Un mondo senza vaccini?

5ff888_e0868d2aa7b24ba7bf343283c59cf06c_mv2Dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Tanto è il periodo analizzato nello studio compiuto da Francesco Galassi, Paleopatologo, che ripercorre la storia dell’umanità attraverso le sue malattie e le sue epidemie, giungendo fino alle scoperte che hanno permesso all’essere umano di sopravvivere: i vaccini. Non sono neanche trascorsi tre secoli da quando, nel 1796, un medico di campagna britannico, Edward Jenner, mise a punto il vaccino contro il vaiolo, somministrando in un bambino di otto anni del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino. Il risultato fu che al ragazzo, dopo alcuni mesi dal trattamento iniziale, fu inoculato il ceppo umano, ben più aggressivo di quello animale, senza che contraesse la malattia. A Jenner, oltre all’importanza del vaccino, si deve anche il primo tentativo di controllare e debellare una malattia infettiva. Da allora, tanti sono i passi in avanti fatti, ma anche da fare. Nel 1881, il chimico e microbiologo francese Louis Pasteur mise a punto il primo vaccino contro il carbonchio che colpiva bovini, ovini ed equini, utilizzando per la vaccinazione lo stesso batterio portatore della malattia indebolito con acido fenico. Dopo appena altri quattro anni, al chimico francese si deve l’ulteriore scoperta, assieme al medico Emile Roux, del vaccino contro la rabbia, dopo aver indebolito il virus prelevato da materiale nervoso da conigli affetti da rabbia. E come non ricordare Jonas Salk e la sua opera instancabile per trovare un rimedio contro la poliomelite: quando, nel 1955, in un’intervista gli domandarono chi possedesse il brevetto del vaccino, rispose semplicemente: “La gente, suppongo. Non c’è brevetto. Si puó brevettare il sole?” . Su tutto questo è incentrato il volume del Dottor Galassi: la storia dietro allo sviluppo e alla nascita dei vaccini, passando da Jenner, Pasteur, Salk e ai tanti medici e scienziati che hanno speso un’intera esistenza per il futuro dell’umanità.

1. Partiamo dal titolo del libro. Come sarebbe stato il mondo senza i vaccini e le scoperte che ne sono derivate?
Edward JennerIl mondo senza vaccini è stato quello che conosciamo tramite lo studio delle fonti storiche e l’analisi multidisciplinare dei resti mortali, scheletri o mummie che siano. Spesso crediamo che quel mondo sia qualcosa di lontanissimo, risalente a migliaia di anni fa. In realtà è sufficiente tornare indietro nel tempo di qualche decennio per accorgersi di quanto diversa e privilegiata sia la nostra realtà attuale. De facto l’introduzione delle vaccinazioni, assieme al all’introduzione degli antibiotici, ha rappresentato una cesura tra il mondo antico e il mondo moderno, almeno quello occidentale, come lo conosciamo noi. Solo per fare un esempio, sul finire dell’Ottocento, un numero altissimo di bambini ospedalizzati per difterite moriva. Fu grazie a pionieri della scienza, quali Emil von Behring, che la situazione mutò radicalmente, prima grazie alla sieroterapia, poi con l’evoluzione della tecnica nella pratica della vaccinazione.

