Gene Cernan, l’ultimo a camminare sulla Luna

eugene-cernan1“Siamo andati via così come siamo venuti e, a Dio piacendo, torneremo in pace e per la speranza di tutta l’umanità”: queste le parole di Eugene, per gli amici solo Gene, Cernan, l’ultimo astronauta americano del Programma Apollo, a lasciare la sua impronta sulla Luna. Era il 14 dicembre 1972 quando la missione numero diciassette aveva termine: il modulo lunare Challenger, di li a poco, avrebbe riportato Gene e Harrison Schmitt all’interno del modulo di comando America, dove erano attesi da Ron Evans. I tre astronauti avrebbero poi fatto rotta verso la Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico il 19 dicembre successivo. Con l’ultimo volo verso la Luna, gli Stati Uniti dimostravano definitivamente, e una volta per tutte, la loro supremazia spaziale nei confronti dell’Unione Sovietica: in tutto sei missioni giunsero sul suolo del nostro satellite, mentre dodici astronauti lasciarono le loro impronte, dal “piccolo passo” di Neil Armstrong fino all’ultimo, quello di Gene Cernan.

eugene-cernanUna carriera, quella di Gene, iniziata con l’Aviazione Navale della US Navy e proseguita poi per la NASA, quando venne selezionato con il terzo gruppo di astronauti il 18 ottobre 1963. Seguì un’intensa fase addestrativa, fino al primo lancio nello spazio, a bordo della missione Gemini 9, in coppia con Thomas Stafford, durante la quale furono provate numerose manovre di aggancio: inoltre, Eugene Cernan divenne il terzo uomo ad effettuare una EVA, acronimo di Attività Extra Veicolare, ovvero una passeggiata spaziale. Ma fu la missione successiva, Apollo 10, nuovamente con Stafford (a cui si aggiunse John Young) la più importante: con essa, infatti, furono provate e testate tutte le manovre necessarie per la successiva missione, che avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin a camminare sulla Luna. Il volo di Gene è terminato il 16 gennaio 2017 per un attacco cardiaco: commosso il saluto della NASA, che ha voluto ricordare il suo ultimo astronauta sulla Luna.

Bernacca e Baroni, i volti della meteorologia italiana

edmondo-bernaccaLa meteorologia è quella branca delle scienze fisiche e naturali che, studiando i fenomeni che avvengono nell’atmosfera terrestre, porta a formulare una serie di previsioni, cercando di determinare, appunto, il tempo atmosferico. Nelle parole di un meteorologo italiano, “le previsioni si chiamano così perché esprimono una probabilità che si verifichi un evento, altrimenti le chiameremmo certezze, le certezze meteorologiche”: frase che venne pronunciata da Andrea Baroni, che, assieme al collega e amico Edmondo Bernacca, divenne uno dei volti più noti agli Italiani che seguivano le trasmissioni della RAI dedicate alla meteorologia. Bernacca e Baroni provenivano entrambi dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare che, con la diffusione dei televisori in ogni casa, fornì propri uomini per la realizzazione di programmi per la divulgazione delle previsioni atmosferiche.

andrea-baroniMa la storia dei due Colonnelli (questo il grado rivestito al momento dell’inizio della collaborazione con la RAI), aveva avuto inizio da più lontano, quando l’Italia era anche una Monarchia e l’Arma Azzurra si chiamava ancora Regia Aeronautica. Arruolatisi entrambi sul finire degli Anni Trenta, Edmondo Bernacca prestò il suo servizio fin da subito nel ramo della meteorologia, dapprima presso la Scuola d’Applicazione dell’Aeronautica di Firenze e in seguito presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare di Taranto. Andrea Baroni fu un uomo che operò, invece, più sul campo: allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo un’iniziale carriera nel Corpo del Genio Aeronautico, dove si dedicò allo studio e al collaudo del biplano da addestramento Breda Ba.25, nel maggio 1941 venne incaricato di ripristinare le stazioni meteorologiche distrutte dagli Alleati da Tobruk a Derna. Dal 1943, e fino al marzo 1945, giorno della sua fuga, venne poi internato in campo di concentramento tedesco, passando dall’Ucraina, alla Polonia, alla Germania.

