Don Giovanni Mazzoni, il sacerdote guerriero decorato al Valore

Don MazzoniDue Medaglie d’Oro al Valor Militare, di cui una alla Memoria, guadagnate sul campo nel corso dei due conflitti mondiali, unitamente ad altre ricompense al valore ed encomi. Nulla di strano se il destinatario fosse un soldato, distintosi nei combattimenti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: ma Giovanni Mazzoni, originario di una piccola frazione del comune di Arezzo, Chiassa Superiore, che gli aveva dato i natali il 17 ottobre 1886, era un uomo di chiesa, in quanto ordinato sacerdote nel 1909. Lui, però, la sua missione apostolare la voleva svolgere tra i soldati, tra coloro che, secondo il suo modo di vedere, avevano più bisogno di assistenza spirituale perché a contatto in ogni momento con la morte e con il dolore. Fu così che, non appena l’Italia si imbarcò nell’impresa coloniale per la conquista della Libia, prese parte alla campagna militare in qualità di Cappellano Militare, seguendo le truppe nell’occupazione di Rodi e delle isole dell’Arcipelago Egeo: ricevette, per la sua opera assistenziale, un encomio solenne e, al termine del conflitto, per un breve periodo si recò in Siria, dove diresse le scuole italiane di Alessandretta. Lo scoppiò della Grande Guerra lo riportò in Italia e a vestire, sull’abito talare, le stellette del Regio Esercito. Assegnato inizialmente, con il grado di Tenente, ad un ospedale militare, nel 1916 chiese ed ottenne il trasferimento in prima linea sull’Altipiano di Asiago, seguendo il 228° Reggimento Fanteria della Brigata Arezzo. Durante le operazioni sul Monte Zebio, venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare per essere riuscito a recuperare un ferito e portarlo in zona sicura, nonostante il crepitare della fucileria nemica: “In una zona assai battuta dalla fucileria nemica, si cacciava sulle spalle un ferito, raccogliendolo tra i cadaveri di altri quattro militari che, prima di lui ne avevano tentato il recupero, e riusciva a portarlo al sicuro, confortandolo come Sacerdote ed assistendolo come infermiere. Monte Zebio, 6 luglio 1916”.

Don MazzoniLa sua opera di sacerdote lo portò a rischiare più volte la vita, svolgendo il compito di barelliere, spingendosi nella terra di nessuno alla ricerca dei commilitoni feriti o morti. Per questo suo coraggio, gli fu conferita una seconda onorificenza, questa volta di bronzo: “Spontaneamente in due sere successive, con pericolo di vita, si spingeva, unitamente ad altri, sotto il fuoco nemico, sino ai reticolati avversari, per raccogliere numerosi feriti e morti, che riportava nelle nostre trincee. Monfalcone, 10 novembre 1916”. Il 30 agosto 1917, durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo, rimase ferito sul costone del Selo: durante un assalto, resosi conto che un gruppo di soldati era rimasto senza guida e senza ordini, ne assunse direttamente il comando, proseguendo l’offensiva contro il nemico. L’azione gli valse la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Quantunque dispensato dal presentarsi alle armi, allo scoppio della guerra vi accorse volontariamente dalla Siria dove stava esercitando apostolato di religione e di Italianità e fu nel proprio reggimento costante e fulgido esempio del più puro amor di patria e del più straordinario coraggio. Già due volte premiato per distinte azioni di valore, primo fra i suoi soldati nel compimento della sua opera, non conobbe ostacoli e tenne il dovere mai come un limite da raggiungere, sempre come una meta da oltrepassare. In una speciale circostanza messosi risolutamente alla testa di un manipolo di militari privo di comandante, nel momento più grave della dura lotta li trascinò arditamente contro il nemico più forte di uomini e di armi e con irresistibile impeto lo debellò e lo costrinse alla resa facendo prigionieri e catturando materiale. Ferito rimase al combattimento finché non ebbe assicurata la vittoria. Già distintosi per elette virtù militari in numerosi combattimenti, sempre impavido nelle zone più fortemente battute dal fuoco avversario, sempre intrepido di fronte ai più gravi pericoli. Carso, 23 maggio-5 giugno, Comarie, 30 agosto 1917”. Fu solo nel gennaio 1918 che riuscì a riprendersi dalle ferite e tornare nuovamente tra i suoi soldati: terminò la guerra come Cappellano del Reggimento Cavalleggeri di Treviso, venendo definitivamente congedato nel 1919.

