Il Generale De Carolis, dalla Libia alla Russia

Ugo De CarolisPochi sono quei Generali che, nonostante il grado rivestito, hanno sempre tenuto un comportamento degno ai pari dei loro uomini. Ma la storia, a ben vedere, ne è piena. Luigi Reverberi, in terra di Russia, condivise tutto con i suoi Alpini, dall’avanzata alla drammatica ritirata. Così come Ugo De Carolis, che cadde alla testa dei propri uomini durante un’azione a Chazepetowka, nel Donez: era un uomo, prima che un ufficiale. Non impartiva soltanto ordini, ma li eseguiva con i suoi uomini. Tanto che il 12 dicembre 1941 prese parte ad un pattugliamento alla testa di un gruppo esplorante, dopo una settimana di accesi combattimenti. Destò molta ammirazione la sua morte, tanto che La Domenica del Corriere scrisse: “L’eroica morte del Generale Ugo De Carolis. Sui campi del Donez, mentre procede in primissima linea, alla testa di una pattuglia di punta, il Comandante le Fanterie della Divisione Torino viene colpito al petto da una pallottola. I soldati lo chiamavano il Generale Avanti perché, sempre, nel corso dei combattimenti avanti all’artiglieria, avanti ai mortai, avanti alle squadre di mitraglieri, avanti alle pattuglie di esploratori, andava lui. Andava a vedere, andava a vedere dove sarebbe passata la sua truppa”. Fu un ufficiale che si formò direttamente sui campi di battaglia: nato a Capua nel 1887, dopo aver frequentato la Regia Accademia di Modena ed esserne uscito con il grado di Sottotenente, Ugo De Carolis prese parte alla guerra di Libia con il 15º Reggimento Cavalleggeri di Lodi, restando ferito nei combattimenti attorno a Zuetina nel marzo 1914. Dopo un periodo di convalescenza, riprese ancora una volta a servire nel teatro libico, questa volta aggregato al 18° Reggimento Cavalleggeri di Piacenza, dove si distinse particolarmente nei combattimenti del luglio 1915 di Gabr Abdalla, meritandosi una Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Per la bella prova di prontezza di decisione data nel combattimento. Gabr Abdalla, 16 luglio 1915″.

Ugo De CarolisL’Italia, nel frattempo, da un mese era nuovamente impegnata in un sanguinoso conflitto: la guerra contro l’Austria-Ungheria era appena iniziata e con la promozione al grado di Capitano, De Carolis venne messo al comando della 19a Batteria Bombarde del 30° Reggimento Artiglieria da Campo. Anche in questo nuovo conflitto, diede la massima prova di sé stesso, mai anteponendo il grado e il suo status di ufficiale a quello dei suoi subalterni. Sempre in prima linea, sempre al comando degli uomini che gli erano stati affidati, colleghi e superiori rimasero spesso colpiti dalla sua astuzia e dal suo coraggio. Finì la Prima Guerra Mondiale e Ugo De Carolis poté vantarsi di altrettante decorazioni al valore. Sul Monte San Michele, aspramente conteso, nell’agosto 1916 si guadagnò una seconda Medaglia di Bronzo: “Comandante di batteria abile e coraggioso, sempre primo nel rischio, dava ai propri dipendenti, in ogni circostanza, ottimo esempio di virtù militari. Per scegliere le nuove postazioni delle sue bombarde, seguiva, di sua iniziativa, l’assalto della prima ondata di fanteria, rimanendo ferito e assolvendo brillantemente il suo compito. San Michele, 6 agosto 1916″. Tra i mesi di ottobre e novembre, poi, schierato il suo reparto sul Veliki, dove pagine di grande eroismo furono scritte dal 77° e dal 78° Reggimento Fanteria, i celebri Lupi di Toscana, fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare: Con intelligente operosità, dimostrando grande ascendente sui propri dipendenti, metteva la propria batteria in condizioni di far fuoco in poco tempo, nonostante le gravi difficoltà causate dalle cattive condizioni atmosferiche e dalla natura del terreno, ed assolveva poi pienamente, col tiro efficace della sua batteria il compito affidatogli. Durante il tiro rimaneva nell’osservatorio, sebbene molto prossimo alla linea nemica e fortemente battuto, finchè fu ridotto un cumulo di macerie. Veliki Kribac-Pecinka, 18 ottobre-1º novembre 1916″.