articoloLe strade dei due ufficiali si incrociarono a partire dagli Anni Sessanta e Settanta: il Colonnello Bernacca, come iniziò ad essere affettuosamente chiamato dagli Italiani, iniziò la conduzione del programma Che tempo fa?, grazie al quale, con la sua dialettica raffinata ma semplice, fece familiarizzare le famiglie con la “sua” scienza atmosferica. Nel 1973 venne affiancato dal suo parigrado Andrea Baroni, con cui nacque una fraterna amicizia. Non mancò anche qualche piccolo scontro di vedute, come quello ripreso dai quotidiani, in cui Baroni arrivò ad affermare che il clima, nei successivi vent’anni, avrebbe subito dei mutamenti, tanto che l’estate sarebbe assomigliata all’autunno. Lapidario, a tal proposito, il commento del suo collega (ed amico): “Non siamo stregoni, non possiamo prevedere oltre i tre giorni”. Ma al di la di tutto, il legame tra i due rimase indissolubile: Edmondo Bernacca si spense a Roma nel 1993, mentre Andrea Baroni nel novembre 2006, non prima però di aver inaugurato, l’11 maggio precedente, presso l’Osservatorio Astronomico Franco Fuligni, in località Vivaro, nel comune di Rocca di Papa sui colli romani, la Stazione Meteorologica Automatica Edmondo Bernacca.

Alouette I, il Canada tra le stelle

alouette-iaNella lunga guerra fredda nello spazio, combattuta da Stati Uniti e Unione Sovietica a colpi di satelliti, sonde e navette spaziali con animali a bordo, anticipazione del primo essere umano, una terza nazione si insinuò in questa corsa, dimostrando, in fin dei conti, che lo spazio non sarebbe mai stato di nessuno, tanto meno di una superpotenza intenzionata a piantare bandiere, quasi a simulacro ed evoluzione di un colonialismo moderno, anzi, interplanetario. Fu così che, il 29 settembre 1962, dalla base aerea di Vandenberg, in California, decollò alla volta dell’orbita terrestre Alouette I, primo satellite artificiale del Canada. Sotto l’occhio attento della NASA, che se da un lato applaudì un lancio praticamente perfetto, dall’altro iniziò a temere una possibile rivalità da parte del vicino nordamericano: non soltanto i Sovietici, infatti, ma adesso anche i Canadesi reclamavano un proprio posto nello spazio e, spinti da questo successo, anche altre Nazioni si sarebbero interessate al cosmo.

alouette-iCon un peso di circa 145,6 chili, Alouette I raggiunse la propria orbita ad un’altitudine compresa tra i 987 e i 1022 km, spinto dai potenti motori del vettore Thor-Agena. Di importanza fondamentale fu lo studio della ionosfera, particolare fascia dell’atmosfera dove nei decenni successivi furono posti in orbita numerosi altri satelliti. La missione del piccolo satellite canadese durò circa dieci anni: venne deliberatamente disattivato nel 1972, reputando la sua missione conclusa. In ogni caso, è stato ipotizzato che Alouette I, qual’ora ricevesse le giuste frequenze, possa riattivarsi e ricominciare a trasmettere i suoi bip sonori, come se il tempo si fosse fermato a quel settembre 1962. Dopo Alouette I, si dovette aspettare fino al 12 dicembre 1964 perché un’altra Nazione lanciasse nello spazio un proprio satellite artificiale non appartenente alla lunga corsa allo spazio tra Washington e Mosca: questa volta era il turno di San Marco 1, dell’Italia e della grande genialità di Luigi Broglio.

I coniugi Warren: tra realtà e finzione

Ed e Lorraine WarrenLa storia dei coniugi Warren, di Edward e sua moglie Lorraine, è una di quelle che dividono ormai da decenni credenti e non credenti, uomini di chiesa e scienziati, presunti demonologi e teorici dell’occultismo da una parte e “scopritori” di bufale dall’altra. Una storia che, negli anni recenti, è stata anche ripresa da Hollywood, che ne ha tratto due film ed uno spin-off: L’evocazione, e il suo sequel, The Conjuring. Il caso Enfield, nonché l’opera derivata Annabelle. E proprio per l’argomento trattato, possessioni demoniache ed esorcismi, molti tendono a considerare i fatti narrati dagli Warren solo materia per film horror: non sta a noi, in questo caso, dire chi ha ragione. Ci limiteremo, pertanto, a raccontare la loro storia e le loro indagini inerenti i casi più celebri da loro affrontati. Tutto ha inizio nel 1952, quando Ed e Lorraine fondano, nello stato del New Englad, la Society for Physic Research, ente che si prefiggeva lo studio e l’analisi di attività paranormali. Una delle loro indagini più celebri riguardò un’abitazione costruita negli Anni Venti, sita al 112 Ocean Avenue di Amytiville, nel Long Island: qui, nel 1974, si consumò un brutale ed efferato omicidio, quando sei membri della stessa famiglia vennero uccisi a fucilate da uno dei figli, apparentemente in un raptus di follia. L’omicidio stesso, di per sé, mostrò dei risvolti strani e inquietanti: tutti erano stati uccisi nei propri letti, senza alcun tipo di reazione, senza che venissero drogati o storditi e senza l’uso di alcun silenziatore per l’arma da fuoco, come se nessuno dei familiari avesse udito i colpi di fucile sparati in piena notte.

