di primaria importanza per la ripresa nell’isola dell’attività mafiosa. L’azione degli Alleati servì almeno in parte a ridare forza alla mafia, a restituirla, con nuove energie, alla sua funzione di guardia armata del feudo, a creare infine le premesse di quel collegamento tra mafia e banditismo che avrebbe insanguinato per anni le pacifiche contrade dell’isola”. Così si esprimeva, nel  1976, il Senatore Luigi Carraro, membro della Commissione Antimafia della Sesta Legislatura nella sua relazione finale: era, forse, la prima volta che veniva discusso, e messo nero su bianco, che il fenomeno mafioso in Sicilia era tornato a prosperare e a rifiorire a partire da una data precisa, quella del 10 luglio 1943, ovvero quando oltre 160.000 uomini delle forze alleate diedero avvio all’Operazione Husky, l’inizio della campagna d’Italia. E di recente, un giovane regista, Pif, ha portato sul grande schermo proprio la collusione tra esercito americano e mafia: nel film In guerra per amore, uscito nelle sale italiane a fine ottobre 2016, è raccontata la storia di un giovane soldato italo-americano, Arturo Giamarresi che, sbarcato al seguito del grosso delle truppe d’oltreoceano, si ritrova quasi per caso arruolato nell’OSS, l’Office of Strategic Services, il “padre” della futura CIA. Entrato a far parte dell’intelligence, diverrà l’instancabile braccio destro di un giovane ufficiale dai saldi principi, il Tenente Philipp Catelli, anch’egli “in guerra per amore”, come avrà modo di dire al suo sottoposto: se, infatti, Giamarresi si è arruolato per fare visita a Crisafulli, piccolo centro di fantasia nel cuore della Sicilia, il padre di Flora, la giovane amata a Brooklyn, di cui intende chiedere la mano, il Tenente Catelli è partito volontario perché, da emigrato di origine italiane, ha un grosso debito d’amore verso la sua nuova Patria d’adozione: quello di aver accolto lui, la sua famiglia e tanti altri emigrati italiani.

in-guerra-per-amore1La storia che ci racconta Pif, tra una risata e un’altra, racconta di una Sicilia in cui il fenomeno mafioso, sebbene sopito dopo vent’anni di Fascismo, non è scomparso del tutto: e, infatti, prima di raggiungere il suolo siciliano, gli Americani decidono di prendere precisi accordi con uno dei massimi esponenti della mafia italo-americana, Lucky Luciano, allora detenuto nel carcere di Sing Sing. Bastano poche sue parole fatte pervenire agli “uomini d’onore” in terra siciliana, affinché i nuovi occupanti dell’isola non abbiano alcun tipo di problema. Emblematica, a questo punto, la frase pronunciata proprio dal Tenente Catelli durante la scarcerazione di alcuni presunti antifascisti siculi: “Mi dica la verità. Qua di antifascisti non ce ne è nemmeno uno vero?”. E , in effetti, l’AMGOT, l’Allied Military Government of Occupied Territories, sotto la guida del Tenente Colonnello Charles Poletti, capo degli Affari Civili della 7a Armata americana, si servì di mafiosi già imprigionati dal Fascismo per amministrare i territori durante l’occupazione dell’isola. Il Capitano Edward Scotten, del servizio di intelligence americano, citato alla fine del film da Pif, in un suo rapporto dell’ottobre-novembre 1943, riportava come “molti Siciliani si lamentano del fatto, ed è la cosa più inquietante, che nostri molti interpreti di origine siciliana, provengono direttamente da ambienti mafiosi statunitensi. La popolazione afferma che i nostri funzionari sono ingannati da interpreti e consiglieri corrotti, al punto che vi è il pericolo che essi diventino uno strumento inconsapevole in mano alla mafia”.

in-guerra-per-amore2E se nel film di Pif i personaggi sono frutto di fantasia, dal giovane soldato Arturo Giamarresi al Tenente Catelli, non lo è la figura del boss Don Calò, soprannome di Calogero Vizzini, futuro sindaco mafioso di Villalba, nominato proprio dall’AMGOT. Così come sono reali Michele Sindona e Lucky Luciano, Vito Ciancimino e Giuseppe Genco Russo, futuri esponenti di quella criminalità collusa con il potere politico dell’immediato dopoguerra. E proprio come In guerra per amore, nel volume Controstoria della Liberazione, dello storico Gigi di Fiore, sono ricordate le strade che, secondo il Capitano Scotten, le forze americane avrebbero dovuto seguire in Sicilia nei confronti del fenomeso mafioso: “azione diretta e violenta; tregua negoziata con i capimafia; rinuncia a ogni tentativo di controllare la mafia, lasciandole spazi e margini di manovra. Alla fine, gli Alleati seguirono la terza via alla Ponzio Pilato, con l’alibi di essere solo di passaggio. Di fatto, in quel modo fu lasciata mano libera ai capibastone e ai loro interessi. L’ottanta per cento dei comuni siciliani della provincia di Palermo finì sotto il controllo di mafiosi e separatisti”. La mafia,a partire da quel 10 luglio 1943, tornava ad uccidere d’estate.

