Il Processo ai Dottori

Karl Brandt a NorimbergaEbbe inizio il 9 dicembre 1946: il Processo ai Dottori, fu il primo di dodici processi “secondari” celebrati dalle autorità statunitensi nei confronti delle alte gerarchie naziste al termine del secondo conflitto mondiale a Norimberga. In tutto gli imputati furono ventitré, tra ufficiali appartenenti alle SS e pseudomedici e scienziati del Reich, accusati di crimini contro l’umanità e di guerra, avendo svolto esperimenti scientifici su esseri umani all’interno dei campi di concentramento, utilizzando come vere e proprie cavie prigionieri e deportati. Caratteristica di questo processo (e degli altri undici che seguirono) fu la costituzione della Corte: non più l’International Military Tribunal, che aveva promosso il processo principale a Norimberga, ma bensì corti militari statunitensi. Tra gli indiziati principali, Karl Brandt, medico personale di Adolf Hitler, nonché il principale artefice e responsabile del programma nazista di eugenetica, il famigerato Aktion T4, che avrebbe dovuto eliminare ogni persona disabile nei territori conquistati dalla Germania; Vikor Brack, ideatore del programma di sterilizzazione di massa verso i non tedeschi per la purificazione della razza ariana; Rudolf Brandt, assistente personale di Heinrich Himmler, selezionatore delle cavie umane da impiegare negli esperimenti.

Esperimenti sull'altitudineLe imputazioni a carico dei medici e scienziati nazisti vennero elencate il 25 ottobre 1946: da quel momento, furono in tutto ascoltati 85 testimoni, per lo più sopravvissuti ai campi di concentramento, ed esaminati oltre 1470 documenti. Come riporta Jean Dumont, curatore della Storia segreta della Gestapo, ricorda come il progetto di sterilizzazione di Brack fosse di “una grottesca criminalità. Esso consisteva nel far avvicinare le persone da trattare ad uno sportello col pretesto di compilare dei moduli. L’impiegato, seduto dietro lo sportello, manovra un bottone, mettendo in azione simultaneamente due lampade in direzione dei genitali. Questo metodo riuscì a fare centinaia di vittime, più o meno gravemente ustionate”. Gli esperimenti compiuti, però, si rivolgevano anche verso lo studio della mancanza d’aria ad elevate altitudini, simulando in speciali locali, in cui venivano rinchiusi i prigionieri, quote di 2000 metri e più. Molti di questi pseudo-studi, compiuti prevalentemente nel campo di concentramento di Dachau, si indirizzarono verso l’analisi degli effetti sull’organismo umano di agenti patogeni, infettando con virus e batteri i prigionieri inconsapevoli.

Aktion T4Durante il processo, che terminò il 20 agosto 1947, con la condanna a morte di sette imputati e l’assoluzione di altri sette (i rimanenti furono condannati a pene detentive più o meno lunghe a seconda dei capi di accusa), misero in luce quanto di più inumano potesse generare la mente dell’uomo. Tra l’agosto 1942 e il maggio 1943, vennero condotti esperimenti sul freddo, esponendo i prigionieri a temperature di oltre 25 gradi sotto zero o immergendoli all’interno di grandi vasche di acqua gelata: secondo gli scienziati del Reich, questi test dovevano fornire indicazioni preziose per prevenire il congelamento in mare dei piloti della Luftwaffe e dei marinai della Kriegsmarine. Chiude così André Brissaud un suo studio sulle atrocità mediche dei Nazisti: “Durante il processo di Norimberga, il Dottor Karl Brandt, affermò la legittimità delle esperienze fatte nei campi di concentramento, perché egli stesso era convinto della necessità di simili esperienze per la sopravvivenza del Reich. Dopo aver scatenato l’inumano, i Nazisti pretendevano di essere umani”.