112 Ocean AvenueL’anno seguente alla strage, i coniugi George e Kathleen Lutz entrarono in possesso dello stabile: passarono appena ventotto giorni dal primo manifestarsi di eventi a dir poco “paranormali”. Porte che sbattevano, strani rumori di passi in piena notte e, stando ai racconti degli inquilini, ombre muoversi per la casa. Ancora più angosciante, George iniziò a svegliarsi continuamente alle 03.15 di notte, l’ora esatta in cui si consumarono gli efferati omicidi: una notte, addirittura, pare avesse visto la moglie levitare sul letto. Chiamati ad investigare, gli Warren confermarono la malvagità del luogo, nonché le oscure presenze demoniache che infestavano la casa: la stessa Lorraine, chiese a più riprese l’ausilio di sacerdoti e uomini di chiesa per aiutarla a capire e comprendere chi, o cosa, abitasse nell’abitazione. Dirà a proposito: “Qualunque cosa si aggiri qua dentro, credo si tratti, senza alcun dubbio, di una forza del tutto negativa. Non ha niente a che vedere con spiriti di defunti. Proviene direttamente dalle viscere della terra”.

Ed e Lorraine Warren1I casi si susseguirono numerosi, le indagini anche. C’é chi gridò alla bufala, al falso e chi, invece, iniziò ad interessarsi ai due coniugi che, pare, avessero un canale preferenziale con il paranormale. La stessa Chiesa cattolica, poi, riconobbe, per la prima volta ad un laico, al marito Ed, la facoltà di compiere esorcismi su presunte persone possedute da entità demoniache. Ma ancora prima della ribalta data dal caso della casa infestata di Amytiville, Ed e Lorraine vennero chiamati ad investigare su un altro evento. A cavallo tra il 1970 e il 1971, la famiglia Perron acquistò una proprietà ad Harrisville, nel Rhode Island: passò poco tempo dal primo manifestarsi di strani, e singolari, eventi. Le presenze demoniache, poi ufficialmente cacciate dagli stessi coniugi Warran, pare fossero dovute ad un evento di sangue accaduto più di un secolo prima, nel 1863: una presunta strega, Bathsheba Sherman, avrebbe ucciso, sacrificandolo a Lucifero, il proprio figlio, prima di uccidersi a sua volta, impiccandosi ad un albero.

Caso EnfieldCon il 1978, la fama di demonologi degli Warren si sposta oltreoceano, a Londra, dove Ed e Lorraine vennero chiamati ad investigare quello che è passato alla cronaca come caso Enfield: una casa infestata dal fantasma di un precedente proprietario, deceduto per cause naturali al suo interno. Nelle indagini condotte, si registrarono voci misteriose, strani rumori e levitazioni di persone, anche se, una celebre foto del caso, dove si vede una ragazza letteralmente volteggiare in aria, venne dichiarata da più parti artefatta. Ed Warren dirà a proposito: “Prendete un caso su cui io e Lorraine abbiamo investigato l’estate scorsa ad Enfield, in Inghilterra, dov’erano in corso dei fenomeni spiritici non umani. I fenomeni sono lì, per davvero, sia che voi crediate o meno negli spiriti”. A questo punto, sorge la domanda, spontanea: quanto, di quello documentato negli anni da Ed e Lorraine Warren corrisponde a verità? In tanti li hanno screditati, accusandoli di falso e di essere degli ottimi manipolatori. Altri, invece, si sono rivolti ai due coniugi per chiedere il loro aiuto.

Un segnale di punti e linee

Guglielmo MarconiSi deve all’intuito geniale di due scienziati, uno inglese ed uno americano, Samuel Morse e Alfred Vail, l’invenzione, nel 1837, del primo telegrafo elettrico e del relativo alfabeto,  il Codice Morse, da cui prende il nome, composto da linee e punti; Guglielmo Marconi, poi, compiendo ulteriori studi, migliorò ulteriormente il sistema di comunicazione, brevettando nel 1896 un sistema di telegrafia senza fili. Passarono pochi anni e nel dicembre 1901, dalle colline di  Sasso, in Emilia Romagna, lo scienziato italiano inviò il primo messaggio oltre Atlantico: dal 1938, anno del conferimento del Premio Nobel per l’invenzione della radio, Sasso divenne Sasso Marconi. Tornando al Codice Morse, però, niente fu così importante come le Seconda Conferenza Internazionale Radiotelegrafica di Berlino del 1906: l’adozione, a livello mondiale, del Codice SOS, già introdotto l’anno precedente dal Governo Tedesco per la navigazione a livello nazionale.

