Un sacrificio che salvò un intero paese

Carabiniere Albino BadinelliUn sacrificio al pari di quello del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, del Maresciallo Vincenzo Giudice o dei tre militari dell’Arma dei Carabinieri di Fiesole, vicino Firenze. Un sacrificio che salvò un intero Paese. Un sacrificio che vide protagonista un altro appartenente alla Fedelissima, di appena ventiquattro anni: Albino Badinelli. Settimo di undici figli, nasce nel 1920 nel comune di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova, e fin da giovanissimo inizia a conoscere la dura vita del lavoro nei campi. Da quando iniziò gli studi elementari maturò anche la passione che lo porterà a frequentare, a partire dal 1939, la Scuola Militare di Torino: indossare l’uniforme dei Carabinieri. Terminato il corso due anni dopo, nel 1941 viene mandato per un periodo iniziale di tre mesi in servizio a Scicli, in provincia di Ragusa, giù in Sicilia. Ma la guerra in corso richiese che anche l’Arma dei Carabinieri desse il suo contributo con propri reparti mobilitati, similarmente a quanto già aveva fatto nel corso del primo conflitto mondiale. Fu così che il Carabiniere Albino Badinelli venne destinato a Zagabria, in Croazia, per poi essere nuovamente trasferito in Italia, a Santa Maria del Taro, in provincia di Parma. Intanto la guerra proseguiva. Suo fratello Marino, arruolato nel Regio Esercito, partì in Unione Sovietica, al seguito dell’Armata Italiana in Russia (l’ARMIR): non fece mai più ritorno.

albinoSi fece il 1944 e Albino poté, dopo tanti anni lontano da casa, tornare nelle sue terre liguri: la caserma dove era destinato, infatti, subì un duro attacco che la danneggiò gravemente; così, in attesa di nuovi ordini e di un possibile nuovo impiego, fu inviato per un periodo di licenza a casa, riabbracciando i propri cari. Intanto, anche la provincia di Genova visse i drammi della guerra civile e delle rappresaglie naziste contro la popolazione inerme. Il 2 settembre 1944, mentre ancora si trovava a casa, libero dal servizio, Albino seppe che una formazione nazifascista aveva radunato un gruppo di venti abitanti di Santo Stefano d’Aveto, praticamente quasi tutto l’abitato, minacciando di fucilarli se non avessero rivelato dove si nascondevano i partigiani. Conscio del sacrificio a cui andava incontro, si consegnò al plotone al posto dei suoi concittadini. Di lui, del suo sacrificio, resta una Medaglia d’Oro al Merito Civile: “Carabiniere effettivo alla Stazione di Santa Maria del Taro, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, non volendo venir meno al giuramento prestato e deciso a non far parte delle milizie della Repubblica di Salò, si dava dapprima alla macchia e successivamente decideva di consegnarsi al reparto nazifascista che, come rappresaglia ad un attacco subito, minacciava di trucidare venti civili inermi. Condotto davanti al plotone di esecuzione sacrificava la propria vita per salvare quella dei prigionieri. Chiaro esempio di eccezionale senso di abnegazione e di elette virtù civiche spinte fino all’estremo sacrificio. Santo Stefano d’Aveto, Genova, 2 settembre 1944″.

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La rivolta di Sobibor

SobiborFurono oltre 300.000 i prigionieri che morirono all’interno del campo di sterminio di Sobibor, piccolo borgo a 80 km da Lublino, in Polonia. Questo campo, costruito nel marzo 1942 ed entrato in funzione il 16 maggio successivo, era posizionato nei pressi della ferrovia Chelm-Włodawa, così che i convogli dei prigionieri giungessero direttamente al suo interno. Delle centinaia di migliaia di uccisi, ben 207.000 provenivano dalla sola Polonia, mentre i restanti dalla Cecoslovacchia (31.000), dai Paesi Bassi (34.300), dalla Lituania (14.000), dalla Germania e dall’Austria (10.000) e dalla Francia (4000). A dirigere i lavori di costruzione venne chiamato il Capitano delle SS Richard Thomalla, lo stesso che realizzerà i campi di Treblinka e Belzec e che, alla fine della guerra, catturato dai Sovietici, il 12 maggio 1945 verrà giustiziato a Jicin, in Cecoslovacchia.

