Victor Jara, la voce cilena uccisa da Pinochet

Victor JaraNe hanno cantato il suo sacrificio gli U2 nella loro canzone One Tree Hill, tratta dall’album The Joshua Tree. Il suo nome era Victor Jara, una delle voci più pure e sincere del Cile degli Anni Sessanta e Settanta, quello stesso Cile sprofondato per oltre quindici anni nella dittatura dei militari del Generale Augusto Pinochet, e di cui Victor fu una delle tante, troppe, vittime innocenti. E soltanto dopo quarant’anni dalla sua morte, avvenuta appena cinque giorni dopo il gole del 1973, il 16 settembre, si è potuto celebrare un processo ai responsabili del suo rapimento e assassinio, grazie all’ostinazione della sua anziana moglie, Joan Turner. Pedro Pablo Barrientos Nunez, all’epoca dei fatti giovane ufficiale cileno, è stato riconosciuto come l’esecutore della sentenza di morte nei confronti di Victor Jara, torturato e finito con un colpo di pistola alla testa all’interno dello stadio di Santiago, all’epoca dei fatti trasformato in campo di concentramento per dissidenti politici o presunti tali.

Victor Jara1Aveva quarantun’anni quando venne ucciso. Nato a San Ignacio, nel 1932, la passione per la musica gli viene trasmessa dalla madre, Amanda, voce del folclore cileno. Cresciuto in una famiglia povera, costretta più volte a cambiare città per poter tirare avanti, la scomparsa prematura della madre nel 1947, quando aveva appena quindici anni, pone davanti al giovane Jara la consapevolezza di dover lavorare duramente. Al liceo da grande prova di sé, non rinunciando alla sua grande passione: la musica. Trasferitosi a Santiago, la frequentazione di oratori e parrocchie lo avvicina sempre più a quella che diventerà la sua futura professione. Passano gli anni e, assieme alla musica e ai canti, scopre anche l’amore per il teatro, recitando e dirigendo egli stesso numerose rappresentazioni. Nel frattempo, diventa un importante militante del Partito Comunista Cileno: le sue stesse canzoni diventano presto un manifesto per la lotta di classe, la difesa dei più deboli, una denuncia contro ogni dittatura e ogni fascismo.

1024px-Victor_Jarra_NichaMembro della Nueva Cancion Cilena, un movimento culturale e musicale improntato alla riscoperta del folclore popolare, l’11 settembre 1973, giorno del golpe dei generali agli ordini di Pinochet, lo sorprende all’università, dove nel frattempo ha anche insegnato recitazione. Tratto in arresto, il suo destino è simile a quello degli altri desaparecidos cileni: condotto, dopo essere stato rapito, all’interno dello stadio di Santiago del Cile, il corpo senza vita del cantante-militante venne rinvenuto per strada, con evidenti segni di tortura su tutto il corpo, raggiunto da oltre quaranta colpi d’arma da fuoco e finito con un colpo alla testa. Proprio durante il processo celebrato nel 2016, la moglie di Victor così ricordò il ritrovamento del suo corpo: “Ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”.

“Corre, corre, corre la locomotiva…”

Locomotiva FS 270Tra il progresso e l’uomo vi è stata, e vi sarà sempre, un’eterna lotta, un eterno rapporto di amore e di odio. Prendiamo ad esempio i nostri giorni: in tanti trovano comodo poter leggere un libro usando un tablet o uno smartphone, ma tanti invece, preferiranno ancora sentire l’odore della carta stampata, il poter sfogliare le pagine “sentendo” il fruscio della carta. E, probabilmente, alla fine dell’Ottocento, la repulsione della tecnologia di allora, poi trasformatasi in odio cieco, prese il sopravvento nella mente di Pietro Rigosi, anarchico bolognose di 28 anni, di professione fuochista delle Ferrovie Italiane. Il suo gesto è stato reso celebre, ai più, da Francesco Guccini: il cantautore emiliano, infatti, ha scritto La Locomotiva, una delle sue ballate più famose, per decenni assurta ad inno dei movimenti anarchici. Non sapremo mai cosa spinse Rigoni, sposato e padre di due bimbe, il 20 luglio 1893 ad impadronisi di una locomotiva e a lanciarla alla massima velocità allora raggiungibile (circa 50 km/h) contro la stazione di Bologna.