Gli Angeli Sterminatori. L’epopea delle tiratrici scelte sovietiche

Dopo la storia delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Gian Piero Milanetti torna in libreria con un nuovo volume. Gli Angeli sterminatori, questo il titolo della nuova “fatica, ci racconta un’altra epopea quasi sconosciuta (anche in Russia se ne sa veramente poco): quella delle tiratrici scelte dell’Armata Rossa, soldatesse che inflissero gravi perdite tra le fila dell’esercito tedesco. Abbiamo incontrato l’autore e scambiato qualche parola in merito al volume.

1. Dopo Le Streghe della Notte, ovvero la fantastica epopea delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la nuova fatica esplora un altro capitolo poco conosciuto del conflitto: quelle delle cecchine, veri e propri “Angeli Sterminatori”. Da dove nasce questo libro?

Gli Angeli SterminatoriQuando iniziai a interessarmi alle aviatrici sovietiche della Seconda Guerra Mondiale, scoprii  presto, consultando le fonti, che a combattere contro i Tedeschi, durante quella che i Russi chiamavano la Grande Guerra Patriottica, non erano state soltanto donne pilota, ma anche delle tiratrici scelte. E non erano dei casi isolati. Si calcola che fossero più o meno duemila. Era un fatto assolutamente straordinario, senza precedenti e in pratica senza seguito. Fui molto colpito perché la vita sui campi di battaglia del fronte orientale erano particolarmente dure: condizioni meteo e ambientali proibitive,  combattimenti anche corpo a corpo di estrema ferocia, privazioni e scomodità al di là dell’immaginabile. In seguito scoprii che queste eroine  non dovevano vedersela solo con la Wehrmacht, ma anche combattere i pregiudizi, il maschilismo e gli abusi dei propri commilitoni. Così, mentre raccoglievo dati, foto e informazioni sulle aviatrici sovietiche, lavoravo anche sul progetto di una storia delle cecchine sovietiche. Ma è stata una ricerca per certi versi più difficile perché il materiale, testi e soprattutto fotografie, su di loro è molto più scarso. Non a caso Gli Angeli Sterminatori è il primo libro mai pubblicato in Italia sulle cecchine sovietiche ed il secondo mai pubblicato in Occidente.  Nell’ex URSS queste eroine sono quasi del tutto dimenticate. Ho voluto onorarne la memoria almeno in Italia.

2. Tra le tante storie, una in particolari ci ha colpiti: quella di Lyudmila Pavlichenko che, oltre ad essere stata la più abile, si fece portatrice e divenne la voce oltreoceano per l’apertura di un secondo fronte. Ci parli brevemente di lei?

Lyudmila PavlichenkoLyudmila Pavlichenko è stata la più grande tiratrice scelta della storia e uno dei più grandi cecchini in assoluto. In un solo anno di combattimenti, ha colpito più nemici lei della stragrande maggioranza di franchi tiratori, non solo sovietici, di tutta la Seconda Guerra Mondiale: 309, molti dei quali tiratori scelti di grande abilità. Se non fosse stata “ritirata” dopo solo un anno e destinata da Stalin in persona all’addestramento di altri tiratori scelti, e fosse sopravvissuta, ovviamente, la Pavichenko sarebbe diventata probabilmente  il più grande cecchino di tutti i tempi. Oltre a possedere le qualità di tutti i franchi tiratori di successo, era una persona straordinaria, di grande intelligenza, cultura e personalità. Prima di arruolarsi aveva lavorato come arrotino in un arsenale di Kiev, mentre nel tempo libero praticava il tiro a segno in un’associazione paramilitare della fabbrica, e aveva studiato storia all’università della capitale ucraina per quattro anni.  In questo ricorda le aviatrici sovietiche, che prima e dopo essere delle straordinarie combattenti dell’aria, erano delle ragazze molto intelligenti, spesso molto colte, e multitasking come si dice oggi, capaci di cimentarsi con  successo in campi di attività molto diversi.

