Ciaravolo e Borsini, due destini legati per sempre

Vincenzo CiaravoloC’è una scena toccante in El Alamein. La linea del fuoco, film del 2002 con protagonisti Pierfrancesco Favino, Emilio Solfrizzi e Paolo Briguglia. Durante la ritirata nel deserto africano, i Fanti della Divisione Pavia si imbattono in un Generale rimasto ignoto, senza nome, intento a scavare una fossa per il suo attendente deceduto. Un attendente che lo aveva seguito per oltre quindici anni: dopo avergli reso gli onori, estrae la pistola dalla fondina e si spara un colpo alla tempia. Due destini legati per sempre. Come quelli della nostra storia: Vincenzo Ciaravolo e Costantino Borsini, il primo marinaio di leva e il secondo Capitano di Corvetta, Comandante del Cacciatorpediniere Nullo, dislocato nel Mar Rosso. Due vite vissute in maniera diversa, che si incrociarono nel turbine del secondo conflitto mondiale e che, come i personaggi del film, restarono per sempre legate. Il giovane Vincenzo, originario di Torre del Greco, dove era nato nel 1919, imbarcò fin da ragazzo nella Marina Mercantile come semplice marittimo. Apparteneva ad una famiglia di marinai, semplici e umili, senza pretese se non quella di una vita dignitosa. A bordo del Piroscafo Lombardia, requisito dalla Regia Marina, partecipò ad alcune operazioni durante la campagna in Etiopia e il conflitto in Spagna. Quando partì a seguito della chiamata alla leva, l’Italia non era ancora entrata in guerra: dal 15 dicembre 1939 imbarcò sul Nullo, dove, dal maggio 1940, assunse il comando il Capitano di Corvetta Borsini.

Costantino BorsiniCostantino Borsini nacque a Milano nel 1906. Dopo essere entrato alla Regia Accademia Navale di Livorno, espletò diversi imbarchi su altrettante unità navali della Regia Marina, tra cui le Corazzate Giulio Cesare e Andrea Doria, sull’Esploratore Giovanni Da Verrazzano e sul Sommergibile Guglielmotti. Con il grado di Tenente di Vascello venne anche destinato presso le squadriglie idrovolanti, prima di far ritorno nuovamente sulle navi, prima sul Cacciatorpediniere Nembo e in seguito sulla Nave Coloniale Eritrea. Promosso al grado di Capitano di Corvetta assunse, quindi, il comando del Cacciatorpediniere Nullo. Ed è qui che il destino dei due uomini di mare si legò indissolubilmente, perché il Marinaio Ciaravolo ne divenne l’attendente personale. Lo scoppio della guerra, nel giugno 1940, li trovò a Massaua, presso la base navale italiana in Eritrea: per la nave italiana si profilarono diverse missioni nel Mar Rosso, alla vana ricerca di convogli britannici da attaccare ed affondare, senza tuttavia riuscire ad ingaggiare alcun combattimento. Il 21 ottobre 1940, però, assieme ad una formazione italiana, riuscì ad individuare a notte fonda un grosso convoglio inglese, composto da una trentina di mercantili, due cacciatorpediniere di scorta, un incrociatore leggero e tre sloops.

Caccia NulloLe navi italiane dovettero ritirarsi senza aver inflitto danni al convoglio inglese. Il Nullo, con un’avaria al timone che ne compromise la velocità, rimasto solo e isolato, venne raggiunto dal più veloce e meglio armato Cacciatorpediniere HMS Kimberly, che riversò un’ingente quantità di fuoco sulla nave italiana. Il Comandante Borsini, nonostante i gravi danni subiti, riuscì a manovrare fino all’Isola di Harmil: una volta sbarcato l’equipaggio con le lance di salvataggio, restò a bordo e si prodigò affinché il Nullo affondasse senza cadere nelle mani del nemico. Ed è a questo punto degli eventi che Vincenzo Ciaravolo decise di condividere il destino triste e beffardo del Comandante, del “suo” Comandante. Si gettò in mare e raggiunse a nuoto il Cacciatorpediniere che, sventrato ancora dalle cannonate, si inabissò poco dopo, legando per sempre le vite dei due “uomini di mare e di guerra”. Erano le 06:35 del 21 ottobre 1940. Ad entrambi, postuma, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Costantino Borsini, “Comandante di un Cacciatorprdiniere, durante l’attacco ad un grosso convoglio, giunto a contatto con siluranti ed incrociatori nemici, impegnava audacemente aspro combattimento, animando i dipendenti con l’esempio del proprio valore. Colpita la sua nave da numerosi colpi che ne menomavano irreparabilmente l’efficienza, persisteva nell’impari lotta con efficaci risultati, dando prova di fermezza, di grande serenità d’animo e di sommo sprezzo del pericolo. Dopo aver provveduto alla salvezza dell’equipaggio, rifiutava decisamente di abbandonare la nave e, impavido e fiero sul ponte di comando, volto verso il nemico, affondava con essa, incontrando sublime e gloriosa morte. Mar Rosso, presso l’Isola Harmil, 21 ottobre 1940”.

