La bomba del Teatro Diana

Attentato al DianaSull’onda prodotta del biennio rosso, ovvero gli anni compresi tra il 1919 e il 1920, caratterizzati da forti agitazioni sociali, occupazioni di fabbriche e terreni agricoli, da parte di operai e contadini, l’Italia assistette ad un crescendo sempre maggiore di scontri di natura violenta, soprattutto al centro-nord, dove la lotta si fece cruenta. La nascita, poi, a Milano, dei Fasci di Combattimento di Benito Mussolini e quella del Partito Comunista a Livorno, nel gennaio 1921, esacerbarono ancora di più gli animi: lo scontro politico divenne quasi una guerra civile, drammatica anticipazione dell’oblio fratricida in cui l’intera Italia sprofondò durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Le barricate di Parma e l’uccisione del Parlamentare Giuseppe Di Vagno sono solo alcune delle storie che abbiamo già raccontato di quegli anni incerti. Nel nord Italia, intanto, si andavano organizzando numerosi movimenti anarchici, determinati a frenare l’avanzata dello squadrismo nato a Piazza San Sepolcro: per la notte del 23 marzo 1921 furono organizzati tre diversi attentati che, almeno negli intenti, non avrebbero dovuto causare vittime.

La StampaLa prima bomba sarebbe dovuta esplodere all’interno della centrale elettrica di Via Gadio, di notte, quando non vi fosse stato nessuno al suo interno; la seconda, similmente, all’interno della sede del quotidiano Avanti!. La terza, infine, all’Hotel Diana, dimora abituale del Questore Giovanni Gasti, indicato quale probabile bersaglio. Furono preparati 160 candelotti di dinamite, che vennero posizionati all’esterno dello stabile, sotto al primo piano: alle 22.40, intanto, presero posto, all’interno del teatro sito al piano terreno dell’hotel, un centinaio di spettatori della borghesia milanese, dove era in scena l’ultima replica de La mazurca blu, di Franz Lehar. Non appena presero posto, una potente esplosione sventrò il muro esterno, investendo in pieno le prime file e l’intera orchestra, diretta dal Maestro Giuseppe Berrettoni. Il quotidiano La Stampa, nell’edizione che seguì l’attentato, così scriveva: “miseri brandelli di resti umani, teste staccate, tronchi, braccia e gambe. C’è nei pressi del teatro una folla di persone sanguinanti che non decide di farsi curare, instupidita”. I morti furono diciassette, saliti poi a ventuno nei giorni seguenti, mentre i feriti circa ottanta.

Attentato al Diana1Il Questore Gasti, anche lui presente quella notte alla rappresentazione teatrale, sebbene contuso e malconcio, prese subito in mano le indagini, dirigendo i soccorsi e catturando, poco distante, l’anarchico Antonio Pietropaolo, in procinto di fuggire su di una carrozza a bordo della quale vennero rinvenute alcune pistole e delle bombe a mano. Seguirono altre decine di arresti e perquisizioni: il processo si aprì il 9 maggio 1922, condannando all’ergastolo gli anarchici Ettore Aguggini, bergamasco, e i mantovani Giuseppe Mariani e Giuseppe Boldrini. A molti altri vennero inflitte pene minori, dai quattro ai venti anni di carcere. Più delle sentenze del tribunale, la condanna maggiore all’attentato dell’Hotel Diana venne direttamente dagli stessi anarchici milanesi. Tra questi Errico Malatesta, tra i principali teorici del movimento anarchico italiano, che l’8 settembre 1921 scrisse: “Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti”.

