Gennaro Sora, l’Eroe del Polo

dirigibile-italia“Dal finestrino guardo il pack, vedo che si avvicina, ritengo l’urto inevitabile. Il mio istinto aviatorio si risveglia. Vedo la poppa e gli impennaggi puntati sul ghiaccio, vedo il ghiaccio che si solleva e che ci investe di traverso. Sento un immane scroscio, come di un enorme fascio di canne infranto, e poi non vedo più niente: tutto è diventato buio. Vedo il dirigibile che va via di traverso. Lo vedo in aria per la prima e ultima volta. Ne pendono numerose corde, sulla fiancata spicca la scritta Italia. Sono le 10:33 del 25 maggio”. Così ricorda il drammatico schianto al Polo Nord Felice Trojani, il timoniere della spedizione guidata dal Generale Umberto Nobile nel 1928 a bordo del Dirigibile Italia: nello schianto sulla calotta polare dell’Artide, rimase ucciso Vincenzo Pomella, motorista, mentre altri sei membri dell’equipaggio (i motoristi Calisto Ciocca, Attilio Caratti, Ettore Arduino e Renato Alessandrini, il fisico Aldo Pontremoli ed il giornalista del Popolo d’Italia Ugo Lago) scomparvero per sempre a bordo dell’aeronave che, alleggerita dal peso della cabina di pilotaggio rimasta sui ghiacci, si alzò nuovamente in aria per continuare il volo ormai senza alcun controllo. Quando in Italia , e nel resto del mondo, fu chiara la tragedia che era avvenuta al Polo Nord, subito si mise in moto una eccezionale catena di soccorso: Norvegesi, Russi, Americani, Finlandesi, offrirono prontamente il loro aiuto, mettendo a disposizione navi, aerei e cani da slitta attrezzati per la ricerca. Ovviamente anche l’Italia fece la sua parte, mobilitando quegli uomini da sempre abituati ad operare tra il ghiaccio e le nevi: gli Alpini. E a capo della spedizione delle Penne Nere fu chiamato il Capitano Gennaro Sora, già eroe della Grande Guerra.

gennaro-sora-2Ma chi era Gennaro Sora, da allora ricordato come l’Eroe del Polo? Originario di Foresto Sparso, nel bergamasco, dove era nato nel 1892, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale fece molto parlare di sé: riuscì a meritarsi ben tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, ottenute in successivi scontri al comando della 52a Compagnia del Battaglione Alpini Edolo. Tra i suoi uomini, con i quali strinse un forte legame, vi era anche Cesare Battisti, che lo soprannominò Muscoletti, per la sua bassa statura e la sua forza fisica impressionante. Gennario Sora, con i suoi Alpini, operò per tutta la durata della guerra nei settori di Cima Albiolo, sul Mandrone, sul Montozzo e ai Monticelli, dove, ad una quota di oltre 2430 metri, conquistò un caposaldo austriaco il 28 maggio 1918. E proprio per la grande esperienza acquisita durante il conflitto contro l’Austria, il Capitano Sora venne scelto per guidare una pattugli di Alpini tra il pack dell’Artide alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio scomparso. Giunto con nell’area di ricerca con quella che passerà alla storia come la Pattuglia Artica, composta da altre otto Penne Nere, il 3 giugno 1928, Gennaro Sora decise di iniziare subito le ricerche, purtroppo infruttuose. Soltanto tre giorni dopo, il 6 giugno, la Nave Soccorso Città di Milano, riuscì a captare dei flebili segnali di soccorso, provenienti da una radio da campo miracolosamente salvatasi nello schianto.

