Anneliese Michel, tra scienza e fede

anneliese-michelLa storia dell’umanità intera è stata attraversata sempre, in questi due millenni, dal grande dibattito sociale e culturale tra la scienza e la fede. Da Niccolò Copernico e Galileo Galilei, fino alla teoria evoluzionista di Charles Darwin, la religione si è sempre più spesso dovuta confrontare con il progresso scientifico e tecnologico dell’uomo. E allora, i casi di resurrezione sono stati spiegati con la morte apparente, le possessioni demoniache come crisi epilettiche o malattie degenerative del sistema nervoso, come la schizofrenia, le apparizioni di esseri angelici come allucinazioni, singole o collettive, la miracolosa manna dal cielo che salvò il popolo ebraico con un evento del tutto naturale che succede ancora oggi. E da quando l’uomo ha iniziato ad interessarsi all’infinitamente piccolo, ecco che spunta, dai laboratori di fisica, la particella di Dio, ovvero il bosone di Higgs, teorizzato nel 1964 e rilevato per la prima volta nel 2012, che permea l’intero universo conferendo una massa alle particelle elementari. Quindi, nessun soffio divino, nessun alito di vita ha creato niente: eppure, ci sono dei casi in cui la scienza non offre delle spiegazioni convincenti al cento per cento, tanto che possono essere spiegati solo ricorrendo alla religione, e viceversa. Tanto che anche i tribunali, la legge dell’uomo, sono stati chiamati a esprimere giudizi e sentenze. Il suo caso è stato nuovamente portato all’attenzione del grande pubblico da un film, The Exorcism of Emily Rose, diretto nel 2005 da Scott Derrickson e ambientato in una cittadina degli Stati Uniti d’America. Ma la storia da cui è stata realizzata la pellicola cinematografica è, purtroppo, vera.

anneliese-michel-epilessiaAnneliese Michel, originaria di un piccolo comune della Baviera, Leiblfing, dove era nata nel 1952, all’età di sedici anni iniziò a manifestare, durante l’età scolastica, alcuni disturbi, quali convulsioni e crisi epilettiche: gli esami medici che compì, le diagnosticarono l’epilessia del lobo temporale, una forma di epilessia definita cronica, capace di causare nel malato crisi epilettiche sia diurne che notturne, tanto da generalizzarsi in crisi capaci di scatenare nell’intero organismo forme gravi di convulsioni. Per una ragazza di sedici anni ricevere una diagnosi simile fu un duro colpo: non solo l’avrebbe costretta a convivere con una patologia grave, ma le avrebbe anche pregiudicato i rapporti sociali con le altre persone. Fu la famiglia di Anneliese, cattolica praticante, a stringersi attorno alla giovane, ad invogliarla ad andare avanti, convivendo con la malattia. Anneliese, infatti, continuò gli studi superiori, diplomandosi: nel settembre 1973 decise di iscriversi all’Università di Wurzburg per diventare insegnante delle scuole elementari. Nel frattempo, con l’aiuto di farmaci riuscì a tenere sotto controllo gli attacchi epilettici e le convulsioni che continuavano a colpirla. Nonostante gli sforzi dei medici, però, gli attacchi iniziarono a presentarsi con maggior frequenza, alterando lo stesso comportamento di Anneliese, che iniziò a manifestare aggressività e violenza verso sé stessa e gli altri. A tutto ciò si aggiunsero visioni e allucinazioni: oggi è stato assodato che alcuni farmaci del passato, utilizzati per curare le malattie del sistema nervoso, agivano direttamente su alcune aree del cervello causando, nei pazienti, allucinazioni uditive e visive. Ma per una famiglia cattolica, devota alla Chiesa, ciò che la medicina non era in grado di spiegare, e di curare, è perché aveva un’origine soprannaturale: per i genitori e per Anneliese stessa la medicina non avrebbe più portato alcun giovamento alla sua salute. Pertanto si rivolsero alla chiesa cittadina, convinti che la giovane stava subendo una possessione demonica e pertanto l’unica cosa da fare era il rito dell’esorcismo.

