Il Museo della Linea Gotica di Molazzana

IMG_20180819_155804La Garfagnana, quella storica valle incastonata tra le Alpi Apuane così cara a Giovanni Pascoli, fu teatro, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, di cruente battaglie e orribili stragi. Il fronte, tra queste montagne, rimase fermo per quasi un anno, complice anche uno degli inverni più rigidi mai registrati fino ad allora. Gli Alleati avevano liberato Firenze e Lucca, arenandosi ben presto ai piedi delle Apuane, dove le forze tedesche e della Repubblica Sociale avevano realizzato una serie di sbarramenti e ostacoli che rallentarono, se non addirittura bloccarono, l’avanzata anglo-americana. Anzi, per un breve istante, nel Natale 1944, gli Italo-Tedeschi tornarono all’iniziativa, scatenando l’Operazione Wintergewitter e costringendo molti reparti alleati ad abbandonare posizioni chiave. Decenni dopo, è ancora facile imbattersi nelle mulattiere utilizzate dagli Alpini della Divisione Monterosa e dai Bersaglieri della Divisione Italia, e rinvenire, in passaggi scavanti nella roccia, bossoli di fucile, medaglie o gavette arrugginite dal tempo. E proprio per lasciare alle future generazioni della Garfagnana (e non solo) la memoria di quel terribile inverno, a Molazzana è sorto un piccolo museo, che raccoglie al suo interno una vasta collezione di divisa degli eserciti impegnati in battaglia e numerosi reperti rinvenuti nelle valli circostanti. Due le sale principali: una dedicata alle forze dell’Asse ed una dedicata agli Alleati e alle formazioni partigiane che operavano nella zona.

IMG_20180819_160454Ma non sono tanto i reperti conservati a caratterizzare questo piccolo Museo, aperto e voluto da semplici volontari e appassionati, quanto le storie che ogni singolo cimelio può, ancora oggi, raccontare. E, per certi versi, far commuovere. Come la storia di tre equipaggi, scomparsi nel corso di altrettante missioni nei cieli italiani, i cui resti vennero rinvenuti nei campi della Garfagnana. Il 25 settembre 1943, dopo un bombardamento sopra Bolzano, la contraerea tedesca riusciva ad abbattere un bombardiere americano, un Boeing B17 Flying Fortress, che, nonostante i tentativi di un atterraggio di fortuna, si schiantò al suolo nei pressi di Pratobello, vicino Castiglione Garfagnana, uccidendo tutti e dieci i membri dell’equipaggio. Un mese più tardi, il 25 novembre 1943, a bordo di un Vickers Wellington, bombardiere bimotore inglese, trovarono la morte cinque Avieri del Commonwealth, precipitati con il loro velivolo tra i massicci della Pania. Infine, il 4 giugno 1944, un terzo velivolo si schiantava al suolo vicino Ghivizzano: si trattava di un caccia monoposto Spitfire, abbattuto nel corso di una battaglia aerea con velivoli tedeschi. Queste sono le storie custodite e conservate all’interno del Museo della Linea Gotica di Molazzana. Storie vissute in prima persona dalla gente del luogo, tramandate da padre in figlio e consegnate alla memoria di ricercatori e semplici appassionati di storia militare.

IMG_20180819_155655Eppure, non solo soltanto i resti dei velivoli caduti tra le Valli della Garfagnana a raccontarci la storia di quel conflitto. Le sale del Museo vogliono anche ricordare che si continuava a morire anche dopo la fine della guerra: particolare menzione, infatti, merita una particolare cassetta didattica, contenente bombe a mano, granate, proiettili di mortaio inertizzati, che veniva utilizzata nelle scuole per sensibilizzare i bambini a non raccogliere da terra quelli che sembravano innocui giocattoli ma che in realtà erano ordigni pronti ad esplodere e a seminare morte e dolore quando ormai nelle città italiane non si combatteva più da tempo. Le cronache degli anni immediatamente successivi al 1945 sono tristemente ricche di storie strazianti di giovani orribilmente mutilati dalle micidiali bombe a farfalla, scambiate per giochi abbandonati. Ed è proprio un oggetto come la cassetta didattica impiegata nella scuole che ci ricorda l’importanza di tramandare e ricordare la storia del non troppo passato secondo conflitto mondiale: anche dopo la fine di una guerra, si continuava a morire e, spesso, non morivano più i soldati con le divise di diversi colori, ma gli innocenti, i bambini che tornavano a correre nei prati e nei campi. Come nel dopoguerra italiano. E in quello balcanico. O in quello iracheno e siriano.