Don MazzoniSebbene inizialmente attratto dal nascente movimento fascista di Benito Mussolini, divenendo, nel 1927, responsabile dell’Ufficio di Assistenza della Federazione di Arezzo, il successivo fallimento della Banca di Credito e Risparmio di Arezzo, della quale era consigliere, lo portò ad un forte contrasto con i fascisti locali, venendo dapprima espulso dal partito e poi condannato a tre anni di confino, fino alla completa assoluzione da qualsiasi accusa. Nuovi venti di guerra, però, iniziarono a soffiare: con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non passò molto tempo prima che Don Giovanni Mazzoni partisse nuovamente per il fronte. Assegnato alla 52a Divisione Fanteria Torino in partenza per il fronte russo, passò volontariamente nel 3° Reggimento Bersaglieri. Affiancò così i fanti piumati per tutto il ciclo di operazioni del 1941, fino alla dura battaglia di Natale. Chiamato nuovamente ad operare in prima linea, mentre si prodigava a soccorrere un ferito, venne colpito in pieno da una raffica di mitragliatrice che ne stroncava la vita. Per il suo coraggio, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Medaglia d’Oro per la Guerra 1915-1918, dopo aver fieramente chiesto ed ottenuto l’assegnazione ad una unità di prima linea impegnata in aspra lotta, dava continua e chiara testimonianza del suo fervore di apostolo e della sua tempra di soldato fuse nella esplicazione più nobile delle attribuzioni sacerdotali e nell’ascendente del più schietto ardimento e di ineguagliabile abnegazione. In giornate di cruenti combattimenti divideva con raro spirito di sacrificio gli eroismi di un Reggimento Bersaglieri portando a tutti, pur tra i maggiori pericoli, le parole infiammate della fede e la voce trascinante del suo coraggio. In una alterna vicenda dell’accanita lotta accortosi che un ferito rimasto isolato invocava aiuto, e nonostante che altri tentativi fossero rimasti soffocati nel sangue, con ammirevole temerità e consapevolezza si lanciava per soccorrere il dipendente né desisteva dal suo nobile intento pur quando il piombo lo colpiva ad un fianco. Ferito di nuovo e mortalmente, alle estreme risorse vitali affidava la sublimità mistica della sua intrepidezza raggiungendo l’agonizzante e spirando al suo fianco. Esempio mirabile delle più elette virtù e di sublime coscienza dell’ideale patrio. Rassypnaja, Petropawlowka, Fronte Russo, 1-26 dicembre 1941”.

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Il Famedio della Marina Militare di Taranto

Famedio della Marina Militare di Taranto (1)La città di Taranto ha da sempre rivestito, assieme alla vicina Brindisi, per la Regia Marina prima e per la Marina Militare della Repubblica Italiana poi, la base principale per la propria flotta, sia di superficie che subacquea. Nella Città dei Due Mari, contraddistinta dal caratteristico Ponte Girevole, fatto aprire ogni qualvolta una nave battente il Tricolore solca il canale navigabile, le unità della flotta hanno sempre trovato il loro principale punto di ancoraggio. Divise, oggi, tra la Stazione Navale del Mar Grande, in località San Vito, e il centralissimo Arsenale Militare, base dei sommergibili e luogo per le navi durante le soste lavori, il capoluogo tarantino ospita il Famedio della Marina Militare, ultimo luogo di sepoltura per oltre mille uomini con le stellette. Ricostruito nel 1945, immediatamente subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale a causa degli ingenti danni subiti durante le incursioni aeree che colpirono la città tarantina nell’agosto 1943, si compone di una parte centrale, con annessa una piccola cappella per le funzioni religiose, e quattro grandi aree laterali dove sono ubicati i loculi, singoli o collettivi, in cui riposano le spoglie mortali dei soldati.