3. Celebre è il film Il nemico alle porte, con l’epico scontro tra due cecchini tra le rovine di Stalingrado. Quanto influirono queste donne nel morale dei soldati al fronte?

C’è anche un film del 2015 dedicato a Lyudmila Pavlichenko, La battaglia di Sebastopoli, purtroppo del tutto sconosciuto da noi, perché di produzione russo-ucraina. Comunque, per rispondere alla sua domanda, le cecchine al fronte rincuorarono, anche solo con la loro presenza, i soldati dell’Armata Rossa. Li motivarono, a volte li trascinarono in attacchi vittoriosi.  E, bisogna dire, risvegliarono in loro anche passioni e sentimenti che la guerra aveva sepolto.

4. Dopo le Streghe e gli Angeli ha in serbo qualche altra sorpresa per gli appassionati di storia? C’è qualche altra storia poco raccontata del secondo conflitto mondiale in terra russa che vorrebbe narrare?

Lyudmila Paulichenka with Maria Aleksejevna KoskinaunaCi sono molte storie ancora seppellite in parte o totalmente negli archivi ex-sovietici che purtroppo con l’avvento di Putin sono stati chiusi agli stranieri. Ma anche delle storie già raccontate, come quelle delle Streghe della Notte in realtà c’è molto ancora da dire e da scrivere perché ci sono tanti aspetti non strettamente militari o operativi che non sono stati raccontati. Stavo pensando di scrivere un romanzo storico su di loro basato rigorosamente su personaggi reali fatti realmente accaduti e ambientazioni precise. Un romanzo corale, che racconti le emozioni non solo del combattimento, le relazioni strette tra quelle ragazze, i loro pensieri, i loro sogni. Perché erano grandi emozioni e passioni che e spingevano a compiere le loro grandi imprese.

Lo zoccolo di Genny

genny-marsiliNiente è più grande dell’amore di una madre verso il proprio figlio, anche quando le vengono puntati contro fucili e mitragliatrici. Piero Calamandrei l’ha definita “simbolo della Resistenza popolana che osa scagliare contro i lanciafiamme la sua inerme furia materna” e il Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, il 3 febbraio 2003, le ha conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile: “Con istintivo ed amoroso slancio, anche se gravemente ferita, per salvare la vita al figlioletto che aveva nascosto, non esitava a richiamare su di sè l’attenzione di un soldato tedesco, scagliando sul medesimo il proprio zoccolo, ottenendo in risposta una raffica di mitraglia che ne stroncava la giovane esistenza. Nobile esempio di amore materno spinto fino all’estremo sacrificio. Sant’Anna di Stazzema, Lucca, 12 agosto 1944″. Ma è un’onorificenza alla memoria. Già, perché la madre di cui stiamo parlando venne uccisa in una calda estate di oltre settanta anni fa, il 12 agosto 1944, nella piccola frazione di Sant’Anna, comune di Stazzema. Si chiamava Genny Marsili Bibolotti: nata a Pietrasanta, la guerra l’aveva portata a sfollare tra le Alpi Apuane, considerandole un luogo sicuro da bombardamenti e attacchi. Assieme a Genny, l’avevano seguita il figlio Mario, di sei anni, gli anziani genitori e due fratelli.

eccidio-di-sananna-di-stazzemaMa venne il maledetto giorno del 12 agosto 1944. Quando le SS della 16 Panzergrenadier Division iniziarono il massacro, uccidendo chiunque si trovasse sul loro cammino, Genny venne presa e condotta in una stalla. Sebbene ferita, quando si accorse che un soldato tedesco era rientrato nella sua casa per controllare che tutti ne fossero usciti, angosciata dalla paura che anche il figlio, precedentemente nascosto dietro al camino, potesse essere catturato, si sfilò da un piede uno zoccolo, scagliandolo con forza sul volto del tedesco. Il suo sacrificio fu compiuto: attirata l’attenzione del militare, che la finì con una scarica di mitra, riuscì con il suo gesto, disperato e coraggioso al tempo stesso, a salvare la vita al piccolo Mario. Poco dopo, le SS dettero fuoco alla stalla in cui si trovavano i corpi di Genny, dei due fratelli e dei genitori, mentre il bambino, ancora nascosto, resistette ancora diverse ore prima di uscire e cercare aiuto, con il corpo gravemente ustionato. In tutto, quel giorno, morirono 560 persone: 130 erano i bambini, ma grazie al coraggio e all’amore di una madre, uno riuscì a salvarsi.