2. Oggi, i vaccini sono alla portata di tutti e in pochi conoscono veramente i decenni di studi, a volte tutta una vita, spesi dietro a ricerche e sperimentazioni. Quanto ancora manca da scoprire?
Louis PasteurLa ricerca immunologica è in continuo progresso, sia per malattie già ben note sia per altre emergenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato una serie di test vaccinali in Africa contro la malaria. Questa potrebbe rappresentare una svolta epocale. Allo stesso tempo sono fallite le scadenze prefissate, anche a causa degli scenari di guerra recenti, di obiettivi molto concreti quali l’eradicazione della poliomielite. Uno dei problemi fondamentali al giorno d’oggi è che molte persone non si rendono conto che, vaiolo a parte, malattie infettive come il morbillo e la poliomielite non sono affatto sconfitte. Certo, sono grandemente “indebolite” rispetto ad alcuni anni fa, ma nel momento in cui non ci vacciniamo, queste possono tornare. Un paragone che amo fare è quello della natura selvaggia che cresce sulle rovine delle mirabili costruzioni dell’Impero Romano dopo la sua caduta e il conseguente abbandono della manutenzione delle sue infrastrutture. Quel che la scienza e la ricerca biomedica hanno sottratto alla natura, imponendo per la prima volta nella storia la nostra supremazia su di essa, la natura, con i suoi patogeni, è pronta a riprendersi esattamente nel momento in cui abbassiamo la guardia. Inoltre, uno scenario che fa rabbrividire è quello di un mondo in cui se, alla già presente fortissima resistenza agli antibiotici (pensiamo solo alla tubercolosi) da parte dei batteri, si sommasse al contempo il ritorno di malattie infettive oggi tenute sotto controllo tramite le vaccinazioni, spalancheremmo di certo nuovamente le porte del mondo prevaccinale. La situazione sarebbe disperata. Per di più, spesso noi consideriamo i patogeni e le malattie da essi causate, come entità eterne, stabili e immutabili. Tuttavia, questo è un grave errore. Gli agenti patogeni (virus, batteri, ecc.) evolvono nel corso della storia, esattamente come noi evolviamo. Un caso classico è quello della Bordetella pertussis, responsabile della pertosse, la cui evoluzione, inclusa la transizione da forma non epidemica ad epidemica, è avvenuta essenzialmente negli ultimi 500 anni della storia umana (i dati paleomolecolari e storici sono concordi su questo punto) e tuttora continua ad evolvere, causandoci problemi di efficacia dell’immunizzazione. La ricerca deve continuare, deve investigare il passato, rianalizzare le fonti storiche, combinare le evidenze biologiche con il dato paleopatografico. Solo una comprensione olistica della evoluzione delle malattie infettive ci può fornire indicazioni sullo sviluppo futuro delle stesse.

3. Il volume parte da lontano, dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Da Paleopatologo, come vengono studiate le malattie e le epidemie del passato?
Jonas SalkLa paleopatologia classica studia i resti mortali individuando tracce di malattia attraverso varie analisi medico-antropologiche tradizionali: esame morfologico, esame radiologico (RX convenzionale o TAC), analisi chimiche, analisi isotopiche, analisi molecolari. L’obiettivo è quello di ricostruire il fenotipo delle malattie, ossia come esse si sono effettivamente presentate in un determinato periodo storico, ma anche il genotipo, ossia l’insieme delle informazioni genetiche di un individuo o di un patogeno. Inoltre, la paleopatografia, sottobranca della paleopatologia, riesamina la documentazione storiografica ed archivistica, spesso utilizzando le biografie meglio documentate, quali quelli di personaggi illustri del passato, per ottenere informazioni sulla paleo-sintomatologia. Non ci si ferma, quindi, al solo riscontro di lesioni a livello osseo o dei tessuti molli preservati, ma si esegue uno studio globale di un caso clinico antico o, come nel caso delle epidemie, un insieme di casi. A livello delle epidemie del passato, si pensi al vaiolo, alla peste, i risultati migliori ci sono stati forniti negli ultimi anni dalle tecniche paleomolecolari, ossia del DNA antico, che ha permesso di ricostruire l’informazione genetica di questi antichi patogeni. Oltre ai singoli aspetti storiografici e paleopatologici per le singole malattie che tratto, nel mio libro sottolineo spesso la necessità di un approccio multidisciplinare alla medicina e all’importanza del ritorno alle fonti storiche, come chiave interpretativa del presente.

