La morte di Giovanni Berta a Firenze

Giovanni BertaTanto si è scritto sui terribili anni tra il 1919 e il 1921, caratterizzati da una violenza senza precedenti per l’Italia, uscita da appena un anno dalla Grande Guerra. Una vera e propria guerra civile che vide coinvolti socialisti, squadristi, comunisti e forze dell’ordine, quasi un’anteprima di quella guerra fratricida che insanguinò l’Italia tra il 1943 e il 1945, nonché gli anni successivi, in quelli che, troppo spesso, vennero archiviati come rese dei conti. Ed una delle città attraversate per prime da questo nascente odio politico fu la città di Firenze, la stessa che darà i natali ad alcuni tra i più importanti esponenti del Fascismo, tra cui Alessandro Pavolini e Berto Ricci, nonché città adottiva del Filosofo Giovanni Gentile. Firenze, però, fu anche la città che vide l’odio raggiungere livelli altissimi: il 27 febbraio 1921 era assassinato il Sindacalista Spartaco Lavagnini, quale ritorsione ad una bomba anarchica che esplose in Piazza Antinori uccidendo lo studente Carlo Menabuoni e il Carabiniere Antonio Petrucci. Il giorno successivo, 28 febbraio, si compì un nuovo omicidio, ai danni di un giovane ragazzo aderente ai Fasci di Combattimento.

Morte di Giovanni BertaGiovanni Berta, nato il 24 agosto 1894, partecipò, quale Marinaio della Regia Marina, ai due conflitti che l’Italia combatté all’inizio del Novecento: l’avventura in Libia e la Prima Guerra Mondiale, aderendo, al termine della Grande Guerra, ai Fasci di Combattimento, movimento costituito a Milano il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini. Nel clima di travaglio che attraversò l’Italia post bellica, in tanti aderirono alla nuova formazione del futuro capo del Fascismo: tra questi anche il giovane Giovanni Berta. E Firenze, suo malgrado, attraversò quel clima di odio politico che imperversava in tante altre città: se gli scontri di piazza erano all’ordine del giorno, con numerosi feriti tra i manifestanti degli opposti schieramenti e le forze dell’ordine, non tardarono ad arrivare anche i primi morti. La città era stata sconvolta già dalla morte del sindacalista Lavagnini e dalla bomba esplosa ai danni di un corteo nazionalista, che arrivò la notizia dell’assassinio del giovane fiorentino. Nel tardo pomeriggio del 28 febbraio 1921, Giovanni Berta si trovava ad attraversare l’allora Ponte Sospeso, dove sorge oggi il Ponte alla Vittoria: riconosciuto quale esponente dei Fasci di Combattimento, venne circondato da un gruppo di militanti comunisti e preso a calci e pugni.

Stadio Giovanni BertaEd è a questo punto che si consumò l’uccisione di quello che negli anni successivi venne ricordato come il primo martire della rivoluzione fascista. Privo di conoscenza, colpito da una pugnalata che lo ferì gravemente, Giovanni Berta venne scaraventato in Arno, dove affogò: il corpo venne rinvenuto soltanto il giorno dopo, con evidenti i segni delle percosse, sul corpo e sul volto, ma ormai la notizia della tragedia si era già sparsa in tutta la città, tanto che si rese necessario l’intervento di alcuni reparti del Regio Esercito per ristabilire l’ordine. Negli anni seguenti, quando il Fascismo prese il potere, Giovanni Berta venne commemorato con grandi manifestazione quando, tra il 1930 e il 1931, su progetto degli Ingegneri Pier Luigi Nervi e Gioacchino Luigi Mellucci, venne costruito lo Stadio Comunale: solennemente inaugurato il 13 settembre 1931, durante gli anni della guerra civile fu il protagonista silenzioso della fucilazione, avvenuta il 12 marzo 1944, di cinque renitenti alla leva della Repubblica Sociale Italiana, originari di Vicchio, un piccolo comune sulle colline attorno a Firenze.