Annunci

Giuseppe Di Vagno, il primo deputato ucciso dal Fascismo

Giuseppe Di VagnoCosì lo ricordava, il 30 settembre 1921, sulle colonne del quotidiano Puglia Rossa, Giuseppe Di Vittorio, una delle figure più autorevoli del sindacalismo italiano del secondo dopoguerra: “Si è voluto uccidere in te il forte lottatore, Giuseppe Di Vagno, come per seppellire un’Idea, per infrangere una Fede, e non si sono accorti, i miserabili, che la soppressione del tuo corpo ha preparato la tua resurrezione. Tu sei risorto. Eri un uomo ed ora sei un Mito. Tu sei sempre con noi, in noi e nelle nostre battaglie, e nelle nostre vittorie”. Erano passati appena cinque giorni dalla barbara uccisione di Giuseppe Di Vagno, deputato del Regno d’Italia tra le file del Partito Socialista Italiano, freddato con tre colpi di pistola da un gruppo di squadristi fascisti guidati da Giuseppe Caradonna, dopo aver tenuto un comizio nelle sue terre di Puglia, a Mola di Bari. Era originario di Conversano, dove era nato nel 1889, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri: intraprese gli studi universitari laureandosi in Giurisprudenza, a Roma, nel 1912. Prese poi parte al primo conflitto mondiale con il grado di caporale e, probabilmente, tra le trincee fangose e i reticolati maturò ancora più forte l’idea socialista, tanto che al termine della guerra, iniziò ad impegnarsi in prima persona a difesa dei braccianti e dei lavoratori agricoli vessati dai latifondisti e dai ricchi proprietari terrieri.

Morte di Di VagnoScriverà l’Avanti! nella sua edizione del 21 settembre 1930 da Parigi, ricordando l’anniversario della morte dell’Onorevole Di Vagno: “Questa data rimarrà scolpita nei cuori dei lavoratori socialisti, tutti perché essa è legata ad un doloroso ricordo, perché essa è legata al martirio di un Uomo; che tutto osava, tutto faceva, tutto dava per il benessere e per l’emancipazione della classe lavoratrice pugliese: Peppino Di Vagno che all’Ideale socialista sacrificò la propria vita”. Chi ebbe modo di conoscerlo personalmente rimaneva impressionato dalla sua possente statura: gli amici e i compagni di partito presero così a chiamarlo il gigante buono, poiché mai ricorreva all’uso della violenza contro chi provocava. Durante il biennio rosso, quando più forti furono le agitazioni sociali, fu sempre in prima linea, come a Marzagaglia. Il 1° luglio 1920 si compì il quasi dimenticato eccidio di Marzagaglia, una piccola contrada tra i comuni di Gioia del Colle e Castellaneta. Attirati con l’inganno di un lavoro, un gruppo di braccianti vennero preso a fucilate dai tetti delle masserie: caddero in sei quel giorno, uccisi come monito contro gli scioperi e le occupazioni delle terre. A stento, i giorni seguenti, il Partito Socialista seppe arginare l’ondata di rabbia da parte di contadini e braccianti. Un lungo corteo sfilò ai funerali dei sei morti ammazzati e, tra loro, anche Giuseppe Di Vagno.

IMG_20180403_185928Ma accanto alla militanza, all’attivismo a fianco dei più deboli, Giuseppe Di Vagno affiancò l’impegno politico: il 15 maggio 1921 veniva eletto al Parlamento del Regno all’interno della circoscrizione di Bari e Foggia del Partito Socialista. Pochi mesi dopo, il 30 maggio, fu vittima di una prima aggressione, durante la quale perse la vita un militante socialista, Cosimo Conte, ed uno squadrista fascista, Emilio Ingravalle, a seguito di una violenta sparatoria. Anche in Puglia, lo scontro politico si acuiva di giorno in giorno sempre di più. Per Giuseppe Di Vagno, però, fu emessa una vera e propria condanna a morte. Fu così che una sera di settembre 1921, a Mola di Bari, dopo aver tenuto l’ennesimo, accalorato, comizio politico, fu avvicinato dagli squadristi di Caradonna e colpito alle spalle con tre colpi di pistola. Leo Valiani, espressione del socialismo europeo, scriverà anni dopo quel vile assassinio: “Nel settembre 1921 i delitti commessi dagli squadristi si contavano già a centinaia in tutta Italia, ma per la prima volta era ucciso un Parlamentare. Non era un caso che questo grave crimine politico fosse stato commesso in Puglia. Già nel 1913 le leghe bracciantili pugliesi erano più numerose di quelle di qualsiasi altra regione italiana”.

