I Comunisti sulla Luna

I Comunisti sulla LunaLa Guerra Fredda ha rappresentato, per un’intera generazione, un’epoca fatta di progresso, scoperte scientifiche, boom economico. Ma anche di grandi incertezze. Conflitti come la Corea, il Vietnam, le crisi di Suez e di Cuba, le guerre del Medio Oriente e le repressioni di Budapest e Praga, solo per fare un esempio, rischiarono di far sprofondare l’umanità intera in una guerra nucleare, un terzo conflitto mondiale che poco futuro avrebbe lasciato all’intero genere umano. Ma la Guerra Fredda non fu combattuta solo sui campi di battaglia del Sud-Est Asiatico o tra i deserti delle alture del Golan. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, si affrontarono anche su un altro campo di battaglia, distante chilometri di distanza dalla Terra: lo spazio. I Comunisti nello spazio, di Marco e Stefano Pivato, ripercorre gli anni che videro protagonista l’Unione Sovietica e i suoi primati, di fronte ad un’America che arrancava a fatica. Sotto la brillante guida di Sergei Korolev, furono lanciati lo Sputnik, Laika, Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova. Ma la prematura morte dello scienziato, dovuta ad alcune complicanze di salute derivate dal periodo di detenzione nei gulag staliniani, compromise irrimediabilmente il programma spaziale sovietico: il 21 luglio 1969, quel piccolo passo di Neil Armstrong pose definitivamente fine all’ultimo mito del Comunismo. Cosa significò quel mito per un’intera generazione lo abbiamo chiesto al Giornalista Marco Pivato.

Sputnik1. I Comunisti sulla Luna ripercorre quello che u l’ultimo mito dell’Unione Sovietica: le imprese dello Sputnik, di Laika, di Yuri Gagarin. Da dove nasce l’idea di questo libro?

Durante l’anno scorso, quando ricorreva il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, l’editoria si è scatenata nel celebrare l’evento. Dal punto di vista storico, si intende. Abbiamo cercato di affrontare anche noi l’analisi, ma partendo dalle nostre specifiche competenze, quelle di mio padre, storico contemporaneo, e le mie, di giornalista scientifico. Mi occupo di storia della scienza e in particolare del rapporto tra scienza e politica, un legame cruciale nella corsa alla conquista dello spazio: ritengo non sia possibile distinguere le dinamiche di quegli anni senza esplorare la considerazione che politici e scienziati avevano l’uno dell’altro.

2. Dal 1957, anno della messa in orbita dello Sputnik, la Guerra Fredda vide USA e URSS fronteggiarsi su un nuovo “fronte”: il cosmo. Cosa resta oggi di quella sfida?

LaikaResta più di quello che si possa pensare. La tensione tra l’Occidente e l’Oriente del mondo è molto diversa, oggi, ma esiste ed è ancora di natura economica. E la competizione ancora scientifica. Mi riferisco alla corsa alla supremazia tecnologica. Proprio quest’anno gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo supercomputer che ha superato, in potenza, il competitor cinese. Si chiama Summit ed è in grado di eseguire 200 milioni di miliardi di calcoli al secondo, risultando il sessanta per cento più veloce di Taihu Light, progettato dagli ingegneri asiatici. Macchine come Summit rappresentano l’arsenale della modernità: se nel secolo scorso le esibizioni muscolari tra l’Occidente e l’Oriente del mondo si facevano mostrando il potenziale atomico oggi si fanno mostrando la potenza dei propri computer. Questi giganti del calcolo sono impiegati nella ricerca biomedica, nella progettazione di nuovi materiali e nelle tecnologie energetiche. Ma quel che più importa, nel contesto del ring tra superpotenze, è l’impiego nel condurre la simulazione di test nucleari, le previsioni delle tendenze climatiche e la ricerca di giacimenti di petrolio. Si pensi anche al ruolo dell’informatica nella gestione dei dati: lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ci dà una misura di quanto sia importante per un Paese possedere i mezzi in questo campo.

3. Come mai, almeno all’inizio, i Sovietici misero a segno una serie di colpi vincenti (il primo satellite, il primo essere vivente e il primo uomo nello spazio, la prima attività extraveicolare) mentre gli Americani sembravano arrancare?

Yuri GagarinI Sovietici hanno cominciato molto tempo prima degli Americani a progettare la corsa allo spazio. La prima equazione che stabilisce come debba avvenire la propulsione di un razzo compare nel 1890 negli scritti dello scienziato russo Konstantin Ciolkovskij. Solo molto più tardi, a partire dagli Anni Cinquanta, gli Stati Uniti tentano sul serio di recuperare tempo. Ma per molti anni hanno sottovalutato le intenzioni e le possibilità dei nemici. Tuttavia, da quando il Presidente Dwight Eisenhower e successori si mettono in testa di recuperare e superare il tempo perso in breve risulterà evidente tutta l’improvvisazione russa.

4. La morte di Sergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, e quella di Yuri Gagarin, infersero un colpo durissimo negli scienziati sovietici. Furono solo questi due fatti a determinare la loro “sconfitta”?

Aldrin sulla LunaLa morte di Korolev sicuramente è decisiva. Era l’uomo che riusciva a tenere saldi i rapporti tra le tante anime ai piani alti del Cremlino. Dopo di lui si generò disordine e molta difficoltà organizzativa. Prevalsero le antipatie e la corruzione. Ma ovviamente la morte di Korolev non fa che accelerare soltanto un processo irreversibile: gli Americani disponevano di una organizzazione estremamente efficiente, di una importante fedeltà alla democrazia e alla collaborazione tra gli organismi della Nazione e, quel che forse più importa, disponevano di un capitale, in termini economici e umani, molto più ingente. Negli Stati Uniti era nata la Big Science, quel modo di eseguire i grandi progetti scientifici che si avvaleva (e si avvale tutt’ora) di grandi disponibilità economiche e umane. Il primo esempio è il Progetto Manhattan, che porta al primo ordigno nucleare. Al netto delle sue diciassette missioni il Programma Apollo è costato agli Americani circa 25 miliardi di dollari e vi hanno lavorato 60.000 scienziati e 400.000 tecnici e dipendenti. Mentre ancora nel 1930 gli Stati Uniti spendevano per la ricerca scientifica 140 milioni di dollari, nel 1953 i finanziamenti ammontavano all’equivalente di 30 miliardi odierni. La storia dell’astronautica e del definitivo successo degli Stati Uniti sui Sovietici nella corsa alla Luna non è completa se non è spiegata nei termini del nuovo rapporto tra scienza e società, così come definito dai princìpi dell’era postaccademica della produzione tecnologica e scientifica e che si riassumono nel modello Big Science.