Bernacca e Baroni, i volti della meteorologia italiana

edmondo-bernaccaLa meteorologia è quella branca delle scienze fisiche e naturali che, studiando i fenomeni che avvengono nell’atmosfera terrestre, porta a formulare una serie di previsioni, cercando di determinare, appunto, il tempo atmosferico. Nelle parole di un meteorologo italiano, “le previsioni si chiamano così perché esprimono una probabilità che si verifichi un evento, altrimenti le chiameremmo certezze, le certezze meteorologiche”: frase che venne pronunciata da Andrea Baroni, che, assieme al collega e amico Edmondo Bernacca, divenne uno dei volti più noti agli Italiani che seguivano le trasmissioni della RAI dedicate alla meteorologia. Bernacca e Baroni provenivano entrambi dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare che, con la diffusione dei televisori in ogni casa, fornì propri uomini per la realizzazione di programmi per la divulgazione delle previsioni atmosferiche.

andrea-baroniMa la storia dei due Colonnelli (questo il grado rivestito al momento dell’inizio della collaborazione con la RAI), aveva avuto inizio da più lontano, quando l’Italia era anche una Monarchia e l’Arma Azzurra si chiamava ancora Regia Aeronautica. Arruolatisi entrambi sul finire degli Anni Trenta, Edmondo Bernacca prestò il suo servizio fin da subito nel ramo della meteorologia, dapprima presso la Scuola d’Applicazione dell’Aeronautica di Firenze e in seguito presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare di Taranto. Andrea Baroni fu un uomo che operò, invece, più sul campo: allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo un’iniziale carriera nel Corpo del Genio Aeronautico, dove si dedicò allo studio e al collaudo del biplano da addestramento Breda Ba.25, nel maggio 1941 venne incaricato di ripristinare le stazioni meteorologiche distrutte dagli Alleati da Tobruk a Derna. Dal 1943, e fino al marzo 1945, giorno della sua fuga, venne poi internato in campo di concentramento tedesco, passando dall’Ucraina, alla Polonia, alla Germania.

articoloLe strade dei due ufficiali si incrociarono a partire dagli Anni Sessanta e Settanta: il Colonnello Bernacca, come iniziò ad essere affettuosamente chiamato dagli Italiani, iniziò la conduzione del programma Che tempo fa?, grazie al quale, con la sua dialettica raffinata ma semplice, fece familiarizzare le famiglie con la “sua” scienza atmosferica. Nel 1973 venne affiancato dal suo parigrado Andrea Baroni, con cui nacque una fraterna amicizia. Non mancò anche qualche piccolo scontro di vedute, come quello ripreso dai quotidiani, in cui Baroni arrivò ad affermare che il clima, nei successivi vent’anni, avrebbe subito dei mutamenti, tanto che l’estate sarebbe assomigliata all’autunno. Lapidario, a tal proposito, il commento del suo collega (ed amico): “Non siamo stregoni, non possiamo prevedere oltre i tre giorni”. Ma al di la di tutto, il legame tra i due rimase indissolubile: Edmondo Bernacca si spense a Roma nel 1993, mentre Andrea Baroni nel novembre 2006, non prima però di aver inaugurato, l’11 maggio precedente, presso l’Osservatorio Astronomico Franco Fuligni, in località Vivaro, nel comune di Rocca di Papa sui colli romani, la Stazione Meteorologica Automatica Edmondo Bernacca.