Nella motivazione di Vincenzo Ciaravolo si legge tutto il senso del Dovere verso il suo superiore diretto: “Coraggioso e tenace operatore di mezzi d’assalto di superficie, con altri valorosi, già imbarcato su silurante impegnata in aspro combattimento contro incrociatori e cacciatorpediniere nemici, con calma serena rimaneva durante tutta l’azione al fianco del suo Comandante, di cui era attendente. Ricevuto l’ordine di abbandonare la nave che affondava per i gravi danni riportati durante il combattimento, si gettava in mare: ma accortosi che il Comandante rimaneva al suo posto, spontaneamente risaliva a bordo in un generoso slancio di fedeltà e di altruismo, ben conscio del mortale pericolo al quale si esponeva. Nella sublime decisione di seguire la sorte del suo Comandante, affrontava con lui la morte gloriosa degli Eroi. Mar Rosso, presso l’isola di Harmil, 21 ottobre 1940”.

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L’assalto alla Diga di Walcheren

Bundesarchiv_Bild_101III-Weyer-036-28A,_Angehörige_der_Waffen-SS_mit_MPDanzig fu la parola in codice che venne diramata alle forze tedesche in attesa sul fronte occidentale nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1940. Quella strana guerra, la drole de guerre, era terminata: da quel momento, Tedeschi e Francesi (e, con loro, Olandesi, Belgi e Inglesi) non sarebbero più rimasti a fronteggiarsi senza sparare un colpo lungo il fronte occidentale, ma sarebbero scesi in guerra. E come primo passo vi fu la conquista dei Paesi Bassi, portata a termine in appena una settimana. Già nella giornata del 10 maggio, il Comando Supremo tedesco comunicava: “Oggi, alle 05.30, le truppe tedesche hanno varcato le frontiere dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo. La resistenza nemica in prossimità del confine è stata ovunque spezzata, in stretta collaborazione con l’arma aerea”. La blitzkrieg, quella guerra lampo sperimentata già con successo pochi mesi prima in Polonia, sbaragliò in poco tempo gli alleati occidentali: gli Olandesi, nonostante una strenua resistenza, nulla poterono contro le colonne corazzate tedesche, le cui avanguardie riuscirono ad impossessarsi delle principali rotabili e dei ponti, indispensabili per il proseguimento dell’avanzata, e degli aeroporti. Restava un punto nevralgico da conquistare, collegato da una sottile striscia di terra: gli isolotti di Walcheren e di Beveland, dove si ergeva una possente diga in cemento armato al cui interno si erano asserragliati gli ultimi difensori. Tra i reparti che presero parte all’assalto, vi furono anche gli uomini della Waffen SS, inquadrati nella SS Verfugungs Division: a guidarla in combattimento vi era Paul Hausser, ufficiale che da sempre restava al fianco dei suoi uomini in ogni battaglia.