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Le Fiamme Gialle nel Basso Piave

La guerra nel Basso PiaveLeonardo Malatesta torna tra le nostre pagine con la sua ultima fatica. Dopo aver ospitato la storia dei Comandi Protetti della NATO in Italia e l’epopea del Generale De Chaurand durante la campagna di Libia del 1911-1912, tocca adesso ad un volume dedicato al contributo della Guardia di Finanza nel corso del primo conflitto mondiale e, in particolare, all’azione dei suoi Finanzieri durante la resistenza sul Fiume Piave e all’offensiva finale culminata con la vittoria di Vittorio Veneto. La guerra nel Basso Piave. L’azione delle Fiamme Gialle, questo il titolo, offre un nuovo spunto di ricerca sull’inesauribile storiografia dedicata alla Prima Guerra Mondiale: da quando l’Italia, quel 24 maggio 1915, entrò nel conflitto, innumerevoli furono i contributi che le Forze Armate e di Polizia vennero chiamate a offrire. E anche da parte di chi, come la Regia Guardia di Finanza, non era nata per combattere sui campi di battaglia: questo Corpo, adibito per lo più alla lotta a tutti i reati tributari e finanziari nel Regno, svolse un ruolo da protagonista, anche se spesso ignorato dalla grande storiografia, non fosse altro per il tributo di sangue pagato. Furono due Finanzieri, Pietro Dall’Acqua e Costantino Carta, a esplodere i primi colpi di fucile della nuova guerra. E fu grazie all’ostinazione reiterata delle Fiamme Gialle se venne espugnato, dopo altrettanti tentativi falliti, il Monte Cimone. E anche dopo la disfatta di Caporetto, nell’ottobre 1917, la Guardia di Finanza dimostrò tutto il suo valore, combattendo assieme ai Fanti in grigio-verde sulle rive del Piave, riuscendo a ricacciare al di là delle sponde di partenza il nemico. E proprio di questa vera epopea ci parla La guerra nel Basso Piave. L’azione delle Fiamme Gialle dello Storico Leonardo Malatesta.

1. La Guerra nel Basso Piave analizza gli anni dal 1917 al 1918, dalla resistenza italiana dopo Caporetto fino alla vittoria finale. Da dove nasce l’idea di incentrare la ricerca sullo sforzo della Regia Guardia di Finanza?

L’idea di scrivere un volume sulla storia della Guardia di Finanza nel basso Piave dal 1917 fino al termine del conflitto nasce dalla constatazione che fino ad ora, non esisteva nessun libro specifico sul tema ed anche perchè ad oggi, pochi conoscono che le Fiamme Gialle parteciparono al primo conflitto mondiale e che non svolsero solamente compiti di polizia tributaria ma andarono in prima linea a combattere assieme ai fanti.

Finanzieri sul Piave2. Quanto importante fu, ai fini della resistenza alle forze austriache sul Piave, il contributo offerto dalle Fiamme Gialle?

I tre Battaglioni impiegati nel basso Piave dal 1917 fino a Vittorio Veneto, furono molto importanti perché presidiarono la linea di massima resistenza nel Basso Piave ogni giorno, riuscendo sempre a respingere i vari attacchi tentati dagli Imperiali. Non dobbiamo dimenticare che la Bandiera del Corpo, è decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare per l’azione della Guardia di Finanza durante l’intero conflitto e la stessa decorazione ottenne il 7° Battaglione proprio con la motivazione di aver operato nel Basso Piave dal novembre 1917 e durante la battaglia del Solstizio del giugno 1918.

Fiamme Gialle sul Piave3. Tra i tanti episodi narrati nel volume, ve ne è uno in particolare che sintetizza tutto il valore che questo Corpo fu chiamato a svolgere sul Piave?

Non si può citare un solo episodio, ma fu l’azione compiuta giorno per giorno dai Finanzieri dei tre Battaglioni dislocati nel Basso Piave di presidio delle linee, ma anche impegnati in azioni d’attacco e difensive, affinché il nemico non potesse avanzare in direzione di Venezia. A tal proposito, basta leggere le motivazioni dei molti decorati al Valor Militare dei tre battaglioni che si trovano nel libro.

4. Dopo la conclusione della guerra, cosa accadde ai tanti Finanzieri mobilitati?

Con la conclusione del conflitto e il lungo processo di smobilitazione, si dovette passare da uno strumento militare bellico, molto numeroso, ad uno ristretto e perciò anche i molti Finanzieri che servirono la Patria con le Fiamme Gialle furono congedati per ritornare alla vita civile ma sempre conservarono l’esperienza ed il ricordo del conflitto mondiale che li segnarono per tutto il resto della vita.

Da sbirro a investigatore. L’evoluzione della Polizia di Stato

Da sbirro a investigatoreTorniamo a parlare di libri. E questa volta lo facciamo con Giulio Quintavalli, addetto all’Ufficio Storico della Polizia di Stato, autore del volume Da sbirro a investigatore, opera di fatto unica nel suo genere, in quanto interamente dedicata all’evoluzione dei metodi di indagine della Polizia di Stato italiana, attraverso uno studio attento e meticoloso che parte dal 1880 per arrivare all’indomani della Prima Guerra Mondiale, al 1919. Quest’ultima data, poi, come sarà lo stesso autore a confermarlo, segnerà uno spartiacque significativo nella storia dell’organismo principe adibito alla pubblica sicurezza: la nascita del Corpo degli Agenti di Investigazione, un reparto altamente specializzato, composto da uomini che operavano esclusivamente in borghese, con metodi di indagine innovativi per l’epoca. Importante fu anche il contributo che la Polizia di Stato fornì durante tutta la Prima Guerra Mondiale, tutelando sia l’ordine pubblico, sopperendo molte volte alla mancanza degli uomini dell’Arma dei Carabinieri mobilitati per il fronte, sia vigilando le frontiere italiane, le strutture militari, ma anche il grande numero di prigionieri austriaci.

1. Da sbirro a investigatore. Dove nasce l’idea di scrivere un libro dedicato ai sistemi di indagine della Polizia di Stato?
Dall’appartenenza alla Polizia di Stato. Una professione diversa da tante altre, contraddistinta da generose dosi di coraggio e altruismo e da un profondo rispetto della legalità.  Più che mai oggi, per diverse ragioni: si avverte ovunque uno sfaldamento tra Paese reale e legalità e il perseguire di falsi modelli culturali e valoriali che stanno sovvertendo regole, contenuti, principii. E, come ogni professione, quella del poliziotto, chiamata in prima linea contro le degenerazioni più accese di questi tempi, è puntellata da saperi e competenze specifiche che, come studioso, ho cercato di descrivere nella loro genesi.