I comandi protetti della NATO

received_10209629265122454Tornano le recensioni delle novità editoriali e, questa volta, l’argomento trattato è la Guerra Fredda, quel conflitto che vide contrapposte le due Superpotenze, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, con i rispettivi blocchi contrapposti: il Patto Atlantico (la NATO), che riuniva tutti gli alleati di Washington, da una parte, e il Patto di Varsavia, dall’altra, controllato e diretto da Mosca. Anche l’Italia, data la sua posizione strategica nel bacino del Mar Mediterraneo, ma anche per la vicinanza a quella cortina di ferro che, dalle parole di Winston Churchill, calò da Stettino, sul Baltico, a Trieste, nell’Adriatico. L’Italia, poi, confinava con la Jugoslavia di Tito, che, sebbene avesse rotto i rapporti con l’Unione Sovietica nel 1948 rigettando il COMINFORM, l’organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti, era pur vista dal nostro Paese, e di riflesso dall’Alleanza Atlantica, come un possibile avversario. Per questo, abbiamo rivolto alcune domande a Leonardo Malatesta, Direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Storico Militari Divisione Pasubio, autore del volume I comandi protetti della NATO.

1. Una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Perché questo libro?

Ho incentrato il volume sul periodo della Guerra Fredda perché il tema è ancora da scoprire e ci sono ancora molti lati oscuri.

2. Durante la Guerra Fredda, una delle principali basi NATO era il 1° ROC del Monte Venda. Che genere di base era e quali erano le sue attività?

Il 1° ROC (Regionale Operation Comand), attivo dal 1962 al 1998, ebbe il compito fondamentale della difesa aerea del nord-est italiano, il settore da dove, secondo le informazioni in mano allo Stato Maggiore italiano, poteva avvenire l’attacco delle forze del Patto di Varsavia. Il 1° ROC, come il 2° ROC a Monte Cavo e il 3° ROC a Martina Franca, era un comando protetto, in galleria, all’interno della montagna per difendersi da un attacco atomico. All’interno della galleria vi erano varie agenzie e uffici, con i compiti di difesa aerea e soccorso aereo. Erano i comandi di guerra delle tre regioni aeree. All’interno del sito protetto c’era personale italiano e NATO.

3. E le basi Black Yard e West Star? Avevano altri generi di compiti più specifici?

West Star e Black Yard erano i siti protetti del comando NATO di Verona, lo FTASE (Forze Terrestri Alleate del Sud Europa). Il sito principale era West Star, ad Affi, vicino Verona. Erano dei siti antiatomici, definiti C3 (Comando, Controllo e Comunicazione). All’interno della struttura c’era la zona tecnica, per il condizionamento dell’aria e le varie apparecchiature, e la zona operativa, riservata, a cui non potevano accedere tutti, ma solo chi aveva un determinato pass. Nell’area riservata, c’erano sia militari dell’Esercito che della Marina e dell’Aeronautica, che ventiquattro ore su ventiquattro erano pronti ad una eventuale guerra atomica. I siti erano completamente autonomi e Black Yard era il sito alternato di West Star, che sarebbe entrato in azione se l’altra base non era operativa.

4. Oggi cosa resta di queste basi, simbolo di un’epoca, quella della Guerra Fredda, in cui il mondo era “spaccato” e diviso in due blocchi contrapposti?

Oggi West Star è ancora completamente integra ed è ancora zona militare, gestita dal V Reparto Infrastrutture dell’Esercito Italiano, mentre Black Yard, chiusa nel 2000, è stata oggetto di vandalismo e distrutta. Il 1° ROC del Monte Venda, infine, è stato chiuso nel 1998 e da allora versa anch’esso in abbandono.

Il canto degli inquieti spiriti. Un romanzo sulla Grande Guerra

Il canto degli inquieti spiritiIl canto degli inquieti spiriti: un romanzo storico ambientato immediatamente dopo la Prima Guerra Mondiale ed un soldato, Alessandro Bonforte, che tenta a fatica di reinserirsi nel mondo civile, dopo quattro anni passati al fronte, nel fondo di una trincea, tra filo spinato, assalti alla baionetta contro le postazioni avversarie e bombardamenti continui. Quello di Alessio Fabbri, originario di Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna, docente di lingua inglese, vuole essere un viaggio dentro la storia, ma anche dentro sé stessi. Tanti giovani partirono appena maggiorenni per il fronte: tantissimi non tornarono alle proprie case, uccisi da una pallottola di fucile, da una scarica di mitragliatrici, colpiti da una scheggia durante un bombardamento o gassati durante gli attacchi chimici. Ma coloro che tornarono, furono davvero fortunati? Quanti di loro, anche se non feriti nel corpo, si portarono invisibili cicatrici di dolore, nell’animo e nella mente? Non lo sapremo mai…

1. Nelle nostre interviste agli autori partiamo, quasi sempre, con la stessa domanda che, secondo noi, è invece fondamentale per capire cosa c’è dietro ad ogni opera. Perché questo libro?