fanti-dello-csir.jpgPrima della fine del conflitto, arrivò anche una Croce di Guerra al Valor Militare durante i concitati combattimenti che seguirono la disfatta di Caporetto nei pressi di Dosso Faiti: “Sotto vivo bombardamento nemico, a scopo di ricognizione, di propria iniziativa si spingeva arditamente oltre le prime linee con due soli compagni mettendo in fuga pattuglie nemiche. Dosso Faiti, 27 ottobre 1917″. Terminata la guerra, promosso al grado di Maggiore  e poi di Tenente Colonnello, arrivarono per De Carolis nuovi e sempre più prestigiosi incarichi: dapprima Comandante del 9º Reggimento Cavalleggeri di Firenze e poi del 14º Reggimento Cavalleggeri di Alessandria. A questo aggiunse poi il ruolo di giudice presso il Tribunale Militare di Firenze e, dal 1935, il comando del 19º Reggimento Cavallereggi Guide. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò, con il grado di Generale di Brigata, al comando della Scuola Truppe Celeri: ma con il nuovo sforzo bellico dell’Italia, il Generale Ugo De Carolis non sarebbe certo rimasto a dirigere una scuola. Sempre primo tra i suoi uomini, con l’inizio della campagna di Russia, nel giugno 1941 fu posto al comando della Divisione Fanteria Torino, facente parte dello CSIR, il Corpo di Spedizione voluto da Benito Mussolini a fianco delle armate tedesche. Ma furono le ultime battaglie. Quando cadde, era stato insignito dal comando germanico della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro. Per i fatti che portarono alla sua morte gli venne attribuita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Nobile ed eroica figura di soldato e di comandante, durante cinque mesi di guerra era di costante e luminoso esempio per ardimento e sprezzo del pericolo. Comandante della fanteria di una divisione, durante un’accanita battaglia, durata sette giorni, visse tutte le ore fra i suoi soldati. Alla settima giornata della strenua lotta, mentre, come sempre, in prima linea coi fanti li animava con l’esempio e con l’azione, una raffica di mitragliatrice ne troncava la vita. Suggellava col supremo sacrificio sul campo la sua nobile esistenza tutta dedicata al dovere ed all’ideale della Patria. Fronte russo, luglio-dicembre 1941″.

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L’affondamento del RMS Nova Scotia

Siluramento Nova ScotiaLa sua storia ricorda la drammatica vicenda della USS Indianapolis, l’incrociatore della Marina degli Stati Uniti silurato e affondato da un sommergibile giapponese in pieno Oceano Pacifico il 30 luglio 1945 mentre compiva il viaggio di ritorno verso Leyte dopo aver consegnato un carico speciale e top-secret: alcuni componenti della bomba atomica che di li a pochi giorni sarebbe stata sganciata su Hiroshima. Riuscirono a salvarsi in quasi mille dall’affondamento: ma nessuno di loro aveva pensato ad una minaccia più insidiosa dei sommergibili nipponici. Furono tratti in salvo in poco più di 300: gli altri erano stati divorati dagli squali. E come per la grande nave americana, l’RMS Nova Scotia, piroscafo adibito a trasporto truppe della Royal Navy, nel corso del secondo conflitto mondiale venne colpito da due siluri, lanciati questa volta da un sommergibile tedesco, l’U-177, comandato dal Capitano di Corvetta Robert Gysae. Era l’alba del 28 novembre 1942 al largo del Sud Africa e a bordo della nave trasporto non si trovavano solo marinai e soldati del Commonwealth, ma anche Italiani fatti prigionieri in Etiopia ed Eritrea, in tutto 769.