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Inferno a Chernobyl

ChernobylIl 1986 non iniziò sotto i migliori auspici per la storia della scienza: il 28 gennaio, dopo appena 73 secondi dal lancio, lo Space Shuttle Challenger esplodeva in volo davanti alle telecamere di tutto il mondo, uccidendo i sette membri dell’equipaggio. Era dai tempi delle tragedie dell’Apollo 1 e delle Soyuz 1 e 11 che non veniva segnata una battuta d’arresto all’esplorazione spaziale. Ma niente fu in confronto a quanto accadde appena tre mesi dopo, nei territori dell’Ucraina, a circa 100 km a nord di Kiev. Il 26 aprile, alle 01.23 ora di Mosca, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose, proiettando sul terreno circostante migliaia di tonnellate di materiale altamente radioattivo. L’esplosione, circa dieci volte più potente della bomba atomica sganciata nell’agosto 1945 sulla città giapponese di Hiroshima, sprigionò una mortale nube tossica e radioattiva che avrebbe vagato per i cieli dell’Europa, giungendo fino in Italia. E come nella migliore tradizione sovietica, le autorità di Kiev e di Mosca cercarono di tenere nascosta la tragedia, per non intaccare il prestigio socialista e rivelare al mondo che l’industria nucleare creata dal Comunismo fosse in realtà fallace e carente in ogni sua parte. A cominciare dalla sicurezza. Ma quello che fu il peggior disastro nucleare (almeno fino a quello del 2011 che interessò l’impianto di Fukushima, in Giappone) ebbe inizio da un test di sicurezza, programmato e schedulato da tempo, che avrebbe garantito la sicurezza del reattore “fiore all’occhiello” della tecnologia sovietica.

LiquidatoriA monitorare il reattore erano preposti alcuni tra i migliori tecnici: Leonid Toptunov, Aleksander Akimov, Boris Stolyarchuk e Anatoly Dyatlov, considerato allora uno degli ingegneri nucleari più esperti di tutta l’Unione Sovietica. Era passata da circa mezz’ora la mezzanotte quando il test, considerato una routine per gli ingegneri nucleari, ebbe inizio. Eppure, fin dall’inizio delle prove il disastro era annunciato: secondo le direttive dell’ente dell’energia atomica sovietica, la potenza del reattore si sarebbe dovuta mantenere tra i 700 e i 1000 Megawatt, mentre Dyatlov decise di portarla a circa 200 Megawatt, così da poter risparmiare l’acqua che avrebbe dovuto raffreddare il reattore. Così, quando la potenza iniziò a scendere repentinamente, i tecnici nella sala controllo tentarono con ogni mezzo di arrestare la rapida discesa di potenza. Ma nonostante tutto, nonostante le problematiche in corso, il test sarebbe continuato. Anzi, sarebbe ripartito daccapo. L’ultima, fatale, decisione fu la disattivazione delle 211 barre di boro, che rappresentavano una sorta di freno alle barre di uranio per la produzione di vapore e, quindi, di energia elettrica: la loro disattivazione avrebbe reso il reattore incontrollabile in caso di emergenza o avaria. A questo punto, un sempre più rapido conto alla rovescia verso il disastro era iniziato. Il test che Dyatlov si preparava ad iniziare prevedeva di fermare la turbina principale e attendere che i generatori d’emergenza entrassero in funzione: tra lo spegnimento del primo e l’accensione degli altri, però, sarebbero trascorsi circa quaranta secondi, durante i quali le pompe dell’acqua dovevano continuare a funzionare per permettere al reattore di raffreddarsi.

Liquidatori ChernobylCon l’arresto della turbina, i successivi sessanta secondi segnarono la vita della centrale di Chernobyl e degli abitanti della città di Prypjat, che ospitava gli operai e le loro famiglie. L’aumento di vapore all’interno del nocciolo del reattore, che fece di fatto evaporare la poca acqua presente, fece aumentare di centinaia di volte la pressione. A distanza di pochi secondi, due violente esplosioni distrussero il tetto della centrale e il reattore 4. Ci vollero trentasei ore prima che le autorità sovietiche decidessero di evacuare Prypjat: trentasei ore fatali per moltissimi abitanti, esposti a dosi letali di radiazioni che ne distrussero nelle settimane e negli anni seguenti l’organismo. La catena dei soccorsi cercò in ogni modo di arrestare la fuoriuscita di materiale radioattivo: per giorni, quelli che sono passati alla storia con il nome di liquidatori, pompieri, personale della protezione civile e tecnici della centrale, si recarono sul luogo dell’esplosione per tentare di spegnere l’incendio e sigillare il reattore che sprigionava la sua morte invisibile fatta di radiazioni. Solo due minuti a squadra erano concessi: eppure, tutti avrebbero assorbito una dose praticamente letale di radiazioni che, nella migliore delle ipotesi, li avrebbe fatti convivere per il resto della loro vita con leucemie e neoplasie. Resta, di questo disastro, quanto gli abitanti della cittadina di Prypjat hanno scritto all’ingresso di quella che oggi è una città fantasma: “I vivi chiedono perdono ai morti”.

