Firenze, saltano i ponti

Battaglia di FirenzeEra considerato uno dei ponti più belli, non solo della città di Firenze, ma dell’Italia intera. C’è chi azzarda che era anche più bello del Ponte Vecchio, con le sue case affacciate sull’Arno dorato che scorre lento sotto di esso, con il suo Corridio Vasariano e le antiche botteghe dei maestri orafi. Capolavoro di Bartolomeo Ammannati, che seguì i disegni preparati da Michelangelo, il Ponte di Santa Trinita era Santa Trinitadiventato, con le sue arcate dolci e sontuose, motivo di vanto e orgoglio per un’intera città. E quando il fronte, nella torrida estate di agosto 1944 si attestò a Firenze, in tantissimi contavano sulla proclamazione, da parte delle autorità tedesche in luglio, del capoluogo toscano quale Città Aperta. Intanto, in città, iniziarono a giungere sempre più numerosi gli sfollati dalle campagne vicine, mentre le prime avanguardie alleate raggiungevano la periferia dell’Oltrarno, arrivando in vista di Firenze dal Belvedere di Piazzale Michelangelo. Subito, in quei frenetici giorni, iniziò la mediazione per risparmiare la culla del Rinascimento dai danni della guerra: il 29 luglio 1944, l’Arcivescovo Elia Dalla Costa vide sfumare ogni speranza, non appena i Tedeschi affissero per tutta la città i manifesti rivolti alla popolazione di sgomberare immediatamente le proprie abitazioni lungo Borgo San Jacopo, Via dei Bardi, Via Guicciardini, Via Por Santa Maria e le zone limitrofe. Anche il diretto interessamento del Console tedesco Gerhard Wolf di risparmiare quanto più possibile la città furono vani. Le forze tedesche, infatti, non avrebbero fatto l’errore compiuto a Roma, ovvero lasciare la Capitale senza colpo ferire, senza tentare di rallentare in qualche modo l’avanzata anglo-americana: due giorni dopo, 31 luglio, tutti i ponti sull’Arno, compresi Ponte Santa Trinita e Ponte Vecchio, vennero minati.

Ponte Santa TrinitaDa questo momento fu soltanto un conto alla rovescia. In città, per le strade, non si vedeva anima viva, quasi nessuno aveva il coraggio di avventurarsi fuori, neanche per andare alla ricerca di acqua e cibo. Il 3 agosto, il comando tedesco proclamava lo stato d’emergenza: chiunque fosse stato trovato per le strade, sarebbe stato immediatamente passato per le armi. È a questo punto che, tra il 3 e il 4 agosto 1944, accadde l’irreparabile. I Fiorentini vennero svegliati da boati sordi e violenti. Le strade sembravano sprofondassero, tanto forti furono le vibrazioni e le onde d’urto. Qualcuno più coraggioso si riversò in strada, con il cuore in gola e il fiato sospeso: iniziò un passaparola velocissimo, via via che il fumo e la polvere iniziarono a disperdersi. E, quello che fino ad allora era stato soltanto un pensiero, prese sempre più corpo: i ponti di Firenze non esistevano più, fatti saltare dalle truppe tedesche che avevano sgomberato l’Oltrarno. Si salvò soltanto il Lieblingsbrucke, il ponte preferito di Adolf Hitler, quel Ponte Vecchio di cui si innamorò durante la sua visita a Firenze, assieme a Benito Mussolini, nel 1938. Ma vi un ponte, quella notte, che non volle cedere, che fino all’ultimo sfidò la barbarie di chi violentò una città intera, la sua arte e la sua storia: il Ponte di Santa Trinita, da sempre ritenuto il più bello.