Aleksandr Aronovič PečerskijSobibor, però, e i suoi prigionieri, si resero protagonisti di una rivolta contro i guardiani delle SS. Tutto ebbe inizio da Leon Feldhendler, già a capo del Consiglio ebraico della città polacca di Zolkiew, che riunì attorno a sé un gruppo di detenuti fidati, con i quali iniziò a pianificare la fuga. Quando, poi, nel campo di sterminio giunse un ufficiale ucraino, Aleksandr Aronovic Pecerskij, grazie alla sua esperienza in combattimento e al suo addestramento, vennero stabiliti i piani di azione. Pecerskij, catturato dai Tedeschi nell’ottobre 1941, venne inizialmente portato nel campo di lavoro di Minsk, in Bielorussia; soltanto il 22 settembre 1943 venne trasferito ai lavori forzati nel campo di Sobibor. I Tedeschi, dopo quanto avvenuto il 2 agosto 1943 a Treblinka, ossia una rivolta delle squadre di lavoro che appiccarono incendi alle baracche, riuscendo anche a fuggire, rafforzarono le difese di Sobibor, circondando l’intera struttura con un campo minato.

Campo di sterminio di SobiborL’azione pianificata da Pecerskij e Feldhendler ebbe inizio il 14 ottobre 1943. Il piano prevedeva di attirare in luoghi isolati gli ufficiali delle SS a guardia del campo, per poi eliminarli uno ad uno, dopodiché, utilizzando le armi catturate ai Tedeschi uccisi, sarebbe stata assaltata l’armeria principale, così da aprirsi un varco dall’uscita principale e fuggire nei fitti boschi della zona, facendo perdere le proprie tracce. In totale vennero uccise undici SS, ma la scoperta del cadavere di una di esse, il Sergente Rudolf Beckmann, mise in allarme le altre guardie. Vistisi scoperti, i prigionieri in rivolta si giocarono il tutto per tutto per la liberà: in oltre seicento tentarono la fuga, lanciandosi in una corsa attraverso i campi minati e le raffiche di armi automatiche delle SS che cercavano di fermarli. Di questi, trecento riuscirono ad evadere, ma circa settanta vennero uccisi nella fuga e altri 170 furono catturati nei giorni seguenti e immediatamente fucilati.

sobibor (1)Tra i sopravvissuti, vi fu lo stesso Pecerskij, che continuò a combattere i Tedeschi aggregandosi ad un’unità di partigiani sovietici, fino a quando non venne gravemente ferito ad una gamba, costringendolo a ritirarsi dalla lotta. Rientrato in Patria dopo la guerra, non ebbe vita facile: non ricevette alcun riconoscimento per la rivolta a Sobibor, mentre il nuovo clima di sospetto verso tutti i prigionieri sovietici, colpevoli secondo Stalin di essersi arresi senza combattere ai Nazisti, lo portò a essere nuovamente arrestato, questa volta dalla polizia politica sovietica, la NKVD. Imprigionato nuovamente nel 1948 assieme al fratello in un campo di lavoro in Siberia, che morirà a causa di una grave complicazione di diabete, verrà rilasciato solamente nel 1953, grazie anche alle numerose pressioni al Governo di Mosca da parte dei superstiti di Sobibor fuggiti in quel lontano 14 ottobre 1943.

La guerra tradita: le memorie di un ufficiale della Divisione Littorio

La guerra traditaLuciano Berti, allo scoppio della guerra, quel 10 giugno 1940, è ancora uno studente universitario, allegro, con i suoi vent’anni ed un futuro davanti. Ma, anche se ancora giovane, in lui si fa strada una sola convinzione: partire volontario. Decide così di arruolarsi, venendo mandato, per il periodo di addestramento, a Lucca, dove ha sede la Scuola per Allievi Ufficiali di Complemento per l’Artiglieria. Tra un addestramento ed un altro, in Luciano Berti si fa strada la voglia di raccontare, testimone in prima persona degli anni che sconvolsero il mondo intero per cinque lunghi anni. Ed ecco il suo diario, La guerra tradita, venuto alla luce ormai postumo, curato con attenzione da Cristina De Giorgi, giornalista romana. In esso, si ripercorrono gli altri passati al fronte, in Albania e in Jugoslavia, e il servizio prestato nel 41° Reggimento Artiglieria.  E poi le drammatiche giornate dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e la scelta finale: continuare a combattere aderendo alla Repubblica Sociale Italiana al nord, tra le fila della Divisione Littorio, una delle quattro grandi unità volute da Mussolini (assieme alla Monterosa, alla San Marco e all’Italia), addestrata in Germania e schierata sul fronte italiano. Abbiamo, pertanto, incontrato Cristina De Giorgi.