Ernst Alt e Arnold Renz, la madre e il padre di AnnelieseEd è qui, a questo punto, che la scienza, la religione ed anche la legge, si incontrarono. Perché Anneliese continuò ad essere seguita a livello medico dai dottori che, visti i suoi continui e sempre più forti attacchi, furono costretti ad ospedalizzarla, a farle assumere tranquillanti e a sottoporla ad alimentazione forzata. I genitori, intanto, contituarono a rivolgersi alla Chiesa, che nel settembre 1975 la riconobbe come posseduta: il Vescovo Josef Stangl nominò così due preti, Ernst Alt e Arnold Renz, per praticare il rito dell’esorcismo e liberare Anneliese da ogni male. L’esorcismo proseguì fino al giugno 1976, dopo che erano state interrotte le cure mediche: durante le sessioni, la ragazza avrebbe parlato lingue a lei sconosciute, tra cui latino, greco ed aramaico, dando “voce” ai demoni che la possedevano: in tutto sei personaggi storici negativi per la storia dell’umanità. Essi sarebbero stati Caino, Giuda, Nerone, Fleischman (un sacerdote scomunicato del XVI secolo per violenze e omicidio), Hitler e lo stesso Lucifero. È pur vero che, durante i suoi studi superiori e universitari, Anneliese potrebbe aver appreso le lingue neoclassiche e durante i suoi stati allucinatori parlato queste lingue. Anneliese Michel morì il 1° luglio 1976 ad appena ventitré anni: l’autopsia determinò che la morte sopraggiunse per una forte debilitazione, causata da malnutrizione e disidratazione, tanto che al momento del decesso pesava appena trenta chili. Inoltre, i legamenti delle ginocchia erano spezzati, causa queste delle continue genuflessioni che la giovane ragazza compiva nei momenti di lucidità per pregare, cosa però che ne compromise la deambulazione. Scienza e fede, medicina e Chiesa: ma anche legge. I genitori e i due parroci furono accusati di omicidio colposo: il processo iniziò nel marzo 1978 e portò la condanna dei quattro imputati a sei mesi di reclusione. La sentenza stabilì infatti che se la medicina tradizionale avrebbe continuato il suo corso, Anneliese si sarebbe salvata: certo, avrebbe continuato a convivere con la malattia ma, nella peggiore delle ipotesi, se la morte fosse sopraggiunta in ogni caso, con l’alimentazione forzata i sacerdoti e i familiari non sarebbero stati accusati di alcuna negligenza. La morte di Anneliese Michel e il caso mediatico che ne seguì costrinse la Chiesa Cattolica a rivedere il rituale dell’esorcismo: nel 1998 la Santa Sede promulgò il De exorcismis et supplicationibus quibusdam in cui, nelle pagine iniziali, viene espressamente ribadito di non confondere i sintomi di una malattia mentale con quelli di una possessione demoniaca.

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I Comunisti sulla Luna

I Comunisti sulla LunaLa Guerra Fredda ha rappresentato, per un’intera generazione, un’epoca fatta di progresso, scoperte scientifiche, boom economico. Ma anche di grandi incertezze. Conflitti come la Corea, il Vietnam, le crisi di Suez e di Cuba, le guerre del Medio Oriente e le repressioni di Budapest e Praga, solo per fare un esempio, rischiarono di far sprofondare l’umanità intera in una guerra nucleare, un terzo conflitto mondiale che poco futuro avrebbe lasciato all’intero genere umano. Ma la Guerra Fredda non fu combattuta solo sui campi di battaglia del Sud-Est Asiatico o tra i deserti delle alture del Golan. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, si affrontarono anche su un altro campo di battaglia, distante chilometri di distanza dalla Terra: lo spazio. I Comunisti nello spazio, di Marco e Stefano Pivato, ripercorre gli anni che videro protagonista l’Unione Sovietica e i suoi primati, di fronte ad un’America che arrancava a fatica. Sotto la brillante guida di Sergei Korolev, furono lanciati lo Sputnik, Laika, Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova. Ma la prematura morte dello scienziato, dovuta ad alcune complicanze di salute derivate dal periodo di detenzione nei gulag staliniani, compromise irrimediabilmente il programma spaziale sovietico: il 21 luglio 1969, quel piccolo passo di Neil Armstrong pose definitivamente fine all’ultimo mito del Comunismo. Cosa significò quel mito per un’intera generazione lo abbiamo chiesto al Giornalista Marco Pivato.

Sputnik1. I Comunisti sulla Luna ripercorre quello che u l’ultimo mito dell’Unione Sovietica: le imprese dello Sputnik, di Laika, di Yuri Gagarin. Da dove nasce l’idea di questo libro?

Durante l’anno scorso, quando ricorreva il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, l’editoria si è scatenata nel celebrare l’evento. Dal punto di vista storico, si intende. Abbiamo cercato di affrontare anche noi l’analisi, ma partendo dalle nostre specifiche competenze, quelle di mio padre, storico contemporaneo, e le mie, di giornalista scientifico. Mi occupo di storia della scienza e in particolare del rapporto tra scienza e politica, un legame cruciale nella corsa alla conquista dello spazio: ritengo non sia possibile distinguere le dinamiche di quegli anni senza esplorare la considerazione che politici e scienziati avevano l’uno dell’altro.

2. Dal 1957, anno della messa in orbita dello Sputnik, la Guerra Fredda vide USA e URSS fronteggiarsi su un nuovo “fronte”: il cosmo. Cosa resta oggi di quella sfida?