Gennaro Sora, l’Eroe del Polo

dirigibile-italia“Dal finestrino guardo il pack, vedo che si avvicina, ritengo l’urto inevitabile. Il mio istinto aviatorio si risveglia. Vedo la poppa e gli impennaggi puntati sul ghiaccio, vedo il ghiaccio che si solleva e che ci investe di traverso. Sento un immane scroscio, come di un enorme fascio di canne infranto, e poi non vedo più niente: tutto è diventato buio. Vedo il dirigibile che va via di traverso. Lo vedo in aria per la prima e ultima volta. Ne pendono numerose corde, sulla fiancata spicca la scritta Italia. Sono le 10:33 del 25 maggio”. Così ricorda il drammatico schianto al Polo Nord Felice Trojani, il timoniere della spedizione guidata dal Generale Umberto Nobile nel 1928 a bordo del Dirigibile Italia: nello schianto sulla calotta polare dell’Artide, rimase ucciso Vincenzo Pomella, motorista, mentre altri sei membri dell’equipaggio (i motoristi Calisto Ciocca, Attilio Caratti, Ettore Arduino e Renato Alessandrini, il fisico Aldo Pontremoli ed il giornalista del Popolo d’Italia Ugo Lago) scomparvero per sempre a bordo dell’aeronave che, alleggerita dal peso della cabina di pilotaggio rimasta sui ghiacci, si alzò nuovamente in aria per continuare il volo ormai senza alcun controllo. Quando in Italia , e nel resto del mondo, fu chiara la tragedia che era avvenuta al Polo Nord, subito si mise in moto una eccezionale catena di soccorso: Norvegesi, Russi, Americani, Finlandesi, offrirono prontamente il loro aiuto, mettendo a disposizione navi, aerei e cani da slitta attrezzati per la ricerca. Ovviamente anche l’Italia fece la sua parte, mobilitando quegli uomini da sempre abituati ad operare tra il ghiaccio e le nevi: gli Alpini. E a capo della spedizione delle Penne Nere fu chiamato il Capitano Gennaro Sora, già eroe della Grande Guerra.

gennaro-sora-2Ma chi era Gennaro Sora, da allora ricordato come l’Eroe del Polo? Originario di Foresto Sparso, nel bergamasco, dove era nato nel 1892, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale fece molto parlare di sé: riuscì a meritarsi ben tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, ottenute in successivi scontri al comando della 52a Compagnia del Battaglione Alpini Edolo. Tra i suoi uomini, con i quali strinse un forte legame, vi era anche Cesare Battisti, che lo soprannominò Muscoletti, per la sua bassa statura e la sua forza fisica impressionante. Gennario Sora, con i suoi Alpini, operò per tutta la durata della guerra nei settori di Cima Albiolo, sul Mandrone, sul Montozzo e ai Monticelli, dove, ad una quota di oltre 2430 metri, conquistò un caposaldo austriaco il 28 maggio 1918. E proprio per la grande esperienza acquisita durante il conflitto contro l’Austria, il Capitano Sora venne scelto per guidare una pattugli di Alpini tra il pack dell’Artide alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio scomparso. Giunto con nell’area di ricerca con quella che passerà alla storia come la Pattuglia Artica, composta da altre otto Penne Nere, il 3 giugno 1928, Gennaro Sora decise di iniziare subito le ricerche, purtroppo infruttuose. Soltanto tre giorni dopo, il 6 giugno, la Nave Soccorso Città di Milano, riuscì a captare dei flebili segnali di soccorso, provenienti da una radio da campo miracolosamente salvatasi nello schianto.