Bundesarchiv_Bild_146-1973-122-16,_Paul_HausserLe forze tedesche giunsero in prossimità dei sobborghi di Walcheren il 14 maggio 1940, nelle stesse ore in cui il Governo Olandese firmava la capitolazione di fronte alla travolgente avanzata del Terzo Reich: ma la piccola guarnigione a difesa della diga non avrebbe ceduto senza combattere. E non lo fece. Hausser decise di attaccare due giorni dopo, il 16: divise le sue forze in due gruppi che avrebbero dovuto attaccare gli sbarramenti nemici con continuità e senza interruzione, così da non lasciare un momento di tregua ai difensori. Questi, dal canto loro, erano decisi a resistere ad oltranza, fino a quando avrebbero avuto proiettili da sparare. E così fecero. Contro gli uomini della Waffen SS iniziarono a piovere centinaia di proiettili delle mitragliatrici olandesi, posizionate su posizioni rialzate, dalle quali era possibile osservare l’avanzata tedesca. Ci volle tutta la mattina prima che alcuni reparti tedeschi giungessero in prossimità delle difese di Walcheren: e anche a questo punto, le insidie non erano finite. Mine antiuomo e filo spinato non facevano che rallentare l’avanzata, mentre il fuoco delle artiglierie posizionate nelle retrovie iniziò a riversarsi contro gli uomini di Hausser.

Waffen SS in OlandaBen presto, però, si unì negli attacchi a Walcheren anche la Luftwaffe, che acceleró notevolmente la resa degli ultimi superstiti. Stremati, a corto di munizioni e tagliati fuori dalle restanti forze alleate, i difensori di Walcheren si arresero alle forze tedesche di Hausser: era il 17 maggio 1940. Nei giorni seguenti, ormai capitolati, i superstiti delle forze armate dei Paesi Bassi si imbarcarono via mare riparando verso ovest. Anche due divisioni francesi dovettero ripiegare, dopo che anche le ultime linee difensive erano state travolte dall’avanzata delle Waffen SS e dei panzer. Entro il 29 maggio, i Tedeschi portarono a compimento la completa occupazione di tutti i Paesi Bassi, che sarebbe terminata solo cinque anni più tardi, quando gli Alleati, grazie allo sforzo bellico sostenuto in larga parte dagli Stati Uniti, poterono sbarcare in Normandia, dando avvio alla campagna in Europa che avrebbe ben presto visto avanzare gli Anglo-American in Francia, Belgio e Olanda. 

Il SIM di Cesare Amé nella Seconda Guerra Mondiale

Dalla Prefazione, scritta dalla Giornalista Cristina Di Giorgi

IMG_20190513_120428“Spie, segreti, avventure, imprese militari, sabotaggi, sconfitte evitate, ambasciate straniere, telegrammi, cifrari, stazioni radio in territorio nemico. Nel libro che state per leggere c’è tutto questo. E anche molto altro. Gabriele Bagnoli ha voluto infatti raccontare una pagina di storia d’Italia piuttosto poco conosciuta. Avvolta nel mistero insomma. Una definizione quanto mai appropriata, visto che il protagonista, o meglio, i protagonisti, sono Cesare Amé e gli uomini che, ai suoi ordini, hanno operato in qualità di agenti dell’intelligence tricolore su tutti i fronti in cui le truppe del nostro Paese hanno dato prova di sé nel corso del secondo conflitto mondiale. Uomini coraggiosi che, guidati da un Generale tanto astuto quanto lungimirante, si sono resi attori degni delle migliori spy stories. Eppure le loro vicende non sono il frutto della mente geniale di qualche romanziere. Sono storie vere di rischi corsi, scommesse vinte, battaglie perse. E in alcuni casi anche di sangue versato. E di decorazioni al Valore più che meritate. L’autore di Cesare Amé e i suoi agenti ha letto, ricercato e studiato una immensa mole di documenti e materiale. Che ha riordinato e sintetizzato seguendo un ordine sia geografico sia cronologico: le storie delle spie italiane, infatti, sono raccolte per scenario di operazioni e per data. L’intenzione di Gabriele Bagnoli, in tutta evidenza, è quella di fornire al lettore la possibilità di avvicinarsi a questi uomini i cui nomi non sono stati quasi mai sotto la luce dei riflettori. Anche se ne avrebbero avuto, storicamente, militarmente ed eticamente parlando, tutti i diritti. Grazie a questo volume verrete forse per la prima volta a conoscenza di nomi che non avevate ancora incontrato sui libri di storia”.