1. La Guerra Tradita nasce come diario personale di Luciano Berti, Ufficiale di Artiglieria che ha combattuto il secondo conflitto mondiale nel Regio Esercito prima e con l’Esercito Repubblicano di Salò poi. Da dove è nata l’idea di curare questo libro?

Luciano BertiUn pomeriggio di diversi anni fa, insieme alla mia famiglia, andai a trovare Luciano Berti. Ci andavamo ogni volta che potevamo, era un piacere parlare con lui ed ascoltare i suoi racconti di guerra e di vita. Quella volta in particolare, la ricordo molto bene, gli chiesi se per caso non avesse voglia di scrivere i suoi ricordi, perché ritenevo che la sua esperienza meritasse di essere letta e conosciuta. Lui allora sorrise e tirò fuori un pacco di fogli di carta vergati a mano. Erano il suo diario militare. Me li affidò e chiese di occuparmene, di curarne con la massima libertà la pubblicazione. Cominciai dunque con il trascrivere tutto al computer per poi editare il testo in modo da chiarire meglio alcuni passaggi, sempre nel rispetto del concetto espresso dall’autore, ed inserire note ove fosse necessario. Un lavoro lungo ma anche entusiasmante, perché l’autore scrive in modo da far sembrare di essere a tua volta dentro il suo racconto. E così anche quando ho avuto in mano il volume fresco di stampa, pubblicato nella prestigiosa Collana Storica di Mursia. Ho un unico rimpianto: il fatto che Luciano, lo chiamo per nome perché lo considero un po’ come il nonno che non ho mai conosciuto, sia venuto a mancare prima dell’uscita del suo La Guerra Tradita. Avrei voluto renderlo soddisfatto e orgoglioso.

2. Che tipo di Ufficiale era Luciano Berti? Cosa ti ha colpito di più della sua figura, prima di tutto come uomo e poi come militare?

Luciano BertiDel Luciano uomo, dalle sue pagine emerge una personalità precisa, curiosa, che non si dà mai per vinto anche nelle difficoltà, che ama primeggiare in tutto quello che fa. Che ha un fortissimo senso del dovere, che adora la sua famiglia e la sua Patria. Quanto al tipo di Ufficiale che è stato, basterebbe dire che non pretendeva mai dai suoi soldati nulla che non facesse lui per primo. Era ligio al regolamento militare, ma sapeva anche interpretarlo in modo da tenere conto delle esigenze personali dei suoi sottoposti, che anche per questo lo tenevano in grande considerazione. Una volta, per esempio, durante un trasferimento in treno, consentì ad un soldato di scendere per andare a trovare i suoi, che abitavano in una cittadina attraversata durante il tragitto, col patto di farsi trovare l’indomani alla stazione successiva. Se non fosse tornato, i guai li avrebbe passati lui che era l’Ufficiale e che l’aveva autorizzato ad andare. Il soldato, comunque, grato per la possibilità ricevuta, tornò. In un’altra occasione, quando era ufficiale di picchetto, riportò in caserma un gruppo di Camice Nere che si erano attardate ben oltre l’orario di rientro per festeggiare un compleanno, e disse che li aveva precettati lui per un servizio, evitando loro punizioni e rigore. Di episodi come questi, nel diario di Luciano, ce ne sono tanti. E secondo me sono molto indicativi per comprendere la sua essenza di militare graduato.

3. Dopo l’8 settembre 1943, Berti ha compiuto una scelta decisa, coraggiosa. Cosa lo ha spinto ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana?