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Eliot Ness, ascesa e declino del Capo degli Intoccabili

Eliot NessPer l’Al Capone interpretato da Robert De Niro nel film Gli Intoccabili era solo chiacchiere e distintivo: ancora il boss del crimine americano non era stato giudicato colpevole, ma quell’uomo con i capelli scuri e impomatati aveva decretato la fine del suo impero. Eliot Ness, originario della città di Chicago, la stessa che diede i natali al gangaster italo-americano e che vide il fiorire delle sue attività criminose, venne incaricato direttamente del Dipartimento del Tesoro di fermare l’illegalità diffusa riconducibile ad Al Capone. Impresa ardua, la sua, specialmente per due motivi: la corruzione dilagante all’interno della stessa polizia di Chicago, cui molti agenti si trovavano al libro paga dello stesso Al Capone, e la difficoltà di incastrare lo stesso boss, che agiva sotto svariati prestanome. Erano gli anni del Proibizionismo: con una legge inserita all’interno della Costituzione Americana sotto forma di Diciottesimo Emendamento, venne proibita la produzione, la vendita e il consumo di bevande alcooliche in tutti gli Stati Uniti. Non solo le casse dello Stato ne risentirono (la tassazione sull’alcool portava entrate pari al 15%) ma consegnò di fatto alla malavita un nuovo business assai più redditizio di quelli fino ad allora gestiti: ed Al Capone ne divenne il capo indiscusso. Intanto, il giovane Ness entrò a far parte del Bureau of Investigation, da cui nascerà successivamente l’attuale FBI. Ad appena ventitré anni, dopo la laurea in economia ed un master in criminologia, si arruolò nel corpo investigativo per passare, nel 1927, alle dipendenze del Ministero del Tesoro.

Al CaponeFu a seguito dell’elezione di Herbert Hoover alla carica di trentunesimo Presidente degli Stati Uniti, che il Governo dichiarò apertamente guerra alla mafia e al crimine gestito da Al Capone: se era quasi impossibile ricondurre gli efferati crimini alla sua persona, il Dipartimento del Tesoro incaricò Ness di perseguirlo per la violazione della legge sul proibizionismo e per evasione fiscale. In pratica, l’investigatore federale avrebbe dovuto ricostruire l’intera rete del traffico illegale di alcoolici che invadeva il mercato di Chicago, risalire ai prestanome e alle loro attività e ricollegare il tutto al burattinaio che tirava i fili da dietro le quinte: Al Capone. Impresa non facile, proprio per la corruzione che infestava la stessa forza di polizia. Eliot Ness decise allora di scegliersi gli uomini: formò una squadra di agenti fidati, incorruttibili e onesti che presero il nome di Intoccabili, visti fin dall’inizio con sospetto dai loro stessi colleghi. Erano appena in undici contro un nemico intenzionato a tutto per vederli fallire e morire. Vennero intercettate spedizioni di alcolici, furono compiute incursioni contro distillerie segrete e depositi clandestini: in appena sei mesi di attività la squadra degli Intoccabili fece perdere ad Al Capone e al crimine organizzato oltre un milione di dollari di guadagni.

Eliot Ness a ClevelandFinalmente, raccolte prove a sufficienza, Al Capone venne portato davanti ad un Tribunale nel 1931: sebbene la mano della mafia era arrivata a corrompere buona parte dei giudici popolari, questi furono sostituiti, cosa che portò alla condanna del boss ad undici anni di reclusione e ad una multa di 50.000 dollari. Per Eliot Ness fu un trionfo. Ma accanto agli allori della gloria iniziò lento ed inesorabile il suo declino. Messo a capo della polizia di Cleveland, non riuscì mai a venire a capo degli efferati crimini commessi da un serial killer, responsabile dell’uccisione di almeno dodici persone. Quello che è passato alla storia come il Macellaio di Cleveland, fu per Eliot Ness il caso che lo condusse nel baratro. Poco dopo divorziò dalla sua prima moglie e devastato dai debiti per alcuni investimenti sbagliati, trovò rifugio nello stesso nemico che aveva così a lungo combattuto: l’alcool. Lasciò il Dipartimento del Tesoro, trovando lavori saltuari per altrettante agenzie investigative private, arrivando perfino a vendere hamburger come semplice dipendente in un supermercato. Di tanto in tanto, nei vecchi bar di Chicago, qualcuno lo vedeva raccontare di quando era a capo della sua quadra degli Intoccabili, forse l’unica vera famiglia che abbia mai avuto. Morì a soli 54 anni, per un infarto: si concluse così l’ascesa e il declino di un Eroe americano.

