I segreti della Specola

IMG_20171005_121810Quando si parla di Firenze nel mondo, vengono subito alla mente i tesori custoditi nel Museo degli Uffizi, i quadri di Botticelli e di Leonardo, il David di Michelangelo e le sculture di Donatello, i marmi bianchi del Duomo, del Battistero e del Campanile di Giotto, il Ponte Vecchio che traversa l’Arno con le sue IMG_20171005_123451gioiellerie dei maestri orafi. Ma Firenze non è solo arte e Rinascimento. Non è soltanto mostre e musei. Firenze è anche scienza. In Via Romana, nell’Oltrarno, ha sede uno dei più prestigiosi musei di storia naturale, non solo d’Italia, ma di tutta Europa: La Specola. Ospitato all’interno del Palazzo Torrigiani, il 21 febbraio 1775 il Granduca di Toscana, Pietro IMG_20171005_124428Leopoldo di Lorena, decise di inaugurare il Regio Museo di Fisica e Storia Naturale. Progetto ambizioso, il suo: da grande uomo di scienza e di cultura, volle creare uno spazio aperto non solo per gli uomini di scienza, ma per i comuni cittadini. L’immensa raccolta di animali imbalsamati, di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, invertebrati e insetti, via via arricchita con i decenni e i secoli, sarebbe stata la prima aperta al pubblico.

Lo SpellatoRiordinando le preesistenti collezioni medicee, parallelamente alla sezione di storia naturale, il Granduca Pietro Leopoldo volle realizzare un progetto ancora più ambizioso: creare la prima collezione anatomica del corpo umano. Grazie all’instancabile opera di personaggi del calibro di Giovanni Targioni Tozzetti, IMG_20171005_152449medico e naturalista fiorentino, e di Felice Fontana, abate e naturalista di origine trentina, prese avvio la realizzazione di cere raffiguranti dettagli anatomici e parti del corpo umano. Con il sapiente ingegno dei ceroplasti Clemente Susini e Gaetano Zumbo, le sale del Museo della Specola offrono uno spettacolo unico nel suo IMG_20171005_154758genere, che solo una città come Firenze, culla del Rinascimento italiano e non solo, avrebbe potuto offrire. L’opera certosina nella realizzazione delle cere anatomiche ha, veramente, qualcosa di unico e inimitabile: tra tutte, Lo Spellato, opera proprio del Susini, che rappresenta l’intero corpo umano dopo l’asportazione della pelle, mettendo in primo piano le meraviglie della macchina umana, tra cui i numerosi vasi del sistema linfatico che attraversano l’organismo.

Sala Conte di TorinoLe sale del Museo continuarono ad arricchirsi anche nel Novecento. Nel 1923, infatti, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, Conte di Torino, donò alcuni dei suoi trofei di caccia, comprendenti esemplari, anche rari, provenienti specialmente dall’Africa, tra cui rinoceronti ed elefanti, assieme ad una vasta collezione di armi delle tribù indigene. Di particolare interesse è l’esemplare imbalsamato di ippopotamo: figura nelle collezioni del Granduca di Toscana fin dal 1763, quando venne probabilmente donato, ancora vivo, dal Viceré d’Egitto. Questo esemplare fu poi tenuto all’interno delle vasche e fontane del Giardino di Boboli, l’immenso parco di Palazzo Pitti, fino alla sua morte, prima di venire imbalsamato dai maestri tassidermisti di cui Pietro Leopoldo si circondò per realizzare il suo dono, immense, alla città di Firenze.