Il genio (non più) dimenticato di Arturo Malignani

Quando la luce squarciò le tenebreUn genio non nasce per caso. E, soprattutto, non diventa un genio per caso. Arturo Malignani rientra tra questi, anche se a molti non dice e niente. A differenza di Antonio Meucci o di Guglielmo Marconi che fecero grande l’Italia nel mondo con le loro invenzioni e i loro brevetti, di Malignani, nato a Udine nella seconda metà dell’Ottocento, pochi conoscono la sua storia. Eppure è stato un pioniere nel suo campo, tanto da lasciare esterrefatto l’inventore della lampadina, Thomas Alva Edison. Ma adesso grazie a Gianpiero Pisso, di professione ingegnere aeronautico ma con la grande passione della scrittura, il suo contributo all’evoluzione dell’Italia (ma anche del mondo) può finalmente avere il posto che merita. Quando la luce squarciò le tenebre affronta in forma di romanzo, ma con attenta e scrupolosa ricerca storica, la scoperta della lampadina ad incandescenza, intuizione geniale che rivoluzionò l’illuminazione pubblica e privata. Si è detto che di Arturo Malignani la storia, ma anche l’Italia, si è dimenticata presto: a noi piace, invece, ricordarlo e riscoprirlo, anche grazie a ricercatori seri e attenti come Gianpiero Pisso la cui passione per la storia ha permesso di restituirgli il giusto posto tra i più grandi geni della nostra Italia.

1. Intanto una domanda che rivolgiamo agli autori da noi intervistati: da dove nasce l’idea di questo libro? E, soprattutto, l’idea di renderlo un romanzo?

Arturo MalignaniSono un ingegnere aeronautico e scrivo per passione. Sono nato e abito con la mia famiglia sulle sponde del lago Maggiore, in provincia di Varese. La mia carriera lavorativa è terminata alcuni anni or sono quando, raggiunta l’età pensionabile, mi sono dedicato intensamente alle mie passioni: scrivere, leggere e dipingere ad acquerello. Come è nato questo romanzo e perché proprio questo argomento? Posso rispondere facilmente dicendo che ogni scrittore di romanzi storici (non di fantasy, di gialli o di romanzi d’amore) è sempre alla perenne ricerca di storie coinvolgenti, intriganti, curiose e meglio se poco conosciute. Ai lettori generalmente interessa poco leggere vite di personaggi che hanno studiato a scuola o che hanno compiuto azioni che, seppur degne di nota, sono già state ampiamente descritte da altri scrittori sotto forma di romanzi o di saggi. Ecco perché io sono sempre alla perenne ricerca nel web di spunti in grado di sorprendere i lettori su cui intessere trame che possano contenere originalità. Fatti veri, storicamente dimostrati ma che portino con sé componenti al limite dell’inverosimile. Quando mi sono imbattuto nella storia della scoperta della lampadina a incandescenza e della distribuzione dell’energia elettrica a lunghe distanze mi sono convinto di avere tra le mani un argomento degno di essere raccontato per la sua eccezionalità e per il fatto che gli eventi relativi a queste scoperte siano per lo più poco noti e certamente non riportati in alcun libro di scuola. Come sempre faccio quando mi appresto a raccontare una storia, è iniziato per me un periodo di intensa documentazione che è durato diversi mesi (un romanzo storico non si può improvvisare e occorre raccogliere pazientemente ogni informazione e verificarla). Più approfondivo l’argomento, più mi documentavo e più rimanevo affascinato dalla personalità dei personaggi che avevano giocato un ruolo in queste scoperte e dalla lotta tra gli scienziati di tutto il mondo per essere ricordati (dunque per passare alla Storia) come l’inventore ufficiale di questi raggiungimenti. Questo onore toccò al grande inventore statunitense Thomas Alva Edison ma dietro questo nome ho messo a nudo intrecci imprevedibili con altri ricercatori che hanno trovato spazio nel mio libro. Poiché io sono un romanziere, pur rispettando strettamente la Storia, non ho potuto esimermi dal rappresentare anche i caratteri e le personalità dei protagonisti del racconto, così come da me recepiti e interpretati in base alle mie ricerche.

2. Il volume narra, seppur in forma di romanzo, del genio di Arturo Malignani. Ci può raccontare brevemente a cosa si deve il suo estro?