I moti del giugno 1920 nel sacrificio dei Carabinieri

Del Mirani, Ricciardi, VitaleGli anni immediatamente successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, tra il 1919 e il 1920, furono caratterizzati, in Italia, da forti proteste e tumulti sociali: rivolte contadine, occupazioni di fabbriche, scontri, violenze sociali e politiche. Gente comune e uomini dello Stato, semplici contadini e appartenenti alle forze di polizia si scontrarono violentemente in numerose città italiane. Scriveva nel maggio 1920 Antonio Gramsci a proposito del grande sciopero che vide protagonista la Fiat in marzo: “La classe operaia torinese ha già dimostrato di non essere uscita dalla lotta con la volontà spezzata, con la coscienza disfatta. Continuerà nella lotta: su due fronti. Lotta per la conquista del potere di Stato e del potere industriale; lotta per la conquista delle organizzazioni sindacali e per l’unità proletaria”. Eclatante fu la rivolta di Ancona, che vide coinvolti, inizialmente i Bersaglieri dell’11° Reggimento: per evitare di essere inviati in Albania, in rinforzo al contingente di occupazione, disarmarono i propri superiori e occuparono la loro caserma. In città si sparse rapidamente la voce: le organizzazioni politiche anarchiche, repubblicane e socialiste presenti si unirono ai rivoltosi, alzando barricate nel centro urbano e dando battaglia per le vie cittadine alle forze dell’ordine inviate per sedare la rivolta. Ad Ancona si contarono una ventina di morti e numerosi feriti, soprattutto tra le Guardie di Pubblica Sicurezza e i Carabinieri Reali inviati per placare gli animi. Tra questi ultimi, si distinsero particolarmente tre militari, il Vice Brigadiere Romolo Del Mirani e i Carabinieri Attilio Ricciardi e Vitaliano Vitale, che riuscirono, con un colpo di mano, ad impossessarsi di una mitragliatrice con cui i dimostranti sparavano contro altri reparti intervenuti. Si meritarono, tutti e tre, la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Facenti parte di un Battaglione di Carabinieri che sotto nutrita fucileria muoveva contro forti gruppi  di rivoltosi trinceratisi nel Quartiere di Piano San Lazzaro, con mirabile ardimento ed evidente pericolo della propria vita, balzavano su una mitragliatrice dei rivoltosi, che sparava contro il Battaglione stesso, catturandola. Ancona, 27 giugno 1920”.

Umberto AnteiIl giorno precedente, quando i disordini erano appena agli inizi, i rivoltosi presero d’assalto quelle caserme i cui militari avevano deciso di non unirsi a loro. Oltre a occupare gli edifici, in molti sottrassero le armi presenti al loro interno, con cui iniziarono a bersagliare coloro che intervenivano per sedare le rivolte che scoppiavano in tutta la città. Nel centro di Ancona, durante l’assalto ad una stazione dell’Arma dei Carabinieri, presa di mira da numerosi colpi di fucileria, il Maresciallo Roberto Antei, in quel momento di servizio, si poneva alla testa di un gruppo di commilitoni. Usciti dalla caserma, una pioggia di fuoco si riversò sui Carabinieri: Antei venne mortalmente ferito alla testa da un colpo di moschetto. Venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “In occasione di gravi disordini, pur essendo conscio del grave ed immediato pericolo cui si esponeva, fece ardita sortita in caserma con un drappello di undici dipendenti per sgominare un gruppo di ribelli che l’avevano assalita con intenso fuoco di fucileria e, fulgido esempio di coraggio e di virtù militari, li affrontava animosamente finché cadeva mortalmente ferito da un proiettile alla testa. Ancona, 26 giugno 1920”.

Luigi TaniMa i disordini non interessarono solo Ancona: si espansero a macchia d’olio in tutte le Marche, raggiungendo anche l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Lombardia. A Fano, il 29 giugno, cittadina in provincia di Pesaro, le manifestazioni di protesta portarono all’uccisione di Luigi Tani, Vice Brigadiere dell’Arma dei Carabinieri in servizio presso la Legione di Ancona. Fu un altro militare della Benemerita caduto nell’adempimento del proprio dovere, decorato anch’egli di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Durante una rivolta di elementi sovversivi, in un conflitto tra Carabinieri e rivoltosi, per risparmiare vittime tra i propri uomini che si trovavano in mezzo ai due fuochi, affrontava generosamente il pericolo di far cessare il tiro e rimaneva egli stesso colpito all’addome. Salito su un autocarro, che quantunque carico di feriti veniva bersagliato dai rivoltosi, tentava di sollevarsi per rispondere al fuoco col proprio moschetto, ma rimaneva mortalmente colpito al petto. Fano, Pesaro, 29 giugno 1920”.