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Ernest Shackleton, un esploratore all’ombra della Grande Guerra

Ernest Shackleton“La pressione dei ghiacci andava crescendo continuamente e le ore che passavano non davano né sollievo né  tregua alla nave. La pressione ha sollevato la poppa della nave e il banco in movimento ha spaccato il timone strappando la controruota e il dritto di poppa. I ponti cedevano sollevandosi in alto mentre al di sotto l’acqua si precipitava all’interno. Era doloroso sentire i ponti che si spezzavano sotto di noi, mentre i grossi bagli si flettevano e si frantumavano con il rumore di un colpo di cannone. Con una forza di milioni di tonnellate i banchi, spinti dai ghiacci che avevano alle spalle, stavano annientando lo scafo”. La fine di una nave è sempre qualcosa che tocca nel profondo del cuore ogni comandante. E questo è il racconto della morte dell’Endurance, veliero tre alberi stritolato dai ghiacci tra l’ottobre e il novembre 1915, dopo oltre 280 giorni essere rimasta bloccata dal pack dell’Antartide. Salpata nell’agosto 1914, mentre il mondo intero era già sconvolto dal dramma disumano della Prima Guerra Mondiale, diresse verso i mari del sud agli ordini di Ernest Henry Shackleton, valido ed esperto marinaio, nonché veterano delle spedizioni polari: a bordo della Discovery e poi  della Nimrod, tra il 1901 e il 1907, affrontò le insidie dei ghiacci e delle temperature proibitive del Polo Sud.

Nave EnduranceLa nuova spedizione, fortemente voluta da Shackleton stesso, finanziata in parte da privati, a cui si aggiunsero il Governo inglese e la Royal Geographical Society, si era prefissata di attraversare a piedi, da un capo all’altro, il Polo Sud: gli uomini della spedizione avrebbero raggiunto l’Antartide a bordo dell’Endurance e, una volta sbarcati, avrebbero dovuto raggiungere il Mar di Ross, dove sarebbero stati recuperati da una seconda nave in forza alla spedizione, l’Aurora. Ambiziosi anche gli obiettivi scientifici che la missione si era prefissata: compiere rilievi idrografici sulle profondità dei mari attraversati, studiare in maniera approfondita la formazione del continente antartico, studiare la fauna terrestre e marina incontrata lungo il percorso ed effettuare studi meteorologici in tutta l’area. Salpata dal porto di Plymouth il 9 agosto 1914, la prima tratta del viaggio vide la nave raggiungere Buenos Aires e poi Grytviken, nella Georgia del Sud:  dovettero aspettare fino ai primi di dicembre prima di potersi spingere ancora più a sud, a causa del pack antartico insolitamente esteso. Il 12 gennaio 1915, la spedizione affronta, per la prima volta, territori inesplorati, giungendo, tra l’euforia generale, 74° di latitudine sud. Muri di ghiaccio alti oltre trenta metri accompagnano il lento navigare dell’Endurance, mentre gli uomini compiono frenetici rilievi e studi geografici, realizzando carte e mappe di terre fino ad allora ignote. Passa appena una settimana e nella posizione 76° 34′ S – 31° 30′  O il tre alberi resta imprigionato dai ghiacci, strettisi attorno alla chiglia in una morsa fatale. In realtà, almeno all’inizio, Shackleton non è molto preoccupato, confortato che tanti altri esploratori prima di lui, in condizioni anche peggiori, riuscirono a liberare la propria nave semplicemente aspettando i movimenti della banchisa, in continuo movimento e in continua trasformazione.

L'Endurance intrappolata nei ghiacciNelle settimane successive, la nave è alla deriva, costretta a muoversi seguendo i movimenti dei ghiacci, senza una rotta precisa: scendendo sul pack, gli uomini, con l’ausilio di badili, spale e piccone, tentano invano di liberare l’Endurance dalla morsa fatale. A partire dal 1° maggio 1915, con l’arrivo del lungo inverno australe si fa strada in Shackleton che la nave sia ormai irrimediabilmente perduta. In realtà, la nave, una delle meglio costruite, in grado di reggere pressioni elevate sullo scafo, non da segni di cedimento fino alla metà di ottobre, quando ogni tentativo di liberarla viene abbandonato: grossi blocchi di ghiaccio alla deriva si infrangono su di essa, contribuendo ad aumentare la pressione sul fasciame. Il 24 ottobre 1915, dopo essere stata stretta all’interno di una fessura, il ponte dell’Endurance inizia a torcersi: solo allora, d’accordo con i suoi uomini, Shackleton da l’ordine di abbandonare la nave. Inizia così l’odissea dei 28 uomini della spedizione: accampati sul ghiaccio, riescono a recuperare provviste e materiali, stipati su tre scialuppe, tirate a forza di braccia e dagli instancabili cani da slitta. Con una temperatura di quasi -25°, il 15 novembre la nave si spezza e si inabissa definitivamente.