Famedio della Marina Militare di Taranto (3)Nel piazzaletto antistante, a cui si accede da un piccolo vialetto alberato circondato da cespugli contornatoi da ancore e catene, sono stati posti due monumenti in pietra. Il primo ricorda i nomi dei 183 caduti che erano inizialmente tumulati nello stesso luogo e caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale: i loro miseri resti furono estratti e pietosamente ricomposti soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo che il precedente Famedio della Regia Marina era stato, come ricordato all’inizio, stato colpito e praticamente distrutto dalle incursioni aeree alleate del 1943. Il secondo monumento, invece, ricorda l’equipaggio della Nave da Battaglia Leonardo Da Vinci. Il 2 agosto 1916, mentre si trovava all’ormeggio nel Mar Piccolo, una violenta esplosione squarciò l’unità: nella deflagrazione, attribuita inizialmente ad un sabotaggio austriaco e poi ad uno scoppio accidentale avvenuto all’interno di un deposito di cordite, rimasero uccisi 21 ufficiali e 228 uomini dell’equipaggio, tra cui lo stesso Comandante della nave, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi, a causa delle gravi ustioni riportate nel tentativo di spegnere gli incendi scoppiati a bordo e, per questo, decorato di Medaglia d’Oro al Valor di Marina alla Memoria.

Lapide equipaggio UC12Poco distante dal Famedio della Marina Militare Italiana, un piccolo luogo di sepoltura ricorda altri marinai caduti: in un grande tombone sono stati sepolti gli uomini dell’equipaggio del Sommergibile UC12battente bandiera tedesca, che trovarono la morte davanti il Golfo di Taranto il 16 marzo 1916, mentre il battello era intento a posare un campo minato per contrastare il naviglio italiano e alleato. Forse fu lo scoppio accidentale di una mina la causa dell’affondamento, spezzandolo prima in due tronconi. E proprio la vicinanza tra i caduti italiani raccolti nel Famedio e quelli tedeschi, ricorda, all’eventuale visitatore che si trovi a transitare da questi luoghi, l’unica certezza della gente di mare: anche se nemici per una divisa di colore diverso, se avversari per una Bandiera differente, il grande e immenso blu è sempre pronto ad accogliere, come un grande sudario, tutti coloro che si perdono tra i suoi flutti e le sue onde, senza alcuna distinzione di nazionalità, senza guardare agli amici o ai nemici, unendo tutti i marinai caduti come un ultimo, grande, equipaggio.

Il furto del Black Code dell’Ambasciata americana

Generale Cesare AméUn capitolo ancora oggi poco conosciuto della poco nota storia del SIM, acronimo del Servizio Informazioni Militare nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, diretto dal Generale Cesare Amé, o almeno, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, sono le azioni svolte dalla Sezione Difensiva del Servizio in merito al controspionaggio interno, alla prevenzione degli atti di sabotaggio e alla censura. Tale attività di prevenzione non era rivolta solo all’interno dell’Italia, ma anche all’esterno, là dove operavano le truppe italiane, sparse nei vari teatri di operazione: nel sud della Francia, nel Nord Africa e in Africa Orientale, nei Balcani, in Grecia, in Jugoslavia e poi in Unione Sovietica. Secondo uno studio di Giacomo De Antonellis, “i resoconti del Tribunale Speciale parlano di 163 casi di spionaggio nei quattro anni di guerra contro ben 293 episodi di sabotaggio”. Appare, dunque, chiaramente quanto delicata fosse, in questo campo, l’azione degli uomini del Generale Cesare Amé, che con scaltrezza riuscirono in colpi di mano degni della più nota spia inglese per antonomasia descritta da Jan Fleming. Tra queste, era attiva una particolare sezione, la P (Prelevamento), guidata da un esperto ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, il Maggiore Manfredi Talamo (poi promosso Tenente Colonnello per i meriti conseguiti).