sora-e-van-dongenIntanto, il giorno 17, Sora poté riprendere le ricerche, ma questa volta non c’erano più i suoi fidati Alpini: con lui, si affiacarono un ingegnere danese, Ludwig Warming, ed un conducente di cani da slitta, il norvegese Sjef Van Dongen. In realtà, già il 13 giugno l’ufficiale italiano aveva ripreso, senza autorizzazione e rasentando l’insubordinazione, le operazioni di ricerca: fu solo in un secondo momento raggiunto dall’ordine di ricerca di tre naufraghi in cerca di aiuto: i navigatori Filippo Zappi e Adalberto Mariano e il fisico norvegese Finn Malgrem, si erano avventurati sui ghiacci alla ricerca anch’essi dei soccorsi. Nella marcia, Malgrem, stremato dalla fatica e dal freddo, non sopravvisse, mentre gli altri due uomini furono in seguito tratti in salvo. Intanto, Sora e Van Dongen proseguivano la ricerca (Warming desistette per la fatica rientrando alla base di partenza): ma anche per i due soccorritori i viveri iniziarono a scarseggiare. Solo dopo 350 km percorsi tra mille difficoltà, Sora e Van Dongen vennero recuperati da due idrovolanti: era il 13 luglio 1928 e i sopravvissuti del Dirigibile Italia erano già stati recuperati dal Rompighiaccio Krassin, battente bandiera russa. Da ricordare anche la scomparsa del più grande esploratore polare: il 18 giugno, Roald Amudesn scomparve con il suo aereo nel Mar Glaciale Artico, nel vano tentativo di individuare la Tenda Rossa, il Generale Nobile e i suoi uomini. La determinazione dell’ufficiale alpino, però, fu ancora più forte: si offrì, infatti, volontario per guidare una nuova spedizione per ricercare i resti del dirigibile e gli uomini dispersi.

colonnello-gennaro-soraRientrato in Italia, venne promosso Maggiore nel 1934, in ritardo, a causa della sua insubordinazione durante i soccorsi e l’istituzione di una commissione di inchiesta sul suo comportamento. Con l’inizio delle operazioni in Africa Orientale, che poi porteranno alla conquista dell’Etiopia, Gennaro Sora fu chiamato al comando del Battaglione Alpini Speciale Uork Amba, con compiti di presidio, protezione e polizia: nell’aprile 1939, durante un’operazione volta alla repressione della resistenza abissina nei confronti dei soldati italiani, il suo reparto partecipò a quello che è passato alla storia come massacro di Gaia Zeret, nel corso del quale le forze italiane utilizzarono anche armi chimiche contro la popolazione etiope. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò ancora in Africa Orientale, dove, al comando del XX Battaglione si rese protagonista della conquista del Somaliland inglese: il 12 aprile 1941, dopo la capitolazione italiana, fu fatto prigioniero dalle truppe sudafricane ed internato in un campo di prigionia in Kenya. Liberato a fine guerra, il 12 maggio 1945, rientrò in Italia, dove, con le nuove Forze Armate repubblicane e con il grado di Colonnello, fu destinato al comando del Distretto Militare di Como. Nel 1949, fu stroncato da un attacco cardiaco: per tutte le Penne Nere, però, restò l’Eroe del Polo.

Le barricate di Parma

Barricate di Parma“Tra le situazioni sospese cui bisogna provvedere vi è quella di Parma. E’ l’ultima roccaforte in mano alle forze antinazionali, rappresenta un luogo di rifugio e un aiuto per il sovversismo italiano”. Così parlava Italo Balbo, futuro protagonista delle trasvolate atlantiche negli Anni Trenta, nell’agosto 1922 a proposito della città di Parma, uno dei pochi capoluoghi italiani in cui si consolidava una ferma opposizione al dilagare del Fascismo. Alle parole di Balbo, che la sera del 3 agosto lasciò la città di Ravenna alla testa di una colonna di Camicie Nere, fecero eco quelle di Filippo Turati, principale animatore del socialismo italiano: “Non raccogliete le provocazioni, non rispondete alle ingiurie, siate pazienti, siate santi: lo foste per millenni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche!”. Difficile realtà, quella parmigiana: dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, del nefasto biennio rosso del 1919-1921 e del dilagare della violenza tra le formazioni fasciste e quelle socialiste (a cui, dal 1921, si aggiunsero quelle comuniste), il 70% della forza lavoro era costituita da mezzadri e braccianti, resi di fatto schiavi dai ricchi possidenti terrieri. La città stessa era il simbolo di questa divisione: il proletariato, la classe operaia e contadina abitava la città vecchia, arroccata quasi a difesa dalla Parma moderna, nuova, dove viveva la borghesia.