Giuseppe UgoliniA Milano, infine, venne proclamato uno sciopero di solidarietà ai rivoltosi di Ancona e delle Marche. Ma anche qui, ben presto, la situazione degenerò, quando un corteo mosse verso la caserma che ospitava un reparto di Bersaglieri per invogliarli e incitarli alla rivolta. Nei giorni precedenti altri gravi disordini avevano scosso il capoluogo lombardo: il 22 giugno, al termine di un comizio tenuto dall’anarchico Errico Malatesta, vennero uccisi sei manifestanti, dopo che un corteo non autorizzato aveva iniziato a prendere d’assalto i negozi del centro. Il giorno seguente, il Brigadiere Giuseppe Ugolini, mentre attraversava Corso Buenos Aires, venne circondato da una folla urlante, che gli intimava la consegna delle armi. Opponendosi coraggiosamente e strenuamente, cercò di aprirsi un varco facendo fuoco, ma la folla riuscì a disarmarlo, per poi linciarlo pubblicamente. Trasportato d’urgenza per le gravi ferite riportate in ospedale, spirò poco dopo. L’autopsia sul corpo del Brigadiere Ugolini rivelò che la folla amputò alcune dita del militare per sottrargli la fede nuziale d’oro. Il Re Vittorio Emanuele III, venuto a conoscenza del grave episodio, volle decorarlo motu proprio della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “In un giorno di grave perturbamento dell’ordine pubblico, fatto segno all’aggressione di un forte nucleo di malviventi, mentre si trasferiva da solo al posto ove era stato comandato, respinse con fermezza, sebbene gravemente ferito al viso e bersagliato da numerosi colpi di rivoltella, l’ingiuriosa imposizione di cedere le armi. Nella tragica lotta che ne seguì si difese eroicamente, riuscendo ad atterrare cinque dei suoi aggressori, finché, ripetutamente colpito, cadde esanime e del suo corpo l’insano furore degli avversari fece brutale scempio. Col proprio sacrificio segnò una pagina di superbo valore, un incancellabile esempio per la scuola del dovere. Milano, 23 giugno 1920”

I Carabinieri Reali nella Battaglia di Gunu Gadu

Carabinieri AOIFacevano parte della stessa colonna del Milite Forestale Panfilo Di Gregorio, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria durante durante la battaglia di Daua Parma, comandata dal Luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Augusto Agostini. Erano tre Carabinieri, il Capitano Antonio Bonsignore e i Carabinieri Vittoriano Cimmarrusti e Mario Ghisleni: erano parte dei mille militari dell’Arma inviati in Africa Orientale, durante la conquista dell’Etiopia, e che si scontrarono nell’Ogaden durante la battaglia di Gunu Gadu. Antonio Bonsignore era l’unico dei tre di carriera: nel corso del primo conflitto mondiale prestò servizio quale ufficiale dei Bersaglieri, venendo assegnato al 10° Reggimento e, in seguito, al 15° Reggimento Fanteria. Promosso al grado di Tenente, seguì i reparti, tra il novembre 1916 e la fine del conflitto, in Albania, dove si distinse particolarmente per il suo valore. Tra il 28 e il 29 luglio 1918, si guadagnò una Croce di Guerra al Valor Militare combattendo nella battaglia nei pressi del Ponte di Kuci: “Attraversava col proprio Plotone una zona intensamente battuta da mitragliatrici avversarie, e, malgrado le perdite subite, si portava in aiuto di un nucleo di Arditi che in posizione avanzatissima minacciava di essere tagliato fuori dal nemico e concorreva, con abile e arditissima manovra, alla buona riuscita del combattimento. Ponte di Kuci, Albania, 28-29 luglio 1918”. Un mese dopo, si guadagnava una seconda onorificenza, una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, per aver occupato una posizione avversaria: “Comandante di un Plotone, in tre giornate consecutive di lotta, dimostrava risolutezza e coraggio singolare. In un attacco penetrava, alla testa dei suoi uomini, nella linea avversaria, raggiungendo per primo la sommità della posizione, da dove poi inseguiva con bello slancio il nemico. Più tardi si opponeva con tenacia ai contrattacchi di forze preponderanti, coprendo i movimenti di altri nostri reparti. Biesciova, Albania, 22-24 agosto 1918”. Terminata la guerra, transitò nell’Arma dei Carabinieri, dove si distinse particolarmente per la lotta al brigantaggio in Sicilia, ben figurando agli occhi di dipendenti e superiori. Promosso al grado di Capitano nel 1933, dopo un periodo in Sardegna e a Macerata quale Comandante di Compagnia, il 25 febbraio 1936 partì volontario per l’Etiopia, dove entrò a far parte delle Bande Autocarrate dei Carabinieri.