Manfredi-TalamoAssieme ad altri due militari, e due agenti infiltratisi all’interno dell’Ambasciata americana di Roma come semplici uscieri, riuscì ad impossessarsi, nel settembre 1941, del Black Code, ovvero una serie di tabelle cifranti e decifranti in dotazione agli addetti militari statunitensi. Tale azione si rivelò di una importanza senza precedenti: non credendo di dover cambiare i codici cifranti nel momento dell’entrata in guerra, il Dipartimento della Difesa di Washington commise un gravissimo errore, acuito ancora di più dal fatto che il Colonnello Norman Fiske, addetto militare di Washington, lasciò le chiavi della cassaforte dove erano custoditi in ufficio. Ma ciò che fece il gioco del Servizio Informazioni furono gli utilizzi fatti del Black Code: infatti, il Colonnello Franck Bonner Fellers, ufficiale americano “ben introdotto nel comando britannico del Medio Oriente e nel comando dell’Ottava Armata”, come ricorda lo storico Carlo De Risio, trasmetteva dal comando britannico in Africa Settentrionale utilizzando proprio quei codici, così che le truppe dell’Asse del Feldmaresciallo Erwin Rommel riuscirono a riportare numerose vittorie sul nemico. Fu proprio grazie all’azione di Manfredi Talamo e dei suoi uomini che l’Afrika Korps riuscì ad avanzare fino ad El Alamein, enormemente agevolata dall’intercettazione e dalla decifratura dei dispacci trasmessi. Fu soltanto il 10 luglio 1942 che gli Alleati si resero conto che le loro trasmissioni erano quotidianamente intercettate e decifrate: durante un’azione offensiva della 9a Divisione australiana, cadde in mano nemica una sezione intercettazioni dell’Afrika Korps, che aveva con sé parte del Black Code.

Tacete! Il nemico vi ascoltaManfredi Talamo e i suoi uomini continuarono, nell’evolvere del conflitto, ad operare per conto del SIM riuscendo, nell’estate 1942, a scoprire che l’addetto culturale tedesco presso l’Ambasciata a Roma, Kurt Sauer, fosse in realtà un agente doppiogiochista. La cosa non piacque alle autorità tedesche e, soprattutto, ad Herbert Kappler, ufficiale delle SS, il quale chiese espressamente agli uomini della Sezione P di mantenere il più stretto riserbo sull’intera faccenda per non intaccare il prestigio tedesco. Arrestato con il valido contributo dei “colleghi” del controspionaggio, diretti dal Colonnello Fettarappa Sandri, nella rete cadde anche un ingegnere milanese ed una spia finlandese, che operava per conto di Mosca. Ma dell’arresto del funzionario tedesco, dove gli agenti italiani del SIM seppero sopperire ad una chiara inefficienza dei servizi segreti tedeschi, e delle SS in particolare, Kappler non si dimenticò: il 24 marzo 1944 il nome di Manfredi Talamo venne inserito tra coloro che sarebbero stati fucilati alle Fosse Ardeatine.

Bruno Carloni, Medaglia d’Oro caduto in terra di Russia

Bruno CarloniSuo padre, Mario Carloni, partì come soldato volontario nel 5° Reggimento Bersaglieri, scalando la gerarchia militare fino a diventare ufficiale di complemento, con il grado di Sottotenente, nel 7° Bersaglieri. Partecipò al primo conflitto mondiale, distinguendosi per valore e per capacità di comando, venendo decorato al Valor Militare e passando al servizio effettivo, terminando il conflitto con il grado di Capitano: è seguendo il suo esempio di soldato che il giovane Bruno, nato nel 1920 a Isola del Liri, piccolo centro abitato in provincia di Frosinone, decise di indossare il piumetto dei Bersaglieri. Arruolatosi volontario come ufficiale entrando all’Accademia di Modena nel 1940, lo stesso anno della dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, Bruno, due anni più tardi, uscì dall’istituto militare vestendo il grado di Sottotenente, venendo assegnato al 6° Reggimento Bersaglieri. Raggiunto il reparto in terra di Russia, dove era stato già precedentemente dislocato, la durezza del conflitto in corso catapultò fin da subito il giovane ufficiale nella dura realtà della guerra, fatta di assalti, agguati e imboscate, fino ad allora studiate e apprese sui libri dell’Accademia.