Barricate di ParmaLe due città di Parma, oltre che ideologicamente e socialmente, erano anche divise fisicamente dal torrente omonimo che bagna la città: sembrava quasi il set cinematografico di un film con il grande Gian Maria Volonté e, invece, era la realtà in cui si trovavano molte città italiane in quei difficili e incerti anni. Pertanto, quando l’Alleanza del Lavoro, che riuniva i sindacati della sinistra, proclamò per il 31 luglio 1922 lo sciopero generale contro le violenze fasciste, Benito Mussolini emanò una circolare a tutte le federazioni del Partito Nazionale Fascista, secondo cui “se a quarantotto ore dalla proclamazione dello sciopero il Governo non sarà riuscito a stroncarlo i Fascisti provvederanno essi direttamente alla bisogna. I Fascisti debbono, trascorso il suaccennato periodo delle quarantotto ore, e sempre che lo sciopero perduri, puntare sui capoluoghi delle rispettive province e occuparli”. Lo stesso Italo Balbo, sicuro delle sue Camicie Nere e della tacita accondiscendenza della Regia Prefettura, non si sarebbe aspettato una rivolta popolare con fucili, pistole e moschetti, che avrebbe accolto (e poi cacciato) le forze fasciste che puntavano su Parma. Guidati dal socialista internazionalista Guido Picelli, caduto poi durante la guerra di Spagna sul fronte di Gudalajara nel 1937, gli Arditi del Popolo alzarono diverse barricate all’Oltretorrente, nella Parma vecchia, pronti a respingere qualsiasi attacco. Zone della città come Borgo Carra e Piazzale Inzani furono il centro e il fulcro dell’insurrezione: agli insorti si unirono contadini, operai, braccianti, donne e perfino giovani ragazzi e alcuni sacerdoti.

Barricate di ParmaGino Gazzola, ragazzo di appena quattordici anni, fu freddato da un colpo di fucile mentre da un tetto scrutava le vie limitrofe comunicando tempestivamente gli spostamenti dei Fascisti di Balbo. Il tutto, mentre le Guardie Regie e l’Esercito restavano chiusi nelle caserme, aspettando solo l’evolvere della situazione. La lotta durò fino al 6 agosto 1922, quando Italo Balbo radunò le sue forze e lasciò disordinatamente la città. Scrisse nel suo diario personale: “tra qualche minuto lascio Parma. I sovversivi mi hanno dato il saluto delle armi, sparando colpi di rivoltella contro la mia automobile”. Sul terreno, rimasero due morti tra le Camicie Nere e cinque tra gli Arditi del Popolo di Picelli, mentre i feriti furono quasi duecento. Nel pomeriggio, dopo essere stato proclamato lo stato d’assedio, il Generale Enrico Lodomez, comandante della Piazza di Parma, nonché comandante della Scuola di Applicazione di Fanteria, assunse i pieni poteri, portando nuovamente la situazione sotto controllo. Ma la rivolta di Parma dell’agosto 1922 fu anche altro: rappresentò, seppur in forma minore, il prologo di quella guerra civile che insanguinerà l’Italia nel corso del secondo conflitto mondiale e che metterà, l’uno contro l’altro, padri e figli, fratelli e sorelle.

La battaglia di Tagrift

La Colonna Graziani a TagriftCome ricordano Emilio De Bono e Angelo Piccioli nella munumentale opera La Nuova Italia d’Oltremare, monografia in due volumi del 1933 sull’opera civilizzatrice italiana in Africa, dopo la fine del primo conflitto mondiale, quando “nel 1921, Sua Eccellenza Volpi assunse il Governo della Tripolitania, la situazione politico-militare era la seguente: militarmente, la nostra occupazione era limitata a Tripoli, ad Homs e alla ristrettissima fascia costiera che comprende le Oasi di Zanzur, El Maia, Tuebia Gargusa, Zavia, Sorman, Agilat e Zuara. E, quantunque così limitata, essa imponeva tuttavia l’impiego di forze ingenti ogniqualvolta si dovevano attraversare zone e territori anche immediatamente vicini alle nostre basi; politicamente, il nostro potere effettivo soltanto sulle popolazioni dell oasi costiere a occidente di Tripoli, sugli abitanti della breve zona di Homs e su quella parte, minima invero, della popolazione Nuah el Arba ed Ursceffana, che viveva nelle immediate vicinanze di Azizia”. Il Conte Giuseppe Volpi, Governatore della Tripolitania dal 16 luglio 1921 al 3 luglio 1925, infatti, diede avvio ad una incisiva campagna di riconquista dei territori libici, che dal 1911-1912 l’Italia rivendicava suoi possedimenti coloniali dopo l’impresa libica voluta da Giovanni Giolitti, ma che di fatto erano stati abbandonati a partire dal 1915 in balia di bande ribelli e tribù nomadi.