Firenze devastataRicorda così, nelle sue memorie, Piero Calamandrei: “Alla prima esplosione sul cader della notte scrollò appena le spalle e restò in piedi. Allora i manigoldi ritentarono di far saltare i piloni, ma invano. Allora lavorarono alla disperata tutta la notte ad avviluppare in una gabbia d’esplosivo l’intera arcata: e solo così, vicino all’alba, riuscirono a farlo saltare. Questo affannarsi notturno di ombre crudeli contro il ponte che resisteva somiglia ad una scena di tortura: anche il vecchio ponte, colpevole di aver resistito, fu condannato a perire di morte lenta, sotto i supplizi dei Tedeschi”. I Fiorentini, e il mondo intero, dovettero aspettare fino al 16 marzo 1958 per ammirare nuovamente il capolavoro dell’Ammannati: sotto la guida dell’Architetto Riccardo Gizdulich e dell’Ingegnere Emilio Brizzi, che seguirono fedelmente gli antichi progetti, Santa Trinita venne infine ricostruito “come era e dove era”, con le sue arcate, i suoi piloni e le quattro statue delle Stagioni ricollocate ai quattro angoli di accesso del Ponte.

Laura D’Oriano, la spia del mare

Laura D'Oriano“Cosic tra qualche giorno invierà a Genova una donna che si presenterà a tal Ragusa Maria, via San Donato 2, perché le dia ospitalità qualche giorno. La donna che dovrà entrare in Italia sarebbe molto attiva nell’organizzazione spionistica di cui fa parte Cosic. Si sarebbe più volte recata nella zona della Francia occupata ed in Germania e godrebbe di particolare considerazione da parte del capo del centro di spionaggio inglese di Marsiglia”. Questo è quanto riporta un’informatore ignoto agli addetti del controspionaggio italiano nel dicembre 1941, a proposito dell’imminente ingresso nel Paese, che avverrà in forma clandestina, di una presunta spia avente legami con agenti francesi e, presumibilmente, inglesi. Cosic, infatti, come riporta un successivo rapporto del 12 maggio 1942, a firma del responsabile del Centro Controspionaggio dei Carabinieri di Torino, Capitano Ettore Saraco, “è il falso nome di un dirigente il centro dello spionaggio inglese in Marsiglia. È, anzi, quegli che manovra gli agenti, dà loro le istruzioni, i compensi e gli incarichi”. Pertanto, sia il Controspionaggio che il SIM, il Servizio Informazioni Militare, diretto nel periodo bellico dall’astuto e abile Generale Cesare Amé, il primo a strutturare in Italia l’intelligence in senso moderno, si attivano prontamente per scoprire la vera identità della donna inviata nella penisola allo scopo di carpire informazioni di carattere militare.

Falsi documenti Laura D'OrianoCome Mata Hari nel corso del primo conflitto mondiale, la spia sfrutta il suo fascino seducante e accattivamente per ingraziarsi ufficiali e soldati italiani. La prima missione affidatagli la vede operare a Bordeaux: nello specifico, grazie all’aiuto di tre ignari militari italiani della Regia Marina, riesce a introdursi presso BETASOM, la base italiana dei sommergibili in Francia, riportando all’Intelligence Service britannico, per mezzo del misterioso Agente Cosic, i movimenti dei mezzi subacquei italo-tedeschi di volta in volta giunti all’ormeggio o usciti in missione. Ancora oggi, non è del tutto noto quanto abbiano influito le informazioni passate da Bordeaux dall’affascinante spia del mare, conosciuta per adesso con il nome di Laura Fantini, nelle perdite di mezzi subacquei da parte della Regia Marina. La missione spionistica in territorio francese, però, si rivelerà essere soltanto un banco di prova per operazioni ben più rischiose, da svolgere questa volta in Italia: l’obiettivo è ancora una volta il naviglio e i mezzi militari della Regia Marina. Così, valutato positivamente il lavoro svolto presso BETASOM, il servizio segreto britannico ragguaglia attentamente Laura Fantini sul prossimo, delicato, obiettivo: munita di circa novemila lire per le proprie necessità e di documenti falsi, la spia al soldo degli Inglesi dovrà recarsi nelle città di Genova e Napoli, osservare scrupolosamente i movimenti delle navi italiane e riferli prontamente ai propri superiori.