Campagna di RussiaAssegnato alla 2a Compagnia del VI Battaglione, il 13 luglio 1942, a Wladimorowka, durante un assalto condotto alla testa dei suoi uomini, primo ad uscire allo scoperto con il piumetto al vento dei Bersaglieri, si guadagnò sul campo la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Comandante di un plotone d’una compagnia Bersaglieri distaccata presso altra unità, si lanciava per primo all’assalto d’una munitissima trincea protetta da profondo reticolato, che superava strisciando per giungere più presto sul nemico che assaliva a bombe a mano, nonostante il vivace fuoco delle mitragliatrici avversarie. Visto cadere gravemente ferito il proprio capitano, assumeva il comando della Compagnia e, dopo aspra, accanita, lotta, conquistava la posizione, catturando armi e prigionieri. Wladimorowka, 12 luglio 1942“. Il giovane Bersagliere, seguendo le orme del padre nella Prima Guerra Mondiale, dimostrò tutto il suo valore nella nuova guerra che l’Italia fu chiamata a combattere. Pochi giorni dopo la battaglia di Wladimorowka, il 6° Reggimento Bersaglieri venne dislocato in un altro settore del Don, lungo la testa di ponte che da Satonskij giungeva fino a Bobrowskij, fino ad allora tenuto da un piccolo reparto tedesco.

Bersaglieri in RussiaInevitabile lo scontro. In pieno giorno, infatti, mentre il 3° Bersaglieri muoveva verso le sue posizioni lungo l’ansa del Don, i soldati dell’Armata Rossa scatenarono una prima, violenta offensiva, appoggiata anche da una quarantina di carri armati: l’attacco investì in pieno sia i Tedeschi che i fanti piumati del Sottotenente Bruno Carloni. Un primo assalto venne bloccato e i Russi non riuscirono a oltrepassare il fiume: restava a questo punto soltanto una cosa da fare, ovvero prendere l’iniziativa e pensare subito ad un contrattacco. Il 2 agosto 1942 iniziò l’attacco verso i villaggi di Baskovskij e di Bobrowskij, raggiunti entrambi e superati a costo di perdite che andavano aumentando sempre di più. Dopo i villaggi rimaneva il bosco vicino, che si apriva e degradava verso il fiume: il nuovo obiettivo divenne la Quota 210, affidata agli uomini di due compagnie, tra cui quella di Bruno. Gli scontri furono duri con pesanti perdite: ferito ad un braccio, il giovane Bersagliere restò in mezzo alla battaglia, là dove maggiore era il fuoco sovietico. Non smetteva di incitare i suoi uomini a proseguire nell’azione fino a quando una raffica di mitragliatrice, colpendolo in pieno petto, non lo faceva cadere a terra, esanime. L’offensiva, che non fruttò alcun risultato alle forze italo-tedesche, venne interrotta il giorno 8 agosto, dopo che entrambi le parti avevano subito pesanti perdite.

Inutili furono i tentativi dei medici di salvarlo: si spense tra le braccia dei suoi uomini, riservando le ultime parole per suo padre e per i Bersaglieri, che tanto fedelmente aveva giurato di servire. Alla sua memoria verrà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Giovanissimo Ufficiale entusiasta e valoroso, già decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo. Durante l’accanito e sanguinoso combattimento, quando il nemico era riuscito a penetrare nelle linee, minacciando il fianco di un nostro battaglione, alla testa dei suoi si lanciava al contrassalto. Ferito ad un braccio, rifiutava ogni soccorso e fasciatosi sommariamente, continuava con immutato slancio, ricacciando l’avversario all’arma bianca. Mentre, ritto innanzi a tutti, difendeva a bombe a mano la posizione da rinnovati più furiosi assalti, una raffica di mitragliatrice lo abbatteva. Ai Bersaglieri accorsi in suo aiuto rispondeva in un supremo sforzo sollevando in alto il piumetto: me l’ha donato mio padre, ditegli che l’ho portato con onore! Magnifica figura di soldato, che nella luce del sacrificio consacra ed esalta il fascino della più pura passione bersaglieresca. Fronte russo, Bobrowskij, 3 agosto 1942”.