Rodolfo Graziani a Bir TagriftLa riconquista della Tripolitania ebbe così inizio all’alba del 24-25 gennaio 1922, con lo sbarco a Misurata Marina di una colonna di Carabinieri Reali e Zaptié, gli indigeni arruolati tra le file dell’Arma: le operazioni si svolsero con eccezionale rapidità e poche perdite tra le forze coloniali italiane inviate in Libia, tanto che nel giro di pochi mesi, buona parte del territorio era riconquistato. Non mancarono celebri battaglie, combattute con estremo coraggio dall’una e dall’altra parte: nomi come El Ukim, Giosc e Slamot riportano ancora oggi nella mente dei pochi anziani e capi villaggio libici ancora in vita, le battaglie e gli scontri con cui le tribù affrontarono gli Italiani sbarcati a gennaio. La campagna libica, intanto, procedeva, tra una rapida avanzata e l’altra, verso Iefren (ottobre 1922), Garian (novembre 1922), Tarhuna e Msellata (gennaio-febbraio 1923): il Tricolore tornava a sventolare nella quarta sponda italiana del Mediterraneo. Consolidate le teste di ponte e le aree riconquistate, si procedette al disarmo della bande e delle tribù, per evitare ribellioni e proteste armate: presto, sarebbero state occupate anche Zliten, Orfella e Zella; con l’occupazione della Sirte nel novembre 1924, la riconquista italiana della Tripolitania poté considerarsi conclusa, anche se molte aree sperdute nel deserto non erano assolutamente pacificate: una di queste era la conca di Bir Tagrift, che nel febbraio 1928 fu teatro di una cruenta battaglia.

Caduti di Bir TagriftIl 24 febbraio 1928, a tarda sera, una colonna italiana guidata da Rodolfo Graziani si accampò a circa 15 chilometri dalla conca di Tagrift, per proseguire l’avanzata il giorno successivo. Il terreno, immerso in una forte depressione desertica, non avrebbe certamente aiutato la manovrabilità delle forze italiane: lo sapevano le tribù sinussite, circa 1500 uomini guidati da Sef En Nasser, che attesero pazientemente nascosti dalle dune che tutta la colonna scendesse il costone roccioso, che in caso di precipitosa fuga delle truppe di Graziani avrebbe rappresentato un ostacolo insormontabile. Immediatamente a contatto con il nemico, il 25° Battaglione eritreo, dalle ore 08.00 circa del mattino, dimostrò grande valore nel respingere numerosi attacchi laterali e frontali del nemico, tanto che nelle parole di Emilio De Bono “i nostri ascari, in piedi, sprezzanti, spavaldi, incuranti del fuoco, dettero magnifica prova di coraggio, di resistenza, di dedizione suprema”. Lo scontro durò fino al pomeriggio, vedendo la disfatta delle bande di Sef En Nasser e il dilagare delle truppe di Graziani: in tutto caddero 92 tra ufficiali, soldati ed ascari, tra i quali, una particolare menzione meritò il Capitano Marino Fabbri, del VI Battaglione libico, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante la Compagnia di avanguardia di una colonna indigeni, incontrato l’avversario e intuito il pericolo che correva la propria colonna dislocata nel fondo di un uadi, attaccava e respingeva risolutamente l’avversario assicurando, in tal modo, un ulteriore sviluppo favorevole del combattimento ed il conseguimento del successo. Tale scopo raggiungeva col cosciente olocausto della propria vita confermando così le preclari qualità di comandante e di eroico combattente sempre dimostrate in numerosi precedenti combattimenti. Bir Tagrift, Tripolitania, 25 febbraio 1928″.