Processo a Laura D'OrianoQuesta volta, però, gli uomini del SIM, e del Controspionaggio in particolare, questi ultimi guidati dal già citato Capitano Saraco, sono in stato di allerta, tanto da “agganciare” la spia non appena varcata clandestinamente la frontiera. L’ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, esperto in missioni sotto copertura e in pedinamento, opera in maniera attenta e scrupolosa: il suo nucleo, infatti, non arresta immediatamente le spie individuate, me ne segue i movimenti, gli spostamenti, monitora gli incontri, ne intercetta la corrispondenza, spesso scritta con inchiostro simpatico o in codice, così da poter catturare non un solo elemento, ma tutta la rete. Così, quando il 12 dicembre 1941, esattamente come l’informativa anonima aveva indicato, una misteriosa viaggiatrice si reca all’indirizzo comunicato a Genova, il Controspionaggio annota: la donna “si ferma qualche tempo ad osservare e ad annotare le caratteristiche dell’Incrociatore Bolzano, in riparazione nel bacino delle Grazie; più tardi si reca allo scalo ferroviario ove prende visione dell’orario dei treni; spedisce due cartoline, subito intercettate”. Grazie alle missive intercettate, inizia a dipanarsi la fitta rete di informatori e agenti ingaggiati dal Secret Intelligence Service inglese.

Processo a Laura D'Oriano-1Una successiva lettera dal chiaro contenuto informativo, in cui Laura Fantini riporta con inchiostro simpatico e con simboli le navi ancorate nel porto di Genova, viene intercettata dal controspionaggio: il destinatario è un certo Aldo Rossetti, residente a Marsiglia. Quest ultimo è un destinatario intermedio: non appena ricevute le informazioni, suo compito è girarle ad Emilio Brayda, collegamento diretto tra le spie italiane e gli agenti stranieri franco-britannici. La vera identità della donna, però, continua a rimanere un mistero. Due giorni dopo il suo arrivo arrivo a Genova, l’affascinante spia parte in treno alla volta di Napoli. Il suo pedinamento continua: “si dirige verso il molo Razza (porto), percorre via della Marina, dove avvicina un milite della milizia ferroviaria con il quale si accompagna per circa mezz’ora”. Per Laura Fantini, però, inizia il conto alla rovescia per l’identificazione e la cattura: sicura di non essere stata ancora individuata dagli agenti italiani del controspionaggio, decide di concedersi un periodo di riposo, facendo tappa a Roma, dalla famiglia d’origine. L’ultimo tassello è messo al suo posto. Il Capitano Saraco può così accertare che Laura Fantini altri non è che Laura D’Oriano, nata a Costantinopoli il 27 settembre 1911, di nazionalità svizzera per matrimonio, residente a Nizza, di professione viaggiatrice di commercio. Sono gli ultimi giorni liberi di Laura D’Oriano: il giorno di Santo Stefano, 26 dicembre 1941, mentre si trova alla stazione di Napoli, in attesa di un treno, viene bloccata e tratta in arresto.

Non passa molto tempo prima che dichiari la sua vera identità e la sua attività spionistica, incalzata dalle domande degli uomini del controspionaggio: “tengo solo a dichiarare che se ho agito male non l’ho fatto per odio, ma solo perché trascinata dalla vita stessa che conducevo”, dirà durante l’interrogatorio del 28 dicembre. Portata davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, un perito appositamente convocato valuta attentamente le informazioni che era riuscita a procacciarsi: “quelle relative alla base di Bordeaux rientrano tra quelle di carattere segreto, in quanto esse riguardano la consistenza numerica, nonché i movimenti di nostre unità subacquee […]. Quelle che la D’Oriano si procacciò durante la sua sosta a Genova e a Napoli rientrano ugualmente tra quelle di carattere segreto […]. Non è possibile stabilire quale riflesso diretto o indiretto abbia avuto l’azione della D’Oriano sulla perdita di nostre unità subacquee di guerra dislocate a Bordeaux”. Il 15 gennaio 1943 arriva la sentenza: “il Tribunale, in mancanza di elementi  che possano comunque autorizzare la concessione di circostanze attenuanti, deve infliggere la pena capitale. Gli altri imputati, invece, riescono a cavarsela: Aldo Rossetti è condannato a 15 anni di reclusione, mentre Emilio Brayda (unitamente ad un certo Eugenio Rey, suo fiduciario e suo sostituto in caso di ricezione delle missive segrete) vengono assolti con formula dubitativa, complice il fatto di prestarsi ad azioni doppiogiochiste una volta fiutato il pericolo. Il giorno seguente, 16 gennaio, la sentenza viene eseguita. Condotta al Forte Bravetta «alle ore 07.07 del soprascritto giorno, è avvenuta l’esecuzione mediante la fucilazione”. Laura d’Oriano resta ancora oggi l’unica donna giustiziata per spionaggio nel corso del secondo conflitto mondiale da parte del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Ma la vera conclusione dell’intero caso ce la offre Mimmo Franzinelli: “l‘aspetto sconcertante nel caso D’Oriano è il totale controllo del controspionaggio sulla sua missione, dall’ingresso in Italia fino all’arresto: la si lasciò agire indisturbata fino al momento ritenuto più opportuno per troncarne l’attività”.