4. In Italia, ma non solo, monta la polemica, a volte più politica che scientifica, su presunte malattie legate ai vaccini. Studiando e analizzando le malattie del passato, cosa si sente di dire in proposito?
IMG-20171117-WA0002La polemica prospera laddove la pseudoscienza ha preso ormai da molti anni il sopravvento nelle dinamiche della comunicazione. Molti oggi discettano sulla natura della scienza, se essa sia o meno democratica. Pochissimi invece prendono in esame la natura autoritaria della pseudoscienza. Nei commenti ad un mio recente post, ho parlato di “tirannide della pseudoscienza”. Sì, si tratta di una tirannide, perché, prosperando in un humus culturale in cui anche i fondamenti stessi della storia e della scienza vengono messi in discussione, in cui viene promossa l’idea che la verità sia un qualcosa di recondito che solo pochi “veri sapienti”, in realtà niente più che modesti imbonitori della rete, possono dispensare alle masse, in cui è percepibile un clima di odio, di sospetto, di delazione, si determina il quadro di un relazione carismatica tra un leader e la massa di seguaci che lo segue acriticamente. La scienza, invece, si basa sui fatti. Le scoperte restano, gli scienziati e i loro nomi passano. Per fortuna, negli ultimi tempi alcuni colleghi si stanno energicamente battendo per “riconquistare” la rete, sottraendo spazio ai propugnatori delle teorie più assurde, spesso fantasiose elucubrazioni, molto più spesso pericoli veri e propri per la salute delle persone. Adesso quel che occorre è spostare l’attenzione sul tema della memoria: credo che sia la vera chiave di volta nel dibattito. Le persone rifiutano di vaccinarsi non solo perché finiscono per dare credito ai falsi profeti o perché inondati da cattiva informazione. Lo fanno anche perché non hanno ben chiara la lezione della storia, non riescono a rendersi conto del rischio che le nostre società correrebbero se noi abbandonassimo la via della ragione. Si tornerebbe ad un mondo che non solo è possibile, ma è molto concreto, reale: c’è già stato. Il mio libro è, quindi, un contributo di memoria e anche, in seconda battuta, una riflessione sulla necessità di una comunicazione diretta tra accademia e società civile, per prevenire appunto l’instaurarsi della tirannide della pseudoscienza.

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Laika, un destino tra le stelle

LaikaSergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, colui che fece tremare il mondo occidentale con il bip proveniente dallo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia, la scelse per la forza che la sua razza aveva dimostrato di possedere. Erano passati appena sei anni da quando i primi due cani, Dezik e Tsygan, il 22 luglio 1951 effettuarono un volo suborbitale, anticipazione dei lanci spaziali che seguiranno. Come quello del 3 novembre 1957, quando un razzo Semyorka R7 lanciò nello spazio lo Sputnik 2, la prima capsula spaziale con a bordo un essere vivente. In un piccolo e angusto spazio ricavato al suo interno, infatti, aveva trovato posto la piccola Kudriavka, cagnetta di tre anni appartenente alla razza dei Laika (da qui il celebre nome), robusto animale noto per la resistenza alle fatiche nelle regioni più fredde della Siberia sovietica. Erano le 5.30 del mattino quando i potenti motori del razzo R7 fecero alzare dalla rampa di lancio gli oltre trenta metri del missile intercontinentale sovietico modificato appositamente per raggiungere lo spazio.

Laika - Domenica del Corriere del 17 novembre 1957Fu una missione senza ritorno. La piccola cagnetta, che secondo le dichiarazioni ufficiali era un randagio catturato per le strade di Mosca, morì già poche ore dopo il lancio, forse per la mancanza di ossigeno, forse perché il suo cuore non resse alle forti sollecitazioni e accelerazioni del volo spaziale. Forse per un boccone avvelenato, messo appositamente dagli scienziati sovietici all’interno della capsula per evitarle una morte lenta e dolorosa se la capsula fosse bruciata durante la fase di rientro. O forse per le elevate temperature raggiunte all’interno dopo le prime orbite. Ma il fatto principale resta: Laika aprì le porte dell’esplorazione spaziale dell’essere umano. Con la sua morte e il suo sacrificio fu dimostrato che un essere vivente sarebbe stato in grado di sopravvivere nel cosmo, all’interno di una navicella spaziale. Lo Sputnik 2, infine, si disintegrò nell’atmosfera terrestre durante la fase di rientro cinque mesi dopo, il 14 aprile 1958, dissolvendosi in una palla di fuoco nei cieli sopra l’Arcipelago delle Antille. Ma di Laika, e di tutti gli animali che la seguirono tra le stelle, restano ancora oggi impresse nella memoria degli ultimi scienziati sovietici ancora in vita, le immagini di un musetto docile, di quei baffi che spuntano dalla capsula e due occhi pieni di un’umanità rara, come se fosse conscia della prova a cui lei, Kudriavka, cagnetta di tre anni, era stata chiamata a rispondere davanti alla storia.