Giovanni Burocchi, il Carabiniere fedele alla consegna ricevuta

Ingresso a FiumeLa guerra civile, la peggiore che possa colpire una nazione. Padri contro figli, fratelli contro, parafrasando un celebre film con Gian Maria Volonté sulla Prima Guerra Mondiale. Non è la guerra civile che insanguinò l’Italia tra il 1943 e il 1945, non è quella sporca guerra tra Fascisti e Partigiani di cui tanti hanno parlato e scritto. Ben prima di quei tragici anni, infatti, il nostro Paese attraversò altri momenti di scontri civili che, se non raggiunsero i livelli del conflitto mondiale, segnarono senza dubbio una generazione che di li a pochi anni fu fagocitata dagli eventi della storia. Successe a Parma, nel 1922. Ma successe anche prima, nel 1919. A Fiume. Occupata sull’onda della vittoria mutilata dai legionari capeggiati da Gabriele D’Annunzio, dopo che era stata posta sotto controllo internazionale. Tale situazione di incertezza, brevemente, fu risolta dapprima dal Trattato di Rapallo, firmato il 12 novembre 1920, che sancì la nascita dello Stato Libero di Fiume, stabilendo contestualmente i confini tra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Ma il Poeta del celebre volo su Vienna si rifiutò di abbandonare la città: dopo uno stallo durato circa un mese, tra il 24 e il 29 dicembre, il governo guidato da Giovanni Giolitti optò per l’opzione militare. Al comando del Generale Enrico Caviglia, circa ottomila tra soldati e marinai diedero battaglia ai legionari. Passato alla storia come il Natale di sangue, lo scontro durò cinque giorni, causando la morte di 25 soldati, 26 legionari e sette civili, a cui si aggiunsero circa 200 feriti. I prodromi della guerra civile, di quella fratricida guerra, erano stati posti. Ed è in questi anni incerti che si consumò l’assassinio di un Carabiniere, Giovanni Burocchi, sopravvissuto alle trincee della Grande Guerra e ucciso per mano di altri Italiani solo perché fedele alla consegna ricevuta.

Giovanni BurocchiFiglio di contadini marchigiani, era originario di Penna San Giovanni, centro abitato in provincia di Macerata, dove era nato nel 1881. Decise di arruolarsi volontario nei Carabinieri nel 1901, venendo destinato alla Legione di Ancona; prima dello scoppio della Grande Guerra, per il quale venne mobilitato dal maggio 1916 all’agosto 1917, si distinse meritoriamente nei servizi di ordine pubblico e di sicurezza alla cittadinanza, riuscendo in un’occasione a trarre in arresto un pericoloso pregiudicato nel 1914. Quando venne smobilitato, tornò presso il suo comando di appartenenza, nella città di Ancona. Terminata la Prima Guerra Mondiale, Giovanni Burocchi venne incaricato di un nuovo, delicato, incarico: fare da scorta al Mercantile Presidente Becker, diretto a Sebenico con un carico di derrate alimentari. Assieme ad un altro collega, il Carabiniere Altobrando De Luca, Burocchi salpò da Ancona verso la città portuale croata il 1° ottobre 1919. Ma quando la nave si trovava ormai in alto mare, cinque uomini imbarcatisi con documenti falsi, dirottarono il Mercantile verso la città di Fiume, affamata da un blocco. Sotto la minaccia della armi, Burocchi si rifiutò più volte di cedere a qualsiasi ricatto di consegna del carico e delle armi in dotazione. La situazione degenerò ulteriormente quando il Presidente Becker attraccò in porto nella città fiumana: qui, salirono a bordo due Arditi del 22° Reparto d’Assalto. Nacque una colluttazione e vennero sparati alcuni colpi d’arma da fuoco: un proiettile colpì in pieno petto Giovanni Burocchi, troncando la vita al leale Carabiniere che mai volle cedere alle minacce e alle intimidazioni. Il Sovrano, il Re Vittorio Emanuele III, saputa la morte del Carabiniere Burocchi, decise, motu proprio, di conferirgli la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Fulgido esempio d’incomparabile fermezza e del più elevato sentimento del dovere, di scorta con un solo compagno ad una nave mercantile che in seguito ad un audace colpo di mano era stata costretta a cambiar rotta, replicatamente fatto segno, quale capo servizio, a intimidazioni e minacce, anche armata mano, da parte dei ribelli, con contegno calmo, deciso ed eroico, si dichiarò disposto ad affrontare, come affrontò difatti, anche la morte, piuttosto che venir meno alla ricevuta consegna. Fiume, 3 ottobre 1919”.