Thomas EdisonIl romanzo ruota attorno al protagonista principale, l’udinese Arturo Malignani, “il mago del Castello” che senza grandi studi alle spalle (era diplomato all’istituto tecnico della sua città) seppe con il suo intuito e la sua intelligenza risolvere il grande problema che affliggeva tutti gli scienziati del mondo, che da anni si stavano impegnando per allungare la vita della lampadina e rendere stabile e più candida la sua luce. Arturo Malignani agiva solo in questa competizione. Rimasto presto orfano, si occupò di lui la sorellastra, Adele, che fu per lui come la mamma che non ebbe mai la fortuna di conoscere (morì dopo il parto per complicazioni). Anche il padre Giuseppe, pittore e fotografo professionista di Udine, mori di lì a poco. Adele, come un angelo, restò sempre vicino ad Arturo. Lo educò, lo fece studiare, lo accudì. Il laboratorio dove il Malignani eseguiva i suoi esperimenti si trovava accanto al Castello, dove vi era anche la sua abitazione, ora abitata dagli eredi Malignani ed era ben poca cosa in confronto al laboratorio di Menlo Park o di West Orange dove Edison, con i suoi 150 scienziati da alcuni anni cercava di essere il primo a risolvere questi malfunzionamenti. In Scozia anche lo scienziato Joseph Swan si dava da fare per anticipare i suoi colleghi scienziati d’oltre Atlantico in questa corsa verso la gloria. Fu invece Arturo Malignani a risolvere brillantemente il problema, percorrendo strade innovative che nessun altro scienziato pensò mai di percorrere. Le sue lampadine mostrarono una luce bianchissima e furono in grado di rimanere accese continuativamente per oltre 800 ore, quattro volte tanto quelle dei suoi concorrenti. Dotò Udine di una centrale termoelettrica e di una rete pubblica di illuminazione. Più tardi avrebbe progettato per la città anche una centrale idroelettrica, avrebbe sviluppato l’industria friulana del cemento, si sarebbe dedicato alla meteorologia e addirittura alla progettazione di un’auto elettrica che fu utilizzata per molti anni a Berlino come vettura per taxi. Edison lo invitò in America, gli comprò il suo brevetto per le lampadine. Nel mio romanzo ho riportato la cifra di 40.000 dollari, immensa per quel periodo ma alcune fonti parlano addirittura di 250,000 dollari. Comunque sia, ciò bastò per far divenire Arturo Malignani l’uomo più ricco di Udine. In cambio, Thomas Alva Edison divenne l’inventore ufficiale della lampada a incandescenza. Altro personaggio del romanzo è, oltre al citato Thomas Alva Edison, il professor Giuseppe Colombo, insigne studioso milanese, che diventerà più tardi il primo Rettore del Politecnico di Milano, oltre che Ministro del Regio Governo. Si deve a lui la prima centrale termoelettrica di Milano, quella di Santa Radegonda, accanto al Duomo, che sostituì l’illuminazione a gas dei negozi attorno alla celebre piazza con lampade a incandescenza e illuminò sia la Galleria sia il Teatro della Scala. Giuseppe Colombo divenne l’Amministratore Delegato della Edison Italiana e in questa veste costruì anche centrali idroelettriche in Lombardia. Perse però l’appalto per l’illuminazione della città di Udine che andò alla società Volpe-Malignani.

3. Se di Antonio Meucci e di Guglielmo Marconi sono pieni i libri di storia perché di Arturo Malignani si parla pochissimo?

Non so rispondere a questa sua domanda. Arturo Malignani non ebbe dalla Storia certamente i dovuti meriti e presto il mondo si dimenticò di lui. Con la cessione del suo brevetto a Edison fu quest’ultimo, nel frattempo divenuto famoso per altri brevetti (nel corso della sua vita ne collezionò più di mille) oltre che enormemente ricco, a essere associato a questi raggiungimenti. Nessuno più ricordò che senza ciò che Arturo Malignani scoprì, oggi avremmo lampadine che si fulminerebbero dopo poche ore di funzionamento e dotate di una brutta luce giallastra. Il futuro non fu peraltro tenero neppure con lo stesso Edison. Egli fu un sostenitore della corrente continua e si scontrò nel corso della sua vita con i sostenitori della corrente alternata, che la ritenevano più adatta a trasmettere l’energia elettrica dalla sorgente all’utilizzatore. Avevano ragione questi ultimi. Con la corrente alternata si potevano alzare le tensioni della corrente nella trasmissione (il che equivale a intensità di corrente minore) riducendo in tal modo le relative perdite. Edison perse così la sua battaglia in favore di George Westinghouse e di Nicola Tesla che iniziarono a proporre al mondo soluzioni basate sulla corrente alternata.