I segreti della Specola

IMG_20171005_121810Quando si parla di Firenze nel mondo, vengono subito alla mente i tesori custoditi nel Museo degli Uffizi, i quadri di Botticelli e di Leonardo, il David di Michelangelo e le sculture di Donatello, i marmi bianchi del Duomo, del Battistero e del Campanile di Giotto, il Ponte Vecchio che traversa l’Arno con le sue IMG_20171005_123451gioiellerie dei maestri orafi. Ma Firenze non è solo arte e Rinascimento. Non è soltanto mostre e musei. Firenze è anche scienza. In Via Romana, nell’Oltrarno, ha sede uno dei più prestigiosi musei di storia naturale, non solo d’Italia, ma di tutta Europa: La Specola. Ospitato all’interno del Palazzo Torrigiani, il 21 febbraio 1775 il Granduca di Toscana, Pietro IMG_20171005_124428Leopoldo di Lorena, decise di inaugurare il Regio Museo di Fisica e Storia Naturale. Progetto ambizioso, il suo: da grande uomo di scienza e di cultura, volle creare uno spazio aperto non solo per gli uomini di scienza, ma per i comuni cittadini. L’immensa raccolta di animali imbalsamati, di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, invertebrati e insetti, via via arricchita con i decenni e i secoli, sarebbe stata la prima aperta al pubblico.

Lo SpellatoRiordinando le preesistenti collezioni medicee, parallelamente alla sezione di storia naturale, il Granduca Pietro Leopoldo volle realizzare un progetto ancora più ambizioso: creare la prima collezione anatomica del corpo umano. Grazie all’instancabile opera di personaggi del calibro di Giovanni Targioni Tozzetti, IMG_20171005_152449medico e naturalista fiorentino, e di Felice Fontana, abate e naturalista di origine trentina, prese avvio la realizzazione di cere raffiguranti dettagli anatomici e parti del corpo umano. Con il sapiente ingegno dei ceroplasti Clemente Susini e Gaetano Zumbo, le sale del Museo della Specola offrono uno spettacolo unico nel suo IMG_20171005_154758genere, che solo una città come Firenze, culla del Rinascimento italiano e non solo, avrebbe potuto offrire. L’opera certosina nella realizzazione delle cere anatomiche ha, veramente, qualcosa di unico e inimitabile: tra tutte, Lo Spellato, opera proprio del Susini, che rappresenta l’intero corpo umano dopo l’asportazione della pelle, mettendo in primo piano le meraviglie della macchina umana, tra cui i numerosi vasi del sistema linfatico che attraversano l’organismo.

Sala Conte di TorinoLe sale del Museo continuarono ad arricchirsi anche nel Novecento. Nel 1923, infatti, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, Conte di Torino, donò alcuni dei suoi trofei di caccia, comprendenti esemplari, anche rari, provenienti specialmente dall’Africa, tra cui rinoceronti ed elefanti, assieme ad una vasta collezione di armi delle tribù indigene. Di particolare interesse è l’esemplare imbalsamato di ippopotamo: figura nelle collezioni del Granduca di Toscana fin dal 1763, quando venne probabilmente donato, ancora vivo, dal Viceré d’Egitto. Questo esemplare fu poi tenuto all’interno delle vasche e fontane del Giardino di Boboli, l’immenso parco di Palazzo Pitti, fino alla sua morte, prima di venire imbalsamato dai maestri tassidermisti di cui Pietro Leopoldo si circondò per realizzare il suo dono, immense, alla città di Firenze.

Ernest Shackleton, un esploratore all’ombra della Grande Guerra

Ernest Shackleton“La pressione dei ghiacci andava crescendo continuamente e le ore che passavano non davano né sollievo né  tregua alla nave. La pressione ha sollevato la poppa della nave e il banco in movimento ha spaccato il timone strappando la controruota e il dritto di poppa. I ponti cedevano sollevandosi in alto mentre al di sotto l’acqua si precipitava all’interno. Era doloroso sentire i ponti che si spezzavano sotto di noi, mentre i grossi bagli si flettevano e si frantumavano con il rumore di un colpo di cannone. Con una forza di milioni di tonnellate i banchi, spinti dai ghiacci che avevano alle spalle, stavano annientando lo scafo”. La fine di una nave è sempre qualcosa che tocca nel profondo del cuore ogni comandante. E questo è il racconto della morte dell’Endurance, veliero tre alberi stritolato dai ghiacci tra l’ottobre e il novembre 1915, dopo oltre 280 giorni essere rimasta bloccata dal pack dell’Antartide. Salpata nell’agosto 1914, mentre il mondo intero era già sconvolto dal dramma disumano della Prima Guerra Mondiale, diresse verso i mari del sud agli ordini di Ernest Henry Shackleton, valido ed esperto marinaio, nonché veterano delle spedizioni polari: a bordo della Discovery e poi  della Nimrod, tra il 1901 e il 1907, affrontò le insidie dei ghiacci e delle temperature proibitive del Polo Sud.