2. Il volume attraversa quasi quarant’anni, dal 1880 al 1919. Come si sono evoluti i sistemi di indagine?
Cartolina storica PoliziaIl positivismo, che ha comportato fiducia nella scienza e nella tecnica, ha influenzato non poco le scienze sociali, come la nascente criminologia, e proiettato la criminalistica verso i risultati di laboratorio e modelli di detection certi, normativamente definiti, efficaci e riconosciuti nei tribunali. Mi riferisco, a esempio,  alla classificazione delle impronte  coniata da Giovanni Gasti, funzionario della Scuola di Polizia scientifica che, nel 1903 riuscì a districare la classificazione delle impronte digitali, problema che fino ad allora aveva impegnato in diverse nazioni non solo poliziotti d’eccellenza con il piglio della ricerca, ma anche uomini di scienza “pura”, come medici e antropologi.  A lui si deve la classifica dattiloscopica  che ha reso per decenni pratica ed efficace la ricerca e la classificazione dei cartellini segnaletici. Dal 1903 questi erano compilati dal Gabinetto della Scuola o confluivano dagli Uffici di Pubblica Sicurezza del Regno, ma anche dall’estero. La scoperta (classificazione  pentadattilare) utilizzata da moltissime polizie, avrà vita lunga, fino al 1997, allorquando è subentrato il Sistema AFIS (Automated Fingerprint Identification System), tutt’ora in uso. Penso a Umberto Ellero, altro funzionario della Polizia scientifica con il piglio della fotografia, che nel 1920 circa brevettò la teleiconotipia, o trasmissione a distanza delle immagine, in pratica il “papà” del fax. Poter risalire al volto di un individuo (identificato negli archivi dalle sue impronte ricavate dalla scena del crimine, o riconosciuto dalla vittima o dai testimoni dalla consultazione di album fotografici organizzati per caratteristiche della persona, come il colore degli occhi o della pelle, la statura, o ricostruito da esperti ritrattisti, ovvero elaborato dai primi rudimentali identi-kit) era una novità di rilievo. Poter inviare in pochi minuti in tutto il Regno, e anche all’estero, quella foto, disegno o elaborazione fu una svolta apicale nei mezzi di ricerca che, con altre innovazioni, dilatò notevolmente le prospettive della Polizia. Anche l’elettronica rinnovò i “ferri del mestiere” del poliziotto. Penso alle intercettazioni telegrafie e radiotelegrafiche, sperimentate al fronte tra eserciti avversari, e a quelle telefoniche, formidabile assist all’investigazione. Queste e tante altre novità comportarono un diverso approccio nelle indagini e riscrissero la mentalità collettiva del poliziotto che, da sbirro, animato quindi dalla cultura del sospetto e  della prevaricazione, si trasformò in investigatore, capace professionista  che ben sapeva porre a rendita i nuovi mezzi di detection,  come le cronache dell’epoca ampiamente dimostrano.

3. La Polizia di Stato ha contribuito anche al primo conflitto mondiale. Come avvenne questo suo sforzo in termini di uomini?
Guardie di P.S. a CavalloDistinguiamo due fasi: nella prima, che si conclude con i primi dodici mesi di guerra, la Polizia rimase sola a presidiare i maggiori centri urbani visto che i Carabinieri vennero subissati dagli impegni di natura militare. Tutelò l’ordine pubblico, i beni delle numerosissime aree sfollate e lasciate frettolosamente incustodite, curò la vigilanza a siti di interesse militare, il presidio delle frontiere, della rete ferroviaria e dei porti su persone e commerci, l’esecuzione di provvedimenti dei tribunali militari e civili, di autorità amministrative e sanitarie, il sostegno alle popolazioni colpite da incursioni aeree o navali in località lontane dal fronte e nelle zone costiere, la polizia politica (tema storiograficamente poco esplorato), e Atti eroici Poliziaaltri  numerosi ed eterogenei  servizi di natura riservata o militare. Importante fu l’anagrafe e vigilanza degli stranieri sospetti (ricordiamo che alla dichiarazione di guerra con l’Austria in Italia vi erano oltre 50.000 sudditi austroungarici, molti dei quali possidenti di beni, terreni, case e ville anche a ridosso di obbiettivi strategici, come porti, siti industriali, centrali idroelettriche, miniere, scali ferroviari, tutti sospettti di spionaggio). Alla Polizia fu affidata la vigilanza dei prigionieri di guerra-lavoratori, l’acquisizione e il riscontro di informazioni su persone, gruppi, associazioni e partiti politici, imprenditori, industriali e finanzieri, agenzie di stampa, giornali e giornalisti. Dopo il 1917, con il deterioramento Polizia e brigantaggiodello spirito pubblico, anche sugli imboscati, un tema particolarmente “caldo” per la stampa sensazionalista e gli uomini al fronte. Tra settembre del 1916 e febbraio del 1917 il Governo Boselli, con agli Interni Orlando creò due innovativi organi centrali di polizia invocando la capacità investigativa, silente e professionalizzata dell’Istituzione, recentemente maturata e pertanto definitivamente riconosciuta: l’Ufficio Centrale per la repressione dell’abigeato e del pascolo abusivo nelle provincie dell’Italia meridionale e della Sicilia, e l’Ufficio Centrale Investigazione per l’intelligence militare. Questi sono aspetti decisamente meno noti e che, spero, possano attirare ancora di più l’attenzione del lettore. Orlando, cito le sue Memorie, studiò come superare la “preoccupazione” del momento con la creazione di un istituto centrale di polizia “che io destinai soprattutto a controbattere il fenomeno nello stesso tempo spionistico e politico dell’anteguerra. Io, arrivato a Palazzo Braschi, ebbi la sensazione che il fondamentale difetto della polizia italiana derivasse dal fatto dell’essere  estremamente burocratizzata, mal pagata e circoscritta male. Ora vi sono delle forme di delinquenza che proprio prescindono dalla circoscrizione territoriale e la cui specialità è di agire indipendentemente, cioè per rapporti, per contatti. Or l’organizzazione territoriale fa sì che il funzionario di Pubblica Sicurezza, magari esemplare, quando ha assicurato il funzionamento del suo territorio, non si occupa del resto. Vi sono invece i reati di preparazione politica, di movimenti o di complotti, come dovrebbero essere quelli che fanno i soldati verso l’Esercito e il fenomeno spionistico altresì, che hanno proprio per caratteristica di agire fuori del territorio”. Orlando era certo che dietro inspiegabili “incidenti” a navigli militari nei porti, a siti e obiettivi militari, vi fosse lo zampino del servizio segreto austroungarico, rimpinguato dalla massiccia comunità austriaca e tedesca in Italia, dagli anarchici, dai pacifisti, da nemici interni e da alcuni elementi della cura vaticana. E a ben ragione. Gasti, che si rivelò acchiappaspie con pedigree, riuscì a incastrare con poche decine di selezionatissimi collaboratori centinaia di spie e fiancheggiatori, e perfino Rudolf Gerlach, alto prelato tedesco cameriere partecipante del pontefice Benedetto XV. Secondo i sospetti, il monsignore riceva dall’Austria tramite illecite triangolazioni cospicue somme in denaro con cui pagava profumatamente confidenti e “soffioni”, e faceva la bella vita. L’Ufficio Centrale abigeato dovette risolvere una gravissima emergenza: la carenza di bestiame per traino, trasporto e soma, fondamentali nella guerra di montagna per un esercito affatto meccanizzato, come il nostro. La guerra dei mari aveva bloccato l’importazione (prevalentemente da Francia e Argentina) e la mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini, tra loro molti allevatori, avevano sottratto all’allevamento braccia utili. L’Esercito stava chiedendo ingentissime quantità di cuoio e pellame (per calzature e finimenti) e di carne, fresca o in scatolame. Orlando puntò per rimpiazzare il deficit di bestiame sulla Sicilia che (novità), divenne subito teatro d’azione della mafia, che organizzò il furto sistematico di bestiame (abigeato). Lo vendeva, lo rubava dai recinti e stalle, cambiava la marcatura (a fuoco) e lo rivendeva ancora all’Esercito. Oppure lo macellava clandestinamente con grave rischio per la salute pubblica e l’economica pubblica. Dirà il giudice Giovanni Falcone negli Anni Ottanta riguardo Cosa Nostra: “Segui i soldi e troverai la mafia!”. Insomma, la lotta alla mafia divenne una componente importante ma taciuta del fronte interno per le inevitabili ripercussioni sul morale dell’Esercito. I soldati siciliani erano allarmati per quello che stava accadendo nelle loro terre; anche per questo il Governo mise a disposizione di Augusto Battioni mille tra Poliziotti e Carabinieri per la sola Sicilia, più del 10% dell’organico di tutta la Polizia del Regno. L’isola si trasformò in un far west con morti e feriti tra uomini di legge e bande di criminali.