Antonio BonsignoreNello stesso teatro, si trovarono ad operare anche i Carabinieri Vittoriano Cimmarrusti e Mario Ghisleni, aggregati rispettivamente alla 1a e alla 3a Banda dei Carabinieri della Colonna Agostini. Il Capitano Bonsignore, invece, assunse il comando della 1a Banda: quando al Luogotenente Generale Agostini venne ordinato di marciare su Gunu Gadu, il 23 aprile 1936, i difensori etiopi, nonostante una serie di bombardamenti aerei preparatori, aprirono un violento fuoco. I soldati italiani tennero l’assedio alle fortificazioni per tutta la giornata, avanzando con il lancio di bombe a mano e aprendosi dei varchi utilizzando i lanciafiamme. Quando Gunu Gadu capitolò il giorno 24, erano caduti in combattimento ventidue militari dell’Arma, mentre altrettanti furono i feriti. Tra i caduti, vi furono proprio il Capitano Bonsignore e i Carabinieri Cimmarrusti e Ghisleni, tutti e tre decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria. In particolare, come si legge nella motivazione dell’onorificenza all’Ufficiale, “per due volte, con la pistola in pugno, al grido di Savoia, si slanciava, primo fra tutti, all’assalto di fortissimi trinceramenti, infliggendo notevoli perdite al nemico e costringendolo a ripiegare. Ferito gravemente ad un fianco, raccoglieva tutte le sue forze per sostenersi, trascinarsi e non cadere e, rifiutando ogni soccorso, continuava a guidare e ad incitare i suoi Carabinieri finché, colpito in fronte, rimaneva fulminato mentre la sua centuria invadeva le posizione nemiche. Primo all’assalto e primo nella morte, esponendosi volontariamente all’estremo sacrificio, dette col suo mirabile esempio, eroico impulso a tutti i Carabinieri della Banda, determinando in essi una gara di eroismi individuali. Raro e mirabile esempio di alte virtù militari. Gunu Gadu, Ogaden, 24 aprile 1936”.

Vittoriano CimmarrustiI Carabinieri a Gunu Gadu si scontrarono con circa 30.000 Etiopi fortemente trincerati, in un terreno aspro e difficile, che si snodava tra una fitta boscaglia, tra caverne e fossati. Il combattimento tenne impegnati i militari dalla mattina, all’alba, fino al pomeriggio inoltrato, prima che le fortificazioni fossero completamente conquistate. Fu in questi frangenti che caddero Cimmarrusti e Ghisleni. Nonostante una grave ferita ad un braccio, e una sommaria medicazione, Vittoriano Cimmarrusti tornò a combattere a fianco dei suoi commilitoni, fino a quando non veniva raggiunto da una scarica di fucileria nemica. La massima onorificenza recita: “Ferito gravemente ad un braccio da pallottola esplosiva, anziché avviarsi alla Sezione di Sanità come gli era stato ordinato, ritornava dopo sommaria medicazione sulla linea di combattimento. Scorti armati abissini in agguato sulla destra della propria Compagnia, li attaccava a colpi di moschetto. Ferito una seconda volta e non più in grado di imbracciare l’arma, proseguiva l’impari lotta con le bombe a mano, uccidendo tre avversari, finché crivellato di colpi cadeva gloriosamente sul campo. Sublime esempio di consapevole eroico sacrificio. Gunu Gadu, Africa Orientale, 24 aprile 1936”. Allo stesso modo, Mario Ghisleni, gravemente ferite ad una gamba, venne evacuato a bordo della Nave Ospedale Gradisca, spirando il 28 maggio 1936 durante il viaggio di ritorno verso l’Italia. Decorato inizialmente con la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, essa venne successivamente commutata in Medaglia d’Oro: “Durante un violento combattimento precedeva i compagni all’attacco di munite postazioni nemiche, dando prova di sereno coraggio, sprezzo del pericolo e slancio non comune. Ferito gravemente alla gamba sinistra, continuava a sparare contro l’avversario fino a che le aggravate condizioni della ferita lo costringevano ad allontanarsi. Nonostante le cure mediche apprestategli, sentendosi prossimo alla fine, in pieno delle sue facoltà mentali, dichiarava di essere orgoglioso di immolare la sua vita per la Patria. Rivolgeva il suo pensiero alla famiglia esprimendo la speranza che i suoi figli fossero sempre degni di lui. Gunu Gadu, Africa Orientale, 24 aprile 1936”.