Il Processo ai Dottori

Karl Brandt a NorimbergaEbbe inizio il 9 dicembre 1946: il Processo ai Dottori, fu il primo di dodici processi “secondari” celebrati dalle autorità statunitensi nei confronti delle alte gerarchie naziste al termine del secondo conflitto mondiale a Norimberga. In tutto gli imputati furono ventitré, tra ufficiali appartenenti alle SS e pseudomedici e scienziati del Reich, accusati di crimini contro l’umanità e di guerra, avendo svolto esperimenti scientifici su esseri umani all’interno dei campi di concentramento, utilizzando come vere e proprie cavie prigionieri e deportati. Caratteristica di questo processo (e degli altri undici che seguirono) fu la costituzione della Corte: non più l’International Military Tribunal, che aveva promosso il processo principale a Norimberga, ma bensì corti militari statunitensi. Tra gli indiziati principali, Karl Brandt, medico personale di Adolf Hitler, nonché il principale artefice e responsabile del programma nazista di eugenetica, il famigerato Aktion T4, che avrebbe dovuto eliminare ogni persona disabile nei territori conquistati dalla Germania; Vikor Brack, ideatore del programma di sterilizzazione di massa verso i non tedeschi per la purificazione della razza ariana; Rudolf Brandt, assistente personale di Heinrich Himmler, selezionatore delle cavie umane da impiegare negli esperimenti.

Esperimenti sull'altitudineLe imputazioni a carico dei medici e scienziati nazisti vennero elencate il 25 ottobre 1946: da quel momento, furono in tutto ascoltati 85 testimoni, per lo più sopravvissuti ai campi di concentramento, ed esaminati oltre 1470 documenti. Come riporta Jean Dumont, curatore della Storia segreta della Gestapo, ricorda come il progetto di sterilizzazione di Brack fosse di “una grottesca criminalità. Esso consisteva nel far avvicinare le persone da trattare ad uno sportello col pretesto di compilare dei moduli. L’impiegato, seduto dietro lo sportello, manovra un bottone, mettendo in azione simultaneamente due lampade in direzione dei genitali. Questo metodo riuscì a fare centinaia di vittime, più o meno gravemente ustionate”. Gli esperimenti compiuti, però, si rivolgevano anche verso lo studio della mancanza d’aria ad elevate altitudini, simulando in speciali locali, in cui venivano rinchiusi i prigionieri, quote di 2000 metri e più. Molti di questi pseudo-studi, compiuti prevalentemente nel campo di concentramento di Dachau, si indirizzarono verso l’analisi degli effetti sull’organismo umano di agenti patogeni, infettando con virus e batteri i prigionieri inconsapevoli.

Aktion T4Durante il processo, che terminò il 20 agosto 1947, con la condanna a morte di sette imputati e l’assoluzione di altri sette (i rimanenti furono condannati a pene detentive più o meno lunghe a seconda dei capi di accusa), misero in luce quanto di più inumano potesse generare la mente dell’uomo. Tra l’agosto 1942 e il maggio 1943, vennero condotti esperimenti sul freddo, esponendo i prigionieri a temperature di oltre 25 gradi sotto zero o immergendoli all’interno di grandi vasche di acqua gelata: secondo gli scienziati del Reich, questi test dovevano fornire indicazioni preziose per prevenire il congelamento in mare dei piloti della Luftwaffe e dei marinai della Kriegsmarine. Chiude così André Brissaud un suo studio sulle atrocità mediche dei Nazisti: “Durante il processo di Norimberga, il Dottor Karl Brandt, affermò la legittimità delle esperienze fatte nei campi di concentramento, perché egli stesso era convinto della necessità di simili esperienze per la sopravvivenza del Reich. Dopo aver scatenato l’inumano, i Nazisti pretendevano di essere umani”.