Naufraghi Nova ScotiaQuando il comandante del sommergibile diede ordine di emergere, capì che tra quelle centinaia di persone che si dibattevano in acqua, tra la nafta e le onde, molti di loro erano Italiani. E civili. Fu allora che prese una decisione senza precedenti: inviò un messaggio via radio alla madrepatria chiedendo di contattare quante più navi possibili delle marine neutrali che si fossero trovate ad incrociare in quelle acque, così da soccorrere il maggior numero di naufraghi nel minor tempo possibile. E come per la USS Indianapolis, i superstiti finiti in acqua non fecero i conti con l’animale predatore tra i più antichi al mondo. In tutto riuscirono a salvarsi in 181: 117 Italiani e 64 tra Sudafricani e Inglesi, tratti in salvo dalla Fregata Alfonso de Albuquerque, battente bandiera portoghese. Quando l’RMS Nova Scotia partì dal porto di Massaua aveva a bordo in tutto 1200 persone: almeno un quarto di loro fu divorato dagli squali, richiamati dal sangue dei feriti e dai movimenti scomposti di quanti finirono in mare. Nella Domenica del Corriere del 16 dicembre 1962, Carlo Dominione, un superstite, così ricorda: “l’acqua era limpida e la vedemmo in trasparenza rossa di sangue. Uno squalo lo aveva addentato al piede. Lo issammo, stracciammo una camicia e gli legammo la gamba per arrestare l’emorragia. Poi lo mettemmo al centro, seduto, con il piede in acqua. Era l’unico disinfettante che avevamo. Fu forse per quel sangue che subito dall’inizio fummo seguiti dai pescecani. Ci sfrecciavano intorno; vedevamo le loro pinne triangolari e quelle orribili bocche quando si rivoltavano”.

RMS Nova ScotiaIn quella che venne definita una frenesia alimentare, il maggior responsabile, se così lo possiamo definire, fu lo squalo longimano, grande squalo pelagico dei mari tropicali e temperati caldi. Lo stesso ricercatore marino Jacques Cousteau arrivò a definirlo “il più pericoloso tra tutti gli squali”, proprio per il maggior numero di attacchi all’uomo registrati per questa specie. Tullio Mascellari, nel suo volume 28 novembre 1942. Una tragedia in mare, che ricostruisce il naufragio, riporta testimonianza che suscita tutto il dramma vissuto dai naufraghi: “c’è uno che galleggia, ma parla poco, poi tace: è morto. Un altro, seminudo, caccia improvvisamente strane urla di dolore, già, non è ustionato né ferito, ma quanto ad ustionarlo provvede un branco di meduse. Non manca chi decide di suicidarsi, sfilandosi il salvagente. Io no, io un salvagente lo acchiappai subito dopo le esplosioni e non lo mollai più. Un altro urlo orrendo, ma stavolta non si tratta di meduse: l’acqua si tinge di rosa, uno squalo ha morsicato, ha amputato. Saremmo finiti quasi tutti in bocca agli squali se la presenza di tanta nafta non ci avesse, in qualche modo, protetto”.

Giovanni Bonet, Medaglia d’Oro dei vinti

Giovanni BonetCi sono veri Eroi, qui da noi, che per aver compiuto una scelta ritenuta sbagliata, mai si vedranno confermare quelle onorificenze al Valor Militare spesso guadagnate sui campi di battaglia perdendo la vita. Sulla terra come sul mare. O nel cielo. Perché di una vita passata nell’azzurro parliamo oggi. Giovanni Bonet, Capitano della Regia Aeronautica prima e dell’Aeronautica Nazionale Reubblicana dopo l’8 settembre 1943. Furono tanti i piloti, infatti, che continuarono a combattere gli Anglo-Americani unendosi al Governo di Benito Mussolini della Repubblica Sociale Italiana: molti di loro, poi, non lo fecero per fede o convinzione politica. Lo fecero perché ritennero doveroso continuare a combattere contro chi, ormai quotidianamente, sganciava tonnellate e tonnellate di bombe sulle città italiane. La storia di Giovanni Bonet e delle ali dorate della Regia Aeronautica appuntate sul petto ha inizio tra il 1935 e il 1936, anni in cui consegue i brevetti di pilota e poi di pilota militare, con il grado di Sottotenente di Complemento. Trasferito presso il 52° Stormo Caccia di stanza a Ghedi, chiese di partire volontario per la guerra di Spagna dove, volando sui biplani Fiat CR32 del XVI Gruppo Caccia Terrestre La Cucharacha, subito si distinse per valore e maestria nel pilotaggio.