Enrico Gotti, dall’Eritrea all’Albania

Battaglia di DogaliLa figura del Generale Enrico Gotti fu una di quelle che attraversò letteralmente due secoli, l’Ottocento e il Novecento. Sempre in prima linea, sempre a fianco dei suoi uomini, non guardava al grado che portava sulle spalline: per lui contavano soltanto il dovere e fare bene il suo lavoro. Originario di Torino, dove era nato nel 1867, ad appena vent’anni si arruolò, venendo assegnato con il grado di Sottotenente al 7° Reggimento Fanteria Cuneo, in partenza per il Corno d’Africa con i primi contingenti italiani inviati per la conquista dell’Eritrea. Destinato il suo reparto alla difesa dei pozzi di Saati, il 25 gennaio 1887 si rese protagonista di una cruenta battaglia tra Italiani ed Abissini. La piccola località, situata a circa 30 km di distanza dal porto di Massaua, venne occupata il 14 gennaio precedente dalle forze italiane, supportate da trecento basci-buzuk, forze irregolari ottomane, che si trincerarono in attesa di compiere ulteriori avanzate nell’entroterra. Gli interessi italiani, però, si scontrarono ben presto con quelli del vicino Impero Etiope: a soli cinque chilometri dalle fortificazioni di Saati si schierarono non meno di ventimila soldati abissini, guidati da Ras Alula, intenzionato a scacciare gli Italiani. Vani furono i tentativi di parlamentare: all’alba del 25 gennaio, le forze di Ras Alula mossero all’attacco degli Italiani, dopo che una pattuglia guidata dal Tenente Federico Cuomo era stata sorpresa in ricognizione. Il combattimento durò circa quattro ore e, viste le numerose perdite subite, gli Abissini dovettero ritirarsi sulle posizioni di partenza. L’allora Sottotenente Gotti si meritò una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il comportamento tenuto durante le fasi più critiche dello scontro, quando la grande marea di Abissini era in procinto di rompere le difese italiane di Saati. Semplice la motivazione dell’onorificenza: “Per il coraggio e il sangue freddo dimostrati durante il combattimento. Saati, 25 gennaio 1887”. Il presidio di Saati chiese urgenti rinforzi: dalla vicina Moncullo partì una colonna di quasi seicento soldati, guidati dal Tenente Colonnello Tommaso De Cristoforis. Giunta presso Dogali, però, venne annientata dagli Abissini di Ras Alula, cosa che costrinse i difensori di Saati a ritirarsi verso Moncullo su posizioni meglio difendibili.

Enrico GottiPromosso al grado superiore di Tenente, affiancò il Generale Antonio Baldissera quale suo ufficiale d’ordinanza: Enrico Gotti rimase in Corno d’Africa per i successivi tre anni, prendendo parte attiva alle operazioni che portarono alla completa conquista ed occupazione di Asmara e di Cheren. Rientrato in Italia, venne promosso dapprima al grado di Capitano e, dal 1911, a quello di Maggiore: intanto, era stato assegnato al 5° Reggimento Fanteria e al 5° Reggimento Bersaglieri, reparti presso i quali dimostrò tutta la sua capacità di comando e di attaccamento al servizio. Completò, con successo, i corsi di Stato Maggiore alla Scuola di Guerra: allo scoppio del primo conflitto mondiale, fu incaricato dell’organizzazione dell’intero parco automobilistico della 4a Armata, resasi protagonista, all’alba del 16 giugno 1915, della conquista del Monte Nero. Nel novembre dello stesso anno gli giunse la promozione al grado di Colonnello e il comando del 4° Reggimento Bersaglieri: non abbandonò mai il suo reparto per tutta la restante durata della guerra, prendendo egli stesso parte a numerose e rischiose azioni contro le posizioni nemiche. In una di queste, al fianco dei suoi Bersaglieri, prese parte alla conquista del Ponte di Bodres, azione che gli valse la seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Incaricato di provvedere al regolare affluire dei rifornimenti vari occorrenti alle truppe passate sulla riva sinistra dell’Isonzo, per costituirvi una provvisoria testa di ponte, con attività e sereno sprezzo del pericolo, di tutto si occupò, a tutto provvide, concorrendo anche ad assicurare, in momenti particolarmente difficili, il collegamento colle truppe rimaste oltre il fiume dopo la rottura dei ponti. Loga Bodres, 14-19 maggio 1917”. Terminata la guerra mondiale, assunse un nuovo, difficile, incarico: guidare il 72° Reggimento Fanteria Puglie in partenza per l’Albania. Nella città di Valona, a partire dal 1914, era stato instaurato un protettorato italiano, viste le mire austriache sulla regione. Inoltre, tra le clausole del Patto di Londra, che segnò l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale a fianco delle forze della Triplice Intesa, fu stabilito che il Regno d’Italia, qualora la guerra fosse stata vinta, avrebbe ottenuto la piena sovranità di Valona e dell’Isola di Saseno, nonché di un territorio sufficientemente esteso per la loro difesa.