LaikaResta più di quello che si possa pensare. La tensione tra l’Occidente e l’Oriente del mondo è molto diversa, oggi, ma esiste ed è ancora di natura economica. E la competizione ancora scientifica. Mi riferisco alla corsa alla supremazia tecnologica. Proprio quest’anno gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo supercomputer che ha superato, in potenza, il competitor cinese. Si chiama Summit ed è in grado di eseguire 200 milioni di miliardi di calcoli al secondo, risultando il sessanta per cento più veloce di Taihu Light, progettato dagli ingegneri asiatici. Macchine come Summit rappresentano l’arsenale della modernità: se nel secolo scorso le esibizioni muscolari tra l’Occidente e l’Oriente del mondo si facevano mostrando il potenziale atomico oggi si fanno mostrando la potenza dei propri computer. Questi giganti del calcolo sono impiegati nella ricerca biomedica, nella progettazione di nuovi materiali e nelle tecnologie energetiche. Ma quel che più importa, nel contesto del ring tra superpotenze, è l’impiego nel condurre la simulazione di test nucleari, le previsioni delle tendenze climatiche e la ricerca di giacimenti di petrolio. Si pensi anche al ruolo dell’informatica nella gestione dei dati: lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ci dà una misura di quanto sia importante per un Paese possedere i mezzi in questo campo.

3. Come mai, almeno all’inizio, i Sovietici misero a segno una serie di colpi vincenti (il primo satellite, il primo essere vivente e il primo uomo nello spazio, la prima attività extraveicolare) mentre gli Americani sembravano arrancare?

Yuri GagarinI Sovietici hanno cominciato molto tempo prima degli Americani a progettare la corsa allo spazio. La prima equazione che stabilisce come debba avvenire la propulsione di un razzo compare nel 1890 negli scritti dello scienziato russo Konstantin Ciolkovskij. Solo molto più tardi, a partire dagli Anni Cinquanta, gli Stati Uniti tentano sul serio di recuperare tempo. Ma per molti anni hanno sottovalutato le intenzioni e le possibilità dei nemici. Tuttavia, da quando il Presidente Dwight Eisenhower e successori si mettono in testa di recuperare e superare il tempo perso in breve risulterà evidente tutta l’improvvisazione russa.

4. La morte di Sergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, e quella di Yuri Gagarin, infersero un colpo durissimo negli scienziati sovietici. Furono solo questi due fatti a determinare la loro “sconfitta”?

Aldrin sulla LunaLa morte di Korolev sicuramente è decisiva. Era l’uomo che riusciva a tenere saldi i rapporti tra le tante anime ai piani alti del Cremlino. Dopo di lui si generò disordine e molta difficoltà organizzativa. Prevalsero le antipatie e la corruzione. Ma ovviamente la morte di Korolev non fa che accelerare soltanto un processo irreversibile: gli Americani disponevano di una organizzazione estremamente efficiente, di una importante fedeltà alla democrazia e alla collaborazione tra gli organismi della Nazione e, quel che forse più importa, disponevano di un capitale, in termini economici e umani, molto più ingente. Negli Stati Uniti era nata la Big Science, quel modo di eseguire i grandi progetti scientifici che si avvaleva (e si avvale tutt’ora) di grandi disponibilità economiche e umane. Il primo esempio è il Progetto Manhattan, che porta al primo ordigno nucleare. Al netto delle sue diciassette missioni il Programma Apollo è costato agli Americani circa 25 miliardi di dollari e vi hanno lavorato 60.000 scienziati e 400.000 tecnici e dipendenti. Mentre ancora nel 1930 gli Stati Uniti spendevano per la ricerca scientifica 140 milioni di dollari, nel 1953 i finanziamenti ammontavano all’equivalente di 30 miliardi odierni. La storia dell’astronautica e del definitivo successo degli Stati Uniti sui Sovietici nella corsa alla Luna non è completa se non è spiegata nei termini del nuovo rapporto tra scienza e società, così come definito dai princìpi dell’era postaccademica della produzione tecnologica e scientifica e che si riassumono nel modello Big Science.

Viaggio al Mausoleo Marconi

Mausoleo di Guglielmo Marconi (1)“In riconoscimento del suo contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili”: con questa semplice frase il 10 dicembre 1909 Guglielmo Marconi riceveva a Stoccolma il Premio Nobel per la Fisica, condiviso con il tedesco Carl Ferdinand Braun, che compì, nello stesso periodo, le medesime ricerche. Tutto partì da una collina, situata in località Sasso, abitato posto tra gli Appennini che separano la Toscana dall’Emilia Mausoleo di Guglielmo Marconi (9)Romagna. Era l’8 dicembre 1895 quando l’apparecchio ricetrasmittente messo a punto dallo scienziato italiano si dimostrò valido a inviare segnali radio e a riceverli, ma soprattutto a superare gli ostacoli naturali, come avvallamenti e colline. Sulla sommità del crinale dove compì i suoi esperimenti campeggiava, ieri come oggi, Villa Griffone, dimora della sua famiglia, oggi un museo per quanti vogliano conoscere più da vicino il genio italiano. Ai piedi del colle, invece, l’ultima dimora di Marconi: un enorme e austero mausoleo, progettato dall’Architetto Marcello Piacentini, costruito tra l’aprile 1940 e il 20 luglio 1941, giorno della solenne inaugurazione alla presenza dello stesso Duce, Benito Mussolini. Il quotidiano romagnolo, Il Resto del Carlino, del 7 settembre 1941 così scriveva: “Ai lati del monumento due gradinate dritte, larghe sei metri, una per lato, salgono il poggio sino a portare ad altre due scale più strette e semicircolari che conducono sino al piazzale della villa: davanti all’edificio e quindi sulla sommità del poggio, sorge una colonnetta di marmo bianco, in cui è un busto di Guglielmo Marconi, pure in marmo bianco, opera pregevolissima dello sculture Dazzi. Il soffitto del mausoleo, a calotta, è in calcestruzzo di cemento armato color giallo. Sul fondo della parete di travertino sono incise le parole: Diede con la sua scoperta il sigillo di un’epoca della storia umana”.