Giovanni BonetAl rientro in Italia, nel 1939, oltre al transito in servizio permanente, arriva anche la promozione al grado di Tenente. Ma ecco che subito un’altra prova, più impegnativa del conflitto in terra iberica, si affaccia: con l’entrata in guerra, il 10 giugno 1940, il Tenente Giovanni Bonet volando sui Fiat G50 Freccia, partecipò a numerose azioni di guerra, ovunque le forze aeree della Regia Aeronautica venivano impiegate. Dalla Corsica al fronte greco, dal Mediterraneo al teatro jugoslavo riuscì a guadagnarsi stima e rispetto di superiori e subalterni, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Pilota da caccia abilissimo, già distintosi precedentemente, partecipava con slancio ad una serie di attacchi a volo rasente contro lontane basi nemiche, vincendo difficoltà di navigazione e forte reazione contraerea. Nei mitragliamenti condotti con audacia fin nel cuore del territorio avversario, infliggendo al nemico decisive durissime perdite, riconfermava doti di cacciatore valoroso ed aggressivo. Cielo della Grecia e della Jugoslavia, marzo-aprile 1941”. E fu sempre in prima linea, anche quando iniziò l’impresa in terra di Russia. Su caccia Aermacchi MC200 Saetta, il 28 dicembre 1941 fu protagonista di una serie di scontri vincenti. Decollato da Stalino in missione di ricognizione e pattugliamento con altri due velivoli, non appena scorse una colonna di soldati italiani sotto il fuoco di un gruppo di aerei sovietici, ingaggiò una furiosa battaglia che costrinse gli assalitori alla ritirata. Nel pomeriggio, in una successiva missione di scorta ad alcuni cacciabombardieri tedeschi, la formazione italo-tedesca fu attaccata dalla caccia russa in volo sopra i villaggi di Delbazowo e Rikowo: furono abbattuti tre velivoli russi e i restanti messi in fuga. Per questa azione, il comando germanico volle conferigli la Croce di Ferro di Seconda Classe, mentre una seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare gli fu attribuita dal comando italiano: “Capo pattuglia di velivoli da caccia, in durissime condizioni di clima e di ambiente, collaborava con aggressività e valore all’abbattimento e alla distruzione di numerosi apparecchi nemici. Fronte Russo, agosto 1941-marzo 1942”.

Fiat G55Rientrato in Italia e promosso al comando della 150a Squadriglia del 6° Stormo Caccia Terrestre, Giovanni Bonet fu protagonista di un’altra serie di combattimenti contro le forze aeree anglo-americane sui cieli di Malta e del Mediterraneo. Il 17 luglio 1943, durante una missione volta ad intercettare una nutrita formazione di bombardieri americani B17 Flying Fortress, le celebri “fortezze volanti”, rimase ferito ad un piede dal fuoco di difesa, cosa che lo costrinse ad un periodo di convalescenza e di riposo a terra. E poi venne l’8 settembre e i giorni nefasti e incerti dell’armistizio. Non sapremmo mai lo stato d’animo di un pilota ed ufficiale come Giovanni Bonet. Forse fu combattuto, così come tanti altri soldati, su cosa era meglio fare. Sapeva bene, però, che qualsiasi scelta avrebbe preso sarebbe stata l’ultima, che non era possibile tornare indietro. C’era quel giuramento fatto al Re, in qualità di ufficiale, e Vittorio Emanuele III si trovava al Sud, dove, assieme al Maresciallo Pietro Badoglio, si era schierato a fianco degli Alleati. E poi c’erano loro, gli Alleati, che continuavano a bombardare le città italiane: la scelta fu presa. Raggiunta ad ottobre 1943 la città di Padova, fu tra i promotori, in seno all’Aeronautica Nazionale Repubblicana, dei primi gruppi da caccia per proteggere le città del Nord Italia dai bombardamenti. Messo al comando della Squadriglia Complementare da Caccia Montefusco (dal nome della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria Mario Montefusco caduto in Africa Settentrionale nel 1941), ebbe il compito di difendere il triangolo industriale Genova-Torino-Milano. Il 29 marzo 1944, pilotando un caccia Fiat G55 Centauro, assieme ad altri quattro compagni, decollò alla volta di una formazione di B17: mentre erano impegnati nel combattimento, il gruppo italiano venne a sua volta attaccato da 44 caccia P47 Thunderbolt. Fino a quel giorno, Giovanni Bonet aveva al suo attivo otto vittorie aeree, compreso un B17 abbattuto pochi istanti prima. Quel 29 marzo 1944, il Capitano Bonet non fece ritorno all’aeroporto di partenza: il suo G55 venne abbattutto nei cieli sopra Alba da Herschel Green, asso e comandante del 317° Fighter Squadron. Fu decorato postumo di Medaglia d’Oro al Valor Militare, medaglia che non verrà mai riconosciuta come tale nel dopoguerra dalle autorità della rinata Repubblica Italiana: “Valoroso Comandante di squadriglia da caccia, combattente di due guerre, tornava in linea fra i primissimi dopo gli infausti eventi del settembre. Ancora convalescente da una gloriosa ferita, dedicava ogni sua energia alla ricostruzione del suo reparto. Partito su allarme per la difesa della sua terra, seguito da pochi valorosi che si erano stretti intorno a lui, si scagliava impetuosamente contro poderose formazioni di centinaia di quadrimotori e caccia nemici. Durante l’impari lotta abbatteva in fiamme uno dei bombardieri, finché a sua volta, sopraffatto dal numero, cadeva gloriosamente nel cielo della battaglia, sacrificando la sua giovane esistenza per la salvezza della Patria martoriata. La sua grande anima di purissimo eroe rimane presente in ogni cuore per gridare, nel rombo dei motori, nelle raffiche delle mitragliere, la parola di oggi e di domani: Italia. Cielo di Torino, 29 marzo 1944”.