Italiani a ValonaMa con la fine del conflitto, gli Albanesi non gradivano più la presenza straniera sul loro territorio, tanto meno quella degli Italiani, che rivendicavano con forza i possedimenti oltre l’Adriatico in virtù proprio del Patto di Londra. Nel frattempo, Enrico Gotti, all’indomani dell’assunzione del comando del 72° Reggimento Fanteria era promosso al grado di Generale. Partito con le prime avanguardie del Reggimento, vista la tensione sempre più crescente tra le autorità italiane e quelle albanesi, decise di non abbandonare al loro destino i suoi uomini. Sempre più frequentemente andava ad ispezionare i presidi più isolati e avanzati, facendosi carico dei bisogni dei propri uomini. Il 6 giugno 1920, mentre si trovava presso il presidio di Quota 115, situato a Drashovice, nella vallata della Voiussa, la stessa che, nel corso del secondo conflitto mondiale, vide il sacrificio degli Alpini della Julia, venne assalito da milizie albanesi, superiori in numero. Solo dopo dieci ore di aspri combattimenti, ed esaurite le munizioni e l’acqua, decise di recarsi dal nemico per trattare un cessate il fuoco: giunto alle linee avversarie, venne ucciso a tradimento. Nel giugno 1921, con Regio Decreto del Sovrano, venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un reggimento incaricato della difesa avanzata di un campo trincerato, benché promosso Generale, chiedeva di non essere trasferito finché non si fosse chiarita e risolta una situazione che si prospettava assai critica, causa l’insurrezione del paese. Organizzava con grande maestria la difesa dei centri di raccolta avanzati, prodigando la sua alacre opera in continue pericolose ispezioni dei centri stessi ed infondendo nei più deboli presidi, travagliati dalla malaria, un potente spirito combattivo. Attaccato repentinamente da forze quindici volte superiori, dirigeva e manteneva per circa dieci ore con indomito coraggio ed ammirevole fervore una resistenza ad oltranza così efficace che il nemico ne usciva letteralmente decimato ed era costretto a ritardare di parecchi giorni l’investimento del campo trincerato. Rimasti i valorosi difensori senza munizioni e senza acqua, inutilizzati gli unici due pezzi disponibili, allo scopo di evitare la completa distruzione del presidio dipendente, già che aveva subito gravissime perdite, dopo aver provveduto a mettere in salvo la Bandiera e i fondi del Reggimento, usciva solo e disarmato per trattare cogli insorti, deciso a sacrificare sé stesso per salvare i suoi dipendenti. In questo atto di sublime generosità, ucciso a tradimento da uno dei capi ribelli, esasperati dalla fiera resistenza dei nostri, di cui giustamente essi rendevano responsabile l’eroismo del valorosissimo Generale, immolava la sua nobile esistenza alla Patria, alla quale aveva dedicato tutta una vita splendente delle più belle virtù di cittadino e di soldato. Valona, Albania, Quota 115, 6 giugno 1920”.

La Colonna Agostini e la Milizia Forestale in Etiopia

IMG_20181001_105535“Comandante di Squadra, incaricato di tenere un tratto di fronte molto pericoloso, assolveva la consegna in modo esemplare. Nella notte dal 20 al 21 gennaio 1936, durante un contrattacco sferrato contro infiltrazioni nemiche, in un corpo a corpo rimaneva gravemente ferito all’avambraccio sinistro. Insistentemente consigliato di recarsi al vicino posto di medicazione, decisamente rifiutava di abbandonare il combattimento al quale attivamente seguitava a partecipare, dando mirabile esempio di coraggio e prova di elevate virtù militari. Colpito nuovamente, era costretto, per la gravità delle ferite, a non poter più adoperare le proprie armi. Raccolto in mezzo a numerosi nemici da lui stesso abbattuti, esprimeva il più vivo rammarico per dover desistere dal combattimento, ed incitava i compagni a conseguire la vittoria. Prossimo alla fine, con fiere e commosse parole, rivolgeva il devoto pensiero alla Patria, alla famiglia. Fulgido esempio di stoicismo e di attaccamento al dovere. Daua Parma-Colle di Gregorio, 20-21 gennaio 1936”. Con questa motivazione, alla Memoria, venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare Panfilo Di Gregorio, Vice Brigadiere della Milizia Nazionale Forestale, corpo creato da Benito Mussolini in seno alla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, con il particolare compito di tutela del patrimonio boschivo nazionale. E quando ebbe inizio la nuova avventura coloniale in Etiopia, dalle fila della Milizia Forestale furono create le Coorti Forestali, destinate ad operare nell’Africa Orientale. Al loro comando fu destinato Augusto Agostini, Luogotenente Generale della Milizia e veterano della Prima Guerra Mondiale, conflitto nel quale rimase ferito per ben tre volte.