Mausoleo di Guglielmo Marconi (7)Ma ciò che colpisce il visitatore è il Parco delle Rimembranze attorno a Villa Griffone: oltre ad un’alta statua di Guglielmo Marconi, una serie di targhe, poste nel 2011, raccontano, passo dopo passo, come un’ideale viaggio allo scoperta delle sue invenzioni, lo studio che portò alla telegrafia senza fili. Su una di queste è infatti inciso: “In questo giardino, dopo gli esperimenti effettuati tra il 1894 e il 1895 nella stanza dei bachi da seta nella soffitta di Villa Griffone, Mausoleo di Guglielmo Marconi (4)Guglielmo Marconi collegò al suo trasmettitore un’antenna messa a terra. Con questo apparato il giovane inventore riuscì a trasmettere segnali radiotelegrafici al di là di un ostacolo naturale, la Collina dei Celestini, a una distanza di circa due chilometri. L’esperimento ha annunciato la nascita dell’era delle radiocomunicazioni”. Nel Parco delle Rimembranze balza all’occhio un’altra vera e propria reliquia: la chiglia del Panfilo Elettra, acquistato da Marconi nel 1919 durante un’asta della Royal Navy. Nave dalle mille vicissitudini, l’Elettra: fu yacht privato e, nel corso del primo conflitto mondiale, fu trasformata in unità da pattugliamento e scorta nello Stretto della Manica. Ma fu con lo scienziato italiano che ebbe nuova vita, avendola trasformata in un laboratorio galleggiante: importantissimi per lo sviluppo delle radiocomunicazioni furono gli esperimenti condotti nel Golfo del Tigullio, tra la stazione di bordo e quella posta a terra alle Torri Gualino, a Sestri Levante. Avrebbe rischiato una fine ingloriosa al termine della Seconda Guerra Mondiale: dopo la morte dello scienziato, infatti, fu acquistata dallo Stato italiano ma con l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne requisita dalle autorità tedesche che la riconvertirono nuovamente in nave militare. Gravemente danneggiata da un bombardamento alleato il 21 gennaio 1944, con il Trattato di Pace del 1947 fu ceduta alla Jugoslavia come riparazione di guerra. Sembrava che avesse il destino ormai segnato ma l’allora Ministro degli Affari Esteri, poi futuro Presidente della Repubblica, Antonio Segni, trattò la sua restituzione direttamente con il Maresciallo Tito: nel 1962 l’Elettra, restituita all’Italia, venne rimorchiata nel Cantiere S. Rocco di Muggia, a Trieste. Da allora, nonostante alcuni progetti di restauro, arenatisi per l’alto costo, venne deciso di donarla a vari musei della scienza e della tecnica sparsi un po’ ovunque su tutto il territorio nazionale. Tagliata in pezzi, proprio come una reliquia, Il Piccolo di Trieste, un po’ a malincuore titolava: “Ingloriosa fine dell’Elettra. Ogni suo pezzo finirà nei musei. Invece del promesso restauro, al Cantiere San Marco la smantellano”.

Guglielmo MarconiGuglielmo Marconi fu senza ombra di dubbio un precursore dei suoi tempi. Quando, il 20 luglio 1937, la morte lo colse a Roma, in molti piansero la sua scomparsa. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E certamente lo piansero gli oltre 1700 passeggeri del Transatlantico Republic, tratti in salvo il 23 gennaio 1909 dopo che la grande nave era in procinto di affondare dopo essere stata speronata dal Piroscafo Florida. Per oltre quattordici ore, infatti, il marconista del Republic restò al suo posto a trasmettere un segnale di punti e linee: era l’SOS, segnale universale di soccorso. Captato da un’altra nave in transito, il Piroscafo Baltic, tutti i passeggeri raggiunsero il giorno seguente il porto di New York, tra il plauso generale di una folla festante. Il marconista Jack Binns fu acclamato come eroe, mentre la gratitudine delle autorità arrivò a coinvolgere Guglielmo Marconi stesso. E tre anni dopo, quando, sempre a New York, giunsero i 705 sopravvissuti della tragedia del Titanic, intervistato a proposito dei segnali di SOS captati dalla nave soccorritrice, il già Premio Nobel ebbe a dichiarare: “Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata”.