Tacete! Il nemico vi ascoltaL’autore stesso, in più parti del volume, ricorda come, “in altre parti del mondo, di tali eventi ne avrebbero tratto pellicole cinematografiche e film di successo: il Maggiore Manfredi Talamo, il Capitano Francesco De Martini, il Tenente Colonnello Fettarappa Sandri e i loro uomini, portarono a termine azioni segrete che sembrano, oggi, uscite dalla penna di Jan Fleming”. Vinicio Araldi, giornalista e scrittore, nel 1969, anno buio nella storia d’Italia, a cui si fa risalire l’inizio della strategia della tensione con l’orribile attentato stragista del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, scriveva in Guerra segreta in tempo di pace: “I nostri servizi di sicurezza, nati praticamente con lo Stato, sono stati considerati sempre tra i più efficienti. Raramente le loro gesta sono arrivate fino alla cronaca dei giornali e questo non certo per la loro inerzia, ma per la discrezione che ne ha circondato le gesta e per la quasi assoluta mancanza, nella loro storia, di clamorosi smacchi. Ciò anche in periodi, come quello bellico, nei quali l’attività istituzionale si è rivelata particolarmente impegnativa e si è svolta in condizioni di marcato svantaggio rispetto a quella di potenze tanto più forti e ricche”. Noi Italiani, purtroppo, abbiamo la memoria corta e tendiamo a dimenticarci, a scordarci, della nostra storia e di coloro che fecero grande questa nostra Italia. Gli uomini guidati dal Generale Cesare Amé, operarono e agirono nell’ombra e, spesso, nell’ombra sono rimasti. Nel libro Cesare Amé e i suoi uomini sono narrate le loro storie e le loro avventure oltre le linee nemiche, tra i vicoli di Roma, dove avevano sede le ambasciate straniere, e nelle zone più remote del pianeta, passando dal Medio Oriente e arrivando fino a Shangai. Molti furono coloro che restarono uccisi e che vennero fatti prigionieri. Tanti altri, infine, assistettero impotenti alla sconfitta dell’Italia nel conflitto.

I Decorati al Valore del Cimitero di Lecce

Sacrario Militare di Lecce (3)Ogni città italiana ha, all’interno dei propri cimiteri cittadini, ricavato uno spazio per la realizzazione di più o meno grandi sacrari e riquadri militari. E, spesso, rivelano storie sconosciute ai più, anche a quegli stessi concittadini che tante volte si saranno trovati a passarvi davanti. Francesco De SimoneCapita, infatti, che quei soldati che sono li sepolti non ricevano quegli onori roboanti che sono riservati, invece, ai grandi Sacrari mantenuti e curati direttamente dal Ministero della Difesa, come Redipulia, Oslavia, Mignano Montelungo, i Caduti d’Oltremare di Bari. A Lecce sono sepolti quasi 250 militari caduti sui fronti di guerra, di cui quattordici ignoti: numerosi sono i decorati al Valor Militare che, spiace dirlo, sono stati dimenticati. Tra i riquadri che ospitano i loculi del Sacrario Militare, vegliato da due pezzi d’artiglieria rivolti verso l’ingresso, è sepolto il Sottotenente Carlo Pranzo Zaccaria, originario di Lecce, in servizio presso il 21° Reggimento Artiglieria Motorizzata Trieste, caduto il 15 giugno 1942 in Africa Settentrionale, mentre, allo scoperto, dirigeva il fuoco dei suoi uomini contro un gruppo di velivoli nemici. Ferito mortalmente, venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di Sezione Mitragliera da 20 mm durante venti giorni di asperrima lotta, interveniva efficacemente con le sue armi contro numerose incursioni aeree dell’avversario, infliggendogli notevoli perdite e riuscendo sempre ad allontanare l’offesa dal cielo della battaglia. Durante un violento mitragliamento e spezzonamento nemico da bassa quota, rimaneva allo scoperto, per meglio dirigere il fuoco delle sue armi ed abbatteva uno degli aerei aggressori. Ferito mortalmente, cadeva tra i suoi valorosi Artiglieri. Sghifet es Sidra, Africa Settentrionale, 15 giugno 1942”.