sora-e-van-dongenIntanto, il giorno 17, Sora poté riprendere le ricerche, ma questa volta non c’erano più i suoi fidati Alpini: con lui, si affiacarono un ingegnere danese, Ludwig Warming, ed un conducente di cani da slitta, il norvegese Sjef Van Dongen. In realtà, già il 13 giugno l’ufficiale italiano aveva ripreso, senza autorizzazione e rasentando l’insubordinazione, le operazioni di ricerca: fu solo in un secondo momento raggiunto dall’ordine di ricerca di tre naufraghi in cerca di aiuto: i navigatori Filippo Zappi e Adalberto Mariano e il fisico norvegese Finn Malgrem, si erano avventurati sui ghiacci alla ricerca anch’essi dei soccorsi. Nella marcia, Malgrem, stremato dalla fatica e dal freddo, non sopravvisse, mentre gli altri due uomini furono in seguito tratti in salvo. Intanto, Sora e Van Dongen proseguivano la ricerca (Warming desistette per la fatica rientrando alla base di partenza): ma anche per i due soccorritori i viveri iniziarono a scarseggiare. Solo dopo 350 km percorsi tra mille difficoltà, Sora e Van Dongen vennero recuperati da due idrovolanti: era il 13 luglio 1928 e i sopravvissuti del Dirigibile Italia erano già stati recuperati dal Rompighiaccio Krassin, battente bandiera russa. Da ricordare anche la scomparsa del più grande esploratore polare: il 18 giugno, Roald Amudesn scomparve con il suo aereo nel Mar Glaciale Artico, nel vano tentativo di individuare la Tenda Rossa, il Generale Nobile e i suoi uomini. La determinazione dell’ufficiale alpino, però, fu ancora più forte: si offrì, infatti, volontario per guidare una nuova spedizione per ricercare i resti del dirigibile e gli uomini dispersi.

colonnello-gennaro-soraRientrato in Italia, venne promosso Maggiore nel 1934, in ritardo, a causa della sua insubordinazione durante i soccorsi e l’istituzione di una commissione di inchiesta sul suo comportamento. Con l’inizio delle operazioni in Africa Orientale, che poi porteranno alla conquista dell’Etiopia, Gennaro Sora fu chiamato al comando del Battaglione Alpini Speciale Uork Amba, con compiti di presidio, protezione e polizia: nell’aprile 1939, durante un’operazione volta alla repressione della resistenza abissina nei confronti dei soldati italiani, il suo reparto partecipò a quello che è passato alla storia come massacro di Gaia Zeret, nel corso del quale le forze italiane utilizzarono anche armi chimiche contro la popolazione etiope. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò ancora in Africa Orientale, dove, al comando del XX Battaglione si rese protagonista della conquista del Somaliland inglese: il 12 aprile 1941, dopo la capitolazione italiana, fu fatto prigioniero dalle truppe sudafricane ed internato in un campo di prigionia in Kenya. Liberato a fine guerra, il 12 maggio 1945, rientrò in Italia, dove, con le nuove Forze Armate repubblicane e con il grado di Colonnello, fu destinato al comando del Distretto Militare di Como. Nel 1949, fu stroncato da un attacco cardiaco: per tutte le Penne Nere, però, restò l’Eroe del Polo.

L’odissea della lancia IA463 nel Mar Rosso

cacciatorpedinieremaninVarato il 1° maggio 1927, il Cacciatorpediniere Manin, assieme ai gemelli, Sauro, Battisti e Nullo, faceva parte della III Squadriglia Cacciatorpediniere, dislocata nel Mar Rosso e con base a Massaua. Quando, dopo l’entrata in guerra dell’Italia e le alterne vicende belliche in Africa Orientale, quando si approssimò la fine dell’impero coloniale voluto e creato da Benito Mussolini, anche la Regia Marina fu costretta a prendere una difficile decisione: per quelle unità dotate di scarsa autonomia, e incapaci di raggiungere porti amici o neutrali, fu ordinato di compiere una missione suicida o, in alternativa, autoaffondarsi. I sei cacciatorpediniere italiani (oltre ai tre della III Squadriglia, erano presenti anche il Tigre, il Leone e il Pantera, della V Squadriglia) furono così dirottati verso Port Sudan e Suez, due tra le più difese basi inglesi, contro le quali avrebbero riversato tutto il fuoco disponibile prima di autoaffondarsi. Con il Leone fuori combattimento a causa di un incendio a bordo, le restanti cinque unità furono dirottate tutte verso Port Sudan: il 2 aprile 1941 iniziò l’attacco: poco dopo essere salpate, il Battisti dovette autoaffondarsi per un’avaria ai motori. All’alba del giorno dopo, una formazione di circa settanta tra bombardieri Bristol Blenheim e aerosiluranti Fairey Swordfish attaccarono il gruppo navale italiano.