Operazione Alsos. A caccia dell’atomica tedesca

Groves_OppenheimerGià il nome scelto dagli Americani per l’operazione spionistica era di quanto più ingarbugliato potesse esserci. Solo un attentato osservatore, infatti, per di più pratico di greco antico, sarebbe riuscito a tradurre “alsos“, ovvero “boschetti“. Da qui, poi, c’era da ricollegare la parola alla sua controparte inglese, ovvero “groves“: esattamente come il nome del Generale Leslie Groves, messo a capo del Progetto Manhattan, che portò nel luglio 1945 alla costruzione della prima bomba atomica, testata con successo nel deserto del Nuovo Messico. Ma l’Operazione Alsos non avrebbe studiato la bomba negli Stati Uniti, non avrebbe preso parte alle ricerche nei laboratori di Alamogordo: avrebbe invece raggiunto l’Europa, prima l’Italia, poi la Francia e la Germania, cercando di far luce sullo stato di avanzamento dei Tedeschi nello sviluppo di un’arma atomica. Da quando era stata dimostrata la fissione nucleare, nel 1938, ad opera dei chimici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassman, erano stati fatti numerosissimi passi in avanti nella fisica nucleare. E oltreoceano, dove i fisici guidati da Robert Oppenheimer stavano lavorando al Progetto Manhattan, in tanti cominciarono a domandarsi a che punto fossero i Nazisti. Adolf Hitler, così come il suo Ministro della Propaganda Joseph Goebbels, aveva più volte fatto cenno alle nuovi armi che la Germania avrebbe messo in campo nelle ultime fasi della guerra. Armi che avrebbero mutato il corso del conflitto e fatto vincere il Terzo Reich: del resto, la comparsa delle bombe volanti V1, dei missili V2 e dei caccia a reazione Me262 avevano dimostrato quanto fosse avanti la ricerca tedesca. Inoltre, agli occhi Americani, che qualcosa si muovesse nello sviluppo di un’arma atomica tedesca, lo dimostrarono anche i primi mesi di guerra: in Cecoslovacchia fu vietata ogni esportazione di uranio e in Norvegia, invasa nel 1940, furono occupate nel fabbriche per la produzione di acqua pesante, le Officine Rjukan, al centro del raid dei commandos inglesi del febbraio 1943.

Boris Pash e uomini AlsosA capo dell’Operazione Alsos venne scelto un uomo che del controspionaggio aveva fatto la sua missione principale nelle forze americane statunitensi: il Colonnello Boris Pash. Questa singolare formazione di militari e scienziati mise piede in Europa per la prima volta al seguito delle truppe che sbarcarono ad Anzio e a Nettuno il 22 gennaio 1944: ma la missione, per lo meno in Italia, non raggiunse i risultati sperati. Infruttuose furono le perquisizioni nella facoltà di fisica di Napoli e altrettanto quelle condotte a Roma, dove venne interrogato a lungo il fisico Edoardo Amaldi, già stretto collaboratore di Enrico Fermi, il quale informò gli Americani che i fisici e gli scienziati tedeschi non condividevano molte delle loro informazioni e dei loro progressi con le controparti italiane. A Pash e ai suoi uoimini, il Generale Groves decise di affiancare Samuel Goudsmit, brillante fisico olandese naturalizzato statunitense: oltre a parlare correttamente tedesco e francese, era all’oscuro delle ricerche condotte sul Progetto Manhattan e, se fosse stato fatto prigioniero dai Tedeschi, non avrebbe rivelato loro alcuna notizia sulle ricerche di Los Alamos. Giunti a Parigi, Pash e Goudsmit entrarono in contatto con Frederic Joliot-Curie, già Premio Nobel nella Chimica nel 1935: anche in questo caso, però, come avvenuto in Italia pochi mesi prima, gli scienziati tedeschi si erano limitati all’utilizzo dei laboratori francesi di fisica e chimica senza condividere alcunché. L’Operazione Alsos e il Generale Groves dovettero aspettare fino al 15 novembre 1944 prima di raggiungere un piccolo risultato e farsi un’idea più precisa sulle ricerche in campo atomico dei Nazisti: a Strasburgo, negli uffici del fisico Carl Friedrich von Weizsacker, stretto collaboratore di Werner Heisenberg, la mente per eccellenza del programma atomico tedesco, furono rivenuti appunti e documenti che dimostravano come, in realtà, i Nazisti fossero indietro almeno due anni rispetto agli Americani. Non solo non possedevano una pila all’uranio funzionante, ma non disponevano neanche di fabbriche e laboratori per la produzione di plutonio e dell’isotopo 235 dell’uranio. Sebbene a Washington nutrissero il dubbio che tali documenti fossero stati “dimenticati” di proposito da von Weizsacker per sviare i servizi di intelligence, Goudsmit aveva ormai chiaro che la corsa all’arma nucleare era pressoché vinta dagli Stati Uniti. Il 15 marzo 1945, poi, su richiesta dello stesso Pash, un bombardamento condotto da oltre seicento velivoli alleati, rase al suolo la fabbrica di Orianenburg, principale laboratorio per la produzione di uranio e torio.