Lo scontro di Bir Tagrift, nelle parole di Emilio De Bono nel testo che abbiamo citato all’inizio, “qualora venga considerato nel complesso delle operazioni che lo precedettero e delle quali esso costituisce il coronamento conclusivo, apparisce qual è: una delle vittorie più significative e più decisive, non pure delle campagne libiche dall’occupazione ad oggi, ma di tutte le campagne coloniali italiane. Ecco perchè quel fiore di giovinezza che si batté in faccia al roccione di Bir Tagrift, dinanzi al proprio generale, il quale, dall’alto del suo posto di comando, dominava, tra il fischiar di palle, sprezzante del pericolo, sicuro, invulnerabile, ha, per noi coloniali, un fascino di leggenda e di poesia. E lo deve avere, d’ora innanzi, per tutti gli Italiani”.

Quei curiosi incontri dei soldati italiani in Somalia

Soldati italiani al riparo di un termitaioI soldati italiani impegnati nella seconda metà degli Anni Trenta in terra africana per la conquista dell’Etiopia si trovarono faccia a faccia con “curiose” costruzioni nel deserto, alte anche più di sei metri, risultando uno degli elementi più caratteristici di tutto il panorama. Ma a rendere ancora più affascinanti ai tanti militari coloniali queste strane forme che si stagliavano alte dalla sabbia era il fatto che non In posa accanto ad un termitaiofossero opera dell’uomo, ma di piccoli insetti: le termiti. Eccola, dunque, quella curiosa conoscenza dei nostri soldati in Somalia” descritta in un reportage del Giornalista Ottorino Cerquiglini sulla Domenica del Corriere del 18 ottobre 1936. Così, da inviato di guerra, Cerquiglini quasi diventa un divulgatore scientifico al pari dei corrispondenti del National Geographic, descrivendo i termitai simili a “fantastiche cattedrali dalle guglie bizzarre e dai capricciosi pinnacoli, a piramidi consunte, a castelli in rovina, a borghi fantomatici, a obelischi corrosi e frastagliati, a funghi colossali. La sorpresa che essi destano a vederli cresce quando, come in Somalia, se ne trovano molti, gli uni accanto gli altri, quasi simmetricamente disposti ed equamente distanziati, e costellano interi territori, a perdita d’occhio”.

In posa accanto ad un termitaioE la curiosità per i nostri soldati nel vedere queste strane “sculture” fu così tanta, che durante i turni di riposo dopo i numerosi combattimenti contro le bande indigene, erano soventi farsi fotografare a fianco degli enormi termitai. Ma, spesso e volentieri, rappresentarono anche degli ottimi ripari durante gli assalti. E dalla penna di Cerquiglini traspare quasi l’impotenza dell’uomo sulla natura, dell’acciaio che se “volesse provare la sua tempra su quella del termitaio, ne avrebbe la peggio. Le più violente piogge equatoriali lo percuotono invano e anche gli alberi giganteschi si abbattono su di esso senza neppure scalfirlo”. Traspare, infine, una sorta di “rispetto” e “riverenza” verso questo piccolo insetto sotterraneo incontrato dai soldati: “Molti misteri sono ancora da diradare nella vita di questo animaletto che si trova sulla terra, secondo alcuni scienziati, da cento milioni di anni prima di noi. Ha una civiltà che è la più antica che si conosca, superiore a quella stessa dell’uomo. E’, quindi, assai rispettabile. Per noi Italiani, poi, lo è in modo particolare”.

La lettera di un Aviere ad una Madrina di Guerra

LetteraLe Madrine di Guerra, con l’avvento del Fascismo in Italia, erano per lo più le giovani ragazze delle scuole elementari e delle superiori che, durante le prime due guerre affrontate dopo la fine del primo conflitto mondiale, vale a dire la campagna di Etiopia e l’appoggio militare fornito alla Spagna di Francisco Franco, preparavano pacchi di vestiario e generi di sussistenza da inviare ai soldati al fronte. Il loro compito, però, andava anche oltre: scrivevano lettere e cartoline, sia per mantenere alto il morale, sia per fare sentire meno soli quei tanti giovani al fronte. Durante la campagna d’Etiopia e la successiva stabilizzazione delle colonie dell’Africa Orientale, un soldato, o meglio un Aviere inquadrato nell’Aviazione della Somalia, tale Lionello Nardini, di stanza con il suo reparto presso l’Aeroporto Enrico Petrella, scrisse una lettera di risposta ad una di queste Madrine: si trattava della giovane Marisa Pieri, nata il 20 marzo 1920 a Firenze, che all’epoca non aveva ancora compiuto i sedici anni, essendo la missiva datata 27 febbraio 1936. E con senso affettivo, quasi fraterno, l’Aviere Nardini si rivolge alla giovane Marisa con l’appellativo di “sorella”.