4. C’è un momento in particolare che segna, diciamo così, il passaggio da “sbirro a investigatore”, da passato a presente?
L’istituzione nell’agosto del 1919 del Corpo degli Agenti di Investigazione. Una realtà assolutamente esclusa dalla storiografa nonostante a esso si deve una Polizia moderna. Era composto da 8000  uomini,  adibiti ai soli servizi di indagine e di polizia tecnica, non era prevista l’uniforme (quindi operavano solo in borghese), erano civili, come la Polizia di oggi, e articolati in due sole qualifiche: agente e ispettore. In pratica degli Starsky & Hutch nostrani, i due noti investigatori  della serie televisiva degli Anni Settanta andata in onda su Rai 2 per poi essere replicata nel corso degli anni anche da altre emittenti. Gli agenti investigativi saranno assorbiti nell’Arma dei Carabinieri nel 1923.

Una Bugatti da guerra. Le memorie di un Bersagliere in terra di Russia

Campagna di RussiaTornano i libri e questa volta la nostra recensione-intervista ci porta in terra di Russia, dove incontriamo Eto Orlandini, Bersagliere della Divisione Celere che, a partire dal giugno 1942, si ritrovò a combattere una guerra lontana migliaia di chilometri dall’Italia, così come accadde a tanti altri giovani inquadrati dapprima nello CSIR, il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, e poi nell’ARMIR, l’Armata Italiana. A raccontarci di quello che fu al tempo stesso un’avventura e un dramma è la nipote di Eto, Chiara Orlandini, che ha voluto dare voce alla memoria della propria famiglia: una memoria che da privata diventa pubblica, condivisa con appassionati di storia e studiosi, arricchendo, come una piccola goccia nel mare, la già raccontata storia del secondo conflitto mondiale, ma non per questo meno importante o scontata. Anzi, sono spesso le piccole memorie private ad arricchire ancora di più la nostra conoscenza su un capitolo della storia del Novecento per troppo tempo dato per scontato. E allora ecco che ha preso corpo Una Bugatti da guerra, dove al dovere compiuto dal Bersagliere Orlandini si lega (e si intreccia) la sua più grande passione: i motori.

1. Iniziamo con una domanda, forse scontata, ma non certo banale. Da dove nasce questo libro, Una Bugatti da guerra?
Fronte di copertinaIl libro Una Bugatti da guerra prende origine da alcune registrazioni che feci a mio nonno circa venti anni fa. Lo conoscevo bene, gli ero affezionata e nonostante il carattere sempre solare e allegro e il temperamento deciso, sapevo che da qualche parte dentro di sé teneva nascosti dei ricordi troppo grandi e tragici per essere raccontati. Sapevo che aveva fatto la guerra, che era andato in Russia. Sapevo anche che non amava parlarne. Quest’argomento era quasi un tabù in famiglia e io forse ero troppo giovane per capirne i motivi. Si era liberato di tutto, divisa, foglio matricolare, come se avesse voluto cancellarli dalla sua vita. Ma un bel giorno la curiosità e la voglia di conoscere più a fondo quel vecchietto di settant’anni che ancora in maniera risoluta affrontava la vita come un ragazzino mi spinsero a buttare giù quel muro. O forse mi spinse il fatto di essere io stessa poco più che ventenne, poco più vecchia di quando lui era un soldato. Gli dissi che volevo che mi parlasse della guerra, di quello che si ricordava, e che volevo registrarlo. Ci sedemmo al tavolo di cucina con un registratore, due cassette da novanta e con mia nonna che mondava e spentolava facendo un gran baccano (che fatica ripulire quelle tracce audio!). Prese la cosa molto seriamente, come se stesse concedendo un’intervista a chissà quale giornalista, ma mantenne il suo tono scanzonato e la sua schietta parlata toscana. E iniziò. Iniziò dal suo inizio, il febbraio 1942, quando fu chiamato militare di leva alla Caserma La Marmora di Siena come Bersagliere e dove fu inquadrato nel LXVII Battaglione Corazzato della 3a Divisione Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta. Da lì partì a raccontare, senza sosta per due ore e mezza, snocciolando nomi, luoghi e date come se fossero cose successe il giorno precedente e non più di cinquant’anni prima, ripercorrendo tutto il suo percorso, da Stalino, Nova Gorlovka, fino al Don, di fianco agli Alpini della Pasubio e della Julia, e alle Camice Nere, perché essendo di rincalzo con la sua squadra veniva mandato dove c’era più bisogno, ovvero dove i Russi avevano sfondato il fronte. Ricordava i nomi dei suoi commilitoni, le distanze in chilometri da un paese all’altro, alcune date, come il 17 dicembre 1942, nella zona di Rossosch, mi disse: “Me lo ricordo come se fosse ora!”. Sentivo riaffiorare i suoi stati d’animo, i suoi orrori, nel descrivere i carri armati nemici passare sopra i soldati ancora vivi che tentavano di scappare dalla linea del fronte, riducendoli in carne da macello, o nei posti di blocco dove i Russi sparavano ai Tedeschi così su due piedi, perché li odiavano a morte e in quegli attimi di terrore le gambe cedevano al pensiero che di lì a poco avrebbero girato il parabellum verso di te e avresti fatto la stessa fine. Mi raccontò molte cose, anche riguardo al suo ritorno in Italia nella primavera del 1943, e poi l’8 settembre a Torino, la Repubblica di Salò, la fine della guerra, con accenni anche al periodo fascista di prima della guerra. Non feci molte domande, non ce n’era bisogno, sembrava felice di liberarsi del peso di quei ricordi. Capii subito il valore di quella testimonianza, l’eredità che si portava dietro e il fardello che mi ero messa addosso. Man mano che anch’io maturavo il senso di responsabilità si fece più pesante per me, soprattutto da dopo che sono diventata mamma. L’idea del libro si è fatta più concreta da dopo che mio nonno è mancato, nel 2005. Forse prima mi sentivo comunque in dovere di rispettare il suo desiderio di silenzio. In un certo senso mi aveva passato il testimone e ora stava a me correre. Iniziai un lungo lavoro di studio, di documentazione e raccolta di materiale, sia per approfondire la storia dal 1939 al 1945, sia per verificare tutto ciò che compariva nelle registrazioni. Mi ci sono voluti quasi dieci anni prima di accingermi finalmente alla stesura del libro.