Francesco GucciniLa macchina motrice, la numero 3541, trainante il treno merci 1343, mentre si trovava in sosta alla stazione di Poggio Renatico, venne staccata dal resto del convoglio da Pietro Rigosi, il quale approfittò di un momento di distrazione del macchinista Carlo Rimondini, assentatosi per qualche istante. “E sul binario stava la locomotiva, la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio”, canta Guccini: la decisione di compiere il folle gesto, come venne più tardi ricostruito dalle autorità, derivò dal vedere transitare ogni giorno, di fronte la propria casa, un treno che trasporatava personaggi dell’alta borghesia. Rigoni, convinto anarchico, non poteva sopportare quella differenza di ricchezza, di cui i treni cominciavano a farsi promotori: carrozze lussuose di velluto per i benestanti, vagoni spogli e sporchi per i ceti più bassi.

La Gazzetta PiemonteseE’ sempre Guccini a narrarci la storia, in un ritmo crescente e incalzante come l’aumentare folle della velocità della locomotiva lanciata nella sua corsa: “e intanto corre corre corre sempre più forte e corre corre corre corre verso la morte e niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice”. Ma da Poggio Renatico gli altri ferrovieri riuscirono a dare l’allarme, tanto che a Bologna “arrivò la notizia in un baleno, notizia di emergenza, agite con urgenza, un pazzo si è lanciato contro al treno”. Fu così che nel capoluogo emiliano la folle corse finì lungo un binario morto della stazione: la motrice si schiantò su un convoglio fermo, composto da sei vagoni merci. Nonostante il violento impatto, l’anarchico Rigosi riuscì a sopravvivere e, pare, qualcuno sentì un flebile sussurro uscire dalle sue labbra: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”. Anche Guccini termina la sua ballata con la fine della corsa della locomotiva, come se Rigosi e la macchina a vapore, ormai, si fossero uniti in un tutt’uno, quasi che la forte convinzione anarchica del primo dipendesse dall’esistenza della seconda: “la storia ci racconta come finì la corsa, la macchina deviata lungo una linea morta, con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava”. Di Pietro Rigosi non ci sono giunte né fotografie né altre notizie dopo il suo gesto: sappiamo solo che non venne condannato e la sua azione fu attribuita a disturbi psichici. Ci resta, però, l’immagine di Guccini: “a noi piace pensarlo ancora dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore…”.

Death or Glory, il Barone Rosso degli Iron Maiden

The book of soulsSi intitola The book of souls, letteralmente “il libro delle anime”, l’ultimo lavoro del gruppo metal Iron Maiden uscito il 4 settembre 2015, tanto da riscuotere, in tutto il mondo, un grande successo tra il pubblico e i critici musicali, scalando rapidamente le classifiche, arrivando rapidamente ai primi posti in ben ventiquattro paesie. Un testo, in particolare, tra gli undici inediti realizzati, è risultato, per gli amanti della storia, particolarmente interessante: si tratta di Death or Glory, tributo della band britannica al celebre Barone Rosso, l’asso degli assi tra le aviazioni del primo conflitto mondiale. Con un ritmo incalzante, duro, veloce, come la caccia adrenalinica tra le nuvole ai piloti nemici, il testo ricalca l’epopea dell’aviazione della Grande Guerra: e anche le parole sottolineano, con il ritornello che batte come un tamburo, la precarietà di chi sedeva ai comandi dei primi aerei, di legno e tela. Death or Glory, morte o gloria, questo ripete ossessivamente Manfred von Richtofen, mentre a bordo del suo triplano rosso sbuca dal sole per colpire l’avversario (“Turn like the devil, shoot straight from the sun”).