James CairdLa lunga marcia sul pack ha inizio: convinti di poter raggiungere l’Isola Paulet, distante quasi 450 km, l’arrivo della primavera e della bella stagione complica, in realtà, i movimenti. Il pack inizia a rompersi e a sciogliersi, rendendo difficoltoso e assai difficoltoso il cammino. Se, poi, Shackleton diede ordine di conservare le provviste per eventuali emergenze, cacciando, invece, foche e pinguini, la progressiva scomparsa degli animali antartici pose gli uomini di fronte a scelte spesso drammatiche e difficili: i cani da slitta, fino ad allora inseparabili compagni della lunga traversata a piedi, dovettero essere uccisi per salvare la vita agli uomini della spedizione. Il 9 aprile 1916, con i ghiacci in continua frantumazione, grazie alle  scialuppe recuperate, inizia la navigazioneverso l’Isola Elephant, raggiunta il successivo giorno 14. Ma Schackleton capisce ben presto che il luogo appena raggiunto non è il posto ideale per attendere i soccorsi: a bordo della James Caird, una delle scialuppe salvate dal naufragio dell’Endurance, decide di attraversare l’oceano per raggiungere la Georgia del Sud, distante oltre 1500 km. Con un equipaggio di cinque persone, composto dal Secondo Ufficiale Thomas Crean, dal Navigatore Frank Worsley, dal Carpentiere Harry McNisch e dai Marinai Tim McCarthy e John Vincent, la piccola scialuppa, rinforzata e dotata di un ponte coperto e di una vela, prende il mare il 24 aprile.

30 agosto 1916“La bianca schiuma del mare era tutta intorno a noi. Abbiamo sentito la nostra barca sollevarsi e vacillare come un sughero sulla cresta dell’onda. Eravamo in balia del mare, ma in qualche modo la barca è riuscita a resistere mezza piena d’acqua incurvandosi sotto il peso e fremendo al colpo. Abbiamo utilizzato l’energia degli uomini che combattono per la vita, lanciando l’acqua fuoribordo con ogni mezzo e dopo dieci minuti di incertezza abbiamo sentito la barca ritornare alla vita”: così  Ernest Shackleton narra quella incerta traversata. E il 10 maggio 1916, contro ogni previsione, la piccola scialuppa di salvataggio tocca terra nella Georgia del Sud. Ma la salvezza è tutt’altro che certa, soprattutto per i ventidue membri dell’equipaggio rimasti sull’Isola Elephant. Soltanto il 19 maggio, infatti, Shackleton e i cinque uomini che sono con lui, raggiungono le stazioni delle baleniere sull’altro capo dell’isola. Saputo della tragedia, inizia subito la spedizione di soccorso: dopo un tentativo fallito di salvataggio ad opera di pescatori locali e vista l’impossibilità da parte della Gran Bretagna di inviare navi a causa della guerra, Shackleton giunge in Uruguay dove, grazie anche all’interessamento del finanziere Allan McDonald, organizza i soccorsi. Ben quattro mesi dopo, il 30 agosto 1916, gli uomini dell’Isola Elephant vengono tratti in salvo e con grande stupore e gioia di Shackleton stessi: sono tutti salvi.

Gene Cernan, l’ultimo a camminare sulla Luna

eugene-cernan1“Siamo andati via così come siamo venuti e, a Dio piacendo, torneremo in pace e per la speranza di tutta l’umanità”: queste le parole di Eugene, per gli amici solo Gene, Cernan, l’ultimo astronauta americano del Programma Apollo, a lasciare la sua impronta sulla Luna. Era il 14 dicembre 1972 quando la missione numero diciassette aveva termine: il modulo lunare Challenger, di li a poco, avrebbe riportato Gene e Harrison Schmitt all’interno del modulo di comando America, dove erano attesi da Ron Evans. I tre astronauti avrebbero poi fatto rotta verso la Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico il 19 dicembre successivo. Con l’ultimo volo verso la Luna, gli Stati Uniti dimostravano definitivamente, e una volta per tutte, la loro supremazia spaziale nei confronti dell’Unione Sovietica: in tutto sei missioni giunsero sul suolo del nostro satellite, mentre dodici astronauti lasciarono le loro impronte, dal “piccolo passo” di Neil Armstrong fino all’ultimo, quello di Gene Cernan.