Gli Angeli Sterminatori. L’epopea delle tiratrici scelte sovietiche

Dopo la storia delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Gian Piero Milanetti torna in libreria con un nuovo volume. Gli Angeli sterminatori, questo il titolo della nuova “fatica, ci racconta un’altra epopea quasi sconosciuta (anche in Russia se ne sa veramente poco): quella delle tiratrici scelte dell’Armata Rossa, soldatesse che inflissero gravi perdite tra le fila dell’esercito tedesco. Abbiamo incontrato l’autore e scambiato qualche parola in merito al volume.

1. Dopo Le Streghe della Notte, ovvero la fantastica epopea delle aviatrici sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la nuova fatica esplora un altro capitolo poco conosciuto del conflitto: quelle delle cecchine, veri e propri “Angeli Sterminatori”. Da dove nasce questo libro?

Gli Angeli SterminatoriQuando iniziai a interessarmi alle aviatrici sovietiche della Seconda Guerra Mondiale, scoprii  presto, consultando le fonti, che a combattere contro i Tedeschi, durante quella che i Russi chiamavano la Grande Guerra Patriottica, non erano state soltanto donne pilota, ma anche delle tiratrici scelte. E non erano dei casi isolati. Si calcola che fossero più o meno duemila. Era un fatto assolutamente straordinario, senza precedenti e in pratica senza seguito. Fui molto colpito perché la vita sui campi di battaglia del fronte orientale erano particolarmente dure: condizioni meteo e ambientali proibitive,  combattimenti anche corpo a corpo di estrema ferocia, privazioni e scomodità al di là dell’immaginabile. In seguito scoprii che queste eroine  non dovevano vedersela solo con la Wehrmacht, ma anche combattere i pregiudizi, il maschilismo e gli abusi dei propri commilitoni. Così, mentre raccoglievo dati, foto e informazioni sulle aviatrici sovietiche, lavoravo anche sul progetto di una storia delle cecchine sovietiche. Ma è stata una ricerca per certi versi più difficile perché il materiale, testi e soprattutto fotografie, su di loro è molto più scarso. Non a caso Gli Angeli Sterminatori è il primo libro mai pubblicato in Italia sulle cecchine sovietiche ed il secondo mai pubblicato in Occidente.  Nell’ex URSS queste eroine sono quasi del tutto dimenticate. Ho voluto onorarne la memoria almeno in Italia.

2. Tra le tante storie, una in particolari ci ha colpiti: quella di Lyudmila Pavlichenko che, oltre ad essere stata la più abile, si fece portatrice e divenne la voce oltreoceano per l’apertura di un secondo fronte. Ci parli brevemente di lei?

Lyudmila PavlichenkoLyudmila Pavlichenko è stata la più grande tiratrice scelta della storia e uno dei più grandi cecchini in assoluto. In un solo anno di combattimenti, ha colpito più nemici lei della stragrande maggioranza di franchi tiratori, non solo sovietici, di tutta la Seconda Guerra Mondiale: 309, molti dei quali tiratori scelti di grande abilità. Se non fosse stata “ritirata” dopo solo un anno e destinata da Stalin in persona all’addestramento di altri tiratori scelti, e fosse sopravvissuta, ovviamente, la Pavichenko sarebbe diventata probabilmente  il più grande cecchino di tutti i tempi. Oltre a possedere le qualità di tutti i franchi tiratori di successo, era una persona straordinaria, di grande intelligenza, cultura e personalità. Prima di arruolarsi aveva lavorato come arrotino in un arsenale di Kiev, mentre nel tempo libero praticava il tiro a segno in un’associazione paramilitare della fabbrica, e aveva studiato storia all’università della capitale ucraina per quattro anni.  In questo ricorda le aviatrici sovietiche, che prima e dopo essere delle straordinarie combattenti dell’aria, erano delle ragazze molto intelligenti, spesso molto colte, e multitasking come si dice oggi, capaci di cimentarsi con  successo in campi di attività molto diversi.