Lettera“Cara Sorella, per combinazione ho aperto la tua lettera dove sento che parla di noi Giovani Combattenti, il quale esprimo tutto il mio desiderio per la Grande Italia e la nostra bella Firenze. Al quale giova a noi Avieri di ascoltare le tue belle frasi, il quale io Fiorentino ne sono orgoglioso, di te. Tu vorrai sapere come passiamo la vita quassù per lottare, combattere per la Grande Italia, sotto il nome del Dio, Duce, Re. Il quale nostro Duce e nostro Re hanno ricostruito la grande armata azzurra che oggi per l’Italia è un simbolo grande in qui, tutto il mondo tremerà davanti a noi. Perchè i piloti che noi abbiamo, la morte non la temono, ma la affrontano e noi Avieri voliamo in armi sulle nostre brillanti eliche. Per poi dare civiltà ad una terra così tanto barbara se le nazioni sanzioniste tenterebbero di chiudere il nostro passo, allora faremo vedere noi come facciamo in Italia. Pioverà Giustizia su di loro in eterno, che l’Aquila italiana saprà dare, e vendicheremo i nostri padri fino all’ultima goccia di sangue. La nostra Ala Tricolore ci spira in noi, vola la su quelle terre per dare civiltà a quella gente che ancora non sanno. Qui abbiamo un caldo molto di più che in Italia, ma noi Avieri resistiamo per l’onore della Patria. Cordiali saluti.

Aviere Nardini Lionello, Piazza Santo Spirito, Firenze. Aviazione della Somalia, Mogadiscio, Aeroporto E. Petrella”.

Angelo Bastiani, il Diavolo zoppo

Angelo Bastiani“Angelo Bastiani, il soldato d’Africa che da Sergente a Capitano ha guadagnato i galloni sul campo in combattimenti testimoniati da una Medaglia d’Oro, sei d’Argento e non sappiamo quante altre minori e che ha lasciato brandelli di carne su ambe e dirupi, è una delle più leggendarie figure di Eroi che onorano la Patria. Comandante di bande indigene, le sue gesta hanno creato la leggenda del “Diavolo zoppo”, nella primitiva ma realistica immaginazione delle truppe di colore, che di coraggio se ne intendono, e i capi li misurano solo con questo metro”. Questo il profilo tracciato su Mal d’Africa, supplemento del 4 novembre 1950 del settimanale Asso di bastoni, diretto da Pietro Caporilli di Angelo Sante Bastiani, militare originario di Licciana Nardi, in provincia di Massa Carrara, impegnato nella campagna d’Etiopia, dove si distinse, con il grado di Caporalmaggiore, alla battaglia di Mai Ceu, del 31 marzo 1936, l’ultimo grande scontro armato tra le forze italiane comandante da Pietro Badoglio e la Guardia Imperiale di Hailé Selassié.

Gondar: l'onore delle armiDestinato a rimanere in Africa Orientale, promosso nel 1937 al grado di Sergente, gli venne affidato il comando di una banda composta quasi esclusivamente da soldati indigeni, che da quel momento porterà il nome di Banda Bastiani. Ma fu con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che Angelo Bastiani dimostrò tutto il suo valore: nominato per meriti di guerra prima a Sergente Maggiore, nel 1940, e poi a Sottotenente, nel 1941, rimase alla testa dei suoi uomini fino alla battaglia finale di Gondar, del giugno-novembre 1941, dove, durante un furioso contrattacco all’arma bianca, riuscì a rioccupare delle importanti posizioni precedentemente perdute dalle forze italiane. Lo scontro, avvenuto in località Uolchefit, riscosse l’ammirazione delle forze inglesi assedianti, tanto da concedere, dopo ben 165 giorni di dura lotta, l’onore delle armi agli ultimi soldati ancora in vita. Era il 28 settembre 1941 e la caduta di Uolchefit permise ai soldati di Sua Maestà di completare l’accerchiamento della ridotta di Gondar, che resisterà per un altro mese, fino al 23 novembre.