Pila atomica tedesca HaigerlochL’unico rischio per la causa alleata era in realtà un vecchio amico di Goudsmit: Heisenberg, che poco più che ventenne, nel 1932, vinse il Premio Nobel per la Fisica per essere stato il precursore della meccanica quantistica. Il 12 aprile 1945, con il proseguo dell’avanzata alleata in Europa, a Francoforte furono sequestrati tutti i materiali di ricerca del gruppo di fisici che facevano capo a Kurt Diebner, principale fautore dell’arricchimento dell’uranio, mentre pochi giorni dopo, il 22, alla testa del 1279° Battaglione del Genio, Pash riuscì ad occupare, senza sparare un solo colpo, la cittadina di Hechingen e la rocca di Haigerloch, dove venne catturato von Weizsacker assieme ad altri scienziati. Ancora mancavano Dibner e Heinsenberg che, con l’avvicinarsi del fronte di combattimento e dell’intensificarsi dei bombardamenti, si erano spostati all’interno della Germania. Anzi, in questa occasione, gli uomini della Missione Alsos dovettero incassare un piccolo smacco: su una scrivania, tra documenti e carte, faceva bella mostra di sé una fotografia, scattata negli Stati Uniti nel 1939, che ritraeva Goudsmit e Heisenberg stringersi la mano. A fine aprile 1945, l’Operazione Alsos poteva dirsi conclusa. Nei laboratori di fisica dell’Università di Monaco vennero rintracciati Diebner e il fisico Walter Gerlach, mentre a Tailfingen furono catturati il Fisico Premio Nobel Max von Laue e il precursore di tutte le ricerche tedesche, Otto Hahn. Come ricorderà più tardi lo stesso Generale Groves, “la maggior parte del materiale che cercavamo era stato assicurato. Pochissimi scienziati importanti, e in particolare Heisenberg, ci erano sfuggiti. A quel punto, il nostro compito principale era di impedire che informazioni e scienziati atomici cadessero nelle mani dei Russi”. Solo il 3 maggio 1945 Pash e Goudsmit riuscirono a rintracciare Heseinberg: si era rifugiato a Urfeld, nell’Alta Baviera, assieme alla sua famiglia.

Un mondo senza vaccini?

5ff888_e0868d2aa7b24ba7bf343283c59cf06c_mv2Dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Tanto è il periodo analizzato nello studio compiuto da Francesco Galassi, Paleopatologo, che ripercorre la storia dell’umanità attraverso le sue malattie e le sue epidemie, giungendo fino alle scoperte che hanno permesso all’essere umano di sopravvivere: i vaccini. Non sono neanche trascorsi tre secoli da quando, nel 1796, un medico di campagna britannico, Edward Jenner, mise a punto il vaccino contro il vaiolo, somministrando in un bambino di otto anni del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino. Il risultato fu che al ragazzo, dopo alcuni mesi dal trattamento iniziale, fu inoculato il ceppo umano, ben più aggressivo di quello animale, senza che contraesse la malattia. A Jenner, oltre all’importanza del vaccino, si deve anche il primo tentativo di controllare e debellare una malattia infettiva. Da allora, tanti sono i passi in avanti fatti, ma anche da fare. Nel 1881, il chimico e microbiologo francese Louis Pasteur mise a punto il primo vaccino contro il carbonchio che colpiva bovini, ovini ed equini, utilizzando per la vaccinazione lo stesso batterio portatore della malattia indebolito con acido fenico. Dopo appena altri quattro anni, al chimico francese si deve l’ulteriore scoperta, assieme al medico Emile Roux, del vaccino contro la rabbia, dopo aver indebolito il virus prelevato da materiale nervoso da conigli affetti da rabbia. E come non ricordare Jonas Salk e la sua opera instancabile per trovare un rimedio contro la poliomelite: quando, nel 1955, in un’intervista gli domandarono chi possedesse il brevetto del vaccino, rispose semplicemente: “La gente, suppongo. Non c’è brevetto. Si puó brevettare il sole?” . Su tutto questo è incentrato il volume del Dottor Galassi: la storia dietro allo sviluppo e alla nascita dei vaccini, passando da Jenner, Pasteur, Salk e ai tanti medici e scienziati che hanno speso un’intera esistenza per il futuro dell’umanità.

1. Partiamo dal titolo del libro. Come sarebbe stato il mondo senza i vaccini e le scoperte che ne sono derivate?
Edward JennerIl mondo senza vaccini è stato quello che conosciamo tramite lo studio delle fonti storiche e l’analisi multidisciplinare dei resti mortali, scheletri o mummie che siano. Spesso crediamo che quel mondo sia qualcosa di lontanissimo, risalente a migliaia di anni fa. In realtà è sufficiente tornare indietro nel tempo di qualche decennio per accorgersi di quanto diversa e privilegiata sia la nostra realtà attuale. De facto l’introduzione delle vaccinazioni, assieme al all’introduzione degli antibiotici, ha rappresentato una cesura tra il mondo antico e il mondo moderno, almeno quello occidentale, come lo conosciamo noi. Solo per fare un esempio, sul finire dell’Ottocento, un numero altissimo di bambini ospedalizzati per difterite moriva. Fu grazie a pionieri della scienza, quali Emil von Behring, che la situazione mutò radicalmente, prima grazie alla sieroterapia, poi con l’evoluzione della tecnica nella pratica della vaccinazione.