RMS TitanicEntrato ufficialmente in vigore il 1° luglio 1908, il segnale morse di SOS, composto da tre punti-tre linee-tre punti, per alcuni anni convisse con un altro codice: le stazioni radiotelegrafiche continuarono, infatti, ad utilizzare anche il vecchio CQD, in uso dal 1904, dove le lettere CQ derivavano dal francese “sécu”, abbreviazione di sécurité, seguite dalla lettera D, dall’inglese “distress”, in pericolo, da cui letteralmente “sicurezza in pericolo”. Con il drammatico naufragio del Transatlantico RMS Titanic, affondato nel suo viaggio inaugurale nella notte del 15 aprile 1912, il segnale approvato a Berlino nel 1906 iniziò a essere sempre più largamente utilizzato: questo perché di più facile interpretazione per chi lo avesse ricevuto e di più rapido invio per chi si fosse trovato a trasmetterlo. Con la tragedia del Titanic, poi, sebbene non legato ad un vero e proprio acronimo come lo era il segnale CQD, l’SOS divenne sinonimo, nei paesi anglosassoni, di “Save Our Souls” (Salvate le nostre anime) o “Save Our Ship” (Salvate la nostra nave), mentre in Italia è stato accostato a “Salvateci O Soccombiamo” o anche “Soccorso Occorre  Subito”.

Marie Curie, una vita per la fisica e la chimica

Marie Curie1Una vita passata e spesa per la scienza e per la fisica. Assieme al marito, Pierre Curie, fisico francese, Maria Sklodowska, nata a Varsavia il 7 novembre 1857, divenne la prima donna a vincere due Premi Nobel, in due aree distinte: nel 1903 per la fisica, assieme al marito e ad Henri Becquerel, per i suoi studi sulle radiazioni, e nel 1911 per la chimica, per aver scoperto due nuovi elementi, il radio e il polonio. Una vita veramente spesa per la conoscenza, la sua. Cresciuta nella Polonia facente parte dell’Impero Russo, dove alle donne era vietato l’ingresso alle università, decise di trasferirsi a Parigi, città in cui si iscrisse alla Sorbona, laureandosi in fisica e matematica. Ma è il mondo ancora inesplorato degli atomi e della radioattività ad attirare la sua attenzione, ad “affamare” la sua voglia di conoscenza e di sapere. Ed è proprio durante gli anni alla Sorbona, che la sua vita si incrocia con quella di Pierre Curie, fisico e matematico che nello stesso periodo stava conducendo degli studi sulla piezoelettricità. Prima nacque una solida amicizia, fatta di aiuti reciproci e interessi comuni; in seguito, l’amore, tanto che si sposarono nel 1895.

Marie e Pierre CurieIntanto, gli studi sulle sostanze radioattive continuavano. Concentrandosi sulla pechblenda, un minerale radioattivo, fonte principale di estrazione dell’uranio, i due coniugi notarono che in alcune sue concentrazioni era presente una maggior dose di radioattività, cosa improbabile se fosse stato costituito da solo uranio: Maria e Pierre ipotizzarono così che, all’interno del minerale, fossero presenti altri elementi chimici, ancora sconosciuti. Le analisi proseguirono: gli studi che ne derivarono, utilizzati dalla stessa Maria per la sua tesi di dottorato, portarono alla scoperta del polonio, chiamato così in onore della sua terra natia, e del radio. Grazie alla scoperta del polonio, poi, nel 1932 James Chadwick utilizzò il raggio alfa emesso dall’elemento chimico per scoprire una particella fondamentale dell’atomo: il neutrone. Ma è il 28 marzo 1902 il giorno della svolta. Nei suoi appunti, Maria appunta: RA = 225,93. Peso di un atomo di radio. Da allora, nei circoli scientifici, così come alla Sorbona, non si parlò d’altro. Ma c’è di più: l’amore per la scienza di Maria fece si che non depositasse il brevetto per l’isolamento del radio, regalandolo di fatto alla comunità scientifica affinché potesse studiarlo senza alcuna limitazione.

Ma il 19 aprile 1906 avvenne la tragedia: il marito Pierre, mentre si trovava a Parigi, venne travolto e ucciso da una carrozza. La Sorbona, in segno di riconoscenza per gli studi compiuti dai due coniugi, decise di affidare la cattedra di fisica generale, già appartenuta al marito, alla vedova Maria. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Marie Curie partì per il fronte come radiologa, prestando assistenza ai militari feriti, potendo così fornire una prima diagnosi sulle ferite riportate. Negli ultimi della sua vita, Maria venne colpita da una grave forma di anemia aplastica, malattia certamente dovuta al contatto prolungato con le sostanze radioattive. Morì il 4 luglio 1934, a Passy, in Alta Savoia: ancora oggi, i suoi taccuini e i suoi appunti sono conservati in appositi contenitori al piombo, a causa dell’alta dose di radiazioni che ancora emanano.