Divisione LittorioNei giorni successivi all’armistizio, Luciano Berti è al fronte, in Albania, dove assiste allo sbandamento dell’Esercito Italiano, che da alleato, per i Tedeschi, diventava nemico. Ne derivò, per molti, l’internamento nei campi di prigionia in Germania. Altri invece, tra cui Luciano, entrarono nel Gruppo Volontari Rodolfo Graziani, formato nel campo in cui erano stati portati i nostri soldati in attesa di ordini dal costituendo Governo della Repubblica Sociale. Per capire cosa lo ha spinto, bastano queste sue poche parole: “Inevitabile per me non schierarmi con gli Anglo-Americani, che continuavano a bombardare il mio Paese, ma andare avanti con dignità a combattere a fianco del vecchio alleato tedesco, prendendo posizione contro il tradimento”. Fu amor di Patria, dunque. E volontà di difendere l’onore dell’Italia. Ideali, questi, che Luciano vive fino in fondo, prima tra le fila della Divisione Littorio nella guerra sul fronte alpino e poi in prigionia in Francia.

4. C’è un episodio del diario che ritieni particolarmente importante non sia andato perduto?

A dir la verità  non saprei sceglierne uno solo. Ritengo, infatti, che la storia di Luciano, raccontata attraverso le sue parole, meriti di essere conosciuta da tutti. Personalmente, e l’ho anche scritto nella postfazione, ritengo che la Storia,  quella con l’iniziale maiuscola, quella vera, la facciano gli Uomini. Se si vuole veramente capirla e comprendere anche i grandi eventi, è  dai singoli, dalle loro scelte, dalle loro vite che bisogna partire. E la vita di Luciano fornisce senz’altro più di qualche spunto di riflessione. Utile e stimolante non solo per chi condivide i suoi ideali ma per tutti.

Il raid del Telemark

I Ragazzi di Via PanispernaEra il 1932 quando due fisici, Ernest Walton e John Cockcroft, riuscirono, utilizzando protoni accelerati, a spaccare un atomo di litio: l’uomo, per la prima volta, realizzava la prima fissione nucleare artificiale. Due anni più tardi, un gruppo di ricercatori guidati da Enrico Fermi, bombardarono un nucleo di Uranio 235 con neutroni: non si accorsero, però, di quanto avevano prodotto, credendo invece di aver dato origine a nuovi elementi transuranici. Solo nel 1938, infine, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, fu dimostrata la possibilità di realizzare la fissione dell’uranio bombardandolo di neutroni: la dimostrazione scientifica si deve a Otto Hahn e al suo assistente Fritz Strassman. Da allora, prese avvio una rapida corsa tra fisici e chimici. L’obiettivo: riuscire a poter controllare la fissione nucleare per produrre energia elettrica. Sfortunatamente, però, iniziarono a soffiare i primi venti di guerra e, parallelamente all’uso civile della nuova scoperta, prese avvio anche la ricerca in campo militare, per poter produrre un nuovo ordigno capace di distruggere un’intera città, sfruttando, questa volta, la fissione incontrollata. E tra le nazioni maggiormente interessate, vi era la Germania nazista di Adolf Hitler.

Fabbrica di TelemarkOccupata la Norvegia in pochi mesi (la campagna dura dal 9 aprile al 10 giugno 1940), i Tedeschi capirono che i territori pressoché isolati del Nord Europa erano i luoghi ideali dove poter compiere in segreto, e in relativa tranquillità, gli esperimenti legati alla fissione nucleare e allo sviluppo di un primo reattore: elemento fondamentale era l’acqua pesante, prodotta mediante particolari processi dall’acqua normale, grazie alla sua capacità “moderante”, ovvero poter rallentare i neutroni indispensabili alla fissione nucleare. Poiché la Germania era sprovvista di grandi riserve di questa particolare acqua, iniziò a sfruttare gli stabilimenti industriali nei paesi occupati ed uno di questi, l’impianto di Rjukan, l’unico in Europa a produrre acqua pesante, si trovava proprio in Norvegia, nella contea di Telemark, nel sud del paese. Preoccupati dell’avanzare delle ricerche tedesche, gli Alleati escogitarono fin da subito una serie di azioni per impedirne la produzione e l’utilizzo da parte degli scienziati del Terzo Reich. Già nel marzo 1940, la Francia riuscì, utilizzando un membro del suo servizio segreto, a sottrarre ai Tedeschi ben 185 kg di acqua pesante, comprando letteralmente, con cinquanta milioni di franchi, quanto aveva prodotto la fabbrica fino ad allora. I Tedeschi, però, dopo lo smacco subito, deciso di occupare militarmente l’impianto.