3. Celebre è il film Il nemico alle porte, con l’epico scontro tra due cecchini tra le rovine di Stalingrado. Quanto influirono queste donne nel morale dei soldati al fronte?

C’è anche un film del 2015 dedicato a Lyudmila Pavlichenko, La battaglia di Sebastopoli, purtroppo del tutto sconosciuto da noi, perché di produzione russo-ucraina. Comunque, per rispondere alla sua domanda, le cecchine al fronte rincuorarono, anche solo con la loro presenza, i soldati dell’Armata Rossa. Li motivarono, a volte li trascinarono in attacchi vittoriosi.  E, bisogna dire, risvegliarono in loro anche passioni e sentimenti che la guerra aveva sepolto.

4. Dopo le Streghe e gli Angeli ha in serbo qualche altra sorpresa per gli appassionati di storia? C’è qualche altra storia poco raccontata del secondo conflitto mondiale in terra russa che vorrebbe narrare?

Lyudmila Paulichenka with Maria Aleksejevna KoskinaunaCi sono molte storie ancora seppellite in parte o totalmente negli archivi ex-sovietici che purtroppo con l’avvento di Putin sono stati chiusi agli stranieri. Ma anche delle storie già raccontate, come quelle delle Streghe della Notte in realtà c’è molto ancora da dire e da scrivere perché ci sono tanti aspetti non strettamente militari o operativi che non sono stati raccontati. Stavo pensando di scrivere un romanzo storico su di loro basato rigorosamente su personaggi reali fatti realmente accaduti e ambientazioni precise. Un romanzo corale, che racconti le emozioni non solo del combattimento, le relazioni strette tra quelle ragazze, i loro pensieri, i loro sogni. Perché erano grandi emozioni e passioni che e spingevano a compiere le loro grandi imprese.

Lo zoccolo di Genny

genny-marsiliNiente è più grande dell’amore di una madre verso il proprio figlio, anche quando le vengono puntati contro fucili e mitragliatrici. Piero Calamandrei l’ha definita “simbolo della Resistenza popolana che osa scagliare contro i lanciafiamme la sua inerme furia materna” e il Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, il 3 febbraio 2003, le ha conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile: “Con istintivo ed amoroso slancio, anche se gravemente ferita, per salvare la vita al figlioletto che aveva nascosto, non esitava a richiamare su di sè l’attenzione di un soldato tedesco, scagliando sul medesimo il proprio zoccolo, ottenendo in risposta una raffica di mitraglia che ne stroncava la giovane esistenza. Nobile esempio di amore materno spinto fino all’estremo sacrificio. Sant’Anna di Stazzema, Lucca, 12 agosto 1944″. Ma è un’onorificenza alla memoria. Già, perché la madre di cui stiamo parlando venne uccisa in una calda estate di oltre settanta anni fa, il 12 agosto 1944, nella piccola frazione di Sant’Anna, comune di Stazzema. Si chiamava Genny Marsili Bibolotti: nata a Pietrasanta, la guerra l’aveva portata a sfollare tra le Alpi Apuane, considerandole un luogo sicuro da bombardamenti e attacchi. Assieme a Genny, l’avevano seguita il figlio Mario, di sei anni, gli anziani genitori e due fratelli.