Francesco MontinariCarlo Pranzo non è il solo decorato sepolto a Lecce. Al di fuori dei riquadri militari, sparsi per le varie zone del cimitero cittadino, camminando tra i viali e tra i cipressi, un monumento ricorda un altro giovane ufficiale originario della città, il Sottotenente Francesco De Simone, caduto nel corso del primo conflitto mondiale. Effettivo nel 13° Reggimento Fanteria della Brigata Pinerolo, restava ucciso il 30 giugno 1915 durante la conquista di un caposaldo austriaco a Selz. Durante l’assalto, come recita la motivazione della Medaglia d’Argento alla Memoria, “conquistò, per primo, la sommità di una collina incitando con l’esempio il proprio reparto che lo seguiva con slancio entusiasta e, sebbene si trovasse di fronte ad un nemico superiore di forze, ne sostenne con mirabile coraggio il contrattacco, lasciandovi gloriosamente la vita. Selz, 30 giugno 1915”. Poco distante, è ricordato un cittadino di Francavilla Fontana, il Sergente Francesco Montinari, del 26° Reggimento Fanteria, ucciso a Derna nel corso della fasi iniziali della campagna libica. Cadde durante un sanguinoso scontro avvenuto nei pressi della città libica, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Coadiuvava efficacemente il suo Comandante di Plotone sotto l’intenso fuoco nemico, dando esempio di coraggio e di sprezzo del pericolo ai dipendenti, finché cadde colpito a morte. Derna, 7 dicembre 1911”.

IMG_20190319_170251Nascosta all’ombra dei cipressi, una tomba racchiude tutto il dramma dei due conflitti mondiali: Luigi Falco, Sottotenente nel 33° Reggimento Artiglieria da Campagna, il 25 ottobre 1918 rimase ucciso nelle fasi finali della guerra, cadendo in combattimento sul Monte Grappa. Sopravvisse al conflitto il fratello Carlo, che proseguì una prestigiosa carriera nel Regio Esercito. Già durante la Prima Guerra Mondiale, nel luglio 1918, servendo nella 1423 Compagnia Mitraglieri in Albania, si guadagnò una Croce di Guerra al Valor Militare: “Comandante di una Compagnia Mitragliatrici, in tre giorni di aspri combattimenti, la guidava in modo esemplare esplicando encomiabilmente i vari e successivi compiti affidatigli. Dava costante esempio ai suoi dipendenti, specie nei momenti più critici, di coraggio, di calma, di sprezzo del pericolo, curando solo e sempre l’esatto e completo adempimento del proprio dovere. Kuci, Albania, 26-30 luglio 1918”. Promosso al grado di Maggiore, con il 139° Reggimento Fanteria prese parte al secondo conflitto mondiale, venendo nuovamente dislocato nei Balcani. Qui, durante l’offensiva contro la Grecia, il 25 gennaio 1941 guidando un contrattacco restava ucciso dallo scoppio di una granata nemica. Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Malgrado le sue menomate condizioni fisiche, rimaneva al comando del Battaglione, rifiutando di essere ricoverato in ospedale. Attaccato da forze preponderanti, guidava e incitava i propri reparti al combattimento, finché, colpito da granata nemica, cadeva gloriosamente sul campo. Bubesi, Fronte Greco, 24-25 gennaio 1941”.

IMG_20190319_165634Il Maggiore Carlo Frasca, i Sottotenenti Carlo Pranzo Zaccaria, Luigi Frasca e Francesco De Simone, il Sergente Francesco Montinari sono Eroi sconosciuti ai più, anche a coloro che si recano in visita ad un proprio caro defunto. Ma non sono soli, tra i viali del cimitero di Lecce. Tra le altre tombe presenti, vi sono quelle di due Ufficiali Piloti della Regia Aeronautica: il Capitano Antonio Ramirez, tragicamente scomparso durante un volo di addestramento nei pressi di Capua il 28 aprile 1930, a cui è stato intitolato l’Aeroporto Militare di Gioia del Colle, e il Tenente Pilota Giorgio Zichella caduto nei cieli dell’Africa Settentrionale il 14 agosto 1942 nei presi di Abu Aggag, in Egitto. Abbiamo detto che sono Eroi sconosciuti. Da oggi, ci auguriamo che lo siano di meno.