Tause_heltern_Parachute_training_ca_1940__Wallis_Jackson_2nd_right_None-559x380Con l’occupazione dell’impianto industriale, l’unico modo per impedire ai Tedeschi di potersi rifornire di acqua pesante era la distruzione dell’impianto stesso. Per diretto interessamento del Primo Ministro inglese, Winston Churchill, vennero studiati dei piani per poter paracadutare gruppi di commandos nelle vicinanze della fabbrica: una volta raggiunta e infiltratisi all’interno, avrebbero piazzato esplosivi per sabotare i macchinari e i depositi di stoccaggio dell’acqua pesante. Per compiere queste incursioni, appartenenti ai servizi segreti britannici, presero contatto con i membri della resistenza norvegese, in modo da avere una situazione dettagliata dell’area di operazioni. Il 15 ottobre 1942 prese avvio la prima operazione: condotta da due ufficiali inglesi dei commandos, Jens Anton Poulsson e Claus Helberg, e da due novergesi (Knut Haugland e Arne Kjelstrup) della Kompani Linge, unità combattente norvegese celebre per le sue incursioni nei territori occupati, suo scopo principale non fu l’attacco alla fabbrica, ma piuttosto un’estesa ricognizione di quanto avvenisse nei dintorni. L’azione diretta, infatti, fu affidata ad un gruppo di paracadutisti che si sarebbero avvicinati all’obiettivo mediante alianti: questa seconda incursione, però si rivelò un insuccesso. Gli alianti si schiantarono e i superstiti vennero catturati dalla Gestapo e uccisi.

Gli Alleati erano, però, decisi a mettere fine alla produzione di acqua pesante e misero a punto un nuovo piano. Il 16 febbraio 1943, un nuovo gruppo di paracadutisti venne lanciato nella contea di Telemark. Radunatisi e dopo un’attenta ricognizione dell’area, undici giorni dopo riuscirono ad entrare furtivamente nell’impianto di Rjukan, sebbene l’alta sorveglianza dei Tedeschi. Penetrati all’interno dei depositi di stoccaggio, piazzarono gli esplosivi prima di darsi ad una precipitosa fuga: ben 1500 kg di acqua pesante andarono distrutti. Con una lunga marcia attraverso la Norvegia coperta di neve, sei membri del commando raggiunsero la Svezia, mentre due restarono sul posto. Costoro comunicarono presto che i Tedeschi iniziarono subito una nuova produzione: questa volta, entrarono in campo anche gli Stati Uniti. In novembre, l’aviazione americana diede avvio ad una vasta operazione di bombardamento, tanto che oltre seicento bombe, sganciate dai B-17, caddero nei pressi dell’impianto.

SF HydroPreoccupati di poter perdere anche la nuova produzione, i Tedeschi decisero di mettere al sicuro il restante carico, circa 10.000 litri di acqua pesante. Un convoglio ferroviario venne scortato fuori dalla fabbrica e fatto imbarcare su un piccolo mercantile che avrebbe raggiunto la costa. Il 20 febbraio 1944, i due membri del commandos che erano rimasti in territorio norvegese, a cui si aggiunse un terzo soldato, riuscirono ad intrufolarsi furtivamente a bordo dell’imbarcazione, l’SF Hydro. L’intento era quello di mettere una potente bomba a tempo nella stiva, che sarebbe esplosa quando la nave si fosse trovata nel punto più profondo, circa 300 metri, così da impedirne un eventuale recupero. Alle 10.50, una potente e sorda esplosione spezzò in due l’Hydro, che affondò in pochi minuti. Questa ulteriore perdita di acqua pesante, rallentò enormemente la ricerca tedesca in campo nucleare, mentre gli Stati Uniti, appena un anno e mezzo dopo, riuscirono nel loro intento di realizzare la prima bomba atomica.