2. Oggi, i vaccini sono alla portata di tutti e in pochi conoscono veramente i decenni di studi, a volte tutta una vita, spesi dietro a ricerche e sperimentazioni. Quanto ancora manca da scoprire?
Louis PasteurLa ricerca immunologica è in continuo progresso, sia per malattie già ben note sia per altre emergenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato una serie di test vaccinali in Africa contro la malaria. Questa potrebbe rappresentare una svolta epocale. Allo stesso tempo sono fallite le scadenze prefissate, anche a causa degli scenari di guerra recenti, di obiettivi molto concreti quali l’eradicazione della poliomielite. Uno dei problemi fondamentali al giorno d’oggi è che molte persone non si rendono conto che, vaiolo a parte, malattie infettive come il morbillo e la poliomielite non sono affatto sconfitte. Certo, sono grandemente “indebolite” rispetto ad alcuni anni fa, ma nel momento in cui non ci vacciniamo, queste possono tornare. Un paragone che amo fare è quello della natura selvaggia che cresce sulle rovine delle mirabili costruzioni dell’Impero Romano dopo la sua caduta e il conseguente abbandono della manutenzione delle sue infrastrutture. Quel che la scienza e la ricerca biomedica hanno sottratto alla natura, imponendo per la prima volta nella storia la nostra supremazia su di essa, la natura, con i suoi patogeni, è pronta a riprendersi esattamente nel momento in cui abbassiamo la guardia. Inoltre, uno scenario che fa rabbrividire è quello di un mondo in cui se, alla già presente fortissima resistenza agli antibiotici (pensiamo solo alla tubercolosi) da parte dei batteri, si sommasse al contempo il ritorno di malattie infettive oggi tenute sotto controllo tramite le vaccinazioni, spalancheremmo di certo nuovamente le porte del mondo prevaccinale. La situazione sarebbe disperata. Per di più, spesso noi consideriamo i patogeni e le malattie da essi causate, come entità eterne, stabili e immutabili. Tuttavia, questo è un grave errore. Gli agenti patogeni (virus, batteri, ecc.) evolvono nel corso della storia, esattamente come noi evolviamo. Un caso classico è quello della Bordetella pertussis, responsabile della pertosse, la cui evoluzione, inclusa la transizione da forma non epidemica ad epidemica, è avvenuta essenzialmente negli ultimi 500 anni della storia umana (i dati paleomolecolari e storici sono concordi su questo punto) e tuttora continua ad evolvere, causandoci problemi di efficacia dell’immunizzazione. La ricerca deve continuare, deve investigare il passato, rianalizzare le fonti storiche, combinare le evidenze biologiche con il dato paleopatografico. Solo una comprensione olistica della evoluzione delle malattie infettive ci può fornire indicazioni sullo sviluppo futuro delle stesse.

3. Il volume parte da lontano, dagli Antichi Egizi fino ai giorni nostri. Da Paleopatologo, come vengono studiate le malattie e le epidemie del passato?
Jonas SalkLa paleopatologia classica studia i resti mortali individuando tracce di malattia attraverso varie analisi medico-antropologiche tradizionali: esame morfologico, esame radiologico (RX convenzionale o TAC), analisi chimiche, analisi isotopiche, analisi molecolari. L’obiettivo è quello di ricostruire il fenotipo delle malattie, ossia come esse si sono effettivamente presentate in un determinato periodo storico, ma anche il genotipo, ossia l’insieme delle informazioni genetiche di un individuo o di un patogeno. Inoltre, la paleopatografia, sottobranca della paleopatologia, riesamina la documentazione storiografica ed archivistica, spesso utilizzando le biografie meglio documentate, quali quelli di personaggi illustri del passato, per ottenere informazioni sulla paleo-sintomatologia. Non ci si ferma, quindi, al solo riscontro di lesioni a livello osseo o dei tessuti molli preservati, ma si esegue uno studio globale di un caso clinico antico o, come nel caso delle epidemie, un insieme di casi. A livello delle epidemie del passato, si pensi al vaiolo, alla peste, i risultati migliori ci sono stati forniti negli ultimi anni dalle tecniche paleomolecolari, ossia del DNA antico, che ha permesso di ricostruire l’informazione genetica di questi antichi patogeni. Oltre ai singoli aspetti storiografici e paleopatologici per le singole malattie che tratto, nel mio libro sottolineo spesso la necessità di un approccio multidisciplinare alla medicina e all’importanza del ritorno alle fonti storiche, come chiave interpretativa del presente.