Anneliese Michel, tra scienza e fede

anneliese-michelLa storia dell’umanità intera è stata attraversata sempre, in questi due millenni, dal grande dibattito sociale e culturale tra la scienza e la fede. Da Niccolò Copernico e Galileo Galilei, fino alla teoria evoluzionista di Charles Darwin, la religione si è sempre più spesso dovuta confrontare con il progresso scientifico e tecnologico dell’uomo. E allora, i casi di resurrezione sono stati spiegati con la morte apparente, le possessioni demoniache come crisi epilettiche o malattie degenerative del sistema nervoso, come la schizofrenia, le apparizioni di esseri angelici come allucinazioni, singole o collettive, la miracolosa manna dal cielo che salvò il popolo ebraico con un evento del tutto naturale che succede ancora oggi. E da quando l’uomo ha iniziato ad interessarsi all’infinitamente piccolo, ecco che spunta, dai laboratori di fisica, la particella di Dio, ovvero il bosone di Higgs, teorizzato nel 1964 e rilevato per la prima volta nel 2012, che permea l’intero universo conferendo una massa alle particelle elementari. Quindi, nessun soffio divino, nessun alito di vita ha creato niente: eppure, ci sono dei casi in cui la scienza non offre delle spiegazioni convincenti al cento per cento, tanto che possono essere spiegati solo ricorrendo alla religione, e viceversa. Tanto che anche i tribunali, la legge dell’uomo, sono stati chiamati a esprimere giudizi e sentenze. Il suo caso è stato nuovamente portato all’attenzione del grande pubblico da un film, The Exorcism of Emily Rose, diretto nel 2005 da Scott Derrickson e ambientato in una cittadina degli Stati Uniti d’America. Ma la storia da cui è stata realizzata la pellicola cinematografica è, purtroppo, vera.

anneliese-michel-epilessiaAnneliese Michel, originaria di un piccolo comune della Baviera, Leiblfing, dove era nata nel 1952, all’età di sedici anni iniziò a manifestare, durante l’età scolastica, alcuni disturbi, quali convulsioni e crisi epilettiche: gli esami medici che compì, le diagnosticarono l’epilessia del lobo temporale, una forma di epilessia definita cronica, capace di causare nel malato crisi epilettiche sia diurne che notturne, tanto da generalizzarsi in crisi capaci di scatenare nell’intero organismo forme gravi di convulsioni. Per una ragazza di sedici anni ricevere una diagnosi simile fu un duro colpo: non solo l’avrebbe costretta a convivere con una patologia grave, ma le avrebbe anche pregiudicato i rapporti sociali con le altre persone. Fu la famiglia di Anneliese, cattolica praticante, a stringersi attorno alla giovane, ad invogliarla ad andare avanti, convivendo con la malattia. Anneliese, infatti, continuò gli studi superiori, diplomandosi: nel settembre 1973 decise di iscriversi all’Università di Wurzburg per diventare insegnante delle scuole elementari. Nel frattempo, con l’aiuto di farmaci riuscì a tenere sotto controllo gli attacchi epilettici e le convulsioni che continuavano a colpirla. Nonostante gli sforzi dei medici, però, gli attacchi iniziarono a presentarsi con maggior frequenza, alterando lo stesso comportamento di Anneliese, che iniziò a manifestare aggressività e violenza verso sé stessa e gli altri. A tutto ciò si aggiunsero visioni e allucinazioni: oggi è stato assodato che alcuni farmaci del passato, utilizzati per curare le malattie del sistema nervoso, agivano direttamente su alcune aree del cervello causando, nei pazienti, allucinazioni uditive e visive. Ma per una famiglia cattolica, devota alla Chiesa, ciò che la medicina non era in grado di spiegare, e di curare, è perché aveva un’origine soprannaturale: per i genitori e per Anneliese stessa la medicina non avrebbe più portato alcun giovamento alla sua salute. Pertanto si rivolsero alla chiesa cittadina, convinti che la giovane stava subendo una possessione demonica e pertanto l’unica cosa da fare era il rito dell’esorcismo.

Ernst Alt e Arnold Renz, la madre e il padre di AnnelieseEd è qui, a questo punto, che la scienza, la religione ed anche la legge, si incontrarono. Perché Anneliese continuò ad essere seguita a livello medico dai dottori che, visti i suoi continui e sempre più forti attacchi, furono costretti ad ospedalizzarla, a farle assumere tranquillanti e a sottoporla ad alimentazione forzata. I genitori, intanto, contituarono a rivolgersi alla Chiesa, che nel settembre 1975 la riconobbe come posseduta: il Vescovo Josef Stangl nominò così due preti, Ernst Alt e Arnold Renz, per praticare il rito dell’esorcismo e liberare Anneliese da ogni male. L’esorcismo proseguì fino al giugno 1976, dopo che erano state interrotte le cure mediche: durante le sessioni, la ragazza avrebbe parlato lingue a lei sconosciute, tra cui latino, greco ed aramaico, dando “voce” ai demoni che la possedevano: in tutto sei personaggi storici negativi per la storia dell’umanità. Essi sarebbero stati Caino, Giuda, Nerone, Fleischman (un sacerdote scomunicato del XVI secolo per violenze e omicidio), Hitler e lo stesso Lucifero. È pur vero che, durante i suoi studi superiori e universitari, Anneliese potrebbe aver appreso le lingue neoclassiche e durante i suoi stati allucinatori parlato queste lingue. Anneliese Michel morì il 1° luglio 1976 ad appena ventitré anni: l’autopsia determinò che la morte sopraggiunse per una forte debilitazione, causata da malnutrizione e disidratazione, tanto che al momento del decesso pesava appena trenta chili. Inoltre, i legamenti delle ginocchia erano spezzati, causa queste delle continue genuflessioni che la giovane ragazza compiva nei momenti di lucidità per pregare, cosa però che ne compromise la deambulazione. Scienza e fede, medicina e Chiesa: ma anche legge. I genitori e i due parroci furono accusati di omicidio colposo: il processo iniziò nel marzo 1978 e portò la condanna dei quattro imputati a sei mesi di reclusione. La sentenza stabilì infatti che se la medicina tradizionale avrebbe continuato il suo corso, Anneliese si sarebbe salvata: certo, avrebbe continuato a convivere con la malattia ma, nella peggiore delle ipotesi, se la morte fosse sopraggiunta in ogni caso, con l’alimentazione forzata i sacerdoti e i familiari non sarebbero stati accusati di alcuna negligenza. La morte di Anneliese Michel e il caso mediatico che ne seguì costrinse la Chiesa Cattolica a rivedere il rituale dell’esorcismo: nel 1998 la Santa Sede promulgò il De exorcismis et supplicationibus quibusdam in cui, nelle pagine iniziali, viene espressamente ribadito di non confondere i sintomi di una malattia mentale con quelli di una possessione demoniaca.