Salvatore Giuliano, da Messina all’Etiopia

Salvatore GiulianoLa storia che raccontiamo oggi è una di quelle che davvero rischiano di cadere nell’oblio della storia, restando di essa solo una breve citazione alla memoria. Essa vede per protagonista Salvatore Giuliano. Ma no, non è quel Giuliano passato alla ribalta nazionale nel secondo dopoguerra: non è il bandito siciliano indicato da molti come l’esecutore materiale della strage di Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, in cui trovarono la morte ben undici persone e una trentina rimasero ferite. Il “nostro” Salvatore Giuliano, anch’egli siciliano, era nato in un piccolo comune in provincia di Messina, Roccella Valdemone per la precisione, nel lontano 1885. Era un italiano come tanti, senza pretese, se non quella di condurre una vita dignitosa ed onesta nella sua terra di origine, facendo l’agricoltore nelle terre di sua proprietà. Ma quando venne chiamato ad assolvere il proprio dovere, lo svolse senza battere ciglio e senza recriminazioni: quando arrivò, nel 1905, la cartolina per il servizio militare, si presentò volontariamente, venendo assegnato al 91° Reggimento Fanteria. Tre anni più tardi, all’età di ventritré anni, decideva di congedarsi dal Regio Esercito con il grado di Caporalmaggiore, e tornare nuovamente ai suoi campi e ai suoi animali. Lo scoppio del primo conflitto mondiale, però, lo obbligò nuovamente a vestire il panno grigio-verde: con il grado di Sergente servì, fino al termine del conflitto, nel 154° Reggimento Fanteria della Brigata Novara, la stessa che si rese protagonista il 23 luglio 1916 della conquista del Monte Cimone. Terminata la Grande Guerra, Salvatore Giuliano tornò nuovamente nella sua Roccella Valdemone, continuando il suo, onesto, lavoro.

Camicie Nere in EtiopiaCon l’avvento del Fascismo e la campagna per la conquista dell’Etiopia, si offrì volontario nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, partendo, nell’aprile 1936, per l’Eritrea, dove giunse il 31 ottobre successivo nel porto di Massaua. Venne assegnato inizialmente alla 7a Divisione Camicie Nere Cirene, 267a Legione Etna, CCLXVII Battaglione Catania, transitando in seguito nella 1a Divisione Camicie Nere 23 Marzo, 202a Legione Cacciatori del Tevere, CCII Battaglione Perugia: rivestiva il grado di Capo Squadra, corrispondente a quello di Sergente nell’ordinamento del Regio Esercito. Smobilitato nuovamente alla fine delle operazioni militari, nel 1937, questa volta decise di non tornare in Sicilia, ma di restare nella nuova colonia conquistata dal Regno d’Italia. Salvatore Giuliano si trasferì così a Zerimà, nell’Amhara, la regione centro-settentrionale dell’Etiopia: qua, il Fascismo di Benito Mussolini aveva iniziato importanti lavori stradali per la costruzione di piste e carrozzabili asfaltate affidate alla Ditta Narbone, in cui proprio Giuliano era stato assunto in qualità di Capo Squadra della III^ Legione Lavoratori dell’Asmara. Ed è a questo punto della narrazione che la sua storia, così come quella di tanti altri Italiani rimasti ignoti, sarebbe andata perduta, se non fosse per la Medaglia d’Oro al Valor Militare che si guadagnò, purtroppo alla memoria, nel tentativo di difendere altri lavoratori suoi connazionali. A narrarci della sua morte, è proprio la motivazione stessa della massima onorificenza al valore: “Notato che un gruppo di ribelli si apprestava ad assalire improvvisamente un nucleo di operai intenti a lavorare sulla strada, dopo aver dato l’allarme, imbracciava il fucile e affrontava animosamente il nemico. Rimasto ferito dalle prime scariche avversarie, persisteva nella lotta fulminando taluni ribelli. Cadeva poi da prode, colpito da nuove scariche che ne martoriavano il corpo, con la serenità dei forti. Esempio di sereno coraggio, dedizione al dovere spinto fino al sacrificio e grande sprezzo del pericolo. Zerimà, 26 febbraio 1938”.