Trentino La Barba e la rivolta di Lanciano

labarba“Nobilissima tempra di patriota, si votava tra i primi con purissima fede e straordinario coraggio alla lotta armata contro l’aggressione nazi-fascista. Sfuggito dalla prigionia in Germania e rientrato in Lanciano aderiva con entusiasmo al movimento insurrezionale lancianese. Durante un’azione di sabotaggio, che aveva procurato gravi danni al nemico, dopo aver brillantemente dimostrato coraggio e personale valore, veniva catturato. Sottoposto ad estenuanti interrogatori e torture, non rivelava i nomi dei capi del movimento chiudendosi in un generoso mutismo. Il suo fiero contegno esasperava gli aguzzini che barbaramente gli strappavano gli occhi prima di trucidarlo. Eroico luminoso esempio di virtù militari e di assoluta dedizione alla Patria. Lanciano, 6 ottobre 1943”. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria conferita a Trentino La Barba, già militare del Regio Esercito che, allo scoppio delle ostilità il 10 giugno 1940, fu chiamato a prestare servizio in Albania, in qualità di mitragliere, arruolato nel 226° Reggimento Fanteria della Divisione Arezzo. Originario di Lanciano, comune in provincia di Chieti, in Abruzzo, dove era nato nel 1915, prima della guerra era un semplice operaio cordaio: come tanti altri Italiani, allo scoppio delle ostilità decise di adempiere al proprio dovere e rispondere alla chiamata alle armi.

Rivolta di LancianoMa fu l’armistizio dell’8 settembre 1943 a imprimere, in Trentino, la voglia di continuare a combattere contro chi, secondo lui, aveva occupato ingiustamente l’Italia e vessato il suo popolo: catturato dai Tedeschi mentre si trovava presso il Deposito Reggimentale di Molfetta, nel barese, riuscì a fuggire prima di essere deportato in Germania e, raggiunta nuovamente la sua Lanciano, iniziò ad organizzare i primi nuclei di resistenza, quelle Bande Gran Sasso che tanto filo da torcere diedero alle forze tedesche in Abruzzo. Grande animatore, il suo coraggio e il suo entusiasmo fecero subito leva tra i suoi concittadini, che accorsero numerosi al suo comando. Per poter fronteggiare l’esercito tedesco, molto più numeroso e meglio equipaggiato, Trentino La Barba e i suoi uomini iniziarono a compiere irruzioni all’interno delle caserme dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, così da potersi rifornire di armi, fucili, mitragliatrici, bombe a mano ed esplosivo. Il 4 ottobre 1943, in località Pozzo Bagnaro, con i suoi uomini attaccò, mettendola in fuga, una colonna motorizzata tedesca, composta da alcuni veicoli non blindati e da alcune ambulanze della Croce Rossa tedesca; sganciatosi per compiere un’altra azione simile, venne catturato da un gruppo di soldati germanici.