2. Eto Orlandini, Bersagliere, parte per la campagna di Russia nel giugno 1942 inquadrato nella Divisione Celere. Come affrontò le difficoltà al fronte?
bersagliere Orlandini 1942Premetto che spesso la Signora Fortuna viaggia a braccetto con un’altra Signora che tiene una falce in mano e ogni tanto si divertono a giocare ai dadi. Detto questo, sono sicura che Eto abbia vissuto i momenti di difficoltà in guerra con l’incoscienza tipica dei giovani. Non era un temerario, anzi, era spesso in punizione per rifiuto di obbedienza: se fiutava un rischio troppo grosso preferiva cercare di evitarlo. Senza essere né codardo né vigliacco, perché in varie occasioni ha rischiato la pelle per gli altri. Non sono pochi i soldati che gli devono la vita. Dopo quel pomeriggio di registrazioni, non tornammo più sull’argomento, ma mi colpì molto la sua risposta quando, dopo qualche tempo e qualche mia riflessione nel riascoltare i suoi racconti, gli chiesi come cavolo avesse fatto a sopravvivere, a tornare a casa sano e salvo. Mi rispose: “Macché! Io pensavo alle ragazze, pensavo a Nuvolari, pensavo alle corse! Sì, faceva freddo e tanti morivano uccisi, ma io pensavo a tutte quelle cose stupide a cui pensano i ragazzi”. Deve essere andata proprio così. Da questo è nato il filone trasversale che percorre tutto il libro, svelando in ogni capitolo le vicende sia professionali sia private di Tazio Nuvolari e mettendo in luce un aspetto finora non evidenziato della figura del grande campione di automobilismo, ovvero il suo essere eroe modello e fonte di ispirazione per i giovani del suo tempo.

3. Eto aveva una grande passione: i motori. Una passione che, dopotutto, probabilmente fu la sua salvezza per il rientro in Italia…
Bersaglieri in RussiaEto Orlandini era un meccanico formidabile, con un’inventiva e una manualità incredibile. Nel dopoguerra si è costruito un intero camion pezzo per pezzo mettendo insieme scarti di altri mezzi in avaria. In Russia gli fu affidato un Lancia 3RO, un camion molto grosso, sul quale trasportava, a seconda delle esigenze, i documenti del plotone comando, la sua squadra di uomini, il carro armato L6/40, la posta e le vettovaglie. Nei momenti di combattimento si muoveva lungo il fronte a portare viveri e munizioni ai soldati, portando indietro i feriti, cercando di schivare le katiushe e gli aerei dei Russi. Sicuramente fu la sua salvezza, perché quando ci si trova a meno quaranta gradi, poter stare dentro l’abitacolo del camion fa la differenza. Anche se doveva tenere un martello appeso alla portiera per darsi un colpo al tallone dello stivale per staccarlo dal pedale quando il gelo non glielo permetteva. Comunque i mezzi a motore e i loro autisti erano considerati preziosi, anche dai superiori, perché erano una via di fuga sicura. Ma la sua salvezza non fu solo “pratica”, perché il camion gli permise protezione dal freddo e dai proiettili. Fu proprio quella passione per i motori e per Nuvolari a dargli un appiglio mentale nei momenti terribili, permettendogli di mantenere una stabilità dove altri persero il senno, una via di fuga, un luogo all’interno della propria mente ove rifugiarsi quando le situazioni diventavano insopportabili.