Firenze, saltano i ponti

Battaglia di FirenzeEra considerato uno dei ponti più belli, non solo della città di Firenze, ma dell’Italia intera. C’è chi azzarda che era anche più bello del Ponte Vecchio, con le sue case affacciate sull’Arno dorato che scorre lento sotto di esso, con il suo Corridio Vasariano e le antiche botteghe dei maestri orafi. Capolavoro di Bartolomeo Ammannati, che seguì i disegni preparati da Michelangelo, il Ponte di Santa Trinita era Santa Trinitadiventato, con le sue arcate dolci e sontuose, motivo di vanto e orgoglio per un’intera città. E quando il fronte, nella torrida estate di agosto 1944 si attestò a Firenze, in tantissimi contavano sulla proclamazione, da parte delle autorità tedesche in luglio, del capoluogo toscano quale Città Aperta. Intanto, in città, iniziarono a giungere sempre più numerosi gli sfollati dalle campagne vicine, mentre le prime avanguardie alleate raggiungevano la periferia dell’Oltrarno, arrivando in vista di Firenze dal Belvedere di Piazzale Michelangelo. Subito, in quei frenetici giorni, iniziò la mediazione per risparmiare la culla del Rinascimento dai danni della guerra: il 29 luglio 1944, l’Arcivescovo Elia Dalla Costa vide sfumare ogni speranza, non appena i Tedeschi affissero per tutta la città i manifesti rivolti alla popolazione di sgomberare immediatamente le proprie abitazioni lungo Borgo San Jacopo, Via dei Bardi, Via Guicciardini, Via Por Santa Maria e le zone limitrofe. Anche il diretto interessamento del Console tedesco Gerhard Wolf di risparmiare quanto più possibile la città furono vani. Le forze tedesche, infatti, non avrebbero fatto l’errore compiuto a Roma, ovvero lasciare la Capitale senza colpo ferire, senza tentare di rallentare in qualche modo l’avanzata anglo-americana: due giorni dopo, 31 luglio, tutti i ponti sull’Arno, compresi Ponte Santa Trinita e Ponte Vecchio, vennero minati.

Ponte Santa TrinitaDa questo momento fu soltanto un conto alla rovescia. In città, per le strade, non si vedeva anima viva, quasi nessuno aveva il coraggio di avventurarsi fuori, neanche per andare alla ricerca di acqua e cibo. Il 3 agosto, il comando tedesco proclamava lo stato d’emergenza: chiunque fosse stato trovato per le strade, sarebbe stato immediatamente passato per le armi. È a questo punto che, tra il 3 e il 4 agosto 1944, accadde l’irreparabile. I Fiorentini vennero svegliati da boati sordi e violenti. Le strade sembravano sprofondassero, tanto forti furono le vibrazioni e le onde d’urto. Qualcuno più coraggioso si riversò in strada, con il cuore in gola e il fiato sospeso: iniziò un passaparola velocissimo, via via che il fumo e la polvere iniziarono a disperdersi. E, quello che fino ad allora era stato soltanto un pensiero, prese sempre più corpo: i ponti di Firenze non esistevano più, fatti saltare dalle truppe tedesche che avevano sgomberato l’Oltrarno. Si salvò soltanto il Lieblingsbrucke, il ponte preferito di Adolf Hitler, quel Ponte Vecchio di cui si innamorò durante la sua visita a Firenze, assieme a Benito Mussolini, nel 1938. Ma vi un ponte, quella notte, che non volle cedere, che fino all’ultimo sfidò la barbarie di chi violentò una città intera, la sua arte e la sua storia: il Ponte di Santa Trinita, da sempre ritenuto il più bello.

Firenze devastataRicorda così, nelle sue memorie, Piero Calamandrei: “Alla prima esplosione sul cader della notte scrollò appena le spalle e restò in piedi. Allora i manigoldi ritentarono di far saltare i piloni, ma invano. Allora lavorarono alla disperata tutta la notte ad avviluppare in una gabbia d’esplosivo l’intera arcata: e solo così, vicino all’alba, riuscirono a farlo saltare. Questo affannarsi notturno di ombre crudeli contro il ponte che resisteva somiglia ad una scena di tortura: anche il vecchio ponte, colpevole di aver resistito, fu condannato a perire di morte lenta, sotto i supplizi dei Tedeschi”. I Fiorentini, e il mondo intero, dovettero aspettare fino al 16 marzo 1958 per ammirare nuovamente il capolavoro dell’Ammannati: sotto la guida dell’Architetto Riccardo Gizdulich e dell’Ingegnere Emilio Brizzi, che seguirono fedelmente gli antichi progetti, Santa Trinita venne infine ricostruito “come era e dove era”, con le sue arcate, i suoi piloni e le quattro statue delle Stagioni ricollocate ai quattro angoli di accesso del Ponte.