Manfred Von RichthofenÈ, in realtà, l’anima del Barone Rosso che ci parla, riprendendo il titolo dello sesso album. E ricorda anche la sua morte: un colpo, verosimilmente di fucile o di mitragliatrice, lo ha ucciso, ma chi verrà dopo ricorderà il suo nome, per sempre, con rispetto e anche terrore: Took a bullet in my brain, inside I’m the king of pain, outside you will fear my name”. Con ben ottanta vittorie aeree accreditate, von Richtfofen continuò a giocare la sua partita con la morte fino al 21 aprile 1918, giorno in cui, durante una missione nei cieli di Vaux sur Somme, venne presumibilmente centrato da un proiettile sparato da terra, mentre sorvolava le trincee nemiche cercando di disimpegnarsi da un caccia pilotato dal Capitano Arthur Roy Brown, di nazionalità canadese. Da quel giorno, terminata la sua partita con la morte, cantata dagli Iron Maiden, iniziò la gloria di Manfred von Richtofen, tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione: perché, in fin dei conti, come gli stessi Inglesi riconobbero tributandogli gli onori militari quando venne seppellito, la morte e gloria sono un treno di sola andata (“Death or glory, a one way train”).

I campi di Athenry

AssiPete St. Johneme a Foggy Dew è tra le più conosciute ballate tradizionali irlandesi. In tanti l’hanno suonata, rivisitata e cantata. Dai suoni lenti e dolci dei Dubliners e Paddy Really fino alle chitarre elettriche, alla batteria e ai ritmi più rock dei Dropkick Murphys  e dei CRAFT, fino alla voce femminile di Mairead Carlin. La ballata di cui parliamo è Fields of Athenry, composta e musicata per la prima volta negli Anni Settanta da Pete St. John, cantautore folk irlandese che, dopo essere emigrato in giovane età in Canada, tornò nella sua terra natia dove si mise a comporre musica. Il testo, che racconta di un dialogo tra un uomo ed una donna, è ambientato nel periodo della grande carestia irlandese, che colpì l’isola a cavallo tra il 1845 e il 1846, determinando non solo un impoverimento generale della popolazione ma anche una forte emigrazione oltreoceano: un censimento del 1851, infatti, registrò un calo nella popolazione pari al 20% (recenti e più moderni studi hanno stimato il calo demografico anche fino al 30%).

SONY DSCLa canzone, ambientata ad Athenry, piccolo villaggio della contea di Galway, narra di un detenuto che, dalle sbarre della sua fredda cella, ascolta lo struggente dialogo tra una donna e un uomo, anch’egli detenuto nello stesso carcere. Michael, così si chiama l’uomo, è stato arrestato dalle autorità britanniche perché, proprio a causa della grave carestia che ha colpito l’Irlanda, per amore di sua moglie Mary e di suo figlio, ha rubato del granturco in un campo. Nelle sue stesse parole, Michael, infatti, ha deciso di ribellarsi, sia contro la carestia, sia contro la Corona inglese, che non ha fatto nulla per la popolazione affamata (“Against the famine and the crown, I rebelled, they cut me down”) e proprio per questo è stato fermato, arrestato. Ma il dramma maggiore sarà la separazione: Michael sarà portato lontano dalla sua terra, dalla sua Mary e da suo figlio: una nave-prigione inglese è pronta a portarlo a Botany Bay, la colonia penale dall’altra parte del mondo, in Australia (“As the prison ship sailed out against the sky for she lived in hope and pray, for her love in Botany Bay. It’s so lonely round the fields of Athenry”). Non appena la nave sparisce dietro la linea dell’orizzonte, i campi di Athenry saranno ancora più desolati.