4. Di libri sulla campagna di Russia ne sono stati scritti tantissimi. Cosa può offrire, agli studiosi e ai semplici appassionati, il ricordo del Bersagliere Eto Orlandini?
È vero, di libri sulla campagna di Russia ce ne sono tantissimi e io stessa per documentarmi e riuscire a fare questo romanzo ne ho letti tanti, ma tutti hanno un’impronta comune: sono tristi, sono strazianti, sono terribili. Perché così è stato quel periodo per tutte le persone. Quello che ho cercato di fare con Una Bugatti da guerra non è una copia di libri sulla ritirata di Russia in cui si ripercorrono quei tragici eventi in modo sconsolato e devastante. È un’esperienza vissuta da una persona semplice, non da un eroe di guerra, che ha saputo affrontare questi eventi anche con spontaneità e spensieratezza. Ho cercato di riportare il suo pensiero e il suo modo di essere, che poi è quello che l’ha riportato a casa. Non vuole essere un saggio storico sulla ritirata di Russia, ma un romanzo più leggero che permetta anche alle persone di solito non appassionate di libri storici, che generalmente li evita perché li reputa troppo pesanti, di divagare, appassionarsi ed emozionarsi insieme al protagonista. Quello che ho cercato di fare è stato di parlare di questi momenti tragici con un tono più scanzonato, perché mio nonno era così, lui affrontava così le cose, senza paura, senza rassegnazione, trovava il lato positivo dove poteva esserci, trovava la via di fuga dove neanche c’era. Ho cercato non di elencare con ordine gli eventi come fosse un diario, ma di documentare anche il modo di vedere le cose, il modo di vivere di quel momento. Questo è un libro che può leggere chiunque. Le mie figlie di 11 e 13 anni l’hanno letto, se lo sono divorato. Non mi verrebbe mai in mente alla loro età di proporgli Centomila gavette di ghiaccio o Noi moriamo a Stalingrado. Ho reso quegli eventi disponibili anche alle persone che cercano la lettura leggera, che evitano i saggi sulla ritirata perché gli viene freddo solo a tenerli in mano, che non vogliono leggere un libro per documentarsi. A queste persone magari lascia anche addosso qualche nozione storica. Il libro non è rivolto agli studiosi. Tutti gli eventi sono assolutamente rigorosi, sono documentati e reali. Le persone, i luoghi, le date, gli eventi sono tutti verificati. Ma gli studiosi sono sicuramente più preparati di me e pure più di mio nonno che li ha vissuti. Lui ci si è trovato in mezzo, gli han detto che doveva andare al freddo e l’han spedito in Russia. Poteva finire in Africa e sarebbe stata tutta un’altra storia, ma alla fine sarebbe stato lo stesso. Ho cercato di accontentare gli appassionati di storia dando loro dei riscontri reali sull’accaduto e offrendo loro una visione più leggera e introspettiva del soldato. Nel mondo letterario ci sono una nicchia di persone che sono estremamente appassionate ed esperte del periodo e la gran massa che della ritirata di Russia sa solo che è un evento per cui morirono un sacco di persone perché faceva freddo. È un evento che pian piano si va a perdere. Viene evitato. Troppo difficile, troppo pesante e complesso. L’argomento è rimasto una nicchia per i soli appassionati e storici. Per fare un’analogia in campo cinematografico, credo che lo stesso obiettivo se lo sia posto Benigni quando ha realizzato il film La vita è bella. Di film sulla Shoah e sui campi di sterminio ne sono stati fatti tanti; il suo film riesce ad essere sì tragico, ma anche semplice e commovente. Viene proposto anche nelle scuole. Non serve una preparazione storica né di stato d’animo per accingersi a guardarlo. Questo è un romanzo, è leggero, c’è sport, c’è amore, passione, erotismo, ma alla fine della lettura si è avuto modo di capire il dramma che è stata la ritirata di Russia.

La Tregua di Natale di Ypres

La Tregua di Natale di YpresTutto avvenne per caso: i soldati di entrambi gli schieramenti intonarono canti e inni di Natale, magari accompagnati da cornamuse scozzesi o piccole armoniche a bocca. Qualcuno ebbe il coraggio di sporgersi fuori dalla propria trincea, muovere i primi, incerti passi nella no man’s land, la terra di nessuno: iniziò così la tregua del Natale 1914 sul fronte occidentale, quando i soldati francesi, inglesi, scozzesi, tedeschi, gettarono le armi, anche per poche ore, e si strinsero la mano, seppellirono i propri morti, si scambiarono sigari e sigarette e, addirittura, improvvisarono partite a calcio. Ed è la Christmas Truce quella che ci viene narrata nel libro La Tregua di Natale di Ypres, di Cataldo Bevacqua, avvocato e appassionato di storia militare. La sua è un’appassionata ricerca di documenti originali, di lettere scritte da quegli stessi soldati che, increduli, assistettero ad un vero e proprio miracolo mentre più di metà delle nazioni europee erano in guerra tra loro. La tregua, purtroppo, non avvenne su tutto il fronte: in alcune zone, infatti, si continuò a combattere, a sparare, a morire. Resti a ricordo di questo eccezionale evento la memoria del Segnalatore G.L. Blease, testimone diretto di quel piccolo miracolo: “A un tratto i Tedeschi sventolarono nell’aria ombrelli e fucili, e noi ricambiammo il saluto allo stesso modo. E poi cominciarono a cantare, e in tutta risposta cantammo anche noi. E infine, impavidi, avanzammo verso le loro trincee, e altrettanto fecero i Tedeschi, abbandonando i loro fossati. Ci siamo ritrovati tutti lì, nella terra di nessuno, completamente disarmati. E quando li abbiamo guardati in faccia, ci è parso che, in fondo, fossero soltanto dei cari, vecchi amici”.

Tregua di Natale 19141. La Tregua di Natale: quando i soldati nel primo conflitto mondiale si riscoprirono uomini e non bestie. Come avvenne questo cessate-il-fuoco?
Rispondo con le parole del Sergente inglese A. Lowell della 111 Rifle Brigade, contenute nella lettera pubblicata dal London Evening News ad inizio gennaio del 1915: “La notte scorsa ero intento a scrivere seduto nella mia piccola buca, quando uno dei miei compagni, all’improvviso, richiamò la mia attenzione: «Bob! Ascolta!». Tesi le orecchie in direzione delle linee nemiche, e sentii distintamente il suono di un canto e di alcuni strumenti musicali. E subito dopo, il mio compagno, urlando a gran voce tutta la sua sorpresa, gridò verso di me: «Hanno alberi di Natale lungo tutta la parte superiore delle loro trincee! Non ho mai visto uno spettacolo simile!». Mi sporsi sul parapetto, e vidi una scena che ricorderò fino all’ultimo giorno della mia vita: l’intera postazione nemica era interamente disseminata di lanterne di carta e illuminazioni di ogni tipo. Osservai meglio. Tutte le luci avevano una posizione tale, da far intuire che fossero appese su degli alberi di Natale”. Non è poesia, e non è retorica pacifista: la tregua natalizia sul fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale nacque così, con degli alberelli di Natale innalzati spontaneamente dai soldati delle opposte fazioni sui parapetti delle loro trincee. Fu un evento non avallato dagli alti comandi militari, né concordato preventivamente fra gli ufficiali che comandavano le truppe in quella zona. Come scrivo nel mio libro, la tregua di Natale del 1914 fu un evento nato “dallo slancio individuale dei singoli soldati, i quali, misteriosamente sospinti da un univoco comando interiore, tutti insieme, in più parti del fronte, accesero candele per addobbare gli alberi e levarono alte le voci per intonare melodiosi canti natalizi”.