Screenshot_2018-09-30-17-38-52Assieme al 4° Reggimento Fanteria, la Coorte della Milizia Forestale si imbarcò, l’8 ottobre 1935, alla volta dell’Africa Orientale. Qui, assieme a reparti di Artiglieria, a sezioni di autoblindo, al 14° Battaglione Mitraglieri, composto da arabo-somali, e da bande irregolari di Dubat, i militi forestali andarono a posizionarsi lungo la prima linea del fronte, tra Dolo e il confine inglese del Kenya. Era in questa zona, infatti, che il comando italiano si aspettava un attacco in forze del Ras Destà, genero del Negus Hailé Selassié. Alla fine del mese di dicembre, al Generale Agostini venne ordinato di muovere verso le posizioni nemiche, accampate e trincerate a Sadei. Venne costituita una colonna, composta in larga parte dalla Coorte della Milizia Forestale, al cui comando si mise lo stesso Augusto Agostini: tra i suoi ranghi, anche il Vice Brigadiere Panfilo Di Gregorio, originario de L’Aquila, dove era nato nel 1908. La colonna si mise in marcia il 12 gennaio 1936, appoggiata da una sessantina di automezzi per uno spostamento più rapido tra gli altipiani etiopi. Le prime difficoltà, però, si ebbero al momento di guadare il Daua Parma, improvvisamente ingrossato: il fiume fu attraversato e rapidamente i Forestali si portarono presso Sadei, dove erano rimaste poche guarnigioni etiopi, tanto che venne rapidamente occupata e conquistata il giorno 15. La Colonna Agostini si mise all’inseguimento delle restanti truppe nemiche, raggiungendole e sbaragliandole in successivi scontri. Intanto, Ras Destà si era attestato presso Neghelli: fu qui che le Guardie Forestali della Milizia diedero prova di tutto il loro valore. Il Maresciallo Rodolfo Graziani, intenzionato a chiudere rapidamente la partita contro gli Abissini, mosse contro le posizioni tenute da Ras Destà. Contemporaneamente, il Generale Agostini diede ordine ai Forestali di fiancheggiare l’attacco delle truppe di Graziani.

AUGUSTO AGOSTINIA similitudine degli Arditi della Prima Guerra Mondiale, i Militi Forestali si lanciarono in furibondi assalti all’arma bianca, lanciando bombe a mano e affrontando il nemico in combattimenti corpo a corpo. Fu durante uno di questi assalti che il Vice Brigadiere Di Gregorio restò ucciso, non prima di aver lui stesso colpito e ucciso numerosi nemici che avevano circondato la posizione da lui tenuta. L’attacco italiano fu tanto rapido quanto efficace. Gli Abissini vennero sopraffatti, ritirandosi frettolosamente e lasciando sul campo numerosi morti, feriti e prigionieri. Il 23 gennaio venne finalmente conquistata Malga Libai, dopo un altro, furibondo, combattimento condotto all’arma bianca. In Italia, l’azione della Colonna Agostini impressionò moltissimo l’opinione pubblica: alla Memoria di Panfilo Di Gregorio venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, la prima massima onorificenza della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale per la campagna in Etiopia. Al termine del ciclo di operazioni, lo stesso Luogotenente Generale Augusto Agostini venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare: il 24 aprile 1936, alla testa di una seconda colonna, questa volta rinforzata da circa mille Carabinieri, due batterie di artiglieria e tremila guerrieri Dubat, vennero assaltate e conquistate le posizioni fortificate di Gunu Gadu: “Comandante di una colonna operante nell’Ogaden, in due giornate di asprissima battaglia trascinava con l’esempio e con la parola le sue truppe alla conquista di munitissime posizioni nemiche, spezzandone la tenace resistenza e spianando la via alla vittoriosa avanzata delle nostre armi. Fulgido esempio di coraggio, di tenacia e di appassionata volontà animatrice e suscitatrice di energie. Gunu Gadu, 24-25 aprile 1936”.