Il sacrificio del Regio Dragamine 36

Regio Dragamine 36Una pagina di particolare eroismo e sacrificio offerto dalla Guardia di Finanza, e ad oggi ancora poco nota al pubblico, è quella inerente le sue unità navali. Con lo scoppio delle ostilità il 10 giugno 1940, infatti, circa centocinquanta unità del naviglio della Guardia di Finanza passarono alle dirette dipendenze della Regia Marina Militare, prodigandosi in missioni di scorta a convogli navali, sia militari che commerciali, dragaggio, caccia sommergibili e vigilanza costiera. Tanto prezioso contributo è premiato con il conferimento della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Bandiera di Guerra del Corpo: “Nel corso di lungo ed aspro conflitto cooperava con la Marina Militare, con perfetta efficienza di uomini e di mezzi, nell’assolvimento del gravoso compito di vigilanza alle coste nazionali e di oltremare, di dragaggio alle rotte di sicurezza, di caccia ai sommergibili e di scorta ai convogli, contrastando sempre l’agguerrito avversario con valore, tenacia ed alto sentimento del dovere. Successivamente all’armistizio, tenendo fede alle leggi dell’onore militare, concentrava le superstiti unità e, pur menomato nei mezzi e negli uomini per le notevoli perdite subite, iniziava con rinnovato ardimento la lotta contro il tedesco aggressore. Perdeva complessivamente, nella dura lotta, il cinquanta per cento delle unità, contribuendo con eroici sacrifici singoli e collettivi, a mantenere in grande onore il prestigio delle armi italiane. Mediterraneo, 10 giugno 1940-8 settembre 1943; Tirreno-Adriatico, 9 settembre 1943-8 maggio 19451”.

TV Di BartoloDegno di menzione, tra le tante storie di quel drammatico conflitto, è quella relativa alla sorte del Regio Dragamine 36 e del suo equipaggio. Il 21 agosto 1941, l’unità, utilizzata fino a quel momento in ben 317 missioni di dragaggio esplorativo e di neutralizzazione di mine marine, subiva un duro primo attacco aereo mentre si trovava a svolgere un’attività di dragaggio. Nell’attacco caddero eroicamente il Brigadiere Francesco Mazzei, Comandante della nave, e i Finanzieri Michele Esposito e Gennaro Russo. Alla Memoria del Brigadiere Mazzei sarà concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Comandante di Dragamine fatto segno a ripetuti attacchi di aereo nemico, si sostituiva volontariamente al puntatore di una mitragliera ammalato ed iniziava un’intensa reazione di fuoco contro il velivolo attaccante. Con sereno coraggio e cosciente ardimento proseguiva animosamente nel serrato duello finché, colpito al petto da una raffica di mitraglia, si abbatteva esanime sull’arma ancora puntata contro il nemico. Acque di Pozzallo, 21 agosto 1942”. Eseguite le dovute riparazioni, il 4 settembre 1942 il Regio Dragamine 36 era trasferito a Tripoli con il nuovo Comandante, Maresciallo Aldo Oltramonti, e tutto il suo equipaggio con compiti di scorta a convogli e antisommergibile e posto sotto le dipendenze della XLa Flottiglia, comandata dal Tenente di Vascello Giuseppe Di Bartolo, della Regia Marina.

A seguito delle disastrose azioni militari italo-tedesche in Nord Africa, e della rapida avanzata inglese, il 19 gennaio 1943 l’unità, assieme ad un convoglio, si diresse alla volta della Sicilia: intercettato da una squadra navale inglese, fin da subito iniziò un impari lotta. Il Comandante Di Bartolo diede ordine alle altre unità navali di disperdersi ed avvicinarsi nuovamente alla costa africana per cercare riparo e con il piccolo dragamine si avventò contro i cacciatorpedinieri avversari. Tutto il fuoco nemico, principalmente proveniente dai Cacciatorpedinieri Javelin e Kelvin, si concentrò allora sulla piccola imbarcazione che, nonostante l’eroismo dei suoi uomini, venne affondata. Anche le altre unità del convoglio, nonostante il sacrificio di Di Bartolo, Oltramonti e degli altri quattordici membri dell’equipaggio, furono raggiunte ed affondate. In segno di riconoscenza, al Tenente di Vascello Di Bartolo venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di Flottiglia Dragamine dislocata in zona avanzata oltremare, resasi necessaria l’evacuazione della base ed avuto ordine di trasferire in Patria la Flottiglia, apprestava alla lunga navigazione, con competenza e capacità, le Unità dipendenti, nonostante le ininterrotte, violente incursioni aeree. Nel corso del trasferimento, attaccato di notte da preponderante formazione di supercaccia avversari, nel sublime tentativo di salvare le altre Unità, impartiva l’ordine di dirottare verso la costa mentre con la propria, offerta al supremo olocausto, muoveva decisamente incontro all’attaccante, nel disperato tentativo di opporsi alla schiacciante superiorità dei mezzi avversari. Giunto a portata di tiro delle proprie mitragliere impegnava impari lotta, sorretto dall’entusiasmo e dalla fede degli eroi. Colpita la sua imbarcazione più volte, prossima ad affondare, rispondeva al nemico facilmente vittorioso, con le ultime raffiche di mitraglia, inabissandosi con la nave e l’intero equipaggio. Fulgido esempio di estrema dedizione alla Patria e di luminose virtù di comando. Mediterraneo Centrale, 20 gennaio 1943”.