Laura D’Oriano, la spia del mare

Laura D'Oriano“Cosic tra qualche giorno invierà a Genova una donna che si presenterà a tal Ragusa Maria, via San Donato 2, perché le dia ospitalità qualche giorno. La donna che dovrà entrare in Italia sarebbe molto attiva nell’organizzazione spionistica di cui fa parte Cosic. Si sarebbe più volte recata nella zona della Francia occupata ed in Germania e godrebbe di particolare considerazione da parte del capo del centro di spionaggio inglese di Marsiglia”. Questo è quanto riporta un’informatore ignoto agli addetti del controspionaggio italiano nel dicembre 1941, a proposito dell’imminente ingresso nel Paese, che avverrà in forma clandestina, di una presunta spia avente legami con agenti francesi e, presumibilmente, inglesi. Cosic, infatti, come riporta un successivo rapporto del 12 maggio 1942, a firma del responsabile del Centro Controspionaggio dei Carabinieri di Torino, Capitano Ettore Saraco, “è il falso nome di un dirigente il centro dello spionaggio inglese in Marsiglia. È, anzi, quegli che manovra gli agenti, dà loro le istruzioni, i compensi e gli incarichi”. Pertanto, sia il Controspionaggio che il SIM, il Servizio Informazioni Militare, diretto nel periodo bellico dall’astuto e abile Generale Cesare Amé, il primo a strutturare in Italia l’intelligence in senso moderno, si attivano prontamente per scoprire la vera identità della donna inviata nella penisola allo scopo di carpire informazioni di carattere militare.

Falsi documenti Laura D'OrianoCome Mata Hari nel corso del primo conflitto mondiale, la spia sfrutta il suo fascino seducante e accattivamente per ingraziarsi ufficiali e soldati italiani. La prima missione affidatagli la vede operare a Bordeaux: nello specifico, grazie all’aiuto di tre ignari militari italiani della Regia Marina, riesce a introdursi presso BETASOM, la base italiana dei sommergibili in Francia, riportando all’Intelligence Service britannico, per mezzo del misterioso Agente Cosic, i movimenti dei mezzi subacquei italo-tedeschi di volta in volta giunti all’ormeggio o usciti in missione. Ancora oggi, non è del tutto noto quanto abbiano influito le informazioni passate da Bordeaux dall’affascinante spia del mare, conosciuta per adesso con il nome di Laura Fantini, nelle perdite di mezzi subacquei da parte della Regia Marina. La missione spionistica in territorio francese, però, si rivelerà essere soltanto un banco di prova per operazioni ben più rischiose, da svolgere questa volta in Italia: l’obiettivo è ancora una volta il naviglio e i mezzi militari della Regia Marina. Così, valutato positivamente il lavoro svolto presso BETASOM, il servizio segreto britannico ragguaglia attentamente Laura Fantini sul prossimo, delicato, obiettivo: munita di circa novemila lire per le proprie necessità e di documenti falsi, la spia al soldo degli Inglesi dovrà recarsi nelle città di Genova e Napoli, osservare scrupolosamente i movimenti delle navi italiane e riferli prontamente ai propri superiori.

Processo a Laura D'OrianoQuesta volta, però, gli uomini del SIM, e del Controspionaggio in particolare, questi ultimi guidati dal già citato Capitano Saraco, sono in stato di allerta, tanto da “agganciare” la spia non appena varcata clandestinamente la frontiera. L’ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, esperto in missioni sotto copertura e in pedinamento, opera in maniera attenta e scrupolosa: il suo nucleo, infatti, non arresta immediatamente le spie individuate, me ne segue i movimenti, gli spostamenti, monitora gli incontri, ne intercetta la corrispondenza, spesso scritta con inchiostro simpatico o in codice, così da poter catturare non un solo elemento, ma tutta la rete. Così, quando il 12 dicembre 1941, esattamente come l’informativa anonima aveva indicato, una misteriosa viaggiatrice si reca all’indirizzo comunicato a Genova, il Controspionaggio annota: la donna “si ferma qualche tempo ad osservare e ad annotare le caratteristiche dell’Incrociatore Bolzano, in riparazione nel bacino delle Grazie; più tardi si reca allo scalo ferroviario ove prende visione dell’orario dei treni; spedisce due cartoline, subito intercettate”. Grazie alle missive intercettate, inizia a dipanarsi la fitta rete di informatori e agenti ingaggiati dal Secret Intelligence Service inglese.