L’eroica morte del Capitano Romagnoli

Giovanni RomagnoliUna vita passata tra le trincee della Prima Guerra Mondiale e i cieli dell’Albania prima e del deserto libico poi. Questa fu la vita di Giovanni Romagnoli, originario della città di Campobasso, dove era nato nel luglio 1897 e dove interruppe gli studi in ragioneria perché chiamato, nel 1916, alle armi e a contribuire, come tanti altri giovani prima di lui, alla Prima Guerra Mondiale contro l’Austria-Ungheria. Dopo il corso alla Scuola del Regio Esercito fu inizialmente assegnato al 94° Reggimento Fanteria, reparto della Brigata Messina che si distinse particolarmente sulla Bainsizza e a Monfalcone. Anche il giovane Romagnoli ebbe modo di distinguersi, guadagnandosi presto i gradi di Sottotenente; dopo la battaglia di Caporetto e la riorganizzazione delle forze italiane, venne trasferito al 202° Reggimento Fanteria della Brigata Sesia, reparto con cui si guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “Intuita la critica situazione, per l’infiltrazione del nemico nelle nostre linee, si offriva al comando del suo Battaglione per uscire in lungo, faticoso, ardito servizio di pattuglia, riportandone preziose informazioni. Subito dopo, benché affaticato, si lanciava all’assalto, alla testa del proprio Plotone, affrontava decisamente una mitragliatrice avversaria che ostacolava la conquista di un importante obiettivo, e, lanciando egli stesso bombe a mano, la metteva fuori combattimento, affermandosi poi sulle nuove posizioni. Mirabile esempio di tenacia e di ardimento. Zenson di Piave, 12-13 novembre 1917″.

IMAM Ro. 1Ma era la nascente Arma Azzurra che iniziò pian piano ad affascinare Giovanni Romagnoli. Deciso come non mai a farne parte, ottenne il brevetto di osservatore d’aeroplano, venendo trasferito, nel settembre 1918, all’8° Gruppo Aeroplani in partenza per l’Albania. Rimase nei Balcani fino alla costituzione, come forza armata autonoma, della Regia Aeronautica: nel 1923 fu così trasferito definitivamente, e con il grado di Capitano, in aviazione. Iniziò una nuova, brillante, carriera: dopo il corso di pilota, a Caserta fu incaricato di addestrare le nuove reclute in qualità di istruttore e, successivamente, ricoprì alcuni prestigiosi incarichi presso la scuola di osservazione aerea. Nel 1929 arrivò una nuova destinazione estera: il comando di una squadriglia aerea in Libia, a Sirte, dotata di velivoli IMAM Ro. 1, piccoli biplani da ricognizione, osservazione e bombardamento. Addestrò così bene i suoi uomini che in aprile ne venne deciso l’impiego contro la guerriglia libica, durante le fasi della riconquista della colonia africana voluta dal Governo italiano di Benito Mussolini.