Nave EnduranceLa nuova spedizione, fortemente voluta da Shackleton stesso, finanziata in parte da privati, a cui si aggiunsero il Governo inglese e la Royal Geographical Society, si era prefissata di attraversare a piedi, da un capo all’altro, il Polo Sud: gli uomini della spedizione avrebbero raggiunto l’Antartide a bordo dell’Endurance e, una volta sbarcati, avrebbero dovuto raggiungere il Mar di Ross, dove sarebbero stati recuperati da una seconda nave in forza alla spedizione, l’Aurora. Ambiziosi anche gli obiettivi scientifici che la missione si era prefissata: compiere rilievi idrografici sulle profondità dei mari attraversati, studiare in maniera approfondita la formazione del continente antartico, studiare la fauna terrestre e marina incontrata lungo il percorso ed effettuare studi meteorologici in tutta l’area. Salpata dal porto di Plymouth il 9 agosto 1914, la prima tratta del viaggio vide la nave raggiungere Buenos Aires e poi Grytviken, nella Georgia del Sud:  dovettero aspettare fino ai primi di dicembre prima di potersi spingere ancora più a sud, a causa del pack antartico insolitamente esteso. Il 12 gennaio 1915, la spedizione affronta, per la prima volta, territori inesplorati, giungendo, tra l’euforia generale, 74° di latitudine sud. Muri di ghiaccio alti oltre trenta metri accompagnano il lento navigare dell’Endurance, mentre gli uomini compiono frenetici rilievi e studi geografici, realizzando carte e mappe di terre fino ad allora ignote. Passa appena una settimana e nella posizione 76° 34′ S – 31° 30′  O il tre alberi resta imprigionato dai ghiacci, strettisi attorno alla chiglia in una morsa fatale. In realtà, almeno all’inizio, Shackleton non è molto preoccupato, confortato che tanti altri esploratori prima di lui, in condizioni anche peggiori, riuscirono a liberare la propria nave semplicemente aspettando i movimenti della banchisa, in continuo movimento e in continua trasformazione.

L'Endurance intrappolata nei ghiacciNelle settimane successive, la nave è alla deriva, costretta a muoversi seguendo i movimenti dei ghiacci, senza una rotta precisa: scendendo sul pack, gli uomini, con l’ausilio di badili, spale e piccone, tentano invano di liberare l’Endurance dalla morsa fatale. A partire dal 1° maggio 1915, con l’arrivo del lungo inverno australe si fa strada in Shackleton che la nave sia ormai irrimediabilmente perduta. In realtà, la nave, una delle meglio costruite, in grado di reggere pressioni elevate sullo scafo, non da segni di cedimento fino alla metà di ottobre, quando ogni tentativo di liberarla viene abbandonato: grossi blocchi di ghiaccio alla deriva si infrangono su di essa, contribuendo ad aumentare la pressione sul fasciame. Il 24 ottobre 1915, dopo essere stata stretta all’interno di una fessura, il ponte dell’Endurance inizia a torcersi: solo allora, d’accordo con i suoi uomini, Shackleton da l’ordine di abbandonare la nave. Inizia così l’odissea dei 28 uomini della spedizione: accampati sul ghiaccio, riescono a recuperare provviste e materiali, stipati su tre scialuppe, tirate a forza di braccia e dagli instancabili cani da slitta. Con una temperatura di quasi -25°, il 15 novembre la nave si spezza e si inabissa definitivamente.