fabio-gnettiIl Sottotenente di Vascello Fabio Gnetti, ufficiale del Manin, così ricorda quello scontro: “Il Sauro salta per aria, distrutto in pochi secondi, da una bomba d’aereo inglese sparendo nella vampa dello scoppio del deposito di munizioni prodiero. La sola prua svetta verso il cielo nell’immane deflagrazione che causa anche la perdita dell’aereo nemico, per ripiombare indietro e sparire, lasciando in superficie pochi relitti e qualche naufrago. Gli altri due Caccia, Tigre e Pantera, riescono a raggiungere la costa araba ed autoaffondarsi dopo diverse peripezie”. A questo punto, soltanto il Manin resisteva: riuscì a manovrare sotto i furiosi attacchi della RAF inglese per oltre due ore, prima di essere colpito da due bombe da oltre 400 kg che lo immobilizzarono. Solo allora venne ordinato di abbandonare l’unità e di autoaffondarla: nel tentativo rimasero uccisi il Comandante in Seconda, Tenente di Vascello Armando Crisciani, il Direttore di Macchina, Capitano del Genio Navale Rodolfo Batagelj, e il Sottocapo Silurista Ulderico Sacchetto. Fabio Gnetti, assieme ad una quarantina di uomini, presero posto sulla lancia contrassegnata IA463.

nave-gradiscaGli uomini furono così protagonisti di una lunga odissea nel Mar Rosso, fino al 10 aprile 1941, quando riuscirono ad approdare sulle coste dell’Arabia Saudita. Ma in quella settimana di mare, molte furono le sofferenze e i patimenti sofferti dall’equipaggio: costretti a razionare cibo e acqua, tre di loro non sopravvissero al caldo, alle fatiche che il naufragio comportava e alle ferite riportate durante l’attacco aereo inglese. I Sottocapi Alberto Ferraro e Tullio Crivellaro e l’Ascaro Mohamed Adum, furono gli uomini che non resistettero alla traversata: ricevuti gli onori militari da parte del Sottotenente di Vascello Fabio Gnetti e dei suoi uomini, i loro corpi furono calati in mare e affidati ai flutti secondo le più antiche tradizioni marinaresche. E’ sempre il giovane ufficiale Gnetti a ricordare quei drammatici giorni nelle sue memorie: “Non possediamo né bussola né altri strumenti nautici. Ci dirigiamo di giorno col sole, di notte ci orizzontiamo con la luna e le stelle, ma il cielo è spesso ricoperto di nubi che ci impediscono la vista di una qualsiasi costellazione”. La traversata del Mar Rosso ebbe termine il 10 aprile 1941, quando la lancia IA463 approdò sulle coste meridionali dell’Arabia Saudita: i marinai italiani furono presi in consegna da una tribù araba, per poi essere consegnati agli Inglesi e tenuti prigionieri per i successivi due anni. Il 21 marzo 1943, infatti, avvenne uno scambio di prigionieri tra Italiani e Inglesi: recuperati dalla Nave Ospedale Gradisca, Fabio Gnetti e i suoi uomini raggiunsero il porto di Bari il 27 marzo successivo.