Due ballate per Willie McBride e i caduti di Vladslo

William McBrideGià ci siamo occupati, nelle nostre pagine, di alcune canzoni e ballate che hanno raccontato, e letteralmente fatto la storia con le loro musiche: tra queste, la celebre Lili Marleen, con l’indimenticabile voce di Marlene Dietrich, che allietava le notti dei soldati tedeschi al fronte durante il secondo conflitto mondiale, e Ballad of Green Berets, cantata e musicata dal Sergente Barry Sadler, soprannominato il Berretto Verde con la chitarra, trasmessa dalle radio americane durante la guerra del Vietnam, il conflitto più impopolare che gli Stati Uniti avevano fin li combattuto. Ma anche la Prima Guerra, durante e dopo, ha avuto i suoi inni e le sue canzoni: se in Italia tutti conoscono La Leggenda del Piave, musicata l’indomani della disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, nei decenni più che successivi Cimitero militare di Authuillead entrambi i conflitti mondiali, due cantautori, Eric Bogle e Willem Vermandere, scrissero, senza rischio di essere smentiti da alcuno, due tra le più belle ballate sui tragici anni della Grande Guerra. Nel 1976, l’inglese Bogle, dopo essersi recato in visita presso il Cimitero militare del Commonwealth di Authuille, nei pressi della Somme, nel nord della Francia, colpito dalla presenza di innumerevoli tombe di soldati di 18 e 19 anni scrisse Willie McBride. William, giovane soldato diciannovenne appartenente ai Royal Inniskilling Fusilliers, 2° Battaglione, cadde il 10 febbraio 1916 durante la sanguinosa battaglia della Somme. Sempre nello stesso cimitero, è anche presente un secondo William McBride, di 21 anni, appartenente al 6° Battaglione, caduto il 22 aprile 1916. Particolarità della ballata, conosciuta semplicemente come Willie McBride, ma anche con il titolo di Green Fields of France, è un lungo colloquio tra il cantautore e il giovane soldato sul senso del sacrificio di tanti giovani ragazzi spezzati nel fiore della loro gioventù. Particolarmente commovente la parte in cui viene chiesto a Willie se, morendo in terra di Francia, ha lasciato il suo ricordo nel cuore di una madre, di una moglie o di una fidanzata, oppure se è soltanto un altro soldato senza nome di cui verrà inesorabilmente persa la memoria tra le pieghe del tempo: “And did you leave a wife or a sweetheart behind? In some faithful heart is your memory enshrined and though you died back in 1916 to that loyal heart are you always 19. Or are you just a stranger without even a name forever enclosed behind some glass-pane in an old photograph torn and tattered and stained and fading to yellow in a brown leather frame?”.

Cimitero militare di VladsloParimenti, nel 1995, il belga Vermandere scrisse lo struggente Vladslo, in memoria degli oltre 25.600 soldati tedeschi che riposano, appunto, all’interno del semplice, ma austero, Cimitero militare di Vladslo, piccola cittadina delle Fiandre sconvolta dai combattimenti della Grande Guerra. Ai piedi degli alberi della piccola foresta, giacciono delle lapidi quadrate di colore nero con incisi sopra i nomi di quanti caddero durante gli innumerevoli assalti nella terra di nessuno, tra il fango delle Fiandre e i reticolati: a vegliare su tutti, due statue raffiguranti un padre e una madre inginocchiati che pregano per il figlio caduto. Ed è proprio qui che si cala la sinfonia di Vermandere: il cantautore, infatti, si chiede se, famiglie e giovani fidanzati che si incamminino in quei boschi, si soffermino dinanzi a quelle statue bianche, camminando silenziosamente tra le file delle nere lapidi di pietra, magari ricordando non tanto i solati, quanto piuttosto le famiglie, i padri, le madri, le mogli e i figli che persero qualcuno di caro in quell’insensata guerra fratricida di fratelli europei che sconvolse la vita di milioni di uomini tra il 1914 e il 1918. E come suggello finale tra le raffigurazioni del padre e della madre e di tutti i 25.644 figli caduti, la realizzatrice delle due opere: Kathe Kollwitz, scultrice tedesca di rinomata fama, il 30 ottobre 1914 perse suo figlio Peter nelle Fiandre. Aveva 19 anni, proprio come William McBride.