eugene-cernanUna carriera, quella di Gene, iniziata con l’Aviazione Navale della US Navy e proseguita poi per la NASA, quando venne selezionato con il terzo gruppo di astronauti il 18 ottobre 1963. Seguì un’intensa fase addestrativa, fino al primo lancio nello spazio, a bordo della missione Gemini 9, in coppia con Thomas Stafford, durante la quale furono provate numerose manovre di aggancio: inoltre, Eugene Cernan divenne il terzo uomo ad effettuare una EVA, acronimo di Attività Extra Veicolare, ovvero una passeggiata spaziale. Ma fu la missione successiva, Apollo 10, nuovamente con Stafford (a cui si aggiunse John Young) la più importante: con essa, infatti, furono provate e testate tutte le manovre necessarie per la successiva missione, che avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin a camminare sulla Luna. Il volo di Gene è terminato il 16 gennaio 2017 per un attacco cardiaco: commosso il saluto della NASA, che ha voluto ricordare il suo ultimo astronauta sulla Luna.

Bernacca e Baroni, i volti della meteorologia italiana

edmondo-bernaccaLa meteorologia è quella branca delle scienze fisiche e naturali che, studiando i fenomeni che avvengono nell’atmosfera terrestre, porta a formulare una serie di previsioni, cercando di determinare, appunto, il tempo atmosferico. Nelle parole di un meteorologo italiano, “le previsioni si chiamano così perché esprimono una probabilità che si verifichi un evento, altrimenti le chiameremmo certezze, le certezze meteorologiche”: frase che venne pronunciata da Andrea Baroni, che, assieme al collega e amico Edmondo Bernacca, divenne uno dei volti più noti agli Italiani che seguivano le trasmissioni della RAI dedicate alla meteorologia. Bernacca e Baroni provenivano entrambi dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare che, con la diffusione dei televisori in ogni casa, fornì propri uomini per la realizzazione di programmi per la divulgazione delle previsioni atmosferiche.

andrea-baroniMa la storia dei due Colonnelli (questo il grado rivestito al momento dell’inizio della collaborazione con la RAI), aveva avuto inizio da più lontano, quando l’Italia era anche una Monarchia e l’Arma Azzurra si chiamava ancora Regia Aeronautica. Arruolatisi entrambi sul finire degli Anni Trenta, Edmondo Bernacca prestò il suo servizio fin da subito nel ramo della meteorologia, dapprima presso la Scuola d’Applicazione dell’Aeronautica di Firenze e in seguito presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare di Taranto. Andrea Baroni fu un uomo che operò, invece, più sul campo: allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo un’iniziale carriera nel Corpo del Genio Aeronautico, dove si dedicò allo studio e al collaudo del biplano da addestramento Breda Ba.25, nel maggio 1941 venne incaricato di ripristinare le stazioni meteorologiche distrutte dagli Alleati da Tobruk a Derna. Dal 1943, e fino al marzo 1945, giorno della sua fuga, venne poi internato in campo di concentramento tedesco, passando dall’Ucraina, alla Polonia, alla Germania.