brigata maiellaE’ da questo momento che per le genti di Lanciano e dell’Abruzzo la storia si trasforma in leggenda. Interrogato brutalmente, torturato e picchiato, Trentino non volle denunciare i suoi compagni di lotta. I Tedeschi allora lo tradussero nel centralissimo Viale dei Cappuccini, a Lanciano: legato ad un albero, gli intimarono per l’ultima volta di parlare. Al suo netto rifiuto, dopo avergli cavato gli occhi con un pugnale, lo finirono con numerosi colpi di pistola alla testa. Ed è allora che successe qualcosa che i Tedeschi non avevano preventivato: invece di incutere timore nella popolazione con l’esecuzione di La Barba, una folla iniziò a radunarsi e a insorgere spontaneamente. Tra il 5 e il 6 ottobre 1943, la cittadina di Lanciano fu teatro di una battaglia combattuta strada per strada, casa per casa, alla fine della quale risultarono caduti quasi cinquanta soldati tedeschi e ventitré Lancianesi, dodici dei quali uccisi per rappresaglia. Dopo la battaglia, iniziò l’ostruzionismo da parte della popolazione, che si rifiutò di svolgere il lavoro coatto, scegliendo, invece, la via della montagna: in quei giorni, infatti, iniziò a formarsi la Brigata Maiella che, sotto la guida di Domenico e Ettore Troilo, continuò in Abruzzo (e non solo) quella lotta e quella resistenza di cui Trentino La Barba fu uno dei primi ispiratori.

Operazione Alsos. A caccia dell’atomica tedesca

Groves_OppenheimerGià il nome scelto dagli Americani per l’operazione spionistica era di quanto più ingarbugliato potesse esserci. Solo un attentato osservatore, infatti, per di più pratico di greco antico, sarebbe riuscito a tradurre “alsos“, ovvero “boschetti“. Da qui, poi, c’era da ricollegare la parola alla sua controparte inglese, ovvero “groves“: esattamente come il nome del Generale Leslie Groves, messo a capo del Progetto Manhattan, che portò nel luglio 1945 alla costruzione della prima bomba atomica, testata con successo nel deserto del Nuovo Messico. Ma l’Operazione Alsos non avrebbe studiato la bomba negli Stati Uniti, non avrebbe preso parte alle ricerche nei laboratori di Alamogordo: avrebbe invece raggiunto l’Europa, prima l’Italia, poi la Francia e la Germania, cercando di far luce sullo stato di avanzamento dei Tedeschi nello sviluppo di un’arma atomica. Da quando era stata dimostrata la fissione nucleare, nel 1938, ad opera dei chimici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassman, erano stati fatti numerosissimi passi in avanti nella fisica nucleare. E oltreoceano, dove i fisici guidati da Robert Oppenheimer stavano lavorando al Progetto Manhattan, in tanti cominciarono a domandarsi a che punto fossero i Nazisti. Adolf Hitler, così come il suo Ministro della Propaganda Joseph Goebbels, aveva più volte fatto cenno alle nuovi armi che la Germania avrebbe messo in campo nelle ultime fasi della guerra. Armi che avrebbero mutato il corso del conflitto e fatto vincere il Terzo Reich: del resto, la comparsa delle bombe volanti V1, dei missili V2 e dei caccia a reazione Me262 avevano dimostrato quanto fosse avanti la ricerca tedesca. Inoltre, agli occhi Americani, che qualcosa si muovesse nello sviluppo di un’arma atomica tedesca, lo dimostrarono anche i primi mesi di guerra: in Cecoslovacchia fu vietata ogni esportazione di uranio e in Norvegia, invasa nel 1940, furono occupate nel fabbriche per la produzione di acqua pesante, le Officine Rjukan, al centro del raid dei commandos inglesi del febbraio 1943.