Tregua di Natale2. La tregua, purtroppo, non avvenne su tutto il fronte, ma in alcune zone si continuò a combattere. Come mai?
Si continuò a combattere proprio perché la tregua, lungi dall’essere un evento concordato fra le parti in conflitto, “scoppiò” a macchia di leopardo in più punti della linea di trincea. E’ plausibile l’idea che in alcune zone di combattimento gli ufficiali abbiano stoppato sul nascere qualsiasi intento di fraternizzazione, come anche è possibile che, in alcuni casi, i propositi di pace siano stati erroneamente interpretati dai soldati avversari come subdole trappole, dalle quali difendersi nell’unico modo possibile, vale a dire, sparando in direzione del nemico. Anzi, nelle lettere troviamo numerose testimonianze di militari uccisi dai combattenti opposti proprio perché avevano osato scavalcare la trincea in segno di pace. Un quadro abbastanza realistico di ciò che sia potuto succedere in quelle ore, ce lo offre lo splendido spot realizzato dalla Sainsbury’s in occasione del centenario dell’avvenimento. Un soldato inglese alza il capo, e le mani disarmate, oltre la trincea, in segno di pace. Un gesto dirompente, e come tale sospetto. Seguono attimi di tensione terribili, durante i quali le mani di tutti i soldati cingono i grilletti dei fucili. Alla fine, gli intenti di fraternizzazione vengono compresi e contraccambiati dagli avversari. Ma sarebbe bastato che anche uno solo dei soldati in quel momento avesse sparato, e si sarebbe scatenato l’inferno. Ecco, come descritto mirabilmente nello spot, in molti casi fra i militari impegnati nel conflitto scoppiò la pace, ma purtroppo, in altri casi, a causa del fraintendimento dei gesti pacifici, si cominciò purtroppo a sparare.

Fucilieri inglesi e soldati sassoni nel Natale 19143. Quale fu la reazione dei generali e, soprattutto, delle persone a casa che lessero di queste fraternizzazioni?
La notizia dell’armistizio fu taciuta dai mezzi di informazione per molti giorni, fino a quando il New York Times non squarciò il velo del silenzio sull’avvenimento, permettendo il proliferare della pubblicazione, sui giornali, di innumerevoli lettere sull’argomento, tutte scritte dai soldati al fronte e tutte fin troppo somiglianti nella descrizione degli accadimenti perché la tregua potesse sembrare un fatto non realmente avvenuto. Dopo di allora, la reazione di tutti i governi degli Stati belligeranti fu dura: qualsiasi tregua col nemico fu esemplarmente punita con la corte marziale. Nel testo cito a tal proposito un fatto accaduto sul fronte italiano qualche anno dopo, e riportato nel libro degli autori Forcella E., Monticone A., Buon Natale, nemico!, in Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, edito da Laterza nel 1972: “La notte dal 24 al 25 dicembre scorso, fra i soldati italiani ed austriaci appostati nelle trincee fronteggiantesi sul Monte Zebio ebbe luogo, qua e là, qualche scambio di auguri e di saluti. A un certo punto gli austriaci esposero un cartellone con su scritto a grandi caratteri “Buon Natale” in lingua tedesca. Il caporale M.E. rispose, gridando nella stessa lingua, un ringraziamento ed un contraccambio. Una voce allora domandò dove fosse andato a finire un austriaco che era stato fatto prigioniero quello stesso giorno; il M. rispose che non lo sapeva. La notizia di tali scambi di cortesia fra i combattenti giunse al comando del battaglione, il quale, essendovi state proprio nei giorni precedenti precise istruzioni del comando del corpo d’armata, per evitare rigorosamente siffatte deplorevoli manifestazioni, provvide alla denunzia del M.M.E., della provincia di Arezzo, anni 23, fonditore, incensurato, caporale del 129 ° fanteria; condannato ad 1 anno di reclusione militare per rifiuto d’obbedienza e conversazione col nemico. Tribunale militare di guerra del xx corpo d’armata Enego, 14 febbraio 1917 (TS, Trib. guerra, b. 120, f. 192/ I, sent. 67)”. Quindi, alcuna fraternizzazione su vasta scala, come quella avvenuta nella zona di Ypres nel 1914, ebbe mai più luogo. Anzi, era spesso proprio nei giorni delle festività natalizie che i comandi ordinavano attacchi cruenti e sanguinosi contro il nemico, perché ciò servisse da monito contro possibili intese spontanee di affratellamento e perché i militari si odiassero quanto più possibile fra loro. Soldati aizzati contro altri soldati. Parlavo prima delle lettere dei soldati al fronte, che descrissero gli eventi di pace spontanea avvenuti nel Natale del 1914. L’ossatura storica del mio libro è costituita proprio dalle lettere che i militari spedirono a casa in prossimità degli accadimenti, e che poi furono consegnate dalle famiglie stesse ai giornali. In particolare, io mi baso sulle lettere raccolte dai giornalisti Alan Cleaver e Lesley Park. Verso la fine dello scorso secolo, il vicedirettore del settimanale inglese Whitehaven News, Alan Cleaver, e la giornalista freelance Lesley Park, spulciando le pagine delle copie di inizio ‘900 dell’Hampshire Chronicle, giornale inglese, si imbatterono in alcune lettere scritte dai militari che avevano preso parte alla 1914. Sospinti dall’entusiasmo per l’importante ritrovamento, i due si convinsero che, fra le pieghe dei giornali dell’epoca o in mezzo agli scaffali degli archivi pubblici e privati, giacessero numerose altre testimonianze dell’affascinante avvenimento storico. Pensarono così di dar vita a un imponente progetto di ricerca, al quale fu dato il nome di Operation Plum Puddings. I risultati dell’attività di studio furono impressionanti: pian piano riemersero dall’oblio del tempo, grazie al lavoro certosino della coppia Cleaver-Park e dei volontari che parteciparono al progetto, centinaia di lettere vergate direttamente dai protagonisti della tregua di Natale. Fonti importantissime per la scrittura di una nuova ed emozionante pagina di storia, le commoventi lettere dei soldati inglesi furono poi raccolte nel sito web Operation Plum Puddings: The Christmas Truce e nel libro (oggi non più disponibile) Plum Puddings For All. In Italia, la prima traduzione delle lettere si deve ad Antonio Besana, che le ha raccolte nel suo bellissimo libro (che invito a leggere) La Tregua di Natale del 1914, edito da La Libreria Militare.