I Comunisti sulla Luna

I Comunisti sulla LunaLa Guerra Fredda ha rappresentato, per un’intera generazione, un’epoca fatta di progresso, scoperte scientifiche, boom economico. Ma anche di grandi incertezze. Conflitti come la Corea, il Vietnam, le crisi di Suez e di Cuba, le guerre del Medio Oriente e le repressioni di Budapest e Praga, solo per fare un esempio, rischiarono di far sprofondare l’umanità intera in una guerra nucleare, un terzo conflitto mondiale che poco futuro avrebbe lasciato all’intero genere umano. Ma la Guerra Fredda non fu combattuta solo sui campi di battaglia del Sud-Est Asiatico o tra i deserti delle alture del Golan. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, si affrontarono anche su un altro campo di battaglia, distante chilometri di distanza dalla Terra: lo spazio. I Comunisti nello spazio, di Marco e Stefano Pivato, ripercorre gli anni che videro protagonista l’Unione Sovietica e i suoi primati, di fronte ad un’America che arrancava a fatica. Sotto la brillante guida di Sergei Korolev, furono lanciati lo Sputnik, Laika, Yuri Gagarin e Valentina Tereshkova. Ma la prematura morte dello scienziato, dovuta ad alcune complicanze di salute derivate dal periodo di detenzione nei gulag staliniani, compromise irrimediabilmente il programma spaziale sovietico: il 21 luglio 1969, quel piccolo passo di Neil Armstrong pose definitivamente fine all’ultimo mito del Comunismo. Cosa significò quel mito per un’intera generazione lo abbiamo chiesto al Giornalista Marco Pivato.

Sputnik1. I Comunisti sulla Luna ripercorre quello che u l’ultimo mito dell’Unione Sovietica: le imprese dello Sputnik, di Laika, di Yuri Gagarin. Da dove nasce l’idea di questo libro?

Durante l’anno scorso, quando ricorreva il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, l’editoria si è scatenata nel celebrare l’evento. Dal punto di vista storico, si intende. Abbiamo cercato di affrontare anche noi l’analisi, ma partendo dalle nostre specifiche competenze, quelle di mio padre, storico contemporaneo, e le mie, di giornalista scientifico. Mi occupo di storia della scienza e in particolare del rapporto tra scienza e politica, un legame cruciale nella corsa alla conquista dello spazio: ritengo non sia possibile distinguere le dinamiche di quegli anni senza esplorare la considerazione che politici e scienziati avevano l’uno dell’altro.

2. Dal 1957, anno della messa in orbita dello Sputnik, la Guerra Fredda vide USA e URSS fronteggiarsi su un nuovo “fronte”: il cosmo. Cosa resta oggi di quella sfida?

LaikaResta più di quello che si possa pensare. La tensione tra l’Occidente e l’Oriente del mondo è molto diversa, oggi, ma esiste ed è ancora di natura economica. E la competizione ancora scientifica. Mi riferisco alla corsa alla supremazia tecnologica. Proprio quest’anno gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo supercomputer che ha superato, in potenza, il competitor cinese. Si chiama Summit ed è in grado di eseguire 200 milioni di miliardi di calcoli al secondo, risultando il sessanta per cento più veloce di Taihu Light, progettato dagli ingegneri asiatici. Macchine come Summit rappresentano l’arsenale della modernità: se nel secolo scorso le esibizioni muscolari tra l’Occidente e l’Oriente del mondo si facevano mostrando il potenziale atomico oggi si fanno mostrando la potenza dei propri computer. Questi giganti del calcolo sono impiegati nella ricerca biomedica, nella progettazione di nuovi materiali e nelle tecnologie energetiche. Ma quel che più importa, nel contesto del ring tra superpotenze, è l’impiego nel condurre la simulazione di test nucleari, le previsioni delle tendenze climatiche e la ricerca di giacimenti di petrolio. Si pensi anche al ruolo dell’informatica nella gestione dei dati: lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ci dà una misura di quanto sia importante per un Paese possedere i mezzi in questo campo.