Lino Gucci, Medico combattente in Russia

Bersaglieri in RussiaCosì scriveva Giulio Bedeschi, l’autore del celebre Centomila gavette di ghiaccio, sull’epopea della campagna di Russia di cui fu protagonista l’ARMIR, quell’Armata Italiana che scrisse pagine di sangue e di gloria nella bianca steppa sovietica, in quelle lande desolate dove i più non tornarono: “Sulla neve di Russia la colonna avanzava ininterrottamente puntando all’ovest, dolorando per centomila membra ma instancabile, infrenabile nell’intero corpo in movimento; abbandonava sulla neve i relitti procedendo senza tregua, ed erano ormai corpi vivi che si reclinavano sulla neve, corpi d’uomini che si abbattevano di schianto o poggiavano il ginocchio incapaci a sollevarlo e si chinavano quindi in giù, sempre più in giù con le braccia che affondavano fino al polso, poi fino al gomito, tirate giù dal demone della neve; l’uomo in ginocchio s’afflosciava lentamente, vinto dal richiamo irresistibile la neve è morbida come un materasso e non è neppure fredda; si può appoggiarvi perfino la guancia e la fronte senza danno, pare un cuscino, per un minuto solo ci si può stare… i compagni poi si possono raggiungere in fretta, dopo il riposo… questo buon riposo… sulla neve… la neve… un cuscino… non c’è freddo… né fame… né stanchezza… solo sonno… un po’… di sonno… sulla… neve…”. Era un dottore, Giulio Bedeschi, e fu uno dei fortunati a poter tornare, e a raccontare, anni dopo, di quanti non ce la fecero. Tra questi, un altro soldato con la Croce Rossa sul braccio.

Lino GucciLino Gucci, Sottotenente dei Bersaglieri, si era laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna: una passione, quella di aiutare il prossimo, che caratterizzerà l’intera vita di Lino, fino alle sconfinate distese innevate dell’Unione Sovietica. Perché, dopo la visita di incorporamento ed un periodo di servizio a Firenze, presso la Scuola di Applicazione della Sanità Militare, Lino Gucci venne nominato Sottotenente e destinato al 6° Reggimento Bersaglieri. Da quel momento, il giovane Ufficiale medico seguì il Reparto cui venne destinato fin dalle prime operazioni belliche sul fronte jugoslavo, prendendo parte egli stesso, in prima persona, a duri scontri a fuoco sulla prima linea del fronte. Era un medico, Lino Gucci, ma prima di tutto era anche un soldato vincolato ad un giuramento: quello di fedeltà all’Italia ma anche ai propri compagni che, come lui, si trovavano a centinaia di chilometri lontani da casa. E proprio mentre si trovava dislocato nei Balcani, il 16 settembre 1941 si guadagnava sul campo la Croce di Guerra al Valor Militare per l’instancabile opera di soccorso prestata ai militari del suo Battaglione: “Ufficiale Medico in un Battaglione Bersaglieri, durante aspro combattimento si prodigava, in condizioni particolarmente difficili e sotto violento fuoco nemico, nell’assistenza dei feriti. Confermava in seguito le sue belle doti di altruismo e di coraggio, portandosi sulle prime linee per meglio assolvere la sua missione. Resanovici, Balcania, 16 settembre 1941”. Rientrato in Italia, il Sottotenente Gucci rimase destinato presso il Deposito del VI Battaglione del 6° Reggimento in attesa di nuovi ordini. E ben presto arrivarono.