L’idea del libro è data da diversi fattori. Da un lato sentivo la necessità di studiare quel contesto storico, di analizzare il lato emotivo e morale di un evento così importante come fu la Grande Guerra, e dall’altro trovavo quasi necessario dedicare un’opera ad una generazione che, per quanto se ne parli, sembra ancora non avere abbastanza voce nel panorama culturale e creativo della letteratura di oggi. Credo che ci sia un debito ancora da colmare in questo senso, ed ho voluto giocare la mia piccola parte.

2. Questo è un libro sulla Grande Guerra sui “generis”. Non è un saggio né un diario di reduci, bensì un vero e proprio romanzo. Scelta certamente coraggiosa, visto il dilagare, nel mercato librario, di ben altri generi…

Corriere della Sera - Grande GuerraEsattamente. Si tratta di un romanzo storico, ed è stato composto in base ai documenti storici dell’epoca. Le lettere dal fronte ed ogni risorsa di ricerca sono stati preziosissimi per creare un’atmosfera realistica, un vero viaggio nel tempo. Per quanto riguarda il genere storico, è vero che altri generi possono apparire più semplici e leggeri, ma io credo che per un’esperienza di lettura si debba attingere da diversi generi, che siano costituiti da profondità diverse. Ogni genere è un arricchimento. In qualità di scrittore non è stata una scelta ragionata, ma la traduzione pratica di una mia inclinazione alla conoscenza della storia.

3. Il protagonista, Alessandro Bonforte, terminata la guerra, cerca di riprendere la sua vita normale. Inizia invece un ricerca dentro di sé, di interrogativi e di incertezze. Quelle incertezze che, forse, la guerra gli ha fatto perdere…

Assalto di un Reparto di ArditiAlessandro Bonforte ha già una vita complicata alla vigilia della guerra. La storia presentata nel romanzo non è lineare, perché si segue il ragionamento, il filo logico (ma anche illogico) dell’ex-soldato e di tutti i suoi traumi emotivi. Grazie a questo avanti e indietro si scopre piano piano cosa c’è dietro alla personalità di Bonforte. Ciò che invece è lineare è il viaggio in treno di Alessandro, ed è l’ambientazione di base che ha inizio nel capitolo primo e si conclude nelle ultime fasi del racconto. Non ha un mondo nuovo in cui tornare a vivere, forse credeva di non farvi ritorno, e quindi a quel punto cerca l’unico che conosce, quello che non esiste più, quello costellato dagli inquieti spiriti, dai ricordi incancellabili e dai traumi subiti che non gli permettono di evolvere. Vive costantemente nel rimorso di aver gestito male i rapporti personali, sia in famiglia che al fronte. Mi piace pensare a questo romanzo come ad un puzzle che viene composto tassello dopo tassello: alla fine il quadro è completo, è tutto chiaro.

4. Il primo conflitto mondiale ha davvero segnato le coscienze dei combattenti, lasciando ferite sul corpo dei reduci ma anche nella mente. Quanto di vero troviamo nel tuo romanzo?

Shock da trinceaCredo che la frammentazione della realtà sia una delle conseguenze più lampanti attraverso le quali si manifesta lo smarrimento di Alessandro Bonforte e della sua generazione. Si tratta di un elemento narrativo che troviamo nella letteratura scritta fra le due guerre, in particolare nel mondo anglosassone, quindi possiamo trattarlo sì come una conseguenza sulla percezione della realtà da parte della società del primo dopoguerra, ma anche come una condizione individuale di molti soldati, che oltre a questo quadro mentale complesso hanno anche ereditato dal conflitto una serie di traumi fisici. Nel libro ho dato più spazio al pensiero ed alle conseguenze del conflitto sulla mente di Alessandro, principalmente per via della sua esperienza individuale. Mi sono documentato il più possibile circa le battaglie, le date, gli eventi della guerra, così come sull’impatto che questi anni difficili hanno avuto sui soldati al fronte e sulle loro famiglie. Tutto è reso in maniera realistica ed attinente ai fatti storici, ben inteso che però lo scopo stesso del libro è dare l’idea di questa frammentazione personale della realtà vista attraverso gli occhi del protagonista.