I fucilati di Castelnuovo di Garfagnana

20170106_153659Uscendo dal centro abitato di Castelnuovo di Garfagana, prendendo la statale che porta fino a Lucca, ci imbattiamo in una strada che sale con dei piccoli tornanti. La strada conduce fino al Cimitero Comunale, situato in cima ad un dolce declivio. Fuori, posto sulla sinistra del cancello di ingresso, all’ombra di un alto cipresso, è stato eretto un momento, in marmo bianco, che, purtroppo, a causa del tempo e delle intemperie, è stato reso un po’ illeggibile: “Per la giustizia insorsero, per la libertà caddero” è scolpito nella parte superiore. Posto dall’Amministrazione Comunale nell’ormai lontano 1999, in collaborazione con la Comunità Montana e l’Istituto Storico della Resistenza di Lucca, ricorda dodici civili italiani che vennero fucilati in due rappresaglie ad opera dei nazi-fascisti, il 23 settembre e il 6 novembre 1944: anche i Castelnuovesi, così come tanti altri abitanti della Garfagnana e della Versilia, conobbero la ferocia della guerra civile, degli arresti indiscriminati tra la popolazione e le fucilazioni sommarie. Se l’odio non raggiunse mai i livelli della Versilia, dove si consumarono gli eccidi di Sant’Anna di Stazzerma e di Bergiola, anche il borgo ai piedi delle Alpi Apuane pianse i suoi morti. Il 12 agosto 1944, nella sala delle adunanze della Rocca Ariostesca, simbolo ancora oggi di Castelnuovo, venne fatto esplodere un ordigno, indirizzato, pare, contro Silla Turri, comandante del distaccamento di Castelnuovo di Garfagnana della XXXVI Brigata Nera Mussolini, con sede a Lucca. Non ci fu nessuna rappresaglia, sebbene tre abitanti vennero dapprima arrestati e poi rilasciati, ma l’episodio, che comunque costò la vita ad un milite della Brigata Nera, fece salire la tensione. Quando, a metà settembre, un bombardamento colpì il principale acquartieramento della Brigata Nera, i militi furono costretti a trasferirsi: e lo fecero stabilendosi presso il Convento dei Frati Cappuccini. Qualche giorno dopo, approfittando di una festa all’interno dei locali a piano terra, un gruppo di partigiani decise di attaccare il presidio con lancio di bombe a mano e colpi di mitra. Nell’azione nessuno rimase ucciso, si contarono solo una decina di feriti ma, nonostante tutto, la rappresaglia che ne seguì fu senza precedenti per la tranquilla popolazione di Castelnuovo.

