La guerra sfiorata all’alba del Duemila

Sommergibile KurskPrimavera del 2000: Vladimir Putin entrava in carica quale Presidente della Federazione Russa. Era il 7 maggio. Qualcosa stava cambiando nella ex Unione Sovietica. L’era  di Gorbaciov e Eltsin stava finendo: i più attenti analisti si stavano accorgendo che l’elezione di un membro del vecchio KGB era il segnale che la vecchia potenza mondiale voleva risorgere dalle ceneri della crisi degli Anni Novanta. A fine luglio Putin fece la sua prima mossa: nell’anniversario della nascita della Marina Militare, presero avvio le più grandi manovre della Russia post-sovietica nel Mar di Barents, vedendo la partecipazione di incrociatori, portaerei, cacciatorpediniere e sommergibili, tra cui il fiore all’occhiello della flotta sottomarina: il K-141 Kypck, meglio noto come Kursk, al comando dell’esperto Capitano di Vascello Gennady Lyachin. E, come sempre accade, c’era chi voleva “seguire” la vicenda da vicino, molto vicino. Due sommergibili spia americani, l’USS Memphis ed l’USS Toledo ricevettero l’ordine di seguire le manovre russe, spiando il vecchio (e, forse, nuovo) nemico.

KurskA suscitare l’interesse della marina americana era un nuovo siluro che il Kursk avrebbe dovuto testare: lo Shkval, in grado di raggiungere velocità estremamente elevate (circa 370 km/h). Ma qualcosa andò storto. Il 12 agosto una prima esplosione avvenne a prua del sommergibile russo: erano le 11.28 quando scattò l’allarme, perché nel doppio scafo del Kursk si era aperta una falla. Trattandosi di un’esercitazione, il comandante avrebbe dovuto dare l’ordine di riemergere immediatamente e lanciare una boa di segnalazione, per consentire il salvataggio immediato dell’equipaggio ed eventualmente soccorrere i feriti. Ma il Comandante Lyachin del Kursk si comportò come se la sua unità fosse sotto attacco: motori avanti tutta, allagamento delle camere di lancio e attivazione dei siluri. Ore 11.30: una seconda esplosione sventrò definitivamente la prua del sommergibile, che si inabissò a circa cento metri di profondità. Dalle ricostruzioni fatte dagli esperti e sui corpi dei 118 marinai, solo ventitré non perirono immediatamente e riuscirono a rifugiarsi nella poppa del sommergibile. L’equipaggio superstite avrebbe avuto ossigeno per altri dieci giorni. Nessuno si salvò.

Foro KurskLa tragedia del Sommergibile Kursk venne imputata ad un malfunzionamento di un vecchio siluro alimentato a perossido d’idrogeno, che esplose all’interno del compartimento siluri innescando così una reazione a catena. Ma è possibile che il fiore all’occhiello della flotta sottomarina imbarcasse vecchi siluri difettosi? E, soprattutto, come mai le autorità russe accettarono quale versione ufficiale l’esplosione di un vecchio siluro? Se era l’immagine della forza russa che doveva rinascere con questa esercitazione, certamente la “versione ufficiale” avrebbe sortito tutt’altro che questo effetto. Eventuali superstiti avrebbero potuto rivelare che la tragedia fosse dovuta ad altre cause? Iniziò così, non solo sulla stampa russa, la ricerca della verità, dato che la Marina Russa classificò l’incidente come “top secret”. Ed ecco allora che cominciarono a tornare alla mente il Memphis e il Toledo, perché, molto probabilmente, il fatidico grilletto mai premuto nei decenni precedenti della Guerra Fredda, quel giorno (forse) fu premuto per davvero: forse il Toledo, con una manovra troppo azzardata, arrivò troppo vicino al Kursk, provocando una collisione: il comandante russo, credendo di essere sotto attacco, ordinò il caricamento del micidiale Shkval. Se fosse stato lanciato, il Toledo avrebbe avuto ben poche speranze di riuscire a fuggire, già gravemente danneggiato dalla collisione. Fu allora che entrò in scena il Memphis, il quale decise di lanciare un siluro Mk48 contro il Kursk, causandone l’affondamento. E la morte dei 118 uomini dell’equipaggio.

Gennady LyachinPotrebbe trattarsi di un romanzo di spie, degno di Tom Clancy o Clive Cussler, ma fu, molto probabilmente, ciò che accadde nell’estate di quasi quindici anni fa. Foto satellitari russe poi mostrate alla stampa mondiale, mostrano infatti il Toledo in riparazione presso una base della NATO ed il Memphis danneggiato a sua volta. E dopo il recupero del relitto del Kursk, chi di “queste cose se ne intende” notò con precisione un foro con la lamiera ricurva verso l’interno sulla prua del sommergibile: il segno inequivocabile della penetrazione di un siluro Mk48 con testata all’uranio impoverito. Tale siluro, infatti, non esplode all’esterno, ma bensì riesce a penetrare lo scafo, sciogliendo le paratie per poi detonare al suo interno. Il 22 agosto sul sito della Pravda, apparve un articolo dal titolo sconcertante, subito rimosso qualche ora dopo: “Nel Mare di Barents si è verificato un incidente che avrebbe potuto portare alla terza guerra mondiale. Per alcuni giorni la pace sul nostro pianeta è rimasta appesa ad un filo: un minimo passo falso avrebbe significato l’inizio di una guerra nucleare”. E così l’incidente nel Mar di Barents venne risolto dalla diplomazia, con un accordo più o meno segreto tra Putin e Clinton: George Tennet, allora capo della CIA, si recò a Mosca nelle ore immediatamente successive alla tragedia. Pare strano, infatti, che il capo dei servizi segreti americani, mai recatosi in Russia prima di allora, abbia scelto come data proprio i giorni della tragedia del Kursk. Il 6 settembre 2000, un accordo bilaterale tra Russia e Stati Uniti cancellò un debito di Mosca nei confronti di Washington, erogando un ulteriore prestito di circa dieci miliardi e mezzo di dollari al Governo russo. Forse, come scrisse la Pravda sul suo sito internet, la pace mondiale rimase davvero appesa ad un filo.

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