Vedova Romagnoli (2)Durante un’operazione di ricognizione, assieme ad altri due militari della Regia Aeronautica, il Sergente Maggiore Mario Vannini e il 1° Aviere Motorista Mario Polisini, il Capitano Romagnoli decollò per muovere contro un gruppo di ribelli libici. Era il 12 aprile 1929 ma il piccolo aereo non fece mai più ritorno alla base di partenza: durante il sorvolo di Bir Ziden, alcune violente scariche di fucileria costrinsero i tre Avieri ad una atterraggio di fortuna in pieno deserto, essendo una pala dell’elica irrimediabilmente compromessa. Presto, furono circondati da un numero preponderante di forze avversarie e niente, ormai, lasciava presagire la salvezza. Utilizzando le armi di bordo, Giovanni Romagnoli e il suo equipaggio resistettero a lungo, infliggendo anche gravi perdite al nemico, ma il loro destino era segnato: circondati e sopraffatti, vennero tutti quanti trucidati. Venuti a conoscenza dell’eccidio, i vertici della Regia Aeronautica alla memoria di Romagnoli conferirono la Medaglia d’Oro al Valor Militare, appuntata personalmente da Benito Mussolini sul petto della vedova del pilota, alla presenza del Maresciallo Italo Balbo, durante la cerimonia del 7° Anniversario della costituzione della Regia Aeronautica. La motivazione recita: “apitano pilota, comandante di una squadriglia di nuova formazione dislocata nella Sirtica, ne ottenne in breve tempo una magnifica preparazione materiale e morale, trascinandola poi con l’esempio e l’entusiasmo alle più ardite imprese durante un ciclo intenso di attività di guerra. Il giorno 12 aprile 1929, la fucileria avversaria colpiva il suo apparecchio e lo costringeva a discendere lontano da ogni sperabile soccorso (Bir Ziden). Rapidamente circondato da preponderanti forze, rispondeva alle intimazioni di resa, incitando i compagni di equipaggio all’estrema difesa ed egli, per primo, ne dava l’esempio, riuscendo in impari lotta ad infliggere al nemico sensibili perdite sino a che esaurite le munizioni veniva sopraffatto e catturato. Tempra romana di soldato e di comandante, sopportava con fierezza, al grido di “Viva l’Italia”, gli oltraggi della barbara ferocia dei ribelli sino al sacrificio della giovane vita. Bir Ziden, deserto libico, 12 maggio 1929″.

L’ultimo volo del Generale Enrico Pezzi

Enrico PezziQuando i soldati dell’Armata Rossa iniziarono a muovere contro le forze dell’Asse lungo tutta l’ansa del Don era l’11 dicembre 1942: allora, però, si trattava ancora di piccole operazioni di infiltrazione e ricognizione, in modo da localizzare e identificare lo schieramento tenuto dal grosso dell’8a Armata Italiana, l’ARMIR del Generale Italo Gariboldi. Così, i Generali Nikolaj Valutin e Filipp Golikov, prima di dare inizio all’Operacija Malyj Saturn, conosciuta come Operazione Piccolo Saturno, diedero avvio ad una serie di piccoli scontri, seppur violentissimi, che interessarono le posizioni tenute dalle Divisioni Cosseria e Ravenna, tra Novaja Kalitva e Vecne Mamon. Una settimana più tardi, il 16, si scatenò l’offensiva vera e propria: nonostante una resistenza accanitissima degli Italo-Tedeschi, già il giorno dopo la grande massa di soldati e carri armati sovietici erano riusciti a penetrare per oltre 60 km nello schieramento difensivo dell’Asse. Troppo tardi, poi, arrivò l’ordine di ripiegamento: il 2° Corpo d’Armata ed elementi della Divisione Alpina Julia, del Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino e alcune aliquote di divisioni tedesche si stavano già disordinatamente ritirando, aumentando la confusione nelle retrovie e bloccando le strade per i rinforzi. In questo quadro tragico si consumò la tragedia del Generale di Brigata Aerea Enrico Pezzi, già comandante delle forze della Regia Aeronautica durante la campagna di Russia.

Enrico PezziUna vita, quella del Generale Pezzi, trascorsa, letteralmente, nei cieli d’Italia, ma non solo. Partecipò al primo conflitto mondiale come Sottotenente dell’Arma di Artiglieria, prima di passare, nella prima metà degli Anni Venti, nella Regia Aeronautica, frequentando, e ottenendo il relativo brevetto, di osservatore d’aeroplano. Dislocato inizialmente in Libia, durante la campagna in Tripolitania, si guadagnò una prima Medaglia d’Argento al Valor Militare per essere riuscito, dopo un atterraggio d’emergenza nel deserto, a salvare sé stesso e i membri del suo equipaggio da una tribù di beduini dopo essere stati fatti prigionieri. Una prima medaglia al valore: ne seguiranno altre quattro, sempre d’Argento, a cui si aggiungerà la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Da allora, il giovane Pezzi scalerà la scala gerarchica, grado dopo grado, assumendo incarichi via via sempre più prestigiosi e ricevendo il plauso e l’ammirazione di tanti suoi superiori e di tutti i suoi sottoposti. Comandò dapprima la 28a Squadriglia del 62° Gruppo Ricognizione Aerea, per poi passare al 3° Stormo Caccia e al 14° Stormo da Bombardamento Diurno. Scoppiata la guerra in Africa Orientale contro l’Etiopia, assunse l’incarico di comandante della base avanzata di Gura: nel ciclo di operazioni, si guadagnò la sua seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Un anno dopo, arrivò la terza onorificenza al valore, quando prese parte alla guerra di Spagna: con il grado di Colonnello prese parte direttamente alle numerose azioni cui venne chiamata a prendere parte la Regia Aeronautica.