Campagna di RussiaInquadrato con la 2a Divisione Celere, i Fanti piumati partirono per il fronte russo, facenti parte di quella grande massa di uomini che costituirono l’ARMIR. Assieme a Lino, nel 6° Reggimento Bersaglieri, prestava servizio anche un altro valido ufficiale, che non mancò di dimostrare tutto il suo valore in terra sovietica: Bruno Carloni, figlio del futuro comandante della Divisione Alpina Monterosa della Repubblica Sociale Italiana. Era il 24 gennaio 1942 quando la tradotta militare portava in Unione Sovietica i Bersaglieri e, con loro, il giovane Ufficiale Medico. Subito, la nuova campagna militare si dimostrò ben più impegnativa di quanto la propaganda del regime quotidianamente trasmetteva per radio: i Russi erano tutt’altro che demoralizzati, combattevano per la loro terra cercando in tutti i modi di ricacciare l’invasore. Quando gli Italiani diedero l’assalto ai villaggi di Baskovskij e di Bobrowskij, le perdite da entrambe le parti furono enormi: cadde Bruno Carloni, che si meritò la Medaglia d’Oro al Valor Militare, restarono uccisi tanti altri Bersaglieri, mentre sotto il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici Lino Gucci soccorreva quanti imploravano il suo aiuto. Si guadagnò una Medaglia di Bronzo al Valor Militare perché, incurante del pericolo, corse a prestare aiuto ad un compagno gravemente ferito: “Ufficiale Medico di Battaglione Bersaglieri, già distintosi in precedenti azioni, durante un violento attacco di forze soverchianti, si prodigava sulla linea più avanzata di combattimento, nella sua opera umanitaria, attraversando più volte zona scoperta e battuta dal fuoco nemico. Visto che un Bersagliere gravemente ferito stava per essere catturato, accorreva a difenderlo e, messo in fuga l’avversario, lo traeva al riparo per curarlo. Bobrowkij, fronte russo, 13 agosto 1942”.

Cimitero dei Bersaglieri in RussiaAppena dieci giorni dopo, però, durante un violento assalto ad una postazione strenuamente difesa dalle forze italiane, il Sottotenente Lino Gucci  restava ucciso mentre era intento a curare i suoi soldati. Proposto per la Medaglia d’Argento al Valor Militare, venne insignito postumo della massima onorificenza militare italiana, la Medaglia d’Oro: “Capace ed entusiasta Ufficiale Medico di un Battaglione Bersaglieri, durante il ciclo operativo per la conquista di una vasta regione, eccelse in coraggio e spirito di sacrificio, prodigandosi oltre ogni limite nei curare i feriti sulle linee più avanzate di combattimento. Già proposto per la Medaglia d’Argento sul campo al Valor Militare, era nel Battaglione, per le sue continue gesta di ardimentoso soccorso divenute ormai leggendarie, un esempio fulgidissimo delle più elette virtù guerriere della nostra razza. In un accanito combattimento notturno, accorse con alcuni suoi uomini oltre una quota appena conquistata per soccorrere i molti feriti e trarli in salvo. Stava prodigandosi nel pietoso compito con serena calma e sommo sprezzo dei pericolo, allorché elementi nemici lanciati alla riconquista della quota, non rispettando la sua umanitaria opera, aprirono il fuoco contro il suo gruppo, muovendo subito dopo furiosamente all’assalto. Troncate le cure e imbracciata una vicina arma da fuoco, fronteggiava gli agguerriti avversari, incalzati da altri sopravvenienti con feroce irruenza e difendeva con estremo valore i suoi feriti. Sosteneva l’epica lotta sotto il fuoco e fra gli scoppi delle bombe, ma poi, travolto nei corpo a corpo, veniva sopraffatto dopo aver dato ancora una volta luminosa prova di esemplare ardimento, d’indomito coraggio ed elevatissimo spirito umanitario e militare. Jagodnji, Russia, Fiume Don, 23 agosto 1942″.

Bruno Zelik e l’ultima missione dello Sciré

Bruno_Zelik_in_camera_manovraC’era qualcosa in quello sguardo, fissato sulla pellicola della cinepresa e consegnato a imperitura memoria. Qualcosa che lasciava presagire un futuro incerto, pieno di incognite e domande senza risposta. In Alfa Tau!, girato nel 1942 in pieno secondo conflitto mondiale, prese parte un giovane ufficiale della Regia Marina, Bruno Zelik, che legò indissolubilmente il suo nome a quello di uno dei sommergibili più celebri di tutta la Marina tricolore: lo Sciré, lo stesso battello che, agli ordini del Capitano di Corvetta Junio Valerio Borghese, portò a termine alcune tra le missioni più audaci della guerra, come i forzamenti delle basi inglesi di Gibilterra ed Alessandria. Bruno Zelik, intanto, al momento della dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, quel fatidico 10 giugno 1940, si trovava in servizio presso l’Arsenale di La Spezia, quale Comandante del Sommergibile Reginaldo Giuliani. Giovane Tenente di Vascello di origini triestine, assieme agli uomini ai suoi ordini, prese parte a diverse missioni di guerra in Mar Mediterraneo, succedendosi al comando dei Sommergibili Topazio e Onice.