Le ballate degli antieroi di De André: quindici anni senza Faber

Fabrizio De André“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Così cantava Fabrizio De André in Via del campo. Proprio così: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Il letame, quello descritto da Faber sono i poveri, i ladri, gli assassini, i soldati, i contadini, gli ubriaconi, le prostitute, i pescatori, i drogati, che “se non sono gigli, sono pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Poesie messe in musica, tanto da finire nelle antologie scolastiche delle scuole medie e dei licei. Pochi altri cantautori italiani hanno osato così tanto: descrivere, e raccontare, senza censure, senza pudori, delle realtà sociali degli Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, dimenticate dal buon costume e dalla società borghese, presa solo dal boom economico, dalle nuove lavatrici e dalle ultime automobili uscite dalle fabbriche della FIAT. Sono pertanto degli antieroi i personaggi cantati e raccontati da Fabrizio De André. Abbiamo Piero, giovane soldato, strappato alla sua terra, ai suoi campi, alla sua Ninetta, per essere mandato a combattere una guerra senza un perché, contro un nemico del suo “stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”. Piero che appena varcata la frontiera, si ritrova di fronte ad un soldato nemico. Un pensiero, un senso di pietà verso un altro essere umano e l’inutilità di ogni morte. Un pensiero nobile che non salva il nostro antieroe, perché il nemico non gli “ricambia la cortesia”. Troviamo poi Bocca di Rosa, la prostituta per antonomasia delle canzoni di De André, titolo dell’omonima, e forse più nota, sua canzone. Appena arrivata alla stazione di “Sant’Ilario tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario”: ed ecco l’ipocrisia umana, della società italiana, che la caccia dal paese dopo aver chiamato l’ordine costituito, i Carabinieri che “l’accompagnarono al primo treno”. Ma il bigottismo borghese, il pudore squallido, è sopraffatto dall’amore che Bocca di Rosa aveva portato con sé, tanto che “perfino il parroco che non disprezza, tra un misere ed un’estrema unzione, il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione.”

4de_andre_3_harariL’amore, altro tema affrontato da De André, specie quello malinconico, come in La stagione del tuo amore. Storia di una donna che sta invecchiando, il testo si concentra sui suoi ricordi passati, in grado di infondere quel coraggio necessario a godere delle ultime gioie e di sopportare i dolori, poiché “ogni gioia, ogni dolore, puoi ritrovarli nella luce di un’ora”. C’è poi il pescatore, simbolo e immagine di Gesù: questa canzone-parabola ha chiari i richiami alla tradizione evangelica, a quella voglia di aiutare il prossimo senza nulla chiedere in cambio: un pescatore che assopito, viene svegliato da un assassino che, con “due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura”, gli chiede solo un po’ di pane e un po’ di vino. Il vecchio “non si guardò neppure intorno, e versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame”. L’assassino se ne va e qui si apre il “mistero”. Ha forse ucciso il pescatore? De André non ce lo dice e la canzone finisce così, senza giudizi e senza commenti: “Ma all’ombra dell’ultimo sole, s’era assopito il pescatore e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”. Quel sorriso, forse, è solo la gioia e la felicità di aver aiutato un altro figlio di questo mondo. Ed eccolo uno dei personaggi più celebri di tutta la produzione di De André: l’impiegato. Un lavoratore come tanti che, ascoltando la Canzone del Maggio, sulla rivolta parigina del 1968, prende coscienza e si ribella al potere costituito, e in particolare a chi è rimasto a guardare sperando che tutto finisse, con il ritornello che batte come un tamburo: “anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. La storia dell’impiegato prosegue e continua in sogno: immagina di partecipare ad un ballo mascherato a cui intervengono le “celebrità”. Ma a questo ballo non si presenta da solo: è accompagnato da una bomba che “spinta da imparzialità, sconvolge l’improbabile intimità”, poiché distrugge tutto quanto. L’impiegato continua a sognare, questa volta il suo arresto. Si rende conto però che è stato il potere stesso a fare in modo che esplodesse la bomba e l’accusa di strage si trasforma in ringraziamento per aver ucciso ed eliminato dei vecchi residui del potere precedente che davano fastidio al nuovo potere costituitosi: “noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi più brevi dell’ultima emozione, quando uccidevi, favorendo il potere, i soci vitalizi del potere”. È il potere che vince sempre, a scapito proprio dei poveri cittadini, come l’impiegato: il potere giudicante afferma, infatti, che “una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge”. A questo punto l’impiegato si sveglia, tormentato dai sogni precedenti: ha deciso di compiere un attentato. Eccolo trasformato in bombarolo contro i soprusi del potere: “potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani, io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, un po’ del tuo rumore”. Ed, infine, dopo aver compiuto l’attentato, l’impiegato finisce in carcere: ma è qui che prende veramente coscienza e capisce che, lottando da soli, non si potrà mai abbattere il potere. Solo unendo le forze, come gli studenti del maggio francese, le cose potranno veramente cambiare. Ecco che tutti i carcerati protestano assieme e nella loro ora di libertà occupano la prigione perché “di respirare la stessa aria dei secondini non ci va e abbiamo deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà. Venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta, la nostra ultima canzone che vi ripete un’altra volta: per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