Boris Pash e uomini AlsosA capo dell’Operazione Alsos venne scelto un uomo che del controspionaggio aveva fatto la sua missione principale nelle forze americane statunitensi: il Colonnello Boris Pash. Questa singolare formazione di militari e scienziati mise piede in Europa per la prima volta al seguito delle truppe che sbarcarono ad Anzio e a Nettuno il 22 gennaio 1944: ma la missione, per lo meno in Italia, non raggiunse i risultati sperati. Infruttuose furono le perquisizioni nella facoltà di fisica di Napoli e altrettanto quelle condotte a Roma, dove venne interrogato a lungo il fisico Edoardo Amaldi, già stretto collaboratore di Enrico Fermi, il quale informò gli Americani che i fisici e gli scienziati tedeschi non condividevano molte delle loro informazioni e dei loro progressi con le controparti italiane. A Pash e ai suoi uoimini, il Generale Groves decise di affiancare Samuel Goudsmit, brillante fisico olandese naturalizzato statunitense: oltre a parlare correttamente tedesco e francese, era all’oscuro delle ricerche condotte sul Progetto Manhattan e, se fosse stato fatto prigioniero dai Tedeschi, non avrebbe rivelato loro alcuna notizia sulle ricerche di Los Alamos. Giunti a Parigi, Pash e Goudsmit entrarono in contatto con Frederic Joliot-Curie, già Premio Nobel nella Chimica nel 1935: anche in questo caso, però, come avvenuto in Italia pochi mesi prima, gli scienziati tedeschi si erano limitati all’utilizzo dei laboratori francesi di fisica e chimica senza condividere alcunché. L’Operazione Alsos e il Generale Groves dovettero aspettare fino al 15 novembre 1944 prima di raggiungere un piccolo risultato e farsi un’idea più precisa sulle ricerche in campo atomico dei Nazisti: a Strasburgo, negli uffici del fisico Carl Friedrich von Weizsacker, stretto collaboratore di Werner Heisenberg, la mente per eccellenza del programma atomico tedesco, furono rivenuti appunti e documenti che dimostravano come, in realtà, i Nazisti fossero indietro almeno due anni rispetto agli Americani. Non solo non possedevano una pila all’uranio funzionante, ma non disponevano neanche di fabbriche e laboratori per la produzione di plutonio e dell’isotopo 235 dell’uranio. Sebbene a Washington nutrissero il dubbio che tali documenti fossero stati “dimenticati” di proposito da von Weizsacker per sviare i servizi di intelligence, Goudsmit aveva ormai chiaro che la corsa all’arma nucleare era pressoché vinta dagli Stati Uniti. Il 15 marzo 1945, poi, su richiesta dello stesso Pash, un bombardamento condotto da oltre seicento velivoli alleati, rase al suolo la fabbrica di Orianenburg, principale laboratorio per la produzione di uranio e torio.

Pila atomica tedesca HaigerlochL’unico rischio per la causa alleata era in realtà un vecchio amico di Goudsmit: Heisenberg, che poco più che ventenne, nel 1932, vinse il Premio Nobel per la Fisica per essere stato il precursore della meccanica quantistica. Il 12 aprile 1945, con il proseguo dell’avanzata alleata in Europa, a Francoforte furono sequestrati tutti i materiali di ricerca del gruppo di fisici che facevano capo a Kurt Diebner, principale fautore dell’arricchimento dell’uranio, mentre pochi giorni dopo, il 22, alla testa del 1279° Battaglione del Genio, Pash riuscì ad occupare, senza sparare un solo colpo, la cittadina di Hechingen e la rocca di Haigerloch, dove venne catturato von Weizsacker assieme ad altri scienziati. Ancora mancavano Dibner e Heinsenberg che, con l’avvicinarsi del fronte di combattimento e dell’intensificarsi dei bombardamenti, si erano spostati all’interno della Germania. Anzi, in questa occasione, gli uomini della Missione Alsos dovettero incassare un piccolo smacco: su una scrivania, tra documenti e carte, faceva bella mostra di sé una fotografia, scattata negli Stati Uniti nel 1939, che ritraeva Goudsmit e Heisenberg stringersi la mano. A fine aprile 1945, l’Operazione Alsos poteva dirsi conclusa. Nei laboratori di fisica dell’Università di Monaco vennero rintracciati Diebner e il fisico Walter Gerlach, mentre a Tailfingen furono catturati il Fisico Premio Nobel Max von Laue e il precursore di tutte le ricerche tedesche, Otto Hahn. Come ricorderà più tardi lo stesso Generale Groves, “la maggior parte del materiale che cercavamo era stato assicurato. Pochissimi scienziati importanti, e in particolare Heisenberg, ci erano sfuggiti. A quel punto, il nostro compito principale era di impedire che informazioni e scienziati atomici cadessero nelle mani dei Russi”. Solo il 3 maggio 1945 Pash e Goudsmit riuscirono a rintracciare Heseinberg: si era rifugiato a Urfeld, nell’Alta Baviera, assieme alla sua famiglia.