4. In Italia, ma non solo, monta la polemica, a volte più politica che scientifica, su presunte malattie legate ai vaccini. Studiando e analizzando le malattie del passato, cosa si sente di dire in proposito?
IMG-20171117-WA0002La polemica prospera laddove la pseudoscienza ha preso ormai da molti anni il sopravvento nelle dinamiche della comunicazione. Molti oggi discettano sulla natura della scienza, se essa sia o meno democratica. Pochissimi invece prendono in esame la natura autoritaria della pseudoscienza. Nei commenti ad un mio recente post, ho parlato di “tirannide della pseudoscienza”. Sì, si tratta di una tirannide, perché, prosperando in un humus culturale in cui anche i fondamenti stessi della storia e della scienza vengono messi in discussione, in cui viene promossa l’idea che la verità sia un qualcosa di recondito che solo pochi “veri sapienti”, in realtà niente più che modesti imbonitori della rete, possono dispensare alle masse, in cui è percepibile un clima di odio, di sospetto, di delazione, si determina il quadro di un relazione carismatica tra un leader e la massa di seguaci che lo segue acriticamente. La scienza, invece, si basa sui fatti. Le scoperte restano, gli scienziati e i loro nomi passano. Per fortuna, negli ultimi tempi alcuni colleghi si stanno energicamente battendo per “riconquistare” la rete, sottraendo spazio ai propugnatori delle teorie più assurde, spesso fantasiose elucubrazioni, molto più spesso pericoli veri e propri per la salute delle persone. Adesso quel che occorre è spostare l’attenzione sul tema della memoria: credo che sia la vera chiave di volta nel dibattito. Le persone rifiutano di vaccinarsi non solo perché finiscono per dare credito ai falsi profeti o perché inondati da cattiva informazione. Lo fanno anche perché non hanno ben chiara la lezione della storia, non riescono a rendersi conto del rischio che le nostre società correrebbero se noi abbandonassimo la via della ragione. Si tornerebbe ad un mondo che non solo è possibile, ma è molto concreto, reale: c’è già stato. Il mio libro è, quindi, un contributo di memoria e anche, in seconda battuta, una riflessione sulla necessità di una comunicazione diretta tra accademia e società civile, per prevenire appunto l’instaurarsi della tirannide della pseudoscienza.

Laika, un destino tra le stelle

LaikaSergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, colui che fece tremare il mondo occidentale con il bip proveniente dallo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia, la scelse per la forza che la sua razza aveva dimostrato di possedere. Erano passati appena sei anni da quando i primi due cani, Dezik e Tsygan, il 22 luglio 1951 effettuarono un volo suborbitale, anticipazione dei lanci spaziali che seguiranno. Come quello del 3 novembre 1957, quando un razzo Semyorka R7 lanciò nello spazio lo Sputnik 2, la prima capsula spaziale con a bordo un essere vivente. In un piccolo e angusto spazio ricavato al suo interno, infatti, aveva trovato posto la piccola Kudriavka, cagnetta di tre anni appartenente alla razza dei Laika (da qui il celebre nome), robusto animale noto per la resistenza alle fatiche nelle regioni più fredde della Siberia sovietica. Erano le 5.30 del mattino quando i potenti motori del razzo R7 fecero alzare dalla rampa di lancio gli oltre trenta metri del missile intercontinentale sovietico modificato appositamente per raggiungere lo spazio.

Laika - Domenica del Corriere del 17 novembre 1957Fu una missione senza ritorno. La piccola cagnetta, che secondo le dichiarazioni ufficiali era un randagio catturato per le strade di Mosca, morì già poche ore dopo il lancio, forse per la mancanza di ossigeno, forse perché il suo cuore non resse alle forti sollecitazioni e accelerazioni del volo spaziale. Forse per un boccone avvelenato, messo appositamente dagli scienziati sovietici all’interno della capsula per evitarle una morte lenta e dolorosa se la capsula fosse bruciata durante la fase di rientro. O forse per le elevate temperature raggiunte all’interno dopo le prime orbite. Ma il fatto principale resta: Laika aprì le porte dell’esplorazione spaziale dell’essere umano. Con la sua morte e il suo sacrificio fu dimostrato che un essere vivente sarebbe stato in grado di sopravvivere nel cosmo, all’interno di una navicella spaziale. Lo Sputnik 2, infine, si disintegrò nell’atmosfera terrestre durante la fase di rientro cinque mesi dopo, il 14 aprile 1958, dissolvendosi in una palla di fuoco nei cieli sopra l’Arcipelago delle Antille. Ma di Laika, e di tutti gli animali che la seguirono tra le stelle, restano ancora oggi impresse nella memoria degli ultimi scienziati sovietici ancora in vita, le immagini di un musetto docile, di quei baffi che spuntano dalla capsula e due occhi pieni di un’umanità rara, come se fosse conscia della prova a cui lei, Kudriavka, cagnetta di tre anni, era stata chiamata a rispondere davanti alla storia.