faber3Del resto, nella sua meravigliosa produzione musicale, Fabrizio De André stava cantando La cattiva strada, quella strada avversata dal potere e che al potere faceva paura: che tutti gli uomini seguissero non più la legge ma colui in grado di risvegliare le coscienze, grazie al quale si può essere liberi perché, in fin dei conti, “tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”. Nelle sue canzoni Faber si concentra poi anche sulla religiosità e i suoi controsensi: ne Il testamento di Tito, troviamo un paragone tra i Dieci Comandamenti del Vecchio Testamento e ciò che in pratica è da sempre attuato, specialmente all’interno della Chiesa quale istituzione. Tito, uno dei due ladroni crocifissi assieme a Gesù, narra di come ha violato tutti i Comandamenti, tranne, forse, il più significativo: non ammazzare. Invece, è proprio l’istituzione massima che lo ha violato: “guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno”. Questa vera e propria poesia ha forti richiami alle guerre di religione, oggi più che mai attuali: “credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male”. Da rilevare, poi, uno dei concetti da sempre cari a Fabrizio De André: i potenti che rubano coperti dalla legge e mai puniti: “io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”. Forti, in De André, anche i richiami alla letteratura straniera, come in Non al denaro, non all’amore né al cielo, basato su l’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Si incrociano così le vicende di sei personaggi e due sentimenti dell’animo umano: da una parte l’invidia, con un matto, un giudice, un blasfemo; dall’altra la scienza, con un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico. Se in Non al denaro, non all’amore né al cielo, De André si concentra sui sentimenti umani, sul senso di rivalsa del giudice o sui propositi mancati del medico che, se da bambino si promette di aiutare i più deboli per senso di fraterna umanità verso il prossimo, scopre poi che il sistema ha fatto di tutto affinché l’arte della medicina diventi un mestiere come un altro per non morire di fame, in canzoni successive, come La città vecchia, tornano i suoi personaggi preferiti: prostitute, ubriachi, assassini, emarginati sociali. E qui la stoccata finale: “se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

de-andreTutta la carriera del grande Faber è stata Una storia sbagliata, dal momento che il pubblico italiano non era pronto, durante gli anni della sua produzione musicale, a testi così “forti”, come non lo era per il cinema di Pier Paolo Pasolini. E proprio a Pasolini è dedicata Una storia sbagliata, scritta su commissione per un documentario sulla vita del regista. In questa canzone De André ripercorre tutto ciò che seguì all’omicidio di Pier Paolo: si passava dalla “storia” da verbale di caserma, “è una storia da carabinieri”, fino a quella raccontata dai giornaletti scandalistici e di serie B, “è una storia da parrucchieri”, fino a diventare “una storia un po’ sputtanata”. Come poter concludere un piccolo tributo a Fabrizio De André? Forse solo ricordando un’ultima canzone, Titti, poco conosciuta dal grande pubblico, ma ugualmente bella e incisiva. La canzone è una lunga lista di opposti, che si incrociano o che hanno qualcosa in comune, perché la vita di tutti i giorni è una lotta, uno scontro-incontro tra due opposti sempre diversi: “come due risposte con una parola, come due desideri per una stella sola”.