Processo a Laura D'Oriano-1Una successiva lettera dal chiaro contenuto informativo, in cui Laura Fantini riporta con inchiostro simpatico e con simboli le navi ancorate nel porto di Genova, viene intercettata dal controspionaggio: il destinatario è un certo Aldo Rossetti, residente a Marsiglia. Quest ultimo è un destinatario intermedio: non appena ricevute le informazioni, suo compito è girarle ad Emilio Brayda, collegamento diretto tra le spie italiane e gli agenti stranieri franco-britannici. La vera identità della donna, però, continua a rimanere un mistero. Due giorni dopo il suo arrivo arrivo a Genova, l’affascinante spia parte in treno alla volta di Napoli. Il suo pedinamento continua: “si dirige verso il molo Razza (porto), percorre via della Marina, dove avvicina un milite della milizia ferroviaria con il quale si accompagna per circa mezz’ora”. Per Laura Fantini, però, inizia il conto alla rovescia per l’identificazione e la cattura: sicura di non essere stata ancora individuata dagli agenti italiani del controspionaggio, decide di concedersi un periodo di riposo, facendo tappa a Roma, dalla famiglia d’origine. L’ultimo tassello è messo al suo posto. Il Capitano Saraco può così accertare che Laura Fantini altri non è che Laura D’Oriano, nata a Costantinopoli il 27 settembre 1911, di nazionalità svizzera per matrimonio, residente a Nizza, di professione viaggiatrice di commercio. Sono gli ultimi giorni liberi di Laura D’Oriano: il giorno di Santo Stefano, 26 dicembre 1941, mentre si trova alla stazione di Napoli, in attesa di un treno, viene bloccata e tratta in arresto.

Non passa molto tempo prima che dichiari la sua vera identità e la sua attività spionistica, incalzata dalle domande degli uomini del controspionaggio: “tengo solo a dichiarare che se ho agito male non l’ho fatto per odio, ma solo perché trascinata dalla vita stessa che conducevo”, dirà durante l’interrogatorio del 28 dicembre. Portata davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, un perito appositamente convocato valuta attentamente le informazioni che era riuscita a procacciarsi: “quelle relative alla base di Bordeaux rientrano tra quelle di carattere segreto, in quanto esse riguardano la consistenza numerica, nonché i movimenti di nostre unità subacquee […]. Quelle che la D’Oriano si procacciò durante la sua sosta a Genova e a Napoli rientrano ugualmente tra quelle di carattere segreto […]. Non è possibile stabilire quale riflesso diretto o indiretto abbia avuto l’azione della D’Oriano sulla perdita di nostre unità subacquee di guerra dislocate a Bordeaux”. Il 15 gennaio 1943 arriva la sentenza: “il Tribunale, in mancanza di elementi  che possano comunque autorizzare la concessione di circostanze attenuanti, deve infliggere la pena capitale. Gli altri imputati, invece, riescono a cavarsela: Aldo Rossetti è condannato a 15 anni di reclusione, mentre Emilio Brayda (unitamente ad un certo Eugenio Rey, suo fiduciario e suo sostituto in caso di ricezione delle missive segrete) vengono assolti con formula dubitativa, complice il fatto di prestarsi ad azioni doppiogiochiste una volta fiutato il pericolo. Il giorno seguente, 16 gennaio, la sentenza viene eseguita. Condotta al Forte Bravetta «alle ore 07.07 del soprascritto giorno, è avvenuta l’esecuzione mediante la fucilazione”. Laura d’Oriano resta ancora oggi l’unica donna giustiziata per spionaggio nel corso del secondo conflitto mondiale da parte del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Ma la vera conclusione dell’intero caso ce la offre Mimmo Franzinelli: “l‘aspetto sconcertante nel caso D’Oriano è il totale controllo del controspionaggio sulla sua missione, dall’ingresso in Italia fino all’arresto: la si lasciò agire indisturbata fino al momento ritenuto più opportuno per troncarne l’attività”.