Angelo Bastiani e la sua bandaFu durante la battaglia di Uolchefit che venne conferita ad Angelo Bastiani la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Comandante ed unico nazionale di banda irregolare intestata al suo nome compiva leggendarie gesta di valore, di capacità e di sublimi eroismi, scrivendo col sangue fulgide, gloriose pagine nella storia dei reparti coloniali. Strenuo difensore di Uolchefit prendeva parte a tutte le epiche imprese di quel glorioso baluardo gondarino, affrontando alla testa dei suoi gregari i più duri cimenti, compiendo i più epici eroismi, sfidando continuamente la morte in una serie di ardimentosi combattimenti che lo imponevano all’ammirazione nemica. Nell’azione di Passo Cinà contro potente agguerrita formazione, incurante del pericolo della morte che derivava da una grossa taglia già posta sul suo capo, nascondeva le gravi condizioni di salute in cui trovavasi per sopravvenute gravi infermità ed elevato stato febbrile, aggravato da quattro ferite di guerra non ancora rimarginate e sdegnava il ricovero in ospedale per condurre ancora una volta i suoi valorosi gregari alla durissima prova ed alla vittoria. Incuneatosi abilmente nello schieramento nemico, con leggendaria temerarietà e sfidando rischi e pericoli mortali piombava di sorpresa, fulmineo e travolgente, sul posto di comando avversario, catturando personalmente il Ras comandante ed annientando in furiosi prolungati corpo a corpo la fortissima schiera che lo circondava. Facendo tacere con indomita forza dello spirito, le sue gravi condizioni fisiche, guidando ancora con irrefrenabile slancio a successivi cruenti assalti all’arma bianca i suoi prodi, catturava larga messe di prigionieri, di materiali, di armi e munizioni e determinava il crollo politico-militare della resistenza nemica, riconfermando le sue preclari virtù di intrepido soldato e di comandante valoroso. Passo Cinà, Africa Orientale, Uolchefit dell’Amara, 22 giugno 1941″.

Ritorneremo!Il medagliere di Angelo Bastiani, a guerra conclusa era composto, oltre che dalla Medaglia d’Oro, di:

  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Sottufficiale comandante di banda, allo scopo di sanare una compromessa situazione politico-militare, decideva di attaccare forti nuclei di ribelli disloccati in posizione dominante. In undici ore di marcia notturna in terreno difficile e superando un dislivello di 1500 metri, sorprendeva ed attaccava i nemici, che opponevano accanita resistenza. Dopo aspro combattimento riusciva ad avere ragione dell’avversario che si dava a disordinata fuga, lasciando sul terreno numerosi morti, armi e munizioni. Cineferà, Africa Orientale, 10 dicembre 1940
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Comandante di una banda, colpito a morte l’ufficiale comandante di altra banda con la quale trovavasi in ricognizione in terreno difficile ed insidiato da forti formazioni nemiche, benché ferito, assumeva il comando dei due reparti e, dando e controllando l’esecuzione degli ordini e animando gli uomini con la parola e con l’esempio, proseguiva l’azione che ultimava brillantemente con l’occupazione di importanti posizioni dalla quali batteva efficacemente il nemico costringendolo a retrocedere mentre predisponeva, organizzava e proteggeva lo sgombero dell’ufficiale ferito – poi deceduto – e delle altre perdite della giornata sino al posto di medicazione. Rientrava a missione ultimata in perfetto ordine dopo aver inflitto ai nemici rilevanti perdite. Già distintosi in precedenti azioni per capacità di comando, spirito di sacrificio e sprezzo della vita. Libò Ghiorghis, 16 gennaio 1940
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Sottufficiale dotato di coraggio ed arditezza non comune, ha dato cosciente prova di cosciente capacità di comando di reparti coloniali, che ha sempre condotto a molteplici e brillanti operazioni belliche. Con una banda ai suoi ordini attaccava decisamente preponderanti forze nemiche, riuscendo a sconfiggerle. Riattaccato da rinforzi sopraggiunti sosteneva brillantemente l’azione e benché ferito una seconda volta nella giornata, continuava, dalla barella, ad infiammare ed incitare i suoi gregari, che lanciati all’assalto, disperdevano definitivamente i nemici in fuga. Non lasciva il reparto, ma ne guidava il rientro, dopo aver provveduto al recupero dei caduti e dei feriti. Magnifico esempio di alte virtù militari. Cam Cam, 22 aprile 1940
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Comandante di una banda d’irregolari, la guidava contro forti nuclei di ribelli, trascinando ed animando con l’esempio i propri gregari. Durante un combattimento, rimasto con metà degli uomini a causa delle perdite subite, teneva salda la posizione, contrattaccando ripetutamente il nemico alla baionetta e spezzando la morsa che l’avversario stava stringendo attorno al suo reparto. Ricevuto l’ordine di ripiegare, con pochi uomini, ritardava l’azione dei ribelli. Esempio di coraggio e di elevato sentimento del dovere. Meschà Uollalè, Irrata Mens, 5 febbraio 1938
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Comandante di banda indigeni, si distingueva per capacità, spirito d’iniziativa ed esemplare ardimento nei combattimenti di Passo Assellei, Deivà Ghiorghis e Ambessà Masserià. Nel combattimento di Siftà Cuolisà, si lanciava impetuosamente alla testa dei propri uomini, all’attacoc di forti posizioni nemiche. Dopo lungo ed aspro combattimento, superando notevoli difficoltà di terreno, riusciva ad infrangere, nonostante le sensibili perdite, l’accanita resistenza nemica. Inseguiva poi con impeto travolgente, per lungo tratto, l’avversario al quale infliggeva gravi perdite. Passo Assellei-Deivà Ghiorghis-Ambessà Masserià-Siftà Cuolis, Africa Orientale Italiana, 4-7 aprile 1938; 13 ottobre 1938-6 luglio 1939
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Valorosissimo sottufficiale comandante di banda sempre distintosi per virtù militari, perizia, valore personale, audacia. Alla testa della sua banda si lanciava all’attacco di una munitissima posizione tenacemente difesa; la raggiungeva tra i primi, ingaggiava furiosa lotta corpo a corpo, infliggendo all’avversario gravi perdite ed obbligandolo alla fuga. Lo inseguiva, penetrava profondamente nello schieramento avversario, catturando un ras – il maggiore esponente della ribellione – armi, materiali e prigionieri. Esempio sommo di virtù militari. Passo Cinà, 22 giugno 1941
  • Medaglia d’Argento al Valor Militare: Sottufficiale comandante di banda regolare più volte distintosi per valore e capacità di comando. In un duro contrattacco contro formazioni ribelli e numerose forze regolari nemiche che avevano conquistato una nostra importante posizione, con ardimento e perizia trascinava i propri ascari all’assalto e dopo violenta lotta, poneva in fuga l’avversario infliggendogli gravissime perdite. Superba figura di combattente e trascinatore. Debarek, 28-31 maggio 1941
  • Medaglia di Bronzo al Valor Militare: Comandante di banda indigeni, durante un arduo combattimento svoltosi in terreno aspro e boscoso, trascinava ripetutamente all’attacco i propri uomini, dando prova di slancio e di non comune ardimento. Contrattaccato, reagiva prontamente ed alla testa del reparto, dopo ardua lotta ravvicinata, travolgeva la tenace resistenza nemica. Inseguiva poi l’avversario per lungo tratto e gli infliggeva nuove gravi perdite. Livò Ghiorghis, Africa Orientale Italiana, 28-29 novembre 1939
  • Croce di Guerra al Valor Militare: Durante un aspro combattimento, recapitava più volte ordine ai reparti di prima linea sotto un nutrito fuoco avversario, dando prova di abnegazione e sprezzo del pericolo. Mai Ceù, 31 marzo 1936

A queste si aggiungono quattro Croci al Merito di Guerra, una Croce d’Oro per Anzianità di Servizio, nonché le Medaglie commemorative per le operazioni in Africa Orientale (Ruolo Combattenti) e per la guerra 1940-1943. Infine, per decreto del Presidente della Repubblica, la Croce di Grande Ufficiale (1973) e di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana (1990).