James CairdLa lunga marcia sul pack ha inizio: convinti di poter raggiungere l’Isola Paulet, distante quasi 450 km, l’arrivo della primavera e della bella stagione complica, in realtà, i movimenti. Il pack inizia a rompersi e a sciogliersi, rendendo difficoltoso e assai difficoltoso il cammino. Se, poi, Shackleton diede ordine di conservare le provviste per eventuali emergenze, cacciando, invece, foche e pinguini, la progressiva scomparsa degli animali antartici pose gli uomini di fronte a scelte spesso drammatiche e difficili: i cani da slitta, fino ad allora inseparabili compagni della lunga traversata a piedi, dovettero essere uccisi per salvare la vita agli uomini della spedizione. Il 9 aprile 1916, con i ghiacci in continua frantumazione, grazie alle  scialuppe recuperate, inizia la navigazioneverso l’Isola Elephant, raggiunta il successivo giorno 14. Ma Schackleton capisce ben presto che il luogo appena raggiunto non è il posto ideale per attendere i soccorsi: a bordo della James Caird, una delle scialuppe salvate dal naufragio dell’Endurance, decide di attraversare l’oceano per raggiungere la Georgia del Sud, distante oltre 1500 km. Con un equipaggio di cinque persone, composto dal Secondo Ufficiale Thomas Crean, dal Navigatore Frank Worsley, dal Carpentiere Harry McNisch e dai Marinai Tim McCarthy e John Vincent, la piccola scialuppa, rinforzata e dotata di un ponte coperto e di una vela, prende il mare il 24 aprile.

30 agosto 1916“La bianca schiuma del mare era tutta intorno a noi. Abbiamo sentito la nostra barca sollevarsi e vacillare come un sughero sulla cresta dell’onda. Eravamo in balia del mare, ma in qualche modo la barca è riuscita a resistere mezza piena d’acqua incurvandosi sotto il peso e fremendo al colpo. Abbiamo utilizzato l’energia degli uomini che combattono per la vita, lanciando l’acqua fuoribordo con ogni mezzo e dopo dieci minuti di incertezza abbiamo sentito la barca ritornare alla vita”: così  Ernest Shackleton narra quella incerta traversata. E il 10 maggio 1916, contro ogni previsione, la piccola scialuppa di salvataggio tocca terra nella Georgia del Sud. Ma la salvezza è tutt’altro che certa, soprattutto per i ventidue membri dell’equipaggio rimasti sull’Isola Elephant. Soltanto il 19 maggio, infatti, Shackleton e i cinque uomini che sono con lui, raggiungono le stazioni delle baleniere sull’altro capo dell’isola. Saputo della tragedia, inizia subito la spedizione di soccorso: dopo un tentativo fallito di salvataggio ad opera di pescatori locali e vista l’impossibilità da parte della Gran Bretagna di inviare navi a causa della guerra, Shackleton giunge in Uruguay dove, grazie anche all’interessamento del finanziere Allan McDonald, organizza i soccorsi. Ben quattro mesi dopo, il 30 agosto 1916, gli uomini dell’Isola Elephant vengono tratti in salvo e con grande stupore e gioia di Shackleton stessi: sono tutti salvi.

Gene Cernan, l’ultimo a camminare sulla Luna

eugene-cernan1“Siamo andati via così come siamo venuti e, a Dio piacendo, torneremo in pace e per la speranza di tutta l’umanità”: queste le parole di Eugene, per gli amici solo Gene, Cernan, l’ultimo astronauta americano del Programma Apollo, a lasciare la sua impronta sulla Luna. Era il 14 dicembre 1972 quando la missione numero diciassette aveva termine: il modulo lunare Challenger, di li a poco, avrebbe riportato Gene e Harrison Schmitt all’interno del modulo di comando America, dove erano attesi da Ron Evans. I tre astronauti avrebbero poi fatto rotta verso la Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico il 19 dicembre successivo. Con l’ultimo volo verso la Luna, gli Stati Uniti dimostravano definitivamente, e una volta per tutte, la loro supremazia spaziale nei confronti dell’Unione Sovietica: in tutto sei missioni giunsero sul suolo del nostro satellite, mentre dodici astronauti lasciarono le loro impronte, dal “piccolo passo” di Neil Armstrong fino all’ultimo, quello di Gene Cernan.