SM 81 PipistrelloPresto, sarebbe giunta una nuova nomina: il comando del 41° Stormo da Bombardamento Terrestre, con cui il Colonnello Enrico Pezzi prese parte alle iniziali campagne in Africa Settentrionale e contro l’isola di Malta nel corso del secondo conflitto mondiale. Nell’aprile 1941, dopo una quarta Medaglia d’Argento conquistata volando a fianco dei suoi uomini nei cieli del Mediterraneo, fu nominato comandante della 9a Brigata Aerea e, l’anno successivo, promosso al grado di Generale di Brigata Aerea. Ma fu la nuova impresa italiana a coronare la carriera brillante che fino ad allora lo aveva contraddistinto: comandante della Regia Aeronautica in Russia. E come era facile aspettarsi, anche in questa nuova impresa figurò tra i migliori: arrivò la quinta Medaglia d’Argento al Valor Militare e l’Ordine Militare di Casa Savoia. Come riportato nella concessione dell’ultima Medaglia d’Argento, fu “sempre presente tra i piloti in cielo e nei campi fra l’insidie del nemico”: mai, avrebbe abbandonato i suoi uomini. E non li volle abbandonare neanche quando ormai tutto era perduto, neanche quando i Generali Valutin e Golikov avevano accerchiato 12.000 soldati, di cui oltre duemila feriti, nell’ansa del Don, nei pressi del villaggio di Certkovo, dove le forze tedesche stavano cercando di organizzare un fronte di difesa. Venuto a conoscenza dei gravi rischi che correvano i soldati dell’ARMIR, il 29 dicembre 1942, a bordo di un trimotore Savoia Marchetti SM81 Pipistrello, partì per una missione di soccorso. Componevano quest ultimo equipaggio il Colonnello Medico Federico Bocchetti, il Maggiore Romano Romanò, il Tenente Pilota Giovanni Busacchi, il Sottotenente Pilota Luigi Tomasi, il Sergente Marconista Antonio Arcidiacono, il 1° Aviere Armiere Salvatore Caruso e l’Aviere Scelto Marconista Alcibiade Bonazza. Decollato il velivolo alle 11.25, diresse in direzione di Certkovo, dove atterrò in condizioni ottimali, scaricò viveri, medicinali e rifornimenti e ripartì per le retrovie dopo aver caricato i feriti più gravi. L’ultimo collegamento radio fu di poco dopo le 14.15: dopo di allora, solo silenzio radio. Il Generale Enrico Pezzi, assieme al suo equipaggio, scompariva così, tra l’ammirazione commossa di chi lo aveva avuto come comandante, precipitando in un luogo ancora oggi rimasto ignoto in terra di Russia cercando di salvare quei soldati che tante volte lo avevano visto volare tra le bianche distese del Don. Per questo sua azione di umana solidarietà, terminata la guerra, il 30 dicembre 1947, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: Veterano di quattro guerre dove ha sempre saputo strappare al cielo lembi di azzurro per ornarsene il petto. In terra di Russia ha scolpito con la sua audacia, l’esempio e la sicurezza di fronte al pericolo, in lettere d’oro la traccia dell’Ala italiana. In sublime rischiosa offerta per salvare soldati italiani chiusi in cerchi di fuoco, immolava la giovane vita salendo col sorriso dei forti nel cielo degli eroi. Fronte Russo, 29 dicembre 1942″.