eccidio-di-sananna-di-stazzemaMa venne il maledetto giorno del 12 agosto 1944. Quando le SS della 16 Panzergrenadier Division iniziarono il massacro, uccidendo chiunque si trovasse sul loro cammino, Genny venne presa e condotta in una stalla. Sebbene ferita, quando si accorse che un soldato tedesco era rientrato nella sua casa per controllare che tutti ne fossero usciti, angosciata dalla paura che anche il figlio, precedentemente nascosto dietro al camino, potesse essere catturato, si sfilò da un piede uno zoccolo, scagliandolo con forza sul volto del tedesco. Il suo sacrificio fu compiuto: attirata l’attenzione del militare, che la finì con una scarica di mitra, riuscì con il suo gesto, disperato e coraggioso al tempo stesso, a salvare la vita al piccolo Mario. Poco dopo, le SS dettero fuoco alla stalla in cui si trovavano i corpi di Genny, dei due fratelli e dei genitori, mentre il bambino, ancora nascosto, resistette ancora diverse ore prima di uscire e cercare aiuto, con il corpo gravemente ustionato. In tutto, quel giorno, morirono 560 persone: 130 erano i bambini, ma grazie al coraggio e all’amore di una madre, uno riuscì a salvarsi.

Bernacca e Baroni, i volti della meteorologia italiana

edmondo-bernaccaLa meteorologia è quella branca delle scienze fisiche e naturali che, studiando i fenomeni che avvengono nell’atmosfera terrestre, porta a formulare una serie di previsioni, cercando di determinare, appunto, il tempo atmosferico. Nelle parole di un meteorologo italiano, “le previsioni si chiamano così perché esprimono una probabilità che si verifichi un evento, altrimenti le chiameremmo certezze, le certezze meteorologiche”: frase che venne pronunciata da Andrea Baroni, che, assieme al collega e amico Edmondo Bernacca, divenne uno dei volti più noti agli Italiani che seguivano le trasmissioni della RAI dedicate alla meteorologia. Bernacca e Baroni provenivano entrambi dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare che, con la diffusione dei televisori in ogni casa, fornì propri uomini per la realizzazione di programmi per la divulgazione delle previsioni atmosferiche.

andrea-baroniMa la storia dei due Colonnelli (questo il grado rivestito al momento dell’inizio della collaborazione con la RAI), aveva avuto inizio da più lontano, quando l’Italia era anche una Monarchia e l’Arma Azzurra si chiamava ancora Regia Aeronautica. Arruolatisi entrambi sul finire degli Anni Trenta, Edmondo Bernacca prestò il suo servizio fin da subito nel ramo della meteorologia, dapprima presso la Scuola d’Applicazione dell’Aeronautica di Firenze e in seguito presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare di Taranto. Andrea Baroni fu un uomo che operò, invece, più sul campo: allo scoppio del secondo conflitto mondiale, dopo un’iniziale carriera nel Corpo del Genio Aeronautico, dove si dedicò allo studio e al collaudo del biplano da addestramento Breda Ba.25, nel maggio 1941 venne incaricato di ripristinare le stazioni meteorologiche distrutte dagli Alleati da Tobruk a Derna. Dal 1943, e fino al marzo 1945, giorno della sua fuga, venne poi internato in campo di concentramento tedesco, passando dall’Ucraina, alla Polonia, alla Germania.

articoloLe strade dei due ufficiali si incrociarono a partire dagli Anni Sessanta e Settanta: il Colonnello Bernacca, come iniziò ad essere affettuosamente chiamato dagli Italiani, iniziò la conduzione del programma Che tempo fa?, grazie al quale, con la sua dialettica raffinata ma semplice, fece familiarizzare le famiglie con la “sua” scienza atmosferica. Nel 1973 venne affiancato dal suo parigrado Andrea Baroni, con cui nacque una fraterna amicizia. Non mancò anche qualche piccolo scontro di vedute, come quello ripreso dai quotidiani, in cui Baroni arrivò ad affermare che il clima, nei successivi vent’anni, avrebbe subito dei mutamenti, tanto che l’estate sarebbe assomigliata all’autunno. Lapidario, a tal proposito, il commento del suo collega (ed amico): “Non siamo stregoni, non possiamo prevedere oltre i tre giorni”. Ma al di la di tutto, il legame tra i due rimase indissolubile: Edmondo Bernacca si spense a Roma nel 1993, mentre Andrea Baroni nel novembre 2006, non prima però di aver inaugurato, l’11 maggio precedente, presso l’Osservatorio Astronomico Franco Fuligni, in località Vivaro, nel comune di Rocca di Papa sui colli romani, la Stazione Meteorologica Automatica Edmondo Bernacca.