eugene-cernanUna carriera, quella di Gene, iniziata con l’Aviazione Navale della US Navy e proseguita poi per la NASA, quando venne selezionato con il terzo gruppo di astronauti il 18 ottobre 1963. Seguì un’intensa fase addestrativa, fino al primo lancio nello spazio, a bordo della missione Gemini 9, in coppia con Thomas Stafford, durante la quale furono provate numerose manovre di aggancio: inoltre, Eugene Cernan divenne il terzo uomo ad effettuare una EVA, acronimo di Attività Extra Veicolare, ovvero una passeggiata spaziale. Ma fu la missione successiva, Apollo 10, nuovamente con Stafford (a cui si aggiunse John Young) la più importante: con essa, infatti, furono provate e testate tutte le manovre necessarie per la successiva missione, che avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin a camminare sulla Luna. Il volo di Gene è terminato il 16 gennaio 2017 per un attacco cardiaco: commosso il saluto della NASA, che ha voluto ricordare il suo ultimo astronauta sulla Luna.

Bernacca e Baroni, i volti della meteorologia italiana

edmondo-bernaccaLa meteorologia è quella branca delle scienze fisiche e naturali che, studiando i fenomeni che avvengono nell’atmosfera terrestre, porta a formulare una serie di previsioni, cercando di determinare, appunto, il tempo atmosferico. Nelle parole di un meteorologo italiano, “le previsioni si chiamano così perché esprimono una probabilità che si verifichi un evento, altrimenti le chiameremmo certezze, le certezze meteorologiche”: frase che venne pronunciata da Andrea Baroni, che, assieme al collega e amico Edmondo Bernacca, divenne uno dei volti più noti agli Italiani che seguivano le trasmissioni della RAI dedicate alla meteorologia. Bernacca e Baroni provenivano entrambi dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare che, con la diffusione dei televisori in ogni casa, fornì propri uomini per la realizzazione di programmi per la divulgazione delle previsioni atmosferiche.

andrea-baroniMa la storia dei due Colonnelli (questo il grado rivestito al momento dell’inizio della collaborazione con la RAI), aveva avuto inizio da più lontano, quando l’Italia era anche una Monarchia e l’Arma Azzurra si chiamava ancora Regia Aeronautica. Arruolatisi entrambi sul finire degli Anni Trenta, Edmondo Bernacca prestò il suo servizio fin da subito nel ramo della meteorologia, dapprima presso la Scuola d’Applicazione dell’Aeronautica di Firenze e in seguito presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare di Taranto. Andrea Baroni fu un uomo che operò, invece, più sul campo: allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo un’iniziale carriera nel Corpo del Genio Aeronautico, dove si dedicò allo studio e al collaudo del biplano da addestramento Breda Ba.25, nel maggio 1941 venne incaricato di ripristinare le stazioni meteorologiche distrutte dagli Alleati da Tobruk a Derna. Dal 1943, e fino al marzo 1945, giorno della sua fuga, venne poi internato in campo di concentramento tedesco, passando dall’Ucraina, alla Polonia, alla Germania.

articoloLe strade dei due ufficiali si incrociarono a partire dagli Anni Sessanta e Settanta: il Colonnello Bernacca, come iniziò ad essere affettuosamente chiamato dagli Italiani, iniziò la conduzione del programma Che tempo fa?, grazie al quale, con la sua dialettica raffinata ma semplice, fece familiarizzare le famiglie con la “sua” scienza atmosferica. Nel 1973 venne affiancato dal suo parigrado Andrea Baroni, con cui nacque una fraterna amicizia. Non mancò anche qualche piccolo scontro di vedute, come quello ripreso dai quotidiani, in cui Baroni arrivò ad affermare che il clima, nei successivi vent’anni, avrebbe subito dei mutamenti, tanto che l’estate sarebbe assomigliata all’autunno. Lapidario, a tal proposito, il commento del suo collega (ed amico): “Non siamo stregoni, non possiamo prevedere oltre i tre giorni”. Ma al di la di tutto, il legame tra i due rimase indissolubile: Edmondo Bernacca si spense a Roma nel 1993, mentre Andrea Baroni nel novembre 2006, non prima però di aver inaugurato, l’11 maggio precedente, presso l’Osservatorio Astronomico Franco Fuligni, in località Vivaro, nel comune di Rocca di Papa sui colli romani, la Stazione Meteorologica Automatica Edmondo Bernacca.