Tregua di Natale4. Vuole ricordare alcuni di questi episodi legati alla tregua che più la hanno maggiormente colpita e che ritroviamo nel suo libro?
Il mio libro, pubblicato da goWare (ottima casa editrice, leader nelle pubblicazioni in digitale e, lo dico senza tema di smentita, sempre al passo coi tempi) è un lavoro a metà fra il saggio e il romanzo. Io non sono uno storico, per cui ho preferito muovermi nell’ambito del lavoro narrativo, cercando, però, di non perdere mai di vista le fonti storiche. Nella redazione dell’opera ho utilizzato una sorta di narrazione intercalata: le lettere dei soldati dal fronte, che sono state da me ritradotte e che costituiscono l’ossatura “storica” del lavoro, vengono inframmezzate dagli interventi della voce narrante, incaricata di commentare in chiave metaforica le intime sensazioni dei protagonisti dell’avvenimento. Ecco, per rispondere alla domanda, mi piacerebbe riportare parte dell’ultimo capitolo del mio libro, perché la cosa che più mi ha colpito, leggendo le testimonianze contenute nelle lettere, è l’incredulità dei soldati quando si accorgono, incontrando i nemici sulla terra di nessuno, che costoro sono persone in tutto e per tutto simili a loro. La tregua di Natale rappresenta quindi, secondo me, una metafora dell’incomunicabilità tra i popoli. “Dietro lo steccato, ci sono gli inglesi, i tedeschi, i francesi. Attraverso il filo spinato, i soldati immaginano muoversi masse indistinte di uomini, caratterizzate con acritici luoghi comuni e stereotipi. Ma, una volta scavalcata la trincea, i soldati si ritrovano nella terra di nessuno, metafora anch’essa di un luogo fisico e mentale dove si abbandonano radici e sicurezze, ed in cui ci si priva anche di pregiudizi e certezze. Nella terra di nessuno siamo tutti soli e spauriti, lontani dalla trincea che garantisce alla nostra esistenza una seppur precaria protezione e offre al nostro pensiero verità sul mondo tanto lineari e inscalfibili, quanto fatalmente erronee e preconcette. I soldati, stringendosi la mano gli uni con gli altri nella terra di nessuno, entrano in contatto con persone in carne ed ossa, e scoprono di essere, amici e nemici, tutti banalmente simili. Dall’altro lato della barricata, non vi è più un terrificante coacervo di mostri cattivi, ma semplici individui: il cameriere tedesco che aveva lavorato all’Hotel Cecil di Londra, il militare la cui moglie viveva a Piccadilly, il tassista che guidava il taxi a Fulham, sono esseri troppo vicini al soldato britannico perché possano essere considerati davvero nemici. E allora, la trincea è il vero confine mentale di noi tutti, che ci impedisce di guardare da vicino e con occhi attenti i nostri simili e non ci consente di pensare che anche loro, come noi, hanno madri, fidanzate, mogli e mariti, che ogni sera trepidanti ne aspettano il ritorno a casa. Non è facile saltare oltre e superare la coltre spessa di filo spinato, che sovente politiche di intolleranza e ideologismi di guerra frappongono alla nostra libera visione. Ma dobbiamo provarci”.

La guerra di Libia e il Generale De Chaurand

La Guerra di LibiaLa nuova fatica di Leonardo Malatesta, storico, e già autore del saggio sulla Guerra Fredda dedicato ai comandi protetti della NATO del Monte Venda, di Back Yard e West Star, torna nuovamente in libreria, questa volta con uno studio sull’avventura italiana in Libia. La Guerra di Libia e l’azione del Generale De Chaurand, questo il titolo dell’opera, analizza l’impresa del 1911-1912 e la ricerca di quella “quarta sponda sul Mediterraneo” che portò il Regio Esercito, con Alpini e Artiglieri, a combattere tra le dune del deserto nordafricano. Giovanni Pascoli scrisse, nel novembre del 1911, che la grande proletaria si era mossa, pronta a dare ai suoi figli nuove terre da civilizzare e su cui risollevare le sorti economiche della Nazione. Assieme alle migliaia di soldati che si imbarcarono nella nuova impresa vi fu anche il Generale Felice De Chaurand De Saint-Eustache, originario di Chiavari, dove era nato nel 1857. Una carriera rapida e brillante, la sua: da giovane Sottotenente nell’Artiglieria, comandò con il grado di Colonnello il 39° Reggimento Fanteria, prima di passare allo Stato Maggiore del Regio Esercito e poi all’intelligence, gettando le basi della cifratura militare. Con la guerra di Libia, gli venne affidato il comando della 3a Divisione Speciale, un reparto misto composto da battaglioni provenienti dalla Fanteria, dagli Alpini e dai Granatieri, appoggiati da una batteria di artiglieria da 75 mm. Per le sue abilità di comando venne anche decorato con l’Ordine Militare di Savoia. Ed è su questo periodo che il volume di Leonardo Malatesta si concentra: con la sua azione, infatti, il Generale De Chaurand fu esempio per i suoi parigrado e per i suoi sottoposti, prendendo parte egli stesso a numerosi combattimenti.

Campagna di Libia1. Introduciamo il libro parlando per un attimo della Guerra di Libia. Come e perché l’Italia cercò la sua “quarta sponda sul Mediterraneo”? E, soprattutto, come nasce questo suo studio?

Questo libro è nato perché da anni conosco il pronipote del Generale De Chaurand, potendo così consultare l’archivio privato di famiglia. Nel volume, pertanto, utilizzo tutti i documenti del suo archivio privato, nonché le carte dell’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano di Roma. Per quanto riguarda la campagna libica, l’Italia diede inizio alla guerra in Libia perché, fino ad allora, non aveva nessuna dominazione in Africa Settentrionale. Allora la maggior parte delle potenze europee, tra cui Francia e Gran Bretagna, erano alla ricerca di nuovi possedimenti in Africa e l’Italia non poteva, e non voleva, essere da meno.

2. Il suo volume si concentra sulla figura del Generale Felice De Chaurand de Saint Eustache. Una carriera, la sua, che spaziò dall’Arma di Artiglieria fino all’intelligence…

Il mio volume parla del Generale De Chaurand, che nato a Chiavari, durante la sua carriera, si occupò di vari tematiche, sia del comando di alcune unità, ma anche fu uno dei padri fondatori dei servizi segreti nel Regio Esercito Italiano, creando un codice segreto per i messaggi cifrati.

Campagna di Libia13. Durante il conflitto libico, il Generale De Chaurand fu decorato con l’Ordine Militare di Savoia, distinguendosi nei combattimenti. Quali le sue azioni più meritorie?

Durante la guerra di Libia, fu il comandante della 3a Divisione Speciale ed operò in Tripolitania. Si distinse nelle battaglia dell’oasi di Zanzur del giugno 1912 e in quella di Sidi Bilal del settembre successivo. Leggendo il suo diario personale, e anche quello della Divisione, si può notare che giornalmente egli si recava in prima linea per visitare i presidi e si interessava anche delle condizioni di vita dei suoi uomini.

4. Cosa ne fu del Generale De Chaurand alla fine del conflitto?

Dopo la conclusione del conflitto in Africa, rientrò in Italia nel maggio del 1913, ritornando al comando della Divisione Militare di Firenze. Nel 1915, fu posto in ausiliaria e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, divenne il Comandante della 35a Divisione, fino al 16 maggio del 1916, quando fu silurato dal comando della grande unità e mandato a casa. Trascorse la restante parte della sua vita fino alla morte, avvenuta nel 1944 a Bergamo, scrivendo vari saggi di storia.