Il Sol Levante alla conquista delle Aleutine

Giapponesi a AttuSe pensiamo alla guerra nello scacchiere del Pacifico tra Stati Uniti e Giappone, ciò che viene subito in mente sono le bianche spiagge degli arcipelaghi e degli atolli, le fitte giungle, il caldo e l’afa. Pensiamo alle Hawaii, alle isole Salomone, a Midway e a Iwo Jima, ma anche ai grandi scontri aeronavali, con i Curtiss americani pronti a dare battaglia agli Zero giapponesi. Eppure ci fu, nel corso della Seconda Guerra Mondiale un teatro ritenuto per lungo tempo secondario, dove i soldati di Washington e quelli di Tokyo si affrontarono in altrettanti duri e aspri combattimenti, tra insenature artiche, raffiche di vento gelido e ripidi scogli taglienti. Intenzionati a distogliere parte delle forze navali dalle Midway, gli strateghi giapponesi misero a punto l’attacco per occupare l’Arcipelago delle Aleutine, propaggine insulare dell’Alaska. Anche se non all’interno del territorio continentale, per la prima volta la guerra sarebbe stata combattuta sul suolo americano. Così, tra il 3 e il 4 giugno 1942 ebbe inizio l’attacco all’Alaska con una forza aeronavale appoggiata dalle Portaerei Ryujo e Junyo. Il successivo giorno 7, poi, una forza di invasione di quasi 1800 uomini sbarcò sulle isolette di Kiska e Attu, occupandole senza trovare resistenza.

Sbarco americano a AttuA lungo tempo si è discusso sull’utilità di un simile piano: considerando il disastro delle Midway per i Giapponesi, a livello propagandistico certamente l’occupazione delle Aleutine servì a distogliere l’attenzione dalla grave sconfitta militare. Strategicamente, però, Kiska e Attu si rivelarono essere soltanto due scogli rocciosi sferzati da venti gelidi e bufere, in cui era impossibile installare basi aeree e navali. Per circa un anno la guerra mondiale si dimenticò di queste due isole perdute nel nord dell’Oceano Pacifico: sembrava quasi di essere fuori dal tempo e dallo spazio, mentre il resto del mondo era in preda alla morte e alla distruzione. Fino al maggio 1943, momento in cui le forze americane, guidate dall’Ammiraglio Thomas Kinkaid, presero nuovamente possesso di Attu e Kiska, si erano solo avuti sporadici incursioni navali e aeree: distante circa 400 km, nell’Isola di Adak fu insediato un aeroporto dal quale l’USAAF iniziò a compiere incursioni e raid contro le fortificazioni giapponesi. Il 7 agosto 1942, una formazione di incrociatori e cacciatoperdiniere, guidati dall’Ammiraglio Smith, bombardò dal mare le installazioni giapponesi, mentre dall’11 settembre iniziarono i raid aerei, che costrinsero i Giapponesi a ritirare la guarnigione da Attu e trasferirla a Kiska. Con il nuovo anno vennero messo a punto i piani della riconquista.

Trincea america ad AttuA capo della Task Force 16, l’11 maggio 1943 l’Ammiraglio Kinkaid diede inizio allo sbarco, condotto dalla 7a Divisione Fanteria del Generale Albert Brown, nonostante il maltempo e la fitta nebbia limitarono l’appoggio dei grossi calibri navali. Le forze giapponesi del Colonnello Yasuyo Yamasaki, sebbene in netta minoranza (erano circa 2900 contro 15.000) tennero impegnate le avanguardie della 7a Divisione, con un’accanita resistenza che nessuno si aspettava di trovare: solo il 17 maggio, per evitare un accerchiamento, i Giapponesi effettuarono uno sganciamento, permettendo agli Americani di ricongiungersi e avanzare all’interno dell’isola. Da quel momento, fu un susseguirsi di attacchi e contrattacchi, spesso arenatisi tra il fango e l’asperità del terreno: nuovi rinforzi, però, continuavano ad affluire, mentre per i Giapponesi iniziarono a scarseggiare munizioni e rimpiazzi. Gli ultimi grandi combattimenti si svolsero nelle giornate tra il 22 e il 27 maggio quando, una dopo l’altra, gli Americani conquistarono creste e valloni, puntando decisi sull’insediamento di Chigacof Harbour, dove, chiusi in una morsa, le forze giapponesi offrirono l’ultima resistenza. Il 29 maggio l’ultimo contrattacco: ogni soldato nipponico uscì dai rifugi e dai ripari, scagliandosi contro la testa di ponte americana. L’attacco continuò l’intero giorno e solo la mattina del 30 gli ultimi colpi furono sparati. Alla fine, l’attacco a Attu e Kiska, in rapporto di vite umane, costò caro agli Americani: i morti furono 550, mentre i feriti quasi 1150, a cui si aggiunsero altri 2100 soldati evacuati a causa del freddo. La guarnigione giapponese, invece, fu praticamente annientata: solo in 28 vennero fatti prigionieri.