articoloLe strade dei due ufficiali si incrociarono a partire dagli Anni Sessanta e Settanta: il Colonnello Bernacca, come iniziò ad essere affettuosamente chiamato dagli Italiani, iniziò la conduzione del programma Che tempo fa?, grazie al quale, con la sua dialettica raffinata ma semplice, fece familiarizzare le famiglie con la “sua” scienza atmosferica. Nel 1973 venne affiancato dal suo parigrado Andrea Baroni, con cui nacque una fraterna amicizia. Non mancò anche qualche piccolo scontro di vedute, come quello ripreso dai quotidiani, in cui Baroni arrivò ad affermare che il clima, nei successivi vent’anni, avrebbe subito dei mutamenti, tanto che l’estate sarebbe assomigliata all’autunno. Lapidario, a tal proposito, il commento del suo collega (ed amico): “Non siamo stregoni, non possiamo prevedere oltre i tre giorni”. Ma al di la di tutto, il legame tra i due rimase indissolubile: Edmondo Bernacca si spense a Roma nel 1993, mentre Andrea Baroni nel novembre 2006, non prima però di aver inaugurato, l’11 maggio precedente, presso l’Osservatorio Astronomico Franco Fuligni, in località Vivaro, nel comune di Rocca di Papa sui colli romani, la Stazione Meteorologica Automatica Edmondo Bernacca.

Alouette I, il Canada tra le stelle

alouette-iaNella lunga guerra fredda nello spazio, combattuta da Stati Uniti e Unione Sovietica a colpi di satelliti, sonde e navette spaziali con animali a bordo, anticipazione del primo essere umano, una terza nazione si insinuò in questa corsa, dimostrando, in fin dei conti, che lo spazio non sarebbe mai stato di nessuno, tanto meno di una superpotenza intenzionata a piantare bandiere, quasi a simulacro ed evoluzione di un colonialismo moderno, anzi, interplanetario. Fu così che, il 29 settembre 1962, dalla base aerea di Vandenberg, in California, decollò alla volta dell’orbita terrestre Alouette I, primo satellite artificiale del Canada. Sotto l’occhio attento della NASA, che se da un lato applaudì un lancio praticamente perfetto, dall’altro iniziò a temere una possibile rivalità da parte del vicino nordamericano: non soltanto i Sovietici, infatti, ma adesso anche i Canadesi reclamavano un proprio posto nello spazio e, spinti da questo successo, anche altre Nazioni si sarebbero interessate al cosmo.

alouette-iCon un peso di circa 145,6 chili, Alouette I raggiunse la propria orbita ad un’altitudine compresa tra i 987 e i 1022 km, spinto dai potenti motori del vettore Thor-Agena. Di importanza fondamentale fu lo studio della ionosfera, particolare fascia dell’atmosfera dove nei decenni successivi furono posti in orbita numerosi altri satelliti. La missione del piccolo satellite canadese durò circa dieci anni: venne deliberatamente disattivato nel 1972, reputando la sua missione conclusa. In ogni caso, è stato ipotizzato che Alouette I, qual’ora ricevesse le giuste frequenze, possa riattivarsi e ricominciare a trasmettere i suoi bip sonori, come se il tempo si fosse fermato a quel settembre 1962. Dopo Alouette I, si dovette aspettare fino al 12 dicembre 1964 perché un’altra Nazione lanciasse nello spazio un proprio satellite artificiale non appartenente alla lunga corsa allo spazio tra Washington e Mosca: questa volta era il turno di San Marco 1, dell’Italia e della grande genialità di Luigi Broglio.

I coniugi Warren: tra realtà e finzione

Ed e Lorraine WarrenLa storia dei coniugi Warren, di Edward e sua moglie Lorraine, è una di quelle che dividono ormai da decenni credenti e non credenti, uomini di chiesa e scienziati, presunti demonologi e teorici dell’occultismo da una parte e “scopritori” di bufale dall’altra. Una storia che, negli anni recenti, è stata anche ripresa da Hollywood, che ne ha tratto due film ed uno spin-off: L’evocazione, e il suo sequel, The Conjuring. Il caso Enfield, nonché l’opera derivata Annabelle. E proprio per l’argomento trattato, possessioni demoniache ed esorcismi, molti tendono a considerare i fatti narrati dagli Warren solo materia per film horror: non sta a noi, in questo caso, dire chi ha ragione. Ci limiteremo, pertanto, a raccontare la loro storia e le loro indagini inerenti i casi più celebri da loro affrontati. Tutto ha inizio nel 1952, quando Ed e Lorraine fondano, nello stato del New Englad, la Society for Physic Research, ente che si prefiggeva lo studio e l’analisi di attività paranormali. Una delle loro indagini più celebri riguardò un’abitazione costruita negli Anni Venti, sita al 112 Ocean Avenue di Amytiville, nel Long Island: qui, nel 1974, si consumò un brutale ed efferato omicidio, quando sei membri della stessa famiglia vennero uccisi a fucilate da uno dei figli, apparentemente in un raptus di follia. L’omicidio stesso, di per sé, mostrò dei risvolti strani e inquietanti: tutti erano stati uccisi nei propri letti, senza alcun tipo di reazione, senza che venissero drogati o storditi e senza l’uso di alcun silenziatore per l’arma da fuoco, come se nessuno dei familiari avesse udito i colpi di fucile sparati in piena notte.