Bruno_ZelikNel marzo 1942, quando si trovava impegnato in una missione di ricognizione e di esplorazione nel Canale di Sicilia, l’Onice venne attaccato da un sommergibile britannico. Bruno Zelik manovrò abilmente, riuscendo ad eludere i siluri nemici e poi a costringere alla fuga l’avversario, colpendolo ripetute volte con il cannone di bordo. Pochi giorni dopo, cercò di attaccare un convoglio nemico che stava dirigendo verso l’Isola di Malta, ma a causa di alcuni malfunzionamenti e problemi tecnici, i siluri lanciati non esplosero: problematica, questa, che si si presenterà numerose volte, aprendo seri interrogativi su probabili sabotaggi che avevano luogo nelle fabbriche adibite alla produzione di armamenti. Rientrato in Italia, Bruno Zelik venne insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Comandante di Sommergibile effettuava con sereno spirito aggressivo ed elevata capacità professionale, una missione di guerra durante la quale attaccava decisamente con siluro e col cannone un sommergibile nemico. Avvistato successivamente un convoglio fortemente scortato, si portava all’attacco con perizia e ardimento, malgrado le avverse condizioni del mare, silurando una delle unità nemiche. Acque della Sicilia, 16 marzo 1942”.

SMG SciréE poi venne lo Sciré. Promosso al grado di Capitano di Corvetta, il Sommergibile era destinato a compiere una nuova missione segreta: il forzamento della base navale di Haifa, compito affidato ad undici subacquei incursori, i celebri Uomini Gamma. La missione ebbe inizio il 27 luglio 1942, quando lo Sciré lasciò la base di La Spezia per raggiungere l’Isola di Lero. L’attacco avrebbe dovuto avere luogo il 10 agosto: invano i vertici della Regia Marina attesero qualche notizia sull’esito della missione, ma non pervenne alcuna comunicazione dal Sommergibile. Solo a fine agosto, il 31, lo Sciré, con Bruno Zelik e il suo equipaggio, vennero dichiarati dispersi in azione: quando, poi, vennero intercettate delle comunicazioni radio degli Inglesi, fu possibile ricostruire la tragedia. Senza saperlo, infatti, i piani dell’attacco alla base di Haifa furono conosciuti in tempo dai Britannici, che, avendo violato il sistema crittografico tedesco Enigma, a cui gli Italiani si erano affidati, conobbero in anticipo la missione. Il 10 agosto 1942 lo Sciré raggiunse l’area di operazioni ma venne immediatamente attaccato con bombe di profondità dalla Corvetta HMS Islay, che, danneggiandolo seriamente e costringendolo all’emersione, venne finito dalle batterie costiere.

L’agonia dello Sciré non era però ancora conclusa. Una volta affondato, l’HMS Islay si portò nuovamente sulla verticale del luogo dove ormai giaceva lo scafo sventrato e lanciò in mare altre sei cariche di profondità, completando così la distruzione del sommergibile. A Bruno Zelik, che perì assieme al suo equipaggio, venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di sommergibile più volte impiegato in ardite missioni di guerra in acque fortemente insidiate dall’avversario, si imponeva in ogni circostanza per valore, perizia e spirito aggressivo, dimostrandosi valido uomo di mare e di guerra. Nel corso di audacissima missione di forzamento di base nemica particolarmente protetta, colpita irrimediabilmente la sua unità, si inabissava con essa e con l’equipaggio al completo, dando così ultimo sublime esempio di quelle virtù di dedizione al dovere, di slancio e di entusiasmo che avevano caratterizzato l’intera sua vita di Ufficiale. Mediterraneo Orientale, 10 agosto 1942”.