castelnuovo-porta-castruccioDuilio Cavallini, Edoardo Lazzarini e Alfiero Orazzini furono i primi tre a cadere sotto i colpi delle Brigate Nere: furono rastrellati la mattina, al sorgere del sole, mentre erano intenti a raccogliere l’uva nei campi in vista della prossima vendemmia. I loro corpi, poi, furono portati al paese e mostrati, sotto la minaccia delle armi, alla popolazione impietrita. La ferocia dei fascisti, purtroppo, non si fermò qui. I militi, non contenti per il sangue versato, continuarono la loro scia di violenza: quel giorno, 23 settembre 1944, furono otto gli uccisi dalle Brigate Nere. Durante la loro ricerca dei presunti responsabili dell’assalto della sera precedente, nel pomeriggio vennero catturati quattro fratelli, nella vicina località di Merlacchiaia: si trattava di Decimo e Ottavio Bacci e di Fernando e Giovanni Guidi, i quali erano intenti a costruire un rifugio antiaereo per sfuggire ai bombardamenti e alle cannonate. Toccante è la testimonianza, riportata nel libro di Feliciano Bachelli, Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e Resistenza, di Tommaso Guidi, padre di due dei fucilati: “Dopo l’uccisione, la sparatoria da parte dei militi della Brigata Nera continuò per circa quaranta minuti e in coro gridavano ammazziamoli tutti! Terminata la sparatoria, si diedero al saccheggio e ad atti vandalici, appiccando il fuoco a diverse capanne”. Quella drammatica giornata non era ancora finita e doveva essere sparso altro sangue. Non erano bastati quei sette morti presi a caso tra la popolazione inerme. Le Brigate Nere volevano ancora uccidere e ci riuscirono con Bruno Valori, un giovane originario di Montelupo Fiorentino, di appena ventidue anni, ma che la Resistenza al nazi-fascismo aveva portato in Garfagnana, dove iniziò ad operare come staffetta, anche grazie ad un lasciapassare avuto dalle autorità germaniche. Partigiano della Brigata Lunense, venne catturato la sera del 22 settembre, mentre, assieme ad altri due compagni, attraversava i boschi di ritorno da un’azione volta alla liberazione di Luigi Berni, antifascista della prima ora e animatore, poi, della Resistenza tra i comuni di Castelnuovo, Filicaia e Castiglione. Incappato in un posto di blocco tedesco, sicuro di poterlo attraversare senza difficoltà proprio grazie a quel suo lasciapassare, venne trattenuto e consegnato alla Brigata Nera, la stessa che durante il giorno aveva massacrato a colpi di mitra e di fucile i sette giovani tra i campi attorno a Castelnuovo. Interrogato, selvaggiamente picchiato, il destino di Bruno era omai segnato: scalzo, sanguinante, quasi svenuto per le dure sevizie subite, venne portato sul luogo dove, ormai parecchie ore prima, erano stati uccisi i tre uomini intenti nella vendemmia. Gli venne intimato di scavare una fossa per sé e gli altri uccisi: all’improvviso, venne freddato con un colpo di pistola alla nuca.

Bruno ValoriLa guerra civile aveva ormai sconvolto la Garfagnana: con l’arrivo, poi, delle Divisioni Monterosa e San Marco, del neo ricostituito esercito della Repubblica Sociale di Mussolini addestrato dai Tedeschi in Germania, molti furono i giovani abitanti di Castelnuovo che si diedero “alla macchia”, evitando così la chiamata alle armi. In tanti li aiutavano a passare il fronte o semplicemente a nascondersi. Fu così che nelle mani dei Fascisti e dei Tedeschi finirono cinque abitanti delle zone antistanti Castelnuovo: Ferruccio Marroni, originario del comune di Gallicano, Telmo Simoni, di appena vent’anni, di Trassilico, i coniugi Adelmo Medici, di professione medico, e sua moglie Natalina Peranzi, accusata di aver fornito abiti borghesi a militari disertori e renitenti alla leva, entrambi di Camporgiano. Condotti nei pressi del cimitero cittadino, a loro si aggiunse un quinto uomo, Antonio Bargigli, sfollato, originario di Livorno. È Renzo Bartoloni nel suo volume La Resistenza in Garfagnana a raccontarci quel nuovo, drammatico, episodio di sangue. Era il 6 novembre 1944: gli Alpini della Monterosa che avrebbero fatto parte del plotone di esecuzione si rifiutarono di sparare contro dei civili inermi e per giunta disarmati. Nel frattempo, a seguito di accertamenti, venne confermata l’estraneità di Adelmo Medici, mentre l’esecuzione della moglie venne sospesa in attesa di indagini più approfondite. Intanto, gli altri tre sfortunati, Bargigli, Simoni e Marroni furono uccisi a colpi di pistola da un ufficiale tedesco: nel pomeriggio, anche Natalina Peranzi venne falcidiata a colpi di mitra. La guerra stava volgendo al termine, Firenze, Pistoia, e poi Lucca, erano state raggiunte dalle forze alleate e liberate: nessuno poteva immaginare che in quell’inverno a cavallo tra il 1944 e il 1945 il fronte intero si fermasse dinnanzi a quella che è stata chiamata Linea Gotica, una serie di fortificazioni e bunker che correva dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. E nessuno di loro, così come nessuno a Castelnuovo di Garfagnana, avrebbe creduto che le loro montagne e le loro valli fossero sconvolte dalla guerra peggiore che possa colpire un popolo, quella civile.