112 Ocean AvenueL’anno seguente alla strage, i coniugi George e Kathleen Lutz entrarono in possesso dello stabile: passarono appena ventotto giorni dal primo manifestarsi di eventi a dir poco “paranormali”. Porte che sbattevano, strani rumori di passi in piena notte e, stando ai racconti degli inquilini, ombre muoversi per la casa. Ancora più angosciante, George iniziò a svegliarsi continuamente alle 03.15 di notte, l’ora esatta in cui si consumarono gli efferati omicidi: una notte, addirittura, pare avesse visto la moglie levitare sul letto. Chiamati ad investigare, gli Warren confermarono la malvagità del luogo, nonché le oscure presenze demoniache che infestavano la casa: la stessa Lorraine, chiese a più riprese l’ausilio di sacerdoti e uomini di chiesa per aiutarla a capire e comprendere chi, o cosa, abitasse nell’abitazione. Dirà a proposito: “Qualunque cosa si aggiri qua dentro, credo si tratti, senza alcun dubbio, di una forza del tutto negativa. Non ha niente a che vedere con spiriti di defunti. Proviene direttamente dalle viscere della terra”.

Ed e Lorraine Warren1I casi si susseguirono numerosi, le indagini anche. C’é chi gridò alla bufala, al falso e chi, invece, iniziò ad interessarsi ai due coniugi che, pare, avessero un canale preferenziale con il paranormale. La stessa Chiesa cattolica, poi, riconobbe, per la prima volta ad un laico, al marito Ed, la facoltà di compiere esorcismi su presunte persone possedute da entità demoniache. Ma ancora prima della ribalta data dal caso della casa infestata di Amytiville, Ed e Lorraine vennero chiamati ad investigare su un altro evento. A cavallo tra il 1970 e il 1971, la famiglia Perron acquistò una proprietà ad Harrisville, nel Rhode Island: passò poco tempo dal primo manifestarsi di strani, e singolari, eventi. Le presenze demoniache, poi ufficialmente cacciate dagli stessi coniugi Warran, pare fossero dovute ad un evento di sangue accaduto più di un secolo prima, nel 1863: una presunta strega, Bathsheba Sherman, avrebbe ucciso, sacrificandolo a Lucifero, il proprio figlio, prima di uccidersi a sua volta, impiccandosi ad un albero.

Caso EnfieldCon il 1978, la fama di demonologi degli Warren si sposta oltreoceano, a Londra, dove Ed e Lorraine vennero chiamati ad investigare quello che è passato alla cronaca come caso Enfield: una casa infestata dal fantasma di un precedente proprietario, deceduto per cause naturali al suo interno. Nelle indagini condotte, si registrarono voci misteriose, strani rumori e levitazioni di persone, anche se, una celebre foto del caso, dove si vede una ragazza letteralmente volteggiare in aria, venne dichiarata da più parti artefatta. Ed Warren dirà a proposito: “Prendete un caso su cui io e Lorraine abbiamo investigato l’estate scorsa ad Enfield, in Inghilterra, dov’erano in corso dei fenomeni spiritici non umani. I fenomeni sono lì, per davvero, sia che voi crediate o meno negli spiriti”. A questo punto, sorge la domanda, spontanea: quanto, di quello documentato negli anni da Ed e Lorraine Warren corrisponde a verità? In tanti li hanno screditati, accusandoli di falso e di essere degli ottimi manipolatori. Altri, invece, si sono rivolti ai due coniugi per chiedere il loro aiuto.