3. Come mai, almeno all’inizio, i Sovietici misero a segno una serie di colpi vincenti (il primo satellite, il primo essere vivente e il primo uomo nello spazio, la prima attività extraveicolare) mentre gli Americani sembravano arrancare?

Yuri GagarinI Sovietici hanno cominciato molto tempo prima degli Americani a progettare la corsa allo spazio. La prima equazione che stabilisce come debba avvenire la propulsione di un razzo compare nel 1890 negli scritti dello scienziato russo Konstantin Ciolkovskij. Solo molto più tardi, a partire dagli Anni Cinquanta, gli Stati Uniti tentano sul serio di recuperare tempo. Ma per molti anni hanno sottovalutato le intenzioni e le possibilità dei nemici. Tuttavia, da quando il Presidente Dwight Eisenhower e successori si mettono in testa di recuperare e superare il tempo perso in breve risulterà evidente tutta l’improvvisazione russa.

4. La morte di Sergei Korolev, la mente del programma spaziale sovietico, e quella di Yuri Gagarin, infersero un colpo durissimo negli scienziati sovietici. Furono solo questi due fatti a determinare la loro “sconfitta”?

Aldrin sulla LunaLa morte di Korolev sicuramente è decisiva. Era l’uomo che riusciva a tenere saldi i rapporti tra le tante anime ai piani alti del Cremlino. Dopo di lui si generò disordine e molta difficoltà organizzativa. Prevalsero le antipatie e la corruzione. Ma ovviamente la morte di Korolev non fa che accelerare soltanto un processo irreversibile: gli Americani disponevano di una organizzazione estremamente efficiente, di una importante fedeltà alla democrazia e alla collaborazione tra gli organismi della Nazione e, quel che forse più importa, disponevano di un capitale, in termini economici e umani, molto più ingente. Negli Stati Uniti era nata la Big Science, quel modo di eseguire i grandi progetti scientifici che si avvaleva (e si avvale tutt’ora) di grandi disponibilità economiche e umane. Il primo esempio è il Progetto Manhattan, che porta al primo ordigno nucleare. Al netto delle sue diciassette missioni il Programma Apollo è costato agli Americani circa 25 miliardi di dollari e vi hanno lavorato 60.000 scienziati e 400.000 tecnici e dipendenti. Mentre ancora nel 1930 gli Stati Uniti spendevano per la ricerca scientifica 140 milioni di dollari, nel 1953 i finanziamenti ammontavano all’equivalente di 30 miliardi odierni. La storia dell’astronautica e del definitivo successo degli Stati Uniti sui Sovietici nella corsa alla Luna non è completa se non è spiegata nei termini del nuovo rapporto tra scienza e società, così come definito dai princìpi dell’era postaccademica della produzione tecnologica e scientifica e che si riassumono nel modello Big Science.

Viaggio al Mausoleo Marconi

Mausoleo di Guglielmo Marconi (1)“In riconoscimento del suo contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili”: con questa semplice frase il 10 dicembre 1909 Guglielmo Marconi riceveva a Stoccolma il Premio Nobel per la Fisica, condiviso con il tedesco Carl Ferdinand Braun, che compì, nello stesso periodo, le medesime ricerche. Tutto partì da una collina, situata in località Sasso, abitato posto tra gli Appennini che separano la Toscana dall’Emilia Mausoleo di Guglielmo Marconi (9)Romagna. Era l’8 dicembre 1895 quando l’apparecchio ricetrasmittente messo a punto dallo scienziato italiano si dimostrò valido a inviare segnali radio e a riceverli, ma soprattutto a superare gli ostacoli naturali, come avvallamenti e colline. Sulla sommità del crinale dove compì i suoi esperimenti campeggiava, ieri come oggi, Villa Griffone, dimora della sua famiglia, oggi un museo per quanti vogliano conoscere più da vicino il genio italiano. Ai piedi del colle, invece, l’ultima dimora di Marconi: un enorme e austero mausoleo, progettato dall’Architetto Marcello Piacentini, costruito tra l’aprile 1940 e il 20 luglio 1941, giorno della solenne inaugurazione alla presenza dello stesso Duce, Benito Mussolini. Il quotidiano romagnolo, Il Resto del Carlino, del 7 settembre 1941 così scriveva: “Ai lati del monumento due gradinate dritte, larghe sei metri, una per lato, salgono il poggio sino a portare ad altre due scale più strette e semicircolari che conducono sino al piazzale della villa: davanti all’edificio e quindi sulla sommità del poggio, sorge una colonnetta di marmo bianco, in cui è un busto di Guglielmo Marconi, pure in marmo bianco, opera pregevolissima dello sculture Dazzi. Il soffitto del mausoleo, a calotta, è in calcestruzzo di cemento armato color giallo. Sul fondo della parete di travertino sono incise le parole: Diede con la sua scoperta il sigillo di un’epoca della storia umana”.

Mausoleo di Guglielmo Marconi (7)Ma ciò che colpisce il visitatore è il Parco delle Rimembranze attorno a Villa Griffone: oltre ad un’alta statua di Guglielmo Marconi, una serie di targhe, poste nel 2011, raccontano, passo dopo passo, come un’ideale viaggio allo scoperta delle sue invenzioni, lo studio che portò alla telegrafia senza fili. Su una di queste è infatti inciso: “In questo giardino, dopo gli esperimenti effettuati tra il 1894 e il 1895 nella stanza dei bachi da seta nella soffitta di Villa Griffone, Mausoleo di Guglielmo Marconi (4)Guglielmo Marconi collegò al suo trasmettitore un’antenna messa a terra. Con questo apparato il giovane inventore riuscì a trasmettere segnali radiotelegrafici al di là di un ostacolo naturale, la Collina dei Celestini, a una distanza di circa due chilometri. L’esperimento ha annunciato la nascita dell’era delle radiocomunicazioni”. Nel Parco delle Rimembranze balza all’occhio un’altra vera e propria reliquia: la chiglia del Panfilo Elettra, acquistato da Marconi nel 1919 durante un’asta della Royal Navy. Nave dalle mille vicissitudini, l’Elettra: fu yacht privato e, nel corso del primo conflitto mondiale, fu trasformata in unità da pattugliamento e scorta nello Stretto della Manica. Ma fu con lo scienziato italiano che ebbe nuova vita, avendola trasformata in un laboratorio galleggiante: importantissimi per lo sviluppo delle radiocomunicazioni furono gli esperimenti condotti nel Golfo del Tigullio, tra la stazione di bordo e quella posta a terra alle Torri Gualino, a Sestri Levante. Avrebbe rischiato una fine ingloriosa al termine della Seconda Guerra Mondiale: dopo la morte dello scienziato, infatti, fu acquistata dallo Stato italiano ma con l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne requisita dalle autorità tedesche che la riconvertirono nuovamente in nave militare. Gravemente danneggiata da un bombardamento alleato il 21 gennaio 1944, con il Trattato di Pace del 1947 fu ceduta alla Jugoslavia come riparazione di guerra. Sembrava che avesse il destino ormai segnato ma l’allora Ministro degli Affari Esteri, poi futuro Presidente della Repubblica, Antonio Segni, trattò la sua restituzione direttamente con il Maresciallo Tito: nel 1962 l’Elettra, restituita all’Italia, venne rimorchiata nel Cantiere S. Rocco di Muggia, a Trieste. Da allora, nonostante alcuni progetti di restauro, arenatisi per l’alto costo, venne deciso di donarla a vari musei della scienza e della tecnica sparsi un po’ ovunque su tutto il territorio nazionale. Tagliata in pezzi, proprio come una reliquia, Il Piccolo di Trieste, un po’ a malincuore titolava: “Ingloriosa fine dell’Elettra. Ogni suo pezzo finirà nei musei. Invece del promesso restauro, al Cantiere San Marco la smantellano”.

Guglielmo MarconiGuglielmo Marconi fu senza ombra di dubbio un precursore dei suoi tempi. Quando, il 20 luglio 1937, la morte lo colse a Roma, in molti piansero la sua scomparsa. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E certamente lo piansero gli oltre 1700 passeggeri del Transatlantico Republic, tratti in salvo il 23 gennaio 1909 dopo che la grande nave era in procinto di affondare dopo essere stata speronata dal Piroscafo Florida. Per oltre quattordici ore, infatti, il marconista del Republic restò al suo posto a trasmettere un segnale di punti e linee: era l’SOS, segnale universale di soccorso. Captato da un’altra nave in transito, il Piroscafo Baltic, tutti i passeggeri raggiunsero il giorno seguente il porto di New York, tra il plauso generale di una folla festante. Il marconista Jack Binns fu acclamato come eroe, mentre la gratitudine delle autorità arrivò a coinvolgere Guglielmo Marconi stesso. E tre anni dopo, quando, sempre a New York, giunsero i 705 sopravvissuti della tragedia del Titanic, intervistato a proposito dei segnali di SOS captati dalla nave soccorritrice, il già Premio Nobel